In vista del summit Nato di Ankara del 7 e 8 luglio, Giorgia Meloni ha riunito attorno al tavolo di Palazzo Chigi il vicepremier Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Al centro dei lavori, svoltisi nella serata di ieri in un clima descritto da fonti governative come «serenissimo e di piena collaborazione», i dossier più delicati che Roma dovrà portare in Turchia: le spese militari, il contributo italiano all’Alleanza Atlantica e la questione degli aiuti all’Ucraina.
Il vertice di Ankara sarà anche l’occasione per un nuovo faccia a faccia tra Meloni e Donald Trump, dopo le tensioni emerse al G7. Un incontro bilaterale non è ancora confermato, ma nelle prossime ore se ne capirà la fattibilità. Sperando che non riparta il circo a cui abbiamo assistito la scorsa volta.
La linea italiana sulle spese per la difesa
L’Italia si presenterà ad Ankara dichiarando un investimento nella difesa pari al 2,8% del Pil, con un incremento dello 0,71% rispetto all’anno precedente. Meloni ha però già chiarito in Parlamento che tale aumento sarà concentrato soprattutto sulla sicurezza interna: dal controllo delle frontiere nel Mediterraneo alle voci di bilancio delle forze dell’ordine, voci che Roma chiederà di includere nel computo delle spese Nato come previsto dalle regole dell’Alleanza.
Una posizione che resta lontana dalla soglia del 5% del Pil evocata da Trump — definita «irrealistica» dai tecnici del governo — ma che costituisce un passo formalmente significativo. Tajani, intervenendo alla Camera nel question time di mercoledì, ha ribadito che «l’Italia vuole essere protagonista del percorso di rafforzamento del pilastro europeo della Difesa», confermando l’impegno per il vertice turco.
Resta invece avvolto nel massimo riserbo il capitolo Safe, il maxi-prestito europeo da circa 15 miliardi destinato agli investimenti in armamenti. Il governo non ha ancora sciolto le riserve su se e in quale misura accedere a quei fondi. Come Byoblu ha già documentato, la partita interna si gioca tra Crosetto — favorevole ad attivare lo strumento — e Giorgetti, che ragiona in termini finanziari confrontando il costo del prestito europeo con quello dei BTP. La contraddizione di fondo rimane: qualunque strumento si scelga, si tratta pur sempre di nuovo debito pubblico per un Paese tra i più indebitati d’Europa, sotto la pressione di un’agenda militare decisa a Washington e a Bruxelles prima ancora che a Roma.
La smentita della Frankfurter Allgemeine Zeitung
Nel bel mezzo della riunione, un retroscena del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha acceso qualche tensione all’interno dell’esecutivo. Secondo il giornale di Francoforte, l’Italia starebbe frenando sugli impegni finanziari della Nato per la fornitura di armi a Kiev, lasciando in sospeso il relativo paragrafo della dichiarazione finale del summit. Cifre imponenti quelle in ballo: circa 40 miliardi di euro, a cui potrebbero aggiungersi ulteriori 20-30 miliardi dall’Unione europea.
La risposta di Palazzo Chigi non si è fatta attendere. Fonti governative hanno definito la ricostruzione tedesca non corrispondente al vero, precisando che Roma «non arretra nel suo sostegno all’Ucraina e non si è mai opposta allo stanziamento». Le stesse fonti chiariscono che le perplessità italiane espresse nelle settimane scorse nelle trattative preparatorie non erano legate a posizioni filorusse né a una contrarietà agli aiuti militari come tali, ma alla ricerca di una formulazione testuale che non chiudesse la porta a un’eventuale soluzione diplomatica e che non rendesse più complicato il coinvolgimento di Mosca in un percorso negoziale. Un’obiezione, si sottolinea, «già rientrata da giorni».
In effetti, stando a quanto riportato da fonti vicine al dossier, nella dichiarazione finale i fondi per Kiev saranno stanziati su base biennale — quindi anche per il 2027 — ma il testo conterrà un riferimento esplicito alla necessità di aprire un dialogo con la Russia. Una mediazione che Meloni ha sostenuto in tutti i principali consessi internazionali degli ultimi mesi, dal G7 di Evian alla riunione degli E5 di Berlino, dove il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha invece spinto per un «forte segnale di sostegno all’Ucraina».
Il caso dei voli dalle basi italiane e il disappunto americano
Ad aggiungere complessità al quadro è la vicenda dei voli dalle basi militari americane in Italia, tornata al centro del dibattito politico. Crosetto ha ribadito alla Camera che il governo italiano non ha autorizzato le operazioni statunitensi che esulavano dagli accordi bilaterali vigenti — con riferimento alle attività in Iran — e ha annunciato la disponibilità a trasmettere al Copasir i tabulati dei voli: 518 autorizzati tra il 28 febbraio e il 23 giugno 2026, a fronte di 722 nello stesso periodo del 2019 e cifre analoghe negli anni successivi.
Il ministro della Difesa ha tuttavia ammesso che il diniego italiano «ha generato un forte disappunto da parte dell’amministrazione americana». Tajani ha definito «improvvide e non vere» le parole del segretario generale della Nato Mark Rutte, che aveva alimentato la polemica con una dichiarazione pubblica poi contestata da Roma.
È in questo quadro di tensioni — con Washington che chiede più spese militari, Bruxelles che pressa sull’utilizzo dei fondi Safe e Berlino che spinge su Kiev — che Meloni si appresta a volare ad Ankara. Il summit del 7 e 8 luglio sarà un banco di prova per la capacità dell’Italia di tenere insieme le proprie priorità: la fedeltà atlantica, la prudenza di bilancio e quella che il governo continua a definire una «visione di pace» che non escluda il negoziato con la Russia.
Antonino Di Pietro candidato sindaco di Milano per il centrodestra. È questa la proposta — definita «suggestione personale» dalla stessa proponente — lanciata lunedì sera dalla senatrice di Fratelli d’Italia Daniela Santanchè durante la cena di festeggiamento per i sessant’anni di giornalismo di Vittorio Feltri, al ristorante Baretto di Milano. Un’uscita che ha immediatamente rimescolato le carte in un centrodestra ancora lontano da una scelta condivisa in vista delle elezioni comunali della primavera 2027.
«Leggo tanti nomi, autocandidature, ma credo sia il momento di sparigliare le carte», ha dichiarato Santanchè, motivando la proposta con il percorso politico e istituzionale dell’ex magistrato: «Ha fatto il ministro, il leader di partito, il senatore. Uno che la politica l’ha fatta, non arriva dal nulla». La senatrice ha citato anche la sua partecipazione alla campagna referendaria per il Sì alla riforma della giustizia come prova di una capacità di cambiare posizione: «Solo i paracarri non cambiano idea».
La stessa Santanchè ha però precisato di non averne ancora parlato né con Di Pietro né con i vertici del suo partito. Una mossa in solitaria, insomma, che potrebbe essere letta come ballon d’essai o come vera provocazione politica.
La road map del centrodestra: sondaggi entro venti giorni, decisione a ottobre
Il lancio di Di Pietro si inserisce in un quadro già complicato. La sera precedente, il presidente del Senato Ignazio La Russa aveva riunito a cena i coordinatori regionali della coalizione — Alessandro Sorte per Forza Italia, Massimiliano Romeo per la Lega, Alessandro Colucci per Noi Moderati e Carlo Maccari per Fratelli d’Italia — al ristorante Forte Garden, in zona Porta Venezia, per definire tempi e metodo della scelta.
Il percorso concordato prevede: entro una ventina di giorni una selezione dei nomi da sottoporre a sondaggi demoscopici; poi un nuovo confronto tra i vertici regionali; con l’obiettivo di chiudere tra fine settembre e inizio ottobre. Le primarie restano un’opzione di riserva, da attivare solo in caso di impasse tra i partiti. La decisione finale, in ogni caso, spetterà ai leader nazionali e in particolare alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
I nomi in campo restano molti e le divisioni interne alla coalizione non sono secondarie. Fratelli d’Italia e Noi Moderati continuano a sostenere il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, esperto conoscitore della macchina milanese. Forza Italia preme per un profilo civico, e guarda con interesse all’economista Carlo Cottarelli, anche se il suo passato da senatore del Pd suscita resistenze nell’ala più identitaria della coalizione (Cottarelli stesso ha dichiarato: «Ho solo detto che ci penserei»). La Lega porta sul tavolo Alessandro Spada, ex presidente di Assolombarda, e il giornalista Giovanni Terzi, oltre alla candidatura interna di Silvia Sardone.
Il nodo Di Pietro: lo sceriffo di Mani Pulite in una Milano sotto inchiesta
È qui che la proposta di Santanchè assume una valenza politica più complessa, e non priva di contraddizioni. Milano vive da mesi un clima pesante sul fronte edilizio: cantieri sequestrati dalla magistratura, centinaia di famiglie che hanno acquistato appartamenti rimasti bloccati dai provvedimenti giudiziari, un settore delle costruzioni in stand-by per il timore di incorrere in irregolarità. In questo contesto, candidare come sindaco l’ex pm simbolo di Mani Pulite può essere letto in due modi opposti.
Da un lato, Di Pietro incarnerebbe una sorta di «sceriffo massimo» per una città che ha sempre più bisogno di pulizia e legalità (tra omicidi, accoltellamenti, stupri, risse, droga… ormai la percezione di insicurezza dei cittadini per bene è ai massimi storici). Dall’altro, il rischio è che la sua figura — associata nell’immaginario collettivo a un’epoca di giustizialismo estremo — invii un segnale di ulteriore freno allo sviluppo di una metropoli che fatica a tenere il passo. Lo skyline della città, nonostante alcune punte di eccellenza, non regge il confronto con quello delle grandi metropoli internazionali. E il settore edilizio, già sotto pressione giudiziaria, potrebbe percepire in una candidatura così simbolica un messaggio di ulteriore irrigidimento.
Non manca chi, dentro il centrodestra, considera la proposta una provocazione fine a sé stessa. Fonti interne alla coalizione, citate da più organi di stampa, parlano di «resistenze» e di «veti incrociati». Forza Italia, in particolare, aveva già manifestato disagio nei confronti di Di Pietro durante la campagna referendaria sulla giustizia. E non si vede come potrebbe essere diversamente, data la storica avversità del magistrato di Mani Pulite verso Silvio Berlusconi.
Sala: «Un galantuomo, ma lo scenario è poco chiaro»
Dall’altra parte del campo, il sindaco uscente Beppe Sala ha commentato la notizia a margine della consegna dell’Ambrogino d’oro alla campionessa di sci Federica Brignone. «Politicamente faccio fatica a comprendere, visto che è parecchio che non fa politica attivamente», ha detto Sala. «Però ritengo Antonio Di Pietro un galantuomo, quindi un po’ mi fa piacere. Dopodiché vediamo quello che succederà, lo scenario è poco chiaro».
Sala ha poi aggiunto una riflessione sul metodo: «La confusione ci sarà finché non si capisce, da una parte o dall’altra, qual è il processo di definizione del candidato. Il punto è capire se si punta alle primarie o si cerca prima un candidato comune». Parole che fotografano, in fondo, una situazione di stallo che riguarda entrambe le coalizioni.
Dal fronte progressista, i nomi che circolano includono il capogruppo Pd in Regione Pierfrancesco Majorino, il giornalista Mario Calabresi e alcune figure della società civile. Ma anche lì, nessuna scelta è ancora maturata.
Ancora una ventina di giorni per dare forma a una proposta reale, e sapere se Di Pietro sarà effettivamente l’uomo incaricato di riportare sicurezza e ordine a Palazzo Marino e per le strade di Milano.
La Russia ha chiuso sette valichi ferroviari al confine con Finlandia, Estonia e Lettonia. Lo ha stabilito un decreto firmato dal primo ministro Mikhail Mishustin, pubblicato nella serata di ieri ed entrato in vigore oggi. Il provvedimento sospende «il transito di persone, veicoli, merci e carichi» attraverso i punti elencati: Vyborg e Svetogorsk nella regione di Leningrado, Vyartsilya e Lyuttya in Carelia, il valico di San Pietroburgo verso la Finlandia, Pechory-Pskovskie nella regione di Pskov (confine con l’Estonia) e Pytalovo nella regione di Pskov (confine con la Lettonia).
Il decreto non offre alcuna motivazione. Non è indicata una data di riapertura. Il ministero degli Esteri russo dovrà notificare la decisione alle autorità dei tre Paesi interessati, tutti membri dell’Unione Europea e della NATO. Stando a quanto riportato dal sito indipendente Meduza, negli ultimi due anni soltanto i valichi di Pechory e Pytalovo risultavano ancora operativi: il confine con la Finlandia era già stato chiuso dalla stessa Helsinki nel dicembre 2023, in risposta a quello che le autorità finlandesi avevano definito un «attacco ibrido» russo, ovvero l’afflusso strumentale di richiedenti asilo come ritorsione per l’ingresso di Helsinki nella NATO.
Cosa si nasconde dietro il silenzio di Mosca
I quotidiani nazionali avanzano alcune ipotesi interpretative: la chiusura potrebbe essere una misura preventiva per bloccare la fuga di cittadini russi all’estero in vista di una nuova mobilitazione parziale — che sarebbe sempre più probabile a causa delle presunte perdite sul campo, stimate in circa 350.000 morti dal lato russo —, oppure uno strumento di pressione economica sulle nazioni confinanti e su repubbliche ex sovietiche come Kazakistan e Uzbekistan, che utilizzano le rotte ferroviarie russe per esportare verso i mercati europei.
Queste spiegazioni, che individualmente hanno una loro logica, rischiano di distogliere l’attenzione da un segnale molto più grave.
Il vero scenario: l’Europa che si prepara alla guerra
Chi segue Byoblu [3.0] sa che 11 giorni fa il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrovaveva rilasciato dichiarazioni di una chiarezza inusuale. In quell’intervento, Lavrov ha indicato esplicitamente che il «vero obiettivo» delle leadership europee non è negoziare con Mosca, ma raggiungere una «preparazione difensiva» per un eventuale conflitto con la Russia entro il 2030. I tavoli diplomatici, a suo avviso, servirebbero esclusivamente a «guadagnare tempo».
Lavrov ha citato a sostegno di questa tesi le ammissioni di Angela Merkel e François Hollande sugli Accordi di Minsk — concepiti, secondo i due ex leader, non per essere attuati ma per consentire all’Ucraina di riarmarsi — e le parole attribuite al capo di Stato maggiore belga: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo».
A questo scenario vanno aggiunte le parole che il professor Jeffrey Sachs ha pronunciato di fronte al Parlamento Europeo — parole che [Byoblu \[3.0\] ha documentato ](/sachs-parlamento-europeo-nato-russia-politica/)— in cui l’economista di fama mondiale ha denunciato la deriva bellicista dell’Unione Europea e la NATO, avvertendo che la traiettoria attuale conduce verso un’escalation di cui i cittadini europei sembrano non rendersi conto.
In questo quadro, la scelta di Mosca di chiudere i confini nord-occidentali smette di essere un semplice fatto burocratico o una mossa commerciale. Diventa una misura logistica coerente con la prospettiva di un conflitto diretto tra Russia e NATO che la stessa dirigenza russa ritiene probabile entro pochi anni. Se ti aspetti la guerra, inizi a controllare i confini. Se temi azioni di sabotaggio in territorio russo da parte di agenti entrati attraverso quei valichi, li chiudi. È razionale. Ed è esattamente quello che Mosca sta facendo.
Quello che i giornali non dicono con la stessa enfasi (e forse non dicono proprio)
Prima della chiusura russa dei valichi ferroviari del 1° luglio 2026, almeno quattro Paesi europei confinanti direttamente con la Russia — Finlandia, Estonia, Lettonia e Polonia — avevano già chiuso o ristretto in modo significativo i rispettivi valichi con la Federazione Russa. Se si include anche il fronte bielorusso, strettamente integrato con Mosca sul piano militare e di sicurezza, il numero sale a sei: Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e, in parte, il fronte polacco-lituano verso la Bielorussia.
La Russia ha iniziato a fare oggi quello che noi (in quanto membri della Nato o cittadini UE) stiamo facendo ormai da mesi, nel silenzio generale.
L’economia del riarmo e il sonnambulismo europeo
Dal lato europeo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha impostato l’intera agenda economica del quinquennio sull’idea di un «riarmo strutturale» dell’Unione. Il bilancio della difesa europeo è in rapida espansione, i Paesi membri vengono sollecitati a portare le spese militari al 3-5% del PIL, e il linguaggio ufficiale delle istituzioni comunitarie parla apertamente di «prepararsi a scenari di conflitto». L’Italia è attualmente sotto ricatto: deve accettare subito di indebitarsi per 15 miliardi di euro con l’Unione Europea, a condizioni di favore, altrimenti lo dovrà fare lo stesso ma pagando di più. E intanto i nostri bambini soffocano dentro a scuole che sembrano forni a cielo aperto.
Eppure i cittadini europei — e in particolare gli italiani — sembrano non cogliere la concatenazione di questi segnali. Si discute di fertilizzanti bloccati, di pressione commerciale, di scenari economici. Tutto reale, tutto rilevante. Ma secondario rispetto alla domanda che nessun governo europeo sta ponendo apertamente alle proprie opinioni pubbliche: stiamo davvero scivolando verso una guerra con la Russia?
Un segnale che non possiamo permetterci di ignorare
La chiusura dei sette valichi ferroviari russi non è una buona notizia inquadrata male. È un cattivo segnale inquadrato quasi ovunque nella cornice sbagliata. Quando una potenza nucleare inizia a sigillare sistematicamente i propri confini con i Paesi dell’Alleanza Atlantica, senza spiegazioni e senza date di riapertura, mentre il suo ministro degli Esteri dichiara apertamente di attendersi un conflitto con l’Europa entro il 2030, giornalisti e politici hanno il dovere di dirlo chiaramente. Se non lo fanno, quando e se scoppierà una guerra potenzialmente devastante (e nucleare, guardate un po’ chi lo dice), saranno loro i responsabili, perché avranno avallato la strada del riarmo e del conflitto, senza dare scelta ai cittadini (dovremmo essere noi, gli elettori, a decidere se vogliamo o no un conflitto con la Russia), e lo dovremmo decidere con un voto chiaro).
La politica dovrebbe cominciare a dirlo chiaramente agli italiani: stiamo andando verso un conflitto mondiale? Quando e chi lo ha deciso (ricordo che la Commissione Europea è espressione di cancellerie e deep state, non viene votata direttamente dai cittadini)? Abbiamo alternative?
Per capire quello che è successo oggi nel piccolo comune di Écône, nel Canton Vallese svizzero, bisogna fare un passo indietro di quasi sessant’anni. Tutto comincia con il Concilio Vaticano II, l’assemblea solenne della Chiesa cattolica tenuta tra il 1962 e il 1965, che aprì a profonde trasformazioni: la messa cominciò a essere celebrata in lingua locale anziché in latino, si aprì al dialogo con le altre religioni, cristiane e non, si riconobbe la libertà religiosa come valore, si valorizzò il ruolo dei laici. Per molti fu un rinnovamento atteso. Per altri, una rottura con la tradizione.
Tra questi ultimi c’era Marcel Lefebvre, arcivescovo francese, già missionario in Africa e superiore generale dei Padri dello Spirito Santo. Lefebvre rifiutò le riforme conciliari, le considerò un cedimento alla modernità incompatibile con la vera fede cattolica. Nel 1970 fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X — spesso indicata con la sigla FSSPX — con sede proprio a Écône, con l’obiettivo di formare sacerdoti secondo la liturgia e la dottrina tradizionali. Da allora il movimento è noto come “lefebvriani“.
Lo scisma del 1988: la prima volta
Lo scontro con Roma si fece aperto e irreversibile nel 1988. Lefebvre, anziano e malato, era convinto che la sopravvivenza della Fraternità dipendesse dalla presenza di nuovi vescovi capaci di ordinare sacerdoti e amministrare i sacramenti. Senza il mandato di papa Giovanni Paolo II — che glielo rifiutò — il 30 giugno 1988 consacrò ugualmente quattro vescovi: Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta. L’atto era canonicamente proibito. La reazione del Vaticano fu immediata: scomunica per Lefebvre, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Giovanni Paolo II lo definì un atto di disobbedienza di materia gravissima, uno scisma.
Nel corso degli anni successivi i rapporti con Roma restarono tesi ma non si interruppero del tutto. Benedetto XVI, nel 2009, revocò le scomuniche ai quattro vescovi ancora in vita, un gesto che però fu definito esplicitamente disciplinare e non dottrinale: le questioni di fondo restavano aperte. Con Papa Francesco i negoziati si erano incagliati e la porta verso una piena riconciliazione si era di fatto richiusa.
Cosa è successo oggi a Écône
Stamattina la storia si è ripetuta. Davanti a oltre 17.000 fedeli accorsi da ogni parte d’Europa e oltre, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha celebrato la consacrazione di quattro nuovi vescovi, trasmessa anche in diretta streaming. I quattro ordinati sono: Pascal Schreiber, svizzero, 53 anni; Michael Goldade, statunitense, 46 anni; Michel Poinsinet de Sivry, francese, 42 anni; e Marc Hanappier, francese, 36 anni.
La cerimonia è stata presieduta da monsignor Alfonso de Galarreta — uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988 — affiancato da monsignor Bernard Fellay come co-consacrante, anch’egli protagonista di quella prima ordinazione irregolare di trentotto anni fa. Il rito ha seguito la liturgia tradizionale in latino: l’imposizione delle mani sul capo dei candidati, la formula “Accipe Spiritum Sanctum”, il prefazio consacratorio, le parole “Comple in sacerdotibus tuis”. Da quel momento i quattro sono a tutti gli effetti vescovi, nel senso sacramentale del termine.
L’atto comporta, secondo il Codice di diritto canonico, la scomunica latae sententiae, cioè automatica, senza bisogno di un decreto formale. Essa colpisce sia chi consacra sia chi riceve la consacrazione. La comunicazione ufficiale della Santa Sede potrebbe arrivare già in giornata o comunque entro pochi giorni.
Il dilemma spiegato da Pagliarani
Nell’omelia, durata circa quaranta minuti, il Superiore Generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha illustrato le ragioni della scelta. Ha parlato di “stato di necessità“, la stessa formula usata da Lefebvre nel 1988, che nella costruzione canonica del movimento serve a giustificare un atto altrimenti illecito come risposta a una situazione di emergenza spirituale.
Pagliarani ha respinto le accuse di ribellione al Papa: «Siamo accusati di non amare il Papa, di non rispettarlo. Ma è proprio perché amiamo il Papa come Vicario di Cristo e Capo della Chiesa che non vogliamo più vedere il Papa umiliato e messo sullo stesso piano dei falsi profeti». Ha poi spiegato quello che considera il nodo irrisolvibile del confronto con Roma: «Purtroppo noi parliamo due linguaggi differenti, che diventano sempre più lontani l’uno dall’altro. Noi parliamo il linguaggio della fede, della tradizione. Davanti a noi ci troviamo il linguaggio che si colloca in un altro livello: inclusione, dialogo, accompagnamento».
Il capo della Fraternità ha anche anticipato il prezzo che il movimento è disposto a pagare: «Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa. Il sacrificio che Dio ci chiede oggi è essere trattati da ribelli». Prima dell’inizio della messa, aveva fatto leggere un documento in cui la Fraternità dichiara esplicitamente di ritenere che «eventuali pene o censure contro questo atto non abbiano nessun valore».
L’appello di Papa Leone XIV
Ieri era stata resa pubblica una lettera di Papa Leone XIV indirizzata direttamente a don Pagliarani. Il tono era pastorale e al tempo stesso fermo. Leone XIV riconosceva ai lefebvriani l’attaccamento alla liturgia, l’impegno nella formazione sacerdotale e lo zelo apostolico, ma chiedeva di fermarsi: «Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi». Il Papa avvertiva che un atto scismatico avrebbe privato i fedeli della ricezione lecita e in certi casi persino valida dei sacramenti. E concludeva: «Lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità».
Ecco il testo della lettera del Papa a don Pagliarani.
Con animo paterno desidero rivolgermi a Lei e, per mezzo Suo, ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, consapevole della responsabilità che il Signore mi ha affidato come Successore dell’Apostolo Pietro.
La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità. Ciò ha motivato l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza che i miei Predecessori vi hanno costantemente manifestato.
Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione.
La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo.
Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio.
Pagliarani aveva risposto con una lettera in cui ribadiva che la Fraternità non intende separarsi dalla Chiesa, ma servirla «come una madre in difficoltà», chiedendo al Papa di «prendere il tempo necessario» e di benedire il movimento. Un tono conciliante nelle parole, ma incompatibile nei fatti: la cerimonia è andata avanti lo stesso.
Un paradosso canonico
C’è un elemento che rende questa vicenda particolarmente intricata, anche per chi la osserva dall’esterno. I lefebvriani non vogliono creare una chiesa alternativa. Non rivendicano un territorio, non si proclamano indipendenti da Roma. Giurano fedeltà al Papa. I quattro nuovi vescovi non avranno giurisdizione su diocesi né formeranno una gerarchia parallela. Eppure l’atto compiuto è classificato dalla Chiesa come scismatico, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.
Oggi la Fraternità conta, secondo le proprie statistiche, 733 sacerdoti, 264 seminaristi, 145 fratelli e 250 suore, presenti in numerosi Paesi. Non è una realtà marginale. Ma con la consacrazione di oggi, i vescovi direttamente coinvolti incorrono nella scomunica automatica prevista dal diritto canonico, mentre la Fraternità si colloca in una posizione di rottura ancora più grave e difficile da ricomporre nei confronti di Roma.
Quando arriverà la scomunica?
La Santa Sede dovrà ora rendere formale quanto il diritto canonico ha già stabilito automaticamente. La comunicazione ufficiale della scomunica potrebbe arrivare già nelle prossime ore. Resta da vedere se, come avvenne dopo il 1988, si aprirà comunque un percorso — anche lungo e tortuoso — verso una qualche forma di dialogo, o se questa volta la rottura sarà davvero definitiva.
Roma, 30 giugno. Giuseppe Conte sceglie una iniziativa della coalizione di centrosinistra nella capitale per lanciare quello che definisce un progetto di «governo progressista». Il nome che propone suona quasi solenne: «alleanza per la Costituzione, per la democrazia». Parole che rimandano alle origini, ai valori fondativi, alle aspettative residuali che qualcosa – perlomeno – ne sia rimasto.
E qui, bisogna essere onesti: molti ex elettori del Movimento Cinque Stelle hanno smesso di credere da tempo che il voto serva davvero a qualcosa. Chi ricorda bene Grillo salire su un palco promettendo di «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» e ha poi assistito, anno dopo anno, ai grillini farsi essi stessi tonno, ormai è diventato immune alla politica. E questo è il danno più grande ereditato dall’ultima stagione cosiddetta “populista”.
All’epoca, ricordo bene che i giornali si richiamavano alla memoria del Fronte dell’uomo qualunque. Un partito senza un programma, nato per protesta, nato e sparito nel giro di pochissimi anni. La realtà non è stata esattamente quella. Bisogna prendere atto che il Movimento Cinque Stelle, nel 2026, e cioè ben 13 anni dopo l’anno in cui si presero 8 milioni di voti, nei sondaggi viene dato ancora al 14%.
Il progetto: democrazia partecipativa e programma «dal basso»
Nei giorni scorsi, a margine di una visita al Parlamento Europeo a Bruxelles, Conte aveva già anticipato i contorni dell’operazione. Aveva parlato di un lavoro «dal basso, con cittadini anche non iscritti al movimento», ispirato ai princìpi della democrazia partecipativa e deliberativa. Un programma — aveva assicurato — da completare entro l’estate, poi da condividere con le altre forze dell’opposizione, con l’obiettivo dichiarato di «durare cinque anni».
All’interno del Movimento, la senatrice Domenica Castellone ha richiamato il progetto «Nova», che secondo i pentastellati avrebbe già coinvolto centinaia di persone in tutta Italia attraverso cento punti di ascolto territoriali: «L’alternativa si costruisce partendo dalla partecipazione dei cittadini, non dalle dinamiche di palazzo». L’abbiamo già sentita mille volte, ma non è colpa sua.
Sul piano delle alleanze, il fronte progressista si presenta come un asse trilaterale tra Pd, M5S e Avs, con l’obiettivo dichiarato di allargarsi verso il centro moderato. Al tempo stesso, i parlamentari cinquestelle ribadiscono che «prima del perimetro elettorale viene il progetto» e che la coalizione può crescere solo se riesce a coinvolgere «chi non vota più, chi si sente escluso e chi non vede differenze tra le forze politiche». Ovvero gli stessi che per questi stessi motivi non li ascoltano neanche. Tutto molto casaleggino e per carità, tutto vero. Ma dove sono le intuizioni, i colpi di genio, le illuminazioni del fondatore? Senza quelli non si va da nessuna parte. E senza IL CORAGGIO che aveva il Movimento Cinque Stelle quando faceva operazioni che facevano letteralmente saltare sulle sedie quegli stessi partiti con cui oggi vanno a braccetto.
Il nodo irrisolto: le contraddizioni di un percorso accidentato
Anche senza andare così indietro nel tempo, comunque, basta guardare indietro di qualche mese. Nell’agosto 2025, Conte aveva di fatto smontato il «campo largo» con una serie di dichiarazioni che subordinavano ogni alleanza alle valutazioni contingenti del Movimento: nessun automatismo con il Pd, nessun impegno vincolante, ogni regione a fare storia a sé. Parole che avevano fatto storcere il naso anche agli alleati più pazienti.
Quale credibilità hanno, allora, le aperture di oggi rispetto alle chiusure di ieri? La domanda non è retorica. È il nucleo del problema che hanno gli elettori di partiti o movimenti che hanno una storia ormai lunga, spesso fatta di incoerenze o giravolte.
Il M5S ha cambiato posizione sull’euro, sul reddito di cittadinanza, sulle alleanze, sui vaccini, sulla guerra. Ha sostenuto governi con Lega, poi con Pd, poi con Draghi, un banchiere centrale che sarebbe stato fischiato da qualsiasi palco grillino del 2013. Ogni volta con una giustificazione in tasca, perché quella alla politica non manca mai.
Schlein e la Costituente: lo spirito evocato
A fare da sponda a Conte, poi, c’è anche lei, la segretaria del Pd: Elly Schlein, che all’annuncio dell’iniziativa avrebbe evocato lo spirito della Costituente. Una suggestione potente Un evergreen, si direbbe. E in qualche modo coerente con la proposta del nome «alleanza per la Costituzione».
Il nodo della leadership, intanto però, continua a dividere. All’interno del «cerchio primario», alcune componenti di Avs e del Pd starebbero cercando di sventare primarie che potrebbero trasformarsi in «un gioco al massacro». Tra i nomi che circolano in alternativa figurerebbero profili come quello della sindaca di Genova Silvia Salis — anche se si tratterebbe, al momento, di un’ipotesi ancora lontana da qualsiasi formalizzazione.
Jeffrey Sachs è uno degli economisti più influenti del panorama internazionale. Professore alla Columbia University e direttore del Center for Sustainable Development Solutions, è stato consigliere di tre segretari generali delle Nazioni Unite e ha affiancato, nel corso della sua carriera quarantennale, governi di ogni continente: dalla Polonia di Solidarność alla Russia di Eltsin, dall’Ucraina di Kuchma alle economie della ex Jugoslavia. Ha contribuito a progettare il sistema valutario estone, ha lavorato nei Balcani, in Africa e in America Latina. È il curatore del World Happiness Report e del Sustainable Development Report, due dei più citati indici annuali sulla qualità della vita globale. Pur avendo frequentato da vicino i vertici politici americani — il suo ex insegnante di macroeconomia è stato segretario al Tesoro degli Stati Uniti — si definisce oggi membro di nessun partito, dopo aver abbandonato i Democratici che giudica «diventati completamente guerrafondai».
È in questo ruolo di osservatore indipendente, con accesso diretto ai protagonisti delle crisi che ha vissuto in prima persona, che Sachs ha parlato di fronte a un gruppo di europarlamentari, in un incontro promosso all’interno del Parlamento europeo. Il suo intervento è diventato virale. Byoblu [3.0] ve lo propone, con un’ampia sintesi.
Il quadro geopolitico: trent’anni di unipolarismo americano
Sachs parte da una premessa che considera non ideologica ma empirica, frutto di trentasei anni di osservazione diretta: dalla caduta dell’Unione Sovietica in poi, gli Stati Uniti hanno adottato la convinzione di governare il mondo senza dover rendere conto a nessuno — né alle preoccupazioni altrui, né alle linee rosse dei vicini, né al quadro giuridico delle Nazioni Unite.
«Cheney, Wolfowitz e molti altri nomi che ormai conoscete bene», sostiene Sachs nel video, «credevano letteralmente che questo fosse ormai un mondo americano e che avrebbero fatto ciò che volevano». In questo schema, la neutralità è considerata peggio della dichiarata ostilità: un paese neutrale è «sovversivo», perché non si schiera apertamente.
Le guerre degli ultimi trent’anni — dai Balcani all’Iraq, dalla Siria alla Libia, passando per il Sudan del Sud e la Somalia — sono, nella sua lettura, guerra condotte o causate dagli Stati Uniti in misura che definirebbe «sorprendente» per molti ascoltatori. Il bombardamento di Belgrado nel 1999 per 78 giorni consecutivi, la spartizione del Sudan, il cambiamento dei confini in Kosovo: tutti episodi che Sachs inscrive in un unico progetto di unipolarità.
L’espansione della NATO e la crisi ucraina
Al centro della sua analisi c’è la questione dell’allargamento della NATO verso est, che Sachs considera una decisione politica americana formalizzata già nel 1994, quando il presidente Clinton autorizzò l’espansione verso i paesi dell’ex blocco sovietico.
Sachs ricorda che il 7 febbraio 1991, nel contesto delle trattative sulla riunificazione tedesca, il segretario di Stato James Baker III e il ministro degli Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher avevano esplicitamente garantito a Gorbaciov che la NATO non si sarebbe espansa «di un solo centimetro verso est». «Tutto ciò che vi viene detto dagli americani su questo punto è una bugia», afferma Sachs, invitando a consultare gli archivi desecretati della George Washington University, dove decine di documenti lo confermerebbero.
Nel 1997, Zbigniew Brzezinski pubblica La grande scacchiera, che Sachs non considera un testo speculativo ma la presentazione pubblica di decisioni già prese dal governo americano. In quel libro, l’espansione verso est di Europa e NATO è descritta come un progetto simultaneo e inevitabile, e Brzezinski sostiene che la Russia non avrebbe potuto fare nulla per impedirlo. «Ecco un altro stratega americano che si sbagliava completamente», commenta Sachs. «È forse una sorpresa che siamo sempre in guerra? Perché nella teoria dei giochi che i nostri strateghi applicano, non si parla mai con l’altro lato. Si decide semplicemente quale sarà la sua strategia.»
L’obiettivo strategico, nella sua lettura, affonda le radici nella geopolitica britannica ottocentesca: circondare la Russia nel Mar Nero, negarle l’accesso al Mediterraneo orientale, ridurla a potenza regionale. Ucraina, Romania, Bulgaria, Turchia e Georgia sarebbero i tasselli di questo schema, già descritto da Lord Palmerston nel 1853 e ripreso da Mackinder.
L’allargamento del 2004 ai sette paesi — tra cui i tre stati baltici — fece infuriare Mosca, che nel 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, per voce di Putin chiese esplicitamente di fermarsi. La risposta americana, nel 2008, fu l’annuncio dell’apertura della porta della NATO a Ucraina e Georgia.
Sachs racconta di aver ascoltato Mikheil Saakashvili al Council on Foreign Relations nel maggio 2008 e di essere uscito convinto che stesse per scoppiare una guerra: «Questo uomo è pazzo», avrebbe detto alla moglie. Un mese dopo, la guerra in Georgia ebbe inizio.
Sul 2014 e il Maidan, Sachs è netto: «Gli Stati Uniti lavorarono attivamente per rovesciare Yanukovich». Cita la telefonata intercettata tra Victoria Nuland e l’ambasciatore americano Geoffrey Pyatt come prova non indiretta ma diretta dell’intervento americano nella crisi politica ucraina. Aggiunge che quando arrivò a Kiev su invito del nuovo governo provvisorio per discutere della crisi economica, gli fu mostrato come il movimento fosse stato organizzato e finanziato dall’esterno: «Rivoluzione spontanea della dignità? Da dove vengono tutti questi media, questa organizzazione, questi autobus? Lo capiscono tutti tranne i cittadini europei e americani.»
Gli accordi di Minsk 2, modellati sull’autonomia dell’Alto Adige e votati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, prevedevano l’autonomia per le regioni russofone dell’est ucraino. Stati Uniti e Ucraina decisero di non darvi attuazione. Germania e Francia, garanti del processo normanno, non insistettero. «Un’altra azione unilaterale americana con l’Europa nel suo solito ruolo di sussidia inutile, pur essendo garante dell’accordo», è il commento di Sachs.
Nel dicembre 2021 tenne una lunga telefonata con Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, supplicandolo di evitare la guerra con una semplice dichiarazione pubblica: la NATO non si sarebbe allargata all’Ucraina. «Jake, dichiara che la NATO non si allargherà all’Ucraina», disse Sachs. La risposta fu: «Non possiamo dirlo pubblicamente». Commento di Sachs: «Stavi per avere una guerra per qualcosa che non sarebbe nemmeno accaduto. Non sono persone molto brillanti. Lo dico onestamente, dopo averle frequentate per più di quarant’anni.»
Sull’abbandono dei negoziati di pace del marzo 2022 — quando, a soli sette giorni dall’inizio dell’invasione, Zelensky avrebbe aperto alla neutralità — Sachs è dettagliato: «Conosco i dettagli di quella vicenda in modo esquisito perché ho parlato con tutte le parti. L’Ucraina si ritirò unilateralmente da un accordo quasi raggiunto perché gli americani glielo dissero. Boris Johnson poi aggiunse il tocco finale andando a Kiev in aprile.» Ha citato le stesse parole di Johnson, che avrebbe dichiarato esplicitamente che in gioco non c’era l’Ucraina ma l’egemonia occidentale. Secondo Sachs, da quel momento in poi circa un milione di ucraini sono morti o rimasti gravemente feriti.
Cosa dovrebbe fare l’Unione Europea: i punti centrali
È sul ruolo e il futuro dell’Unione Europea che Sachs concentra la parte più articolata e diretta del suo intervento, indirizzandosi esplicitamente ai parlamentari presenti.
L’Europa non ha una politica estera: solo russofobia
Il punto di partenza è una constatazione che definisce storica: «L’Europa non ha avuto alcuna politica estera in questo periodo che io riesca a individuare. Nessuna voce, nessuna unità, nessuna chiarezza, nessun interesse europeo. Solo lealtà americana.» L’unica eccezione che ricorda con apprezzamento è il 2003, quando Francia e Germania si opposero all’invasione dell’Iraq. Dopo di allora, silenzio.
La politica europea attuale, a suo avviso, non è una politica estera: è russofobia. «Russofobia non è realismo, non è sicurezza, non è nemmeno geopolitica elementare. È l’assenza di pensiero.» Gli stati baltici, che pure conosce bene per averli aiutati nel passato — in Estonia ricevette il secondo onore civile più alto che un presidente possa conferire a uno straniero, per aver progettato il sistema valutario nel 1992 — vengono esplicitamente invitati a smettere di adottare posizioni provocatorie verso Mosca: non vietare il russo quando costituisce la lingua madre del 25% della popolazione, non chiedere la frammentazione della Russia, non antagonizzare la Chiesa ortodossa russa.
Negoziare con Mosca, non implorare Washington di essere al tavolo
Il secondo punto è che l’Europa deve aprire un canale diplomatico diretto con la Russia, senza aspettare il permesso americano né delegare la propria politica estera a terzi. «Vi chiedo: andate a Mosca. Discutete con le vostre controparti. Siete 450 milioni di persone, avete un’economia da 20 trilioni di dollari. Dovreste essere il principale partner commerciale e naturale della Russia.» Aggiunge: «Non dovete essere nella stessa stanza degli Stati Uniti. Siete l’Europa. Dovreste stare in una stanza con l’Europa e la Russia. Se gli americani vogliono unirsi, benissimo. Ma non elemosinare.»
Invita il presidente del Consiglio europeo Costa e la leadership dell’UE ad aprire trattative dirette con Putin: «Le questioni di sicurezza europea sono sul tavolo. I leader russi che conosco sono buoni negoziatori. Dovreste negoziare con loro, e farlo bene.» Cita il ministro Lavrov, che conosce da trent’anni, definendolo un brillante ministro degli Esteri con cui valga la pena discutere.
Il punto fondamentale è che la guerra in Ucraina si avvierà probabilmente verso la conclusione non per meriti europei, ma perché Trump non vuole portare avanti una partita perdente. «Se l’Europa vuole continuare con le sue fanfare guerrafondaie, non importa. La guerra sta finendo. Toglietevelo dalla testa e dite ai vostri colleghi che è finita.» E una volta finita, aggiunge, l’Europa dovrà comunque fare i conti con la Russia da sola, perché agli americani non interesserà più.
Separare l’Europa dalla NATO
Un errore strutturale che Sachs individua con forza è la totale sovrapposizione tra identità europea e NATO: «Queste sono cose completamente diverse, ma sono diventate esattamente la stessa cosa. L’Europa è molto meglio della NATO.» A suo avviso, la NATO avrebbe dovuto essere sciolta nel 1991, dopo la fine della Guerra Fredda. Invece è diventata uno strumento di egemonia americana: «Quando l’Europa si espandeva verso est, significava automaticamente che la NATO si espandeva verso est. Queste due cose avrebbero dovuto rimanere completamente separate.»
Riguardo alla richiesta di Trump di portare le spese militari al 5% del PIL, Sachs è esplicito: «Assurdo. Ridicolo. Completamente assurdo. Nessuno ha bisogno di spendere una cifra simile.» Aggiunge che quella pressione non serve la sicurezza europea ma gli interessi commerciali americani: «Trump è un venditore di armi. Vende tecnologia e armamenti americani. Vance vi ha detto pochi giorni fa di non pensare nemmeno di avere una vostra tecnologia AI. Capite bene che questo aumento di spesa è per gli Stati Uniti, non per voi.»
Sachs si dice invece favorevole a una spesa europea del 2-3% del PIL, purché investita in una struttura di sicurezza autonoma europea, in tecnologia europea, senza che Washington detti le condizioni d’uso. Cita il caso di ASML nei Paesi Bassi — l’unico produttore mondiale di macchine per la litografia a raggi ultravioletti estremi, tecnologia fondamentale per i semiconduttori avanzati — come emblema del paradosso: «L’America determina ogni politica di ASML. I Paesi Bassi non hanno nemmeno una nota a piè di pagina. Io non cederei il controllo della sicurezza agli Stati Uniti in questo modo.»
I diplomatici europei devono fare i diplomatici
Una delle critiche più dirette riguarda la classe diplomatica europea: «I vostri diplomatici dovrebbero essere diplomatici, non segretari di guerra.» Definisce questa «la prima e più urgente regola». Critica esplicitamente il segretario generale della NATO uscente, che considera peggiore del predecessore Stoltenberg, e chiede che la NATO smetta di parlare a nome dell’Europa. «L’alto rappresentante dell’UE deve diventare un diplomatico. La diplomazia significa andare a Mosca, invitare le controparti russe qui. Questo non avviene ancora.»
Non delegare la politica estera a nessuno
Tra i messaggi più insistiti c’è quello sulla sovranità della politica estera europea: «Non consegnate la vostra politica estera a nessuno. Non agli Stati Uniti, non all’Ucraina, non a Israele. Mantenete una politica estera europea.» Ricorda che l’Europa non ha bisogno di avere l’Ucraina nella stanza quando discute con la Russia, proprio come non ha bisogno di chiedere il permesso americano per aprire un canale diplomatico.
La «Finlandizzazione» come modello positivo
Rispondendo a una domanda sulla neutralità, Sachs rovescia il senso negativo con cui il termine «Finlandizzazione» viene spesso usato: «La Finlandizzazione ha portato la Finlandia al primo posto nel World Happiness Report, anno dopo anno. Ricca, di successo, felice e sicura. Questo prima della NATO.» Fa lo stesso con la neutralità austriaca del 1955: «L’esercito sovietico se ne andò e l’Austria è un posto meraviglioso.» La conclusione è che mantenere uno spazio neutro tra l’apparato militare americano e la Russia sarebbe stato — e potrebbe ancora essere — la scelta più saggia per i paesi della regione.
Sul Medio Oriente e la Cina
Nel corso dell’intervento Sachs tocca anche altri dossier. Sul Medio Oriente, sostiene che gli Stati Uniti abbiano consegnato la propria politica estera a Netanyahu «trent’anni fa», e che la lobby israeliana domini la politica americana in modo che definisce «molto pericoloso». Ritiene Netanyahu un criminale di guerra regolarmente incriminato dalla Corte penale internazionale e afferma che l’unico ostacolo alla soluzione dei due Stati per la Palestina sia il veto americano al Consiglio di Sicurezza dell’ONU: «Se volete avere influenza, dite agli Stati Uniti di togliere il veto. Siete insieme a 180 paesi del mondo.»
Sulla Cina, il messaggio è sintetico: «La Cina non è un nemico. È semplicemente una storia di successo. Ed è per questo che gli Stati Uniti la considerano un nemico: perché la Cina ha un’economia più grande di quella americana. Tutto qui.»
La prospettiva di lungo periodo
Nel chiudere il suo intervento, Sachs adotta un tono meno analitico e più programmatico. Sostiene che il mondo si trovi nel mezzo del più grande avanzamento tecnologico della storia umana — dall’intelligenza artificiale alla biologia molecolare, dall’energia rinnovabile alla genomica — e che ci siano tutte le condizioni per un’«era di abbondanza» se si abbandonasse la logica del conflitto. «Non siamo in conflitto con la Cina. Non siamo in conflitto con la Russia. Se ci calmiamo, il lungo periodo è molto positivo.» Secondo Sachs, non esistono ragioni profonde per nessun conflitto attuale: ogni guerra che ha studiato è «semplicemente un errore».
L’invito finale all’Europa è di dotarsi di una visione positiva condivisa, costruita sul diritto internazionale, sull’integrazione regionale, sulla diplomazia attiva con l’ASEAN, sull’accordo verde, sulla qualità della vita che i suoi indicatori collocano ai vertici mondiali. «Se il mondo assomigliasse di più all’Europa, sarebbe un posto più felice, più pacifico, più sicuro, con una vita più lunga e un cibo migliore.»
Mentre l’Europa accelera i propri programmi di riarmo e i vertici della Nato discutono apertamente di una possibile futura guerra con la Russia, cresce la preoccupazione tra storici e analisti per una traiettoria che sembra sostituire la diplomazia con un pericoloso gioco al rialzo. È questo il quadro tracciato da Ray McGovern, ex analista della CIA, e dallo storico Peter Kuznick, professore associato di storia all’American University di Washington D.C. e direttore dell’Istituto sugli studi nucleari, in una conversazione pubblicata ieri da Consortium News, nell’ambito del programma The World This Week condotto dal direttore Joe Lauria.
I due esperti concordano su un punto fondamentale: il rischio più grave non è tanto la guerra in sé, quanto la progressiva normalizzazione dello scontro diretto tra potenze nucleari. «Stiamo pianificando la nostra stessa estinzione come specie», ha dichiarato Kuznick — un’affermazione che i due analisti considerano il vero monito del momento.
Putin frena, ma le pressioni interne crescono
McGovern sostiene che, nonostante le crescenti provocazioni, Mosca abbia sinora cercato di evitare uno scontro diretto con la Nato. A suo avviso, il Cremlino è consapevole che colpire obiettivi sul territorio dell’Alleanza potrebbe innescare un’escalation incontrollabile. La Russia, argomenta l’ex funzionario CIA, punta a conseguire i propri obiettivi all’interno dell’Ucraina senza fornire alle capitali occidentali un pretesto per allargare il conflitto.
Kuznick condivide l’analisi sulla moderazione di Putin, ma avverte che la moderazione da sola non basta a garantire la stabilità. Le infrastrutture russe continuano a essere colpite da attacchi con droni condotti in profondità nel territorio russo, le pressioni interne a Mosca si intensificano e voci influenti nel paese comincerebbero a invocare rappresaglie più dure contro le strutture europee che supportano le operazioni militari ucraine. In questo contesto, rileva Kuznick, il rischio di un errore di calcolo da parte di uno qualsiasi degli attori coinvolti aumenta con ogni nuovo ciclo di escalation.
Il crollo della diplomazia
Uno dei temi ricorrenti nell’analisi è la progressiva marginalizzazione della diplomazia. Anziché cercare soluzioni negoziali, molti leader europei inquadrano ormai il conflitto come uno scontro di lungo periodo che richiede aumenti sostenuti delle spese militari. I budget per la difesa si espandono, la retorica si fa più aggressiva, e gli spazi per il dialogo si restringono.
Kuznick richiama a questo proposito il celebre ammonimento del presidente americano Dwight Eisenhower sul complesso militare-industriale: la deviazione di risorse pubbliche verso la produzione bellica — a scapito di sanità, istruzione e politiche sociali — rappresenta una trasformazione strutturale in atto nell’intero continente europeo. McGovern cita invece la lezione di John F. Kennedy: «Costringere un’altra potenza nucleare a scegliere tra l’umiliazione e l’uso di armi nucleari è un colossale fallimento della diplomazia».
La variabile cinese sull’Europa orientale
In questo quadro già instabile si inserisce un elemento che merita attenzione: la crescente presenza militare cinese sul fianco orientale della Nato. Secondo un’analisi del think tank China Observers, su 22 Paesi dell’Europa centro-orientale ben 20 ospitano addetti militari cinesi accreditati. Le uniche eccezioni sarebbero Kosovo e Lituania, per ragioni legate a dispute diplomatiche con Pechino.
Ufficialmente questi funzionari si occupano di cooperazione istituzionale, ma studi occidentali evidenziano come il loro ruolo comprenda anche attività di raccolta informativa e analisi strategica. La Serbia, partner privilegiato della Cina nei Balcani, ha acquisito negli anni scorsi droni e sistemi di difesa aerea di produzione cinese. Nell’estate del 2025 i due paesi avrebbero tenuto l’esercitazione congiunta denominata “Guardian of Peace”, suscitando preoccupazioni in diverse capitali europee. Esercitazioni cinesi con la Bielorussia nei pressi del confine polacco, nel 2024, sarebbero state interpretate come un segnale deliberatamente rivolto alla Nato.
Pechino, dunque, osserva da vicino l’evoluzione del conflitto in Ucraina e il rafforzamento del dispositivo atlantico, trasformando l’Europa orientale in un osservatorio strategico privilegiato. Una variabile che complica ulteriormente un quadro già segnato da equilibri fragili.
Il rischio della normalizzazione
Nell’analisi di McGovern e Kuznick, il vero pericolo non risiede nell’intenzione deliberata degli attori di scatenare una guerra totale. La storia, ricordano entrambi, insegna che i conflitti spesso si allargano non perché qualcuno lo voglia, ma perché cicli ripetuti di ritorsioni, pressioni politiche e calcoli sbagliati erodono progressivamente le possibilità di una soluzione pacifica.
La preoccupazione principale resta quella di una generazione di leader sempre più disposta a considerare normale il confronto militare tra stati dotati di armi nucleari — una normalizzazione che solo pochi anni fa sarebbe stata giudicata avventata e troppo pericolosa. Invertire questa traiettoria attraverso la diplomazia rimane la sfida decisiva del momento. Se e come i governi coinvolti siano in grado o disposti a raccoglierla è tutta un’altra storia.
Secondo il sondaggio Swg diffuso ieri, il panorama politico italiano registra movimenti significativi che mettono in discussione gli equilibri interni al centrodestra. Fratelli d’Italia rimane il primo partito, ma cede lo 0,4% rispetto alla settimana precedente, scendendo al 27,3%. Il Partito Democratico di Elly Schlein si conferma secondo con il 21,8%, invariato rispetto al rilevamento precedente. La vera notizia del sondaggio è però altrove: Futuro Nazionale, il partito fondato dall’ex generale Roberto Vannacci, cresce dello 0,3% e raggiunge il 5,6%, superando per la prima volta la Lega di Matteo Salvini, ferma al 5,4%.
Il quadro completo: M5S cresce, Forza Italia e AVS perdono
Tra gli altri partiti, il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte segna un lieve progresso, guadagnando lo 0,1% e attestandosi al 13,3%. Forza Italia perde invece lo 0,2% e scivola al 7,2%, mentre Verdi e Sinistra arretrano anch’essi, ora al 6,4%. Più distaccati i partiti minori: Azione di Carlo Calenda si ferma al 3,5%, Italia Viva di Matteo Renzi al 2,4%, seguiti da +Europa (1,5%), Noi Moderati (1,2%), Sud chiama Nord e Avanti Psi entrambi all’1%.
Il “rebus Vannacci” e le tensioni nel centrodestra
L’ascesa di Futuro Nazionale non è soltanto un dato numerico: solleva interrogativi politici di fondo che riguardano direttamente la tenuta della coalizione di governo. Secondo quanto riportato da Euronews Italia, per Giorgia Meloni il generale Vannacci rappresenta un «rebus politico» difficile da ignorare. Il Presidente del Consiglio avrebbe inviato segnali indiretti anche alla Lega e a Forza Italia, riluttanti sul tema della legge elettorale, richiamandole a una strategia di «voto utile in vista del Colle», stando a quanto riferisce La Stampa.
Il nodo è tutt’altro che secondario. Futuro Nazionale si è costruito attingendo in larga misura all’elettorato leghista, erodendo consensi proprio alla Lega in un momento già difficile per Salvini. Se da un lato questo processo indebolisce un alleato di governo, dall’altro potrebbe rafforzare indirettamente il Partito Democratico, che osserva la frammentazione del centrodestra senza dover fare nulla.
Una crescita che spacca il centrodestra
La traiettoria di Vannacci merita attenzione critica. Il partito cresce settimana dopo settimana in modo costante, ma lo fa a spese principalmente della Lega, che nel giro di pochi mesi ha visto assottigliarsi il proprio spazio elettorale. Questo scenario, se confermato dalle urne, potrebbe rivelarsi paradossalmente vantaggioso per le opposizioni: una destra più frammentata, con un nuovo soggetto capace di togliere voti ai partiti della coalizione, renderebbe più complicata la costruzione di una maggioranza compatta.
Per Giorgia Meloni siamo a un bivio: assecondare la crescita di Vannacci rischia di incoraggiare un concorrente interno, ma ostacolarlo apertamente potrebbe alienarle una fetta di elettorato (cosiddetta nazional-populista) che FdI non può permettersi di perdere. Voi che fareste?
WhatsApp ha annunciato nella giornata di martedì 30 giugno 2026 l’introduzione di una nuova funzionalità che permetterà ai propri utenti di comunicare attraverso un nome utente personalizzato, senza dover necessariamente rivelare il proprio numero di telefono. La novità interessa potenzialmente i tre miliardi di persone che utilizzano la piattaforma di messaggistica di proprietà di Meta.
Come funzionerà il sistema dei username
Secondo quanto comunicato dall’azienda, la nuova opzione è stata progettata per offrire agli utenti un livello aggiuntivo di controllo su chi può contattarli. In pratica, sarà possibile condividere un identificativo testuale — il nome utente — al posto del numero di cellulare, che rimarrà così privato anche nei confronti di nuovi contatti o persone sconosciute.
Si tratta di un cambiamento significativo rispetto alla logica con cui WhatsApp ha sempre funzionato: dall’uscita della piattaforma, il numero di telefono è stato l’unico e indispensabile identificatore per avviare una conversazione. Il nuovo sistema si avvicinerebbe invece al modello già adottato da altri servizi di messaggistica concorrenti, come Telegram o Signal, che da tempo consentono profili con username.
Disponibile anche in Italia: aperte le prenotazioni
Stando a quanto riportato da La Stampa, la funzione è attesa a breve anche nel mercato italiano. Sarebbe già aperta la possibilità di prenotare un nome utente, in attesa del rilascio ufficiale della funzionalità. I dettagli tecnici relativi alla gestione dei username — come la possibilità di modificarli, la loro unicità o eventuali regole di assegnazione — non sono stati ancora resi noti in modo completo da parte di Meta.
Privacy e controllo: il contesto della novità
La mossa si inserisce in un dibattito più ampio sulla tutela della privacy nelle comunicazioni digitali. Negli ultimi anni, la pressione da parte di utenti e regolatori — in particolare in Europa, dove il GDPR impone standard rigorosi sul trattamento dei dati personali — ha spinto le grandi piattaforme a rivedere le proprie politiche di gestione delle informazioni sensibili. Il numero di telefono, in quanto dato direttamente collegabile all’identità anagrafica di una persona, rappresenta uno degli elementi più delicati sotto questo profilo.
Introdurre la possibilità di interagire senza esporre tale dato potrebbe rispondere tanto a esigenze di sicurezza personale — si pensi a chi teme molestie o stalking — quanto a una domanda crescente di separazione tra identità digitale e identità reale.
Tempi
Non è ancora chiaro se e quando il numero di telefono resterà comunque necessario in fase di registrazione o se WhatsApp intenda in futuro renderlo opzionale anche in quel passaggio. Meta non ha fornito, al momento della pubblicazione, indicazioni precise sui tempi di rilascio globale della funzione né sulle modalità di transizione per gli utenti già registrati.
L’attentato compiuto ieri nel Principato di Monaco ha ferito Vadym Ermolaev, 58 anni, imprenditore ucraino noto come l’ex «re di Dnipro». Il nome di Ermolaev non è nuovo alle cronache: nel dicembre 2023 era già finito al centro di un provvedimento governativo firmato dal presidente Volodymyr Zelensky, che aveva disposto il congelamento dei suoi beni per dieci anni su impulso del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU).
Un impero costruito negli anni del dopo-Urss
Origini a Dnipro, uno dei principali poli industriali del Paese, e passaporto cipriota dal 2017: Ermolaev è, per molti versi, un prodotto tipico della stagione di transizione post-sovietica. Nella metà degli anni Novanta, quando l’economia ucraina si stava convertendo alle regole del mercato, fonda il gruppo Alef, destinato a diventare un conglomerato attivo in settori molto diversi tra loro: sviluppo immobiliare, edilizia, agroalimentare, produzione e distribuzione di bevande alcoliche.
Sotto il marchio Alef Estate nascono alcuni dei simboli architettonici della Dnipro moderna: il centro commerciale Most-City, il complesso residenziale e commerciale Cascade Plaza, il business center Bosphorus. Parallelamente, Ermolaev diventa uno dei principali sostenitori della comunità ebraica locale, finanziando tra l’altro il complesso religioso della sinagoga Golden Rose, in collaborazione con il movimento Chabad-Lubavitch. Nel 2021 Forbes lo inserisce tra le cento persone più ricche d’Ucraina.
Le sanzioni del 2023 e l’accusa di legami con la Russia
Il punto di svolta nella vicenda di Ermolaev arriva il 23 dicembre 2023, quando Zelensky firma il decreto presidenziale n. 850/2023, che recepisce una decisione del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa. Il provvedimento applica sanzioni personali della durata di dieci anni, con congelamento dei beni.
A muoversi non è la presidenza di propria iniziativa, ma l’SBU, l’intelligence interna ucraina: una circostanza che, secondo gli osservatori, segnala come il caso Ermolaev sia stato classificato come questione di sicurezza nazionale. Stando alle accuse formulate dai servizi segreti di Kiev, alcune società riconducibili all’imprenditore avrebbero continuato a operare in Crimea anche dopo l’annessione della penisola alla Russia nel 2014, adeguandosi alla legislazione di Mosca e versando le imposte alle autorità russe.
Ermolaev ha contestato il decreto davanti alla Corte Suprema ucraina, ma i ricorsi presentati sono stati respinti e i giudici hanno confermato la legittimità delle misure restrittive.
Il contesto: la guerra e la caccia agli oligarchi
La vicenda si inserisce in un quadro più ampio. Dall’inizio dell’invasione su larga scala della Russia in Ucraina, avviata nel febbraio 2022, il governo di Kiev ha moltiplicato i procedimenti contro uomini d’affari accusati di mantenere rapporti economici con Mosca o con i territori occupati. Le sanzioni a carico di Ermolaev rientrano in questa stagione di stretta, che ha colpito figure con profili molto diversi e ha sollevato, in alcuni casi, interrogativi sull’effettiva proporzionalità delle misure e sulle garanzie processuali.
L’attentato di ieri a Monaco — le cui circostanze e mandanti restano ancora da accertare — riporta all’attenzione internazionale una figura che si trovava già al crocevia tra affari, politica e sicurezza. Le autorità monegasche e quelle ucraine non hanno, fino a questo momento, rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’identità o sulle eventuali motivazioni dei responsabili.