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  • Dopo gli 85 anni saremo soli e abbandonati. Ma in parte ce la saremo cercata. Ecco perché.

    Dopo gli 85 anni saremo soli e abbandonati. Ma in parte ce la saremo cercata. Ecco perché.

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    Un anziano su due, superata la soglia degli 85 anni, vive in completa solitudine. È uno dei dati più duri contenuti nel Rapporto Censis «Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani», presentato ieri a Roma. Una fotografia che non ritrae semplicemente un fenomeno demografico, ma il risultato concreto di decenni di scelte culturali e sociali che hanno progressivamente smontato i legami comunitari e familiari allargati a favore di un modello di vita sempre più individuale.

    I dati: fragilità raddoppiata, autosufficienza in caduta libera

    Il 36,6% degli italiani con almeno 65 anni dichiara di aver bisogno di aiuto nella vita quotidiana. Vent’anni fa quella percentuale si fermava al 18,3%: si è dunque esattamente raddoppiata nel giro di due decenni. Nel dettaglio, al 31,7% degli anziani capita di tanto in tanto di necessitare supporto, mentre al 4,9% succede spesso, con difficoltà marcate nelle attività ordinarie. Soltanto il 62% degli intervistati si dichiara totalmente autosufficiente, contro il 78,8% del 2006: quasi 17 punti percentuali perduti in vent’anni.

    L’Italia è oggi il Paese più vecchio dell’Unione europea: gli over 65 rappresentano il 25,1% della popolazione totale. Le proiezioni Censis al 2050 indicano che supereranno i 18,9 milioni, equivalenti al 34,6% degli italiani: più di uno su tre. Nello stesso arco temporale — tra il 1951 e il 2025 — i minori fino a 17 anni sono diminuiti del 38,8%, i giovani tra 18 e 34 anni del 18,9%, mentre gli over 65 sono cresciuti del 248,6%.

    La solitudine come condizione strutturale

    Il 29,5% degli over 65 vive da solo. La percentuale sale al 37% tra chi ha superato i 75 anni e raggiunge il 49,9% oltre gli 85. Più di sei anziani su dieci (62,3%) riferiscono di sentirsi soli, e per l’8,9% questa condizione è costante o frequente.

    Eppure questi numeri non emergono dal nulla. Sono il precipitato di un modello sociale costruito mattone dopo mattone nell’arco di decenni: l’individualismo come valore, la casa propria come traguardo esistenziale, la famiglia mononucleare come unità minima e sufficiente. Un modello che ha funzionato finché tutti erano giovani e in salute, ma che mostra oggi tutta la sua fragilità strutturale quando i corpi invecchiano e i legami si assottigliano.

    La famiglia resta formalmente il primo argine: in caso di necessità, il 52,7% degli anziani conta sui figli, il 49,6% su coniuge o convivente, il 16% su altri parenti. Ma il 7,8% non ha nessuno su cui fare affidamento. E soltanto l’1,9% può contare su infermieri o assistenti domiciliari del servizio pubblico — una cifra che dice tutto sullo stato dell’assistenza territoriale in Italia.

    Quando la cura diventa merce

    Il 7% degli anziani ricorre a badanti private. Una figura diventata strutturale non per scelta, ma per necessità: perché le famiglie si sono fatte piccole, disperse, impegnate ciascuna nella propria sopravvivenza economica. Baby sitter, badanti, case di riposo, asili nido: servizi che fino a qualche generazione fa non servivano perché esistevano famiglie allargate in cui ciascuno contribuiva alla cura degli altri — bambini, malati, anziani. Famiglie in cui gli stipendi e le pensioni erano risorse condivise, non bilanci individuali.

    Oggi quella rete non c’è più, o quasi. E al suo posto si è sviluppato un mercato della cura che molti non riescono a permettersi. Il Rapporto Osservasalute 2025 avverte che nei prossimi dieci anni gli anziani aumenteranno di 1,6 milioni e quelli con più patologie croniche di oltre un milione, mentre «le famiglie saranno sempre più piccole e anziane». Il sistema di welfare, già sotto pressione, rischia di non reggere.

    La paura della dipendenza, non della morte

    C’è un dato del rapporto Censis che colpisce più di altri: l’82,8% degli anziani dichiara che la sua paura principale è dipendere dagli altri. La morte spaventa il 33,5%. Solo il 16,5% vorrebbe vivere fino a 120 anni. Conta la qualità, non la durata. E conta soprattutto preservare l’autonomia — in un sistema che però offre sempre meno strumenti per farlo.

    Per il 69,4% degli intervistati, il vero discrimine non è l’età anagrafica: si diventa anziani quando si perde l’autosufficienza. Non a 65 anni per decreto, ma quando il corpo o la rete di relazioni cedono. E sempre più spesso, oggi, cedono insieme.

    Un modello culturale da rimettere in discussione

    Il rapporto Censis — ma anche i dati dell’Osservatorio Salute, Benessere e Resilienza della Fondazione RiES, che segnala un Indice di Vicinanza della Salute ai minimi storici dal 2010 con crescente isolamento sociale tra gli over 65 — descrive le conseguenze di un sistema che ha premiato l’individualismo come stile di vita e ora ne conta i costi sociali e umani.

    Non era inevitabile. In molte culture il progetto familiare è ancora concepito come collettivo: risorse condivise, cura distribuita, abitazioni che accolgono più generazioni. E parliamo di economie più sviluppate delle nostre, ma con una diversa gerarchia di valori. Quella via di mezzo tra autonomia individuale e responsabilità collettiva non è mai stata seriamente esplorata in Italia. E i numeri del 2026 mostrano quanto costi ignorarla.

    Senza un ripensamento strutturale delle politiche di welfare, abitative e del modello di cura, la crescita delle fragilità tra gli anziani è destinata a trasformarsi in un’emergenza sociale senza precedenti.

    E quegli anziani non sono solamente i nostri genitori e i nostri nonni: siamo noi, fra qualche anno che passa come un battito di ciglia.


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  • Sabotaggio Nord Stream, procura tedesca: “Sono stati gli ucraini”. Un danno enorme per le nostre tasche: e ancora gli mandiamo soldi?

    Sabotaggio Nord Stream, procura tedesca: “Sono stati gli ucraini”. Un danno enorme per le nostre tasche: e ancora gli mandiamo soldi?

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    Oggi, a quasi quattro anni dalle esplosioni che la notte del 26 settembre 2022 distrussero tre delle quattro condotte del gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico, la procura federale tedesca ha compiuto un passo decisivo: ha formalizzato un atto d’accusa contro un cittadino ucraino, identificato come Serhii K. — il cui nome completo sarebbe Sergei Kuznetsov, secondo Il Messaggero — ritenuto coordinatore dell’operazione di sabotaggio. Ma soprattutto, stando a quanto riferisce l’agenzia AFP citando fonti vicine all’indagine, i magistrati tedeschi ritengono che l’attacco non sia stato l’iniziativa autonoma di un gruppo irregolare: fu commissionato dalle autorità ucraine. Avete capito bene.

    L’atto d’accusa è stato depositato dinanzi alla Sezione per la sicurezza dello Stato della Corte d’Appello Anseatica di Amburgo. L’imputato dovrà rispondere di attacco a infrastrutture energetiche civili — qualificato come crimine di guerra dal diritto penale internazionale — oltre che di provocazione di esplosione e distruzione di opere edilizie. Il dibattimento dovrebbe aprirsi in autunno.

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    Chi è Serhii K. e come è stato arrestato

    Secondo la ricostruzione degli inquirenti, riportata concordemente da ARD, Süddeutsche Zeitung e Die Zeit, Serhii K. era a capo del commando ucraino e al timone dello yacht a vela Andromeda, noleggiato nel porto di Rostock con documenti contraffatti. L’imbarcazione avrebbe trasportato esplosivi e attrezzature subacquee fino alle acque nei pressi dell’isola danese di Bornholm, dove sommozzatori avrebbero posizionato cariche artigianali — a base di esogeno (RDX) e ottogeno (HMX), esplosivi di uso militare — a circa ottanta metri di profondità.

    L’uomo è stato arrestato il 21 agosto 2025 a Rimini, mentre era in vacanza in Italia, ed estradato in Germania nel settembre successivo. Durante la detenzione cautelare ad Amburgo, avrebbe parlato al telefono degli attentati con familiari e conoscenti, fornendo agli investigatori — stando ai media tedeschi — ulteriori elementi a suo carico. Tracce sul cellulare e dati dei controlli di frontiera della polizia polacca hanno contribuito a chiudere il cerchio.

    La catena di comando, secondo gli atti investigativi citati da Il Messaggero, risalirebbe al colonnello Roman Chervinsky, indicato come responsabile della logistica operativa, il quale avrebbe agito sotto la supervisione dell’allora comandante in capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny. Entrambi negano ogni coinvolgimento. Quanto al presidente Volodymyr Zelensky, ovviamente gli atti non chiariscono se fosse stato informato: in passato aveva dichiarato pubblicamente che l’Ucraina non aveva «nulla a che fare» con il sabotaggio. Ma è credibile che il Presidente di un paese in guerra, che ogni giorno fa proclami sul successo delle attività militari, non sia a conoscenza del sabotaggio dei suoi apparati nei confronti delle infrastrutture strategiche?

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    Il conto lo pagano le famiglie italiane

    Ora permettete una domanda brutalmente semplice: chi ha pagato il prezzo più alto di quella notte di settembre 2022?

    La risposta la conoscete: l’hanno pagato le famiglie italiane. L’abbiamo pagato noi.

    Prima delle esplosioni, il Nord Stream 1 copriva circa la metà del fabbisogno annuo di gas naturale della Germania, e attraverso il mercato europeo integrato influenzava i prezzi dell’energia in tutta la zona euro, Italia inclusa. Il Nord Stream 2, già riempito di gas, non era mai entrato in commercio ma rappresentava una riserva strategica. La sua distruzione, insieme a quella di tre condotte del Nord Stream 1, ha tolto all’Europa una fonte di approvvigionamento che non è stata sostituita a costi equivalenti.

    I numeri parlano da soli. Secondo i dati di Eurostat, il prezzo del gas naturale per i consumatori domestici italiani è più che raddoppiato tra il 2021 e il picco del 2022-2023, con incrementi medi annui sulla bolletta del gas che, per una famiglia tipo, hanno superato i 1.500 euro annui in più rispetto al periodo pre-crisi. Anche oggi, nel 2026, nonostante un parziale rientro dei prezzi, le tariffe energetiche italiane restano strutturalmente più alte rispetto a quelle di paesi come gli Stati Uniti — dove il gas di scisto ha mantenuto i prezzi domestici a livelli storicamente bassi — o la Turchia, che ha continuato ad approvvigionarsi da Mosca a condizioni di favore, o ancora diversi paesi asiatici che non hanno aderito alle sanzioni e acquistano energia russa a prezzi scontati.

    I danni alle infrastrutture sono stati stimati in circa venti miliardi di dollari. Ma il costo reale — quello spalmato sulle bollette di milioni di famiglie europee — è incalcolabile.

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    E noi continuiamo a mandare miliardi a Kiev

    Se le autorità ucraine hanno ordinato la distruzione di un’infrastruttura energetica che ha impoverito i cittadini europei, perché questi ultimi continuano a finanziare Kiev con miliardi di euro?

    L’Italia, dall’inizio del conflitto a oggi, ha stanziato oltre cinque miliardi di euro in aiuti all’Ucraina, tra forniture militari, sostegno finanziario e assistenza umanitaria. Il Parlamento ha approvato ogni decreto con la stessa logica: «solidarietà», «difesa dei valori europei», «resistenza all’aggressore». Argomenti che suonano diversamente oggi, quando la procura di un paese alleato — la Germania — certifica in un atto giudiziario formale che quelle stesse autorità alle quali mandiamo i nostri soldi hanno pianificato e ordinato la distruzione di un’infrastruttura che ci ha impoverito. Non hanno danneggiato Putin: hanno danneggiato noi!

    Nessun governante italiano ha chiesto spiegazioni pubbliche a Kiev. Nessuno ha sospeso anche solo temporaneamente gli aiuti in attesa di chiarezza giudiziaria. Nessuno ha posto la questione in sede europea. Draghi, Meloni, i ministri degli Esteri che si sono succeduti: tutti in fila ordinata a rinnovare gli impegni di sostegno, mentre le famiglie italiane pagavano le bollette.

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    Serve un processo pubblico, non solo ad Amburgo

    Il processo che si aprirà in autunno ad Amburgo a carico di Serhii K. è un atto di civiltà giuridica. Ma non basta. Ciò che manca è una resa dei conti politica, non solo penale.

    Chi in Europa ha avallato, tacitamente o esplicitamente, un’operazione che ha colpito le proprie infrastrutture e i propri cittadini? Chi sapeva e ha taciuto? Chi ha continuato a finanziare un paese alleato sapendo — o potendo ragionevolmente sospettare — il suo coinvolgimento nel sabotaggio?

    Queste domande non sono antiucraine e non sono filo-russe. Sono domande che ogni cittadino europeo ha il diritto di fare alla politica. E la politica ha il dovere di rispondere, non di trincerarsi dietro la solidarietà atlantica come fosse un salvacondotto da ogni responsabilità.

    La Polonia ha già rifiutato di estradare un secondo indagato, con un tribunale di Varsavia che ha giudicato il sabotaggio un «atto militare in tempo di guerra» — una posizione che la dice lunga sulle fratture che si aprono anche tra alleati quando si tocca questo dossier.

    Noi chiediamo qualcosa di più semplice: trasparenza, responsabilità, e una risposta onesta ai cittadini che pagano le bollette. Se i governi europei non sono in grado di fornirla, il voto resta ancora nelle mani di chi accende il riscaldamento ogni mattina e guarda il contatore girare.

    Chi vuole davvero ancora mettere nel suo programma politico il finanziamento di Kiev, dovrà contribuire alle spese pagando il suo prezzo. Il conto glielo presenteranno le urne.


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  • Vigilanza Rai: l’opposizione si dimette in blocco. Ma il copione è sempre quello: la Rai è della politica, non dei cittadini.

    Vigilanza Rai: l’opposizione si dimette in blocco. Ma il copione è sempre quello: la Rai è della politica, non dei cittadini.

    Nella mattina di oggi tutti i componenti dell’opposizione nella Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno rassegnato le proprie dimissioni. Ad andarsene sono i rappresentanti di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Italia Viva, insieme alla presidente della commissione bicamerale stessa, Barbara Floridia del M5S. Una rottura formale e simbolica con un organismo che da settimane era di fatto paralizzato.

    Le parole di Floridia: «Manca persino il pudore»

    Floridia ha affidato ai social la spiegazione del gesto. «Perché oggi? Perché la misura è colma», ha scritto. «Perché manca un anno alle elezioni e servirebbe una Commissione attiva e vigile sul servizio pubblico, perché manca persino il pudore di nascondere ciò che sta accadendo. Io non sono disposta a trascorrere l’ultimo anno di questa legislatura assistendo impotente alle richieste di audizioni da parte delle opposizioni sistematicamente bocciate dalla maggioranza per impedire di fare domande, di pretendere risposte, di chiedere conto a chi sta gestendo la Rai».

    Secondo l’ex presidente, la maggioranza avrebbe usato i numeri in commissione per bloccare sistematicamente qualsiasi tentativo di controllo reale sulla gestione del servizio pubblico radiotelevisivo.

    Un precedente già nell’aria

    L’ipotesi di dimissioni di massa non era nuova. Già nel febbraio 2025, la tentazione di azzerare la Vigilanza per sbloccare uno stallo ormai cronico circolava sia tra le fila dell’opposizione sia, in modo più sotterraneo, in quelle della maggioranza. Il precedente storico citato in quell’occasione era quello dell’ex senatore Riccardo Villari, che nel 2009 si dimise dalla presidenza della stessa commissione in circostanze analoghe di paralisi istituzionale.

    La Rai e il nodo mai sciolto della lottizzazione

    Le dimissioni di oggi non cadono nel vuoto. Cadono su un terreno che da decenni presenta le stesse caratteristiche: una televisione pubblica che risponde prima agli equilibri di partito e poi — molto dopo — agli interessi dei cittadini che la finanziano obbligatoriamente attraverso il canone in bolletta.

    Non è la prima volta che la Rai finisce al centro di polemiche per episodi che vanno ben oltre la normale dialettica politica. Vale la pena ricordare il caso di Marc Innaro, l’inviato a Mosca allontanato perché la sua narrazione non si allineava alla vulgata occidentale sul conflitto russo-ucraino. Vale la pena ricordare le pressioni di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, sulla Rai che hanno impedito a Massimo Giletti di intervistare Vladimir Solovyev, intervista che poi fece Byoblu in televisione, ricavandone una interrogazione alla Commissione UE a firma Picierno, che chiedeva l’oscuramento dell’emittente. Episodi che, al di là delle ricostruzioni parziali, fotografano un sistema in cui il confine tra servizio pubblico e strumento politico è sistematicamente poroso.

    Un balletto double face

    Sarebbe ingenuo presentare le dimissioni di oggi come un atto di purezza democratica. La politica italiana conosce bene questi copioni: con la maggioranza e l’opposizione a parti inverse, il balletto sarebbe andato in scena esattamente allo stesso modo. Chi governa usa la Rai, chi è all’opposizione protesta. Poi si alternano, e i ruoli si invertono. La macchina, però, non cambia mai.

    Il problema non è chi siede oggi alla Vigilanza o chi si dimette. Il problema è strutturale: finché la Rai resterà agganciata al carro della politica, ogni commissione di vigilanza sarà solo il campo di battaglia su cui i partiti si combattono per il controllo dell’informazione. A pagare il conto, come sempre, sono i contribuenti — con il canone in bolletta — e i cittadini che cercano informazione pubblica affidabile e trovano, invece, propaganda di turno.


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  • Germania contro Google: piena responsabilità sui contenuti generati da AI Overviews durante le ricerche.

    Germania contro Google: piena responsabilità sui contenuti generati da AI Overviews durante le ricerche.

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    Il Tribunale Regionale di Monaco di Baviera I ha emesso, il 28 maggio 2026, un’ordinanza ingiuntiva nei confronti di Google che potrebbe riscrivere le regole della responsabilità legale per i sistemi di intelligenza artificiale in Europa. Con il provvedimento n. 26 O 869/26, ottenuto su istanza di due case editrici monacensi assistite dallo studio legale Lausen, il giudice ha stabilito che gli AI Overviews — i riassunti generati automaticamente dall’AI e mostrati in cima ai risultati di ricerca di Google — non sono equiparabili ai tradizionali risultati di un motore di ricerca, ma costituiscono dichiarazioni autonome e originali dell’azienda. Come tali, Google ne risponde in prima persona.

    La vicenda nasce dalla scoperta, da parte delle due case editrici, che interrogando il motore di ricerca con i propri nomi aziendali, gli AI Overviews restituivano riassunti in cui le loro attività venivano associate a truffe, pratiche commerciali scorrette e cosiddette “trappole degli abbonamenti”. Secondo quanto accertato dal tribunale, l’intelligenza artificiale aveva mescolato informazioni relative ad altre società — queste sì effettivamente oggetto di indagini — con i dati delle ricorrenti, costruendo collegamenti che non comparivano in nessuna delle fonti citate dal sistema. Le due editrici avevano inizialmente inviato a Google una lettera di diffida formale, rimasta senza risposta adeguata, prima di ricorrere in via d’urgenza al tribunale.

    Perché gli AI Overviews non sono come i risultati di ricerca tradizionali

    Il cuore della decisione ruota intorno a una distinzione giuridica di fondo. I motori di ricerca tradizionali godono storicamente di una responsabilità attenuata perché si limitano a indicizzare contenuti prodotti da terzi, rimandando l’utente alle fonti originali. Il tribunale ha ritenuto che questo schema non si applichi agli AI Overviews, i quali — secondo la motivazione — “riscrivono e valutano i risultati con parole proprie e secondo una struttura propria”, producendo testi nuovi e autonomi presentati come risposte dirette.

    Nel caso specifico, il sistema aveva aperto con affermazioni perentorie — del tipo “Sì, questa azienda è nota per pratiche commerciali dubbie” — per poi costruire una narrazione strutturata con riassunti, segnali d’allarme e consigli agli utenti: un formato che, per il tribunale, richiama più l’articolo di un giornale che la lista di link di un aggregatore. I giudici hanno tracciato un parallelo con il diritto tedesco della stampa, in base al quale gli editori rispondono anche dei titoli e dei richiami in prima pagina che riassumono un articolo, indipendentemente dal fatto che il lettore acceda poi al testo completo.

    La corte ha inoltre sottolineato che solo una minima percentuale degli utenti — secondo i dati riportati, circa l’1% — clicca effettivamente sui link delle fonti mostrate a margine degli AI Overviews, rendendo di fatto il riassunto generato dalla AI l’unica informazione che la maggioranza dei lettori riceve.

    La difesa di Google e le ragioni del rigetto

    Google si è difesa su due fronti principali. Da un lato, ha sostenuto che gli utenti sono consapevoli della necessità di verificare autonomamente i contenuti generati dall’intelligenza artificiale e che le fonti collegate erano consultabili. Dall’altro, ha chiesto l’applicazione degli stessi limiti di responsabilità riconosciuti ai tradizionali motori di ricerca e alle funzioni di autocompletamento dalla giurisprudenza della Corte Federale di Giustizia tedesca.

    Entrambe le argomentazioni sono state respinte. Sul primo punto, il tribunale ha osservato che scaricare sull’utente l’onere di smentire ogni risposta generata svuota di senso la pretesa affidabilità del servizio; sul secondo, ha rilevato che la protezione limitata riconosciuta ai motori di ricerca presupponeva che questi non aggiungessero nulla di sostanziale ai contenuti altrui, condizione che gli AI Overviews non soddisfano. Google è stata condannata a coprire l’80% delle spese processuali, mentre il 10% è stato ripartito equamente tra i due ricorrenti.

    Dopo la sentenza, un portavoce di Google ha dichiarato di investire significativamente nella qualità degli AI Overviews affinché “la grande maggioranza delle risposte fornisca informazioni accurate”, aggiungendo che il procedimento riguarderebbe “errori specifici e circoscritti”. La società ha annunciato formalmente ricorso in appello.

    Le implicazioni oltre il singolo caso

    La portata della decisione, secondo gli osservatori legali, va ben oltre la controversia tra le due editrici monacensi e Google. Si tratta del primo precedente europeo in cui un output di un sistema AI consumer viene trattato come pubblicazione del produttore e non come elaborazione automatica di contenuti altrui. Se il principio fosse confermato in appello, potrebbe ridefinire il quadro di responsabilità per tutti i fornitori di servizi AI che generano risposte sintetizzando contenuti dal web: dalle altre funzioni di ricerca AI ai chatbot come ChatGPT, Claude o Perplexity.

    Il provvedimento si inserisce in un contesto più ampio. A dicembre 2025, lo stesso Tribunale Regionale di Monaco aveva condannato OpenAI in una causa promossa da GEMA, la società tedesca di gestione dei diritti d’autore musicali, per l’uso non autorizzato di testi di canzoni nei dati di addestramento. La convergenza di questi precedenti delinea un orientamento dei tribunali tedeschi verso una lettura garantista dei diritti dei titolari di contenuti nei confronti dei grandi modelli AI sviluppati negli Stati Uniti.

    Un’analisi citata da byte.it, condotta dalla startup Oumi per il New York Times, ha rilevato che le AI Overviews basate sull’attuale modello Gemini forniscono risposte corrette nel 91% dei casi; tuttavia, alla scala operativa di Google, anche un margine di errore ridotto si traduce in milioni di risposte potenzialmente errate ogni giorno.

    L’esito dell’appello annunciato da Google sarà seguito con attenzione non solo dalle imprese coinvolte, ma da tutti gli operatori del settore AI attivi in Europa, in un momento in cui l’AI Act dell’Unione Europea sta completando la sua entrata in vigore e i tribunali nazionali ne anticipano l’applicazione concreta.

  • Star Wars è tra noi: arrivano le camionette laser. Distruggono tutto con fasci di luce istantanei e silenziosi.

    Star Wars è tra noi: arrivano le camionette laser. Distruggono tutto con fasci di luce istantanei e silenziosi.

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    Immaginatevi un pick-up militare che avanza nel deserto, silenzioso come un’auto elettrica, e in pochi secondi abbatte un drone con un raggio di luce invisibile. Non è una scena di Star Wars. È quello che l’esercito americano sta costruendo — adesso, con contratti reali, budget stanziati e veicoli già in fase di test.

    Nell’estate del 2026, il Pentagono ha ufficialmente accelerato il programma per dotare i propri veicoli leggeri di armi laser ad alta energia, destinate in primo luogo a contrastare la minaccia crescente dei droni armati a basso costo. Una rivoluzione silenziosa, nel senso letterale del termine: i nuovi «camion laser» sono progettati per operare quasi in silenzio, senza il rombo di un motore a combustione che tradisce la posizione alle ricognizioni nemiche.

    Cosa sono, concretamente, questi camion laser

    L’idea di base è disarmante nella sua semplicità: monta un’arma laser su un veicolo militare leggero, portala sul campo di battaglia e usala per neutralizzare minacce aeree. Nessun proiettile, nessun missile costoso, nessun rumore esplosivo. Solo un fascio di luce concentrata che, in pochi secondi, brucia l’elettronica di un drone o ne fonde le pale del rotore.

    Il sistema già testato — prodotto da AeroVironment e denominato LOCUST — eroga una potenza di 20 kilowatt ed è stato montato con successo su veicoli tattici leggeri già in dotazione all’esercito americano. I test sul campo hanno dimostrato che la tecnologia funziona. Il problema ora non è la scienza: è la logistica.

    Perché un’arma laser non si comporta come una mitragliatrice. Non consuma proiettili, ma divora energia elettrica. E ogni ingaggio richiede un picco di potenza istantaneo, sostenuto per diversi secondi: esattamente il tipo di carico che i generatori convenzionali gestiscono male. Un generatore tradizionale deve restare acceso continuamente, pronto a erogare energia in qualsiasi momento — e un motore sempre acceso emette calore e rumore, rendendo il veicolo un bersaglio perfetto per i sistemi di riconoscimento nemici.

    Il cuore del problema: l’energia

    Adam Warmoth, fondatore di Chariot Defense, ha spiegato con chiarezza la sfida tecnica: per gestire i picchi di potenza richiesti da un laser, un generatore tradizionale deve essere tre o cinque volte più grande di quanto sarebbe necessario con un sistema a batteria ibrido. Più grande significa più rumoroso, più caldo, più visibile — e più vulnerabile.

    La soluzione individuata è una architettura ibrida: un generatore di taglia ridotta che ricarica un banco di batterie ad alta tensione, le quali erogano l’energia istantanea necessaria a ogni singolo «tiro». Il generatore lavora in modo costante ed efficiente, la batteria assorbe i picchi. Il risultato è un sistema più compatto, più silenzioso e tatticamente molto più versatile.

    E qui emerge qualcosa di interessante: un veicolo così costruito non è soltanto una piattaforma d’arma. Diventa un nodo energetico mobile, capace di ricaricare i droni amici, alimentare sistemi di comunicazione e guerra elettronica, supportare sensori e radar. Una specie di centrale elettrica su ruote che, quando serve, può anche sparare raggi laser.

    I due protagonisti: ISV-Heavy ed eJLTV

    L’esercito americano sta sviluppando il cosiddetto ISV-Heavy, una versione potenziata dell’Infantry Squad Vehicle basata su un telaio Chevrolet Silverado. Il nome inganna: non è «pesante» per le dimensioni, ma per la capacità di generare fino a 60 kilowatt di potenza continua esportabile. I piani prevedono l’acquisto iniziale di 34 esemplari a circa 463.000 dollari l’uno, con un obiettivo finale di oltre 600 veicoli. I contratti dovrebbero essere assegnati entro settembre 2027.

    Il Corpo dei Marines, invece, guarda con interesse all’eJLTV di Oshkosh Defense: una versione ibrido-elettrica del celebre veicolo leggero multiruolo già in dotazione, capace di generare fino a 115 kilowatt di potenza esportabile e picchi fino a 250 kilowatt — abbastanza da alimentare sistemi laser di nuova generazione. Presentato al salone Eurosatory 2026 di Parigi, è stato progettato esplicitamente con le armi a energia diretta in mente.

    La guerra che verrà: scenari tra il plausibile e l’inquietante

    Cosa cambia, in concreto, quando questi veicoli saranno operativi in numero sufficiente?

    In primo luogo, il costo per abbattimento precipita. Un missile anti-drone costa migliaia di euro. Un «tiro» laser costa pochi centesimi di energia elettrica. Su un campo di battaglia saturo di droni commerciali armati — come già accade in Ucraina — questa asimmetria potrebbe essere decisiva.

    In secondo luogo, i laser operano alla velocità della luce. Nessun proiettile da calcolare, nessuna traiettoria da stimare. Puntamento e impatto sono praticamente simultanei. Per un drone che vola a bassa quota e alta velocità, non c’è schivata possibile.

    In terzo luogo, e qui cominciano le suggestioni più inquietanti, un sistema del genere non discrimina facilmente tra un drone militare e uno civile, tra un quadricottero armato e un sistema di consegna commerciale. Man mano che il confine tra tecnologia civile e militare si assottiglia, l’impiego di armi laser automatizzate solleva domande etiche e giuridiche ancora senza risposta.

    C’è poi lo scenario della guerra urbana: piccole unità dotate di energia autonoma e armi laser potrebbero operare per giorni senza rifornimenti.

    Dobbiamo spaventarci?

    La tecnologia esiste, funziona, e verrà schierata. Non è più una questione di se, ma di quando e dove.

    L’aspetto che dovrebbe preoccupare non è il raggio laser in sé:per ora, parliamo di sistemi progettati contro droni, non contro esseri umani. Il nodo vero è la scalabilità: se i laser diventano economici, affidabili e abbondanti, ogni conflitto futuro sarà combattuto in un ambiente in cui il dominio dello spazio aereo tattico si gioca a colpi di fotoni invece che di proiettili.

    La guerra non sarà necessariamente più cruenta. Potrebbe, paradossalmente, diventare più precisa. Ma sarà anche più difficile da vedere, da comprendere e soprattutto da controllare. Ricordiamoci sempre che stiamo parlando di strumenti di morte.

    I camion laser USA stanno nascendo ora, ma i futuri conflitti possono diventare simili a un film con Tom Cruise, e molto prima di quanto riusciamo a immaginare (e prima ancora che il mondo abbia il tempo di discuterne).


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  • Vertice Nato ad Ankara: partita a scacchi di Meloni con Trump, Bruxelles, la Germania e Mosca.

    Vertice Nato ad Ankara: partita a scacchi di Meloni con Trump, Bruxelles, la Germania e Mosca.

    In vista del summit Nato di Ankara del 7 e 8 luglio, Giorgia Meloni ha riunito attorno al tavolo di Palazzo Chigi il vicepremier Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Al centro dei lavori, svoltisi nella serata di ieri in un clima descritto da fonti governative come «serenissimo e di piena collaborazione», i dossier più delicati che Roma dovrà portare in Turchia: le spese militari, il contributo italiano all’Alleanza Atlantica e la questione degli aiuti all’Ucraina.

    Il vertice di Ankara sarà anche l’occasione per un nuovo faccia a faccia tra Meloni e Donald Trump, dopo le tensioni emerse al G7. Un incontro bilaterale non è ancora confermato, ma nelle prossime ore se ne capirà la fattibilità. Sperando che non riparta il circo a cui abbiamo assistito la scorsa volta.

    La linea italiana sulle spese per la difesa

    L’Italia si presenterà ad Ankara dichiarando un investimento nella difesa pari al 2,8% del Pil, con un incremento dello 0,71% rispetto all’anno precedente. Meloni ha però già chiarito in Parlamento che tale aumento sarà concentrato soprattutto sulla sicurezza interna: dal controllo delle frontiere nel Mediterraneo alle voci di bilancio delle forze dell’ordine, voci che Roma chiederà di includere nel computo delle spese Nato come previsto dalle regole dell’Alleanza.

    Una posizione che resta lontana dalla soglia del 5% del Pil evocata da Trump — definita «irrealistica» dai tecnici del governo — ma che costituisce un passo formalmente significativo. Tajani, intervenendo alla Camera nel question time di mercoledì, ha ribadito che «l’Italia vuole essere protagonista del percorso di rafforzamento del pilastro europeo della Difesa», confermando l’impegno per il vertice turco.

    Resta invece avvolto nel massimo riserbo il capitolo Safe, il maxi-prestito europeo da circa 15 miliardi destinato agli investimenti in armamenti. Il governo non ha ancora sciolto le riserve su se e in quale misura accedere a quei fondi. Come Byoblu ha già documentato, la partita interna si gioca tra Crosetto — favorevole ad attivare lo strumento — e Giorgetti, che ragiona in termini finanziari confrontando il costo del prestito europeo con quello dei BTP. La contraddizione di fondo rimane: qualunque strumento si scelga, si tratta pur sempre di nuovo debito pubblico per un Paese tra i più indebitati d’Europa, sotto la pressione di un’agenda militare decisa a Washington e a Bruxelles prima ancora che a Roma.

    La smentita della Frankfurter Allgemeine Zeitung

    Nel bel mezzo della riunione, un retroscena del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha acceso qualche tensione all’interno dell’esecutivo. Secondo il giornale di Francoforte, l’Italia starebbe frenando sugli impegni finanziari della Nato per la fornitura di armi a Kiev, lasciando in sospeso il relativo paragrafo della dichiarazione finale del summit. Cifre imponenti quelle in ballo: circa 40 miliardi di euro, a cui potrebbero aggiungersi ulteriori 20-30 miliardi dall’Unione europea.

    La risposta di Palazzo Chigi non si è fatta attendere. Fonti governative hanno definito la ricostruzione tedesca non corrispondente al vero, precisando che Roma «non arretra nel suo sostegno all’Ucraina e non si è mai opposta allo stanziamento». Le stesse fonti chiariscono che le perplessità italiane espresse nelle settimane scorse nelle trattative preparatorie non erano legate a posizioni filorusse né a una contrarietà agli aiuti militari come tali, ma alla ricerca di una formulazione testuale che non chiudesse la porta a un’eventuale soluzione diplomatica e che non rendesse più complicato il coinvolgimento di Mosca in un percorso negoziale. Un’obiezione, si sottolinea, «già rientrata da giorni».

    In effetti, stando a quanto riportato da fonti vicine al dossier, nella dichiarazione finale i fondi per Kiev saranno stanziati su base biennale — quindi anche per il 2027 — ma il testo conterrà un riferimento esplicito alla necessità di aprire un dialogo con la Russia. Una mediazione che Meloni ha sostenuto in tutti i principali consessi internazionali degli ultimi mesi, dal G7 di Evian alla riunione degli E5 di Berlino, dove il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha invece spinto per un «forte segnale di sostegno all’Ucraina».

    Il caso dei voli dalle basi italiane e il disappunto americano

    Ad aggiungere complessità al quadro è la vicenda dei voli dalle basi militari americane in Italia, tornata al centro del dibattito politico. Crosetto ha ribadito alla Camera che il governo italiano non ha autorizzato le operazioni statunitensi che esulavano dagli accordi bilaterali vigenti — con riferimento alle attività in Iran — e ha annunciato la disponibilità a trasmettere al Copasir i tabulati dei voli: 518 autorizzati tra il 28 febbraio e il 23 giugno 2026, a fronte di 722 nello stesso periodo del 2019 e cifre analoghe negli anni successivi.

    Il ministro della Difesa ha tuttavia ammesso che il diniego italiano «ha generato un forte disappunto da parte dell’amministrazione americana». Tajani ha definito «improvvide e non vere» le parole del segretario generale della Nato Mark Rutte, che aveva alimentato la polemica con una dichiarazione pubblica poi contestata da Roma.

    È in questo quadro di tensioni — con Washington che chiede più spese militari, Bruxelles che pressa sull’utilizzo dei fondi Safe e Berlino che spinge su Kiev — che Meloni si appresta a volare ad Ankara. Il summit del 7 e 8 luglio sarà un banco di prova per la capacità dell’Italia di tenere insieme le proprie priorità: la fedeltà atlantica, la prudenza di bilancio e quella che il governo continua a definire una «visione di pace» che non escluda il negoziato con la Russia.

  • Antonio Di Pietro nuovo sindaco di Milano? La proposta di Santanchè.

    Antonio Di Pietro nuovo sindaco di Milano? La proposta di Santanchè.

    Antonino Di Pietro candidato sindaco di Milano per il centrodestra. È questa la proposta — definita «suggestione personale» dalla stessa proponente — lanciata lunedì sera dalla senatrice di Fratelli d’Italia Daniela Santanchè durante la cena di festeggiamento per i sessant’anni di giornalismo di Vittorio Feltri, al ristorante Baretto di Milano. Un’uscita che ha immediatamente rimescolato le carte in un centrodestra ancora lontano da una scelta condivisa in vista delle elezioni comunali della primavera 2027.

    «Leggo tanti nomi, autocandidature, ma credo sia il momento di sparigliare le carte», ha dichiarato Santanchè, motivando la proposta con il percorso politico e istituzionale dell’ex magistrato: «Ha fatto il ministro, il leader di partito, il senatore. Uno che la politica l’ha fatta, non arriva dal nulla». La senatrice ha citato anche la sua partecipazione alla campagna referendaria per il Sì alla riforma della giustizia come prova di una capacità di cambiare posizione: «Solo i paracarri non cambiano idea».

    La stessa Santanchè ha però precisato di non averne ancora parlato né con Di Pietro né con i vertici del suo partito. Una mossa in solitaria, insomma, che potrebbe essere letta come ballon d’essai o come vera provocazione politica.

    La road map del centrodestra: sondaggi entro venti giorni, decisione a ottobre

    Il lancio di Di Pietro si inserisce in un quadro già complicato. La sera precedente, il presidente del Senato Ignazio La Russa aveva riunito a cena i coordinatori regionali della coalizione — Alessandro Sorte per Forza Italia, Massimiliano Romeo per la Lega, Alessandro Colucci per Noi Moderati e Carlo Maccari per Fratelli d’Italia — al ristorante Forte Garden, in zona Porta Venezia, per definire tempi e metodo della scelta.

    Il percorso concordato prevede: entro una ventina di giorni una selezione dei nomi da sottoporre a sondaggi demoscopici; poi un nuovo confronto tra i vertici regionali; con l’obiettivo di chiudere tra fine settembre e inizio ottobre. Le primarie restano un’opzione di riserva, da attivare solo in caso di impasse tra i partiti. La decisione finale, in ogni caso, spetterà ai leader nazionali e in particolare alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

    I nomi in campo restano molti e le divisioni interne alla coalizione non sono secondarie. Fratelli d’Italia e Noi Moderati continuano a sostenere il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, esperto conoscitore della macchina milanese. Forza Italia preme per un profilo civico, e guarda con interesse all’economista Carlo Cottarelli, anche se il suo passato da senatore del Pd suscita resistenze nell’ala più identitaria della coalizione (Cottarelli stesso ha dichiarato: «Ho solo detto che ci penserei»). La Lega porta sul tavolo Alessandro Spada, ex presidente di Assolombarda, e il giornalista Giovanni Terzi, oltre alla candidatura interna di Silvia Sardone.

    Il nodo Di Pietro: lo sceriffo di Mani Pulite in una Milano sotto inchiesta

    È qui che la proposta di Santanchè assume una valenza politica più complessa, e non priva di contraddizioni. Milano vive da mesi un clima pesante sul fronte edilizio: cantieri sequestrati dalla magistratura, centinaia di famiglie che hanno acquistato appartamenti rimasti bloccati dai provvedimenti giudiziari, un settore delle costruzioni in stand-by per il timore di incorrere in irregolarità. In questo contesto, candidare come sindaco l’ex pm simbolo di Mani Pulite può essere letto in due modi opposti.

    Da un lato, Di Pietro incarnerebbe una sorta di «sceriffo massimo» per una città che ha sempre più bisogno di pulizia e legalità (tra omicidi, accoltellamenti, stupri, risse, droga… ormai la percezione di insicurezza dei cittadini per bene è ai massimi storici). Dall’altro, il rischio è che la sua figura — associata nell’immaginario collettivo a un’epoca di giustizialismo estremo — invii un segnale di ulteriore freno allo sviluppo di una metropoli che fatica a tenere il passo. Lo skyline della città, nonostante alcune punte di eccellenza, non regge il confronto con quello delle grandi metropoli internazionali. E il settore edilizio, già sotto pressione giudiziaria, potrebbe percepire in una candidatura così simbolica un messaggio di ulteriore irrigidimento.

    Non manca chi, dentro il centrodestra, considera la proposta una provocazione fine a sé stessa. Fonti interne alla coalizione, citate da più organi di stampa, parlano di «resistenze» e di «veti incrociati». Forza Italia, in particolare, aveva già manifestato disagio nei confronti di Di Pietro durante la campagna referendaria sulla giustizia. E non si vede come potrebbe essere diversamente, data la storica avversità del magistrato di Mani Pulite verso Silvio Berlusconi.

    Sala: «Un galantuomo, ma lo scenario è poco chiaro»

    Dall’altra parte del campo, il sindaco uscente Beppe Sala ha commentato la notizia a margine della consegna dell’Ambrogino d’oro alla campionessa di sci Federica Brignone. «Politicamente faccio fatica a comprendere, visto che è parecchio che non fa politica attivamente», ha detto Sala. «Però ritengo Antonio Di Pietro un galantuomo, quindi un po’ mi fa piacere. Dopodiché vediamo quello che succederà, lo scenario è poco chiaro».

    Sala ha poi aggiunto una riflessione sul metodo: «La confusione ci sarà finché non si capisce, da una parte o dall’altra, qual è il processo di definizione del candidato. Il punto è capire se si punta alle primarie o si cerca prima un candidato comune». Parole che fotografano, in fondo, una situazione di stallo che riguarda entrambe le coalizioni.

    Dal fronte progressista, i nomi che circolano includono il capogruppo Pd in Regione Pierfrancesco Majorino, il giornalista Mario Calabresi e alcune figure della società civile. Ma anche lì, nessuna scelta è ancora maturata.

    Ancora una ventina di giorni per dare forma a una proposta reale, e sapere se Di Pietro sarà effettivamente l’uomo incaricato di riportare sicurezza e ordine a Palazzo Marino e per le strade di Milano.

  • Putin chiude i confini con l’Europa: si prepara alla guerra

    Putin chiude i confini con l’Europa: si prepara alla guerra

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    La Russia ha chiuso sette valichi ferroviari al confine con Finlandia, Estonia e Lettonia. Lo ha stabilito un decreto firmato dal primo ministro Mikhail Mishustin, pubblicato nella serata di ieri ed entrato in vigore oggi. Il provvedimento sospende «il transito di persone, veicoli, merci e carichi» attraverso i punti elencati: Vyborg e Svetogorsk nella regione di Leningrado, Vyartsilya e Lyuttya in Carelia, il valico di San Pietroburgo verso la Finlandia, Pechory-Pskovskie nella regione di Pskov (confine con l’Estonia) e Pytalovo nella regione di Pskov (confine con la Lettonia).

    Il decreto non offre alcuna motivazione. Non è indicata una data di riapertura. Il ministero degli Esteri russo dovrà notificare la decisione alle autorità dei tre Paesi interessati, tutti membri dell’Unione Europea e della NATO. Stando a quanto riportato dal sito indipendente Meduza, negli ultimi due anni soltanto i valichi di Pechory e Pytalovo risultavano ancora operativi: il confine con la Finlandia era già stato chiuso dalla stessa Helsinki nel dicembre 2023, in risposta a quello che le autorità finlandesi avevano definito un «attacco ibrido» russo, ovvero l’afflusso strumentale di richiedenti asilo come ritorsione per l’ingresso di Helsinki nella NATO.

    Cosa si nasconde dietro il silenzio di Mosca

    I quotidiani nazionali avanzano alcune ipotesi interpretative: la chiusura potrebbe essere una misura preventiva per bloccare la fuga di cittadini russi all’estero in vista di una nuova mobilitazione parziale — che sarebbe sempre più probabile a causa delle presunte perdite sul campo, stimate in circa 350.000 morti dal lato russo —, oppure uno strumento di pressione economica sulle nazioni confinanti e su repubbliche ex sovietiche come Kazakistan e Uzbekistan, che utilizzano le rotte ferroviarie russe per esportare verso i mercati europei.

    Queste spiegazioni, che individualmente hanno una loro logica, rischiano di distogliere l’attenzione da un segnale molto più grave.

    Il vero scenario: l’Europa che si prepara alla guerra

    Chi segue Byoblu [3.0] sa che 11 giorni fa il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva rilasciato dichiarazioni di una chiarezza inusuale. In quell’intervento, Lavrov ha indicato esplicitamente che il «vero obiettivo» delle leadership europee non è negoziare con Mosca, ma raggiungere una «preparazione difensiva» per un eventuale conflitto con la Russia entro il 2030. I tavoli diplomatici, a suo avviso, servirebbero esclusivamente a «guadagnare tempo».

    Lavrov ha citato a sostegno di questa tesi le ammissioni di Angela Merkel e François Hollande sugli Accordi di Minsk — concepiti, secondo i due ex leader, non per essere attuati ma per consentire all’Ucraina di riarmarsi — e le parole attribuite al capo di Stato maggiore belga: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo».

    A questo scenario vanno aggiunte le parole che il professor Jeffrey Sachs ha pronunciato di fronte al Parlamento Europeo — parole che [Byoblu \[3.0\] ha documentato ](/sachs-parlamento-europeo-nato-russia-politica/)— in cui l’economista di fama mondiale ha denunciato la deriva bellicista dell’Unione Europea e la NATO, avvertendo che la traiettoria attuale conduce verso un’escalation di cui i cittadini europei sembrano non rendersi conto.

    In questo quadro, la scelta di Mosca di chiudere i confini nord-occidentali smette di essere un semplice fatto burocratico o una mossa commerciale. Diventa una misura logistica coerente con la prospettiva di un conflitto diretto tra Russia e NATO che la stessa dirigenza russa ritiene probabile entro pochi anni. Se ti aspetti la guerra, inizi a controllare i confini. Se temi azioni di sabotaggio in territorio russo da parte di agenti entrati attraverso quei valichi, li chiudi. È razionale. Ed è esattamente quello che Mosca sta facendo.

    Quello che i giornali non dicono con la stessa enfasi (e forse non dicono proprio)

    Prima della chiusura russa dei valichi ferroviari del 1° luglio 2026, almeno quattro Paesi europei confinanti direttamente con la Russia — Finlandia, Estonia, Lettonia e Polonia — avevano già chiuso o ristretto in modo significativo i rispettivi valichi con la Federazione Russa. Se si include anche il fronte bielorusso, strettamente integrato con Mosca sul piano militare e di sicurezza, il numero sale a sei: Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e, in parte, il fronte polacco-lituano verso la Bielorussia.

    La Russia ha iniziato a fare oggi quello che noi (in quanto membri della Nato o cittadini UE) stiamo facendo ormai da mesi, nel silenzio generale.

    L’economia del riarmo e il sonnambulismo europeo

    Dal lato europeo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha impostato l’intera agenda economica del quinquennio sull’idea di un «riarmo strutturale» dell’Unione. Il bilancio della difesa europeo è in rapida espansione, i Paesi membri vengono sollecitati a portare le spese militari al 3-5% del PIL, e il linguaggio ufficiale delle istituzioni comunitarie parla apertamente di «prepararsi a scenari di conflitto». L’Italia è attualmente sotto ricatto: deve accettare subito di indebitarsi per 15 miliardi di euro con l’Unione Europea, a condizioni di favore, altrimenti lo dovrà fare lo stesso ma pagando di più. E intanto i nostri bambini soffocano dentro a scuole che sembrano forni a cielo aperto.

    Di questo, i leader politici dovrebbero parlare! Compreso quelli che si stanno ritagliando un posto per le elezioni politiche dell’anno prossimo.

    Eppure i cittadini europei — e in particolare gli italiani — sembrano non cogliere la concatenazione di questi segnali. Si discute di fertilizzanti bloccati, di pressione commerciale, di scenari economici. Tutto reale, tutto rilevante. Ma secondario rispetto alla domanda che nessun governo europeo sta ponendo apertamente alle proprie opinioni pubbliche: stiamo davvero scivolando verso una guerra con la Russia?

    Un segnale che non possiamo permetterci di ignorare

    La chiusura dei sette valichi ferroviari russi non è una buona notizia inquadrata male. È un cattivo segnale inquadrato quasi ovunque nella cornice sbagliata. Quando una potenza nucleare inizia a sigillare sistematicamente i propri confini con i Paesi dell’Alleanza Atlantica, senza spiegazioni e senza date di riapertura, mentre il suo ministro degli Esteri dichiara apertamente di attendersi un conflitto con l’Europa entro il 2030, giornalisti e politici hanno il dovere di dirlo chiaramente. Se non lo fanno, quando e se scoppierà una guerra potenzialmente devastante (e nucleare, guardate un po’ chi lo dice), saranno loro i responsabili, perché avranno avallato la strada del riarmo e del conflitto, senza dare scelta ai cittadini (dovremmo essere noi, gli elettori, a decidere se vogliamo o no un conflitto con la Russia), e lo dovremmo decidere con un voto chiaro).

    La politica dovrebbe cominciare a dirlo chiaramente agli italiani: stiamo andando verso un conflitto mondiale? Quando e chi lo ha deciso (ricordo che la Commissione Europea è espressione di cancellerie e deep state, non viene votata direttamente dai cittadini)? Abbiamo alternative?

    Di questo, occupiamoci!


    Fonti:

  • Chiesa: Scisma dei Lefebvriani: “Stato di necessità, non vogliamo più vedere il Papa umiliato. Pagheremo qualunque prezzo per salvare la Chiesa”.

    Chiesa: Scisma dei Lefebvriani: “Stato di necessità, non vogliamo più vedere il Papa umiliato. Pagheremo qualunque prezzo per salvare la Chiesa”.

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    Per capire quello che è successo oggi nel piccolo comune di Écône, nel Canton Vallese svizzero, bisogna fare un passo indietro di quasi sessant’anni. Tutto comincia con il Concilio Vaticano II, l’assemblea solenne della Chiesa cattolica tenuta tra il 1962 e il 1965, che aprì a profonde trasformazioni: la messa cominciò a essere celebrata in lingua locale anziché in latino, si aprì al dialogo con le altre religioni, cristiane e non, si riconobbe la libertà religiosa come valore, si valorizzò il ruolo dei laici. Per molti fu un rinnovamento atteso. Per altri, una rottura con la tradizione.

    Tra questi ultimi c’era Marcel Lefebvre, arcivescovo francese, già missionario in Africa e superiore generale dei Padri dello Spirito Santo. Lefebvre rifiutò le riforme conciliari, le considerò un cedimento alla modernità incompatibile con la vera fede cattolica. Nel 1970 fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X — spesso indicata con la sigla FSSPX — con sede proprio a Écône, con l’obiettivo di formare sacerdoti secondo la liturgia e la dottrina tradizionali. Da allora il movimento è noto come “lefebvriani“.

    Lo scisma del 1988: la prima volta

    Lo scontro con Roma si fece aperto e irreversibile nel 1988. Lefebvre, anziano e malato, era convinto che la sopravvivenza della Fraternità dipendesse dalla presenza di nuovi vescovi capaci di ordinare sacerdoti e amministrare i sacramenti. Senza il mandato di papa Giovanni Paolo II — che glielo rifiutò — il 30 giugno 1988 consacrò ugualmente quattro vescovi: Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta. L’atto era canonicamente proibito. La reazione del Vaticano fu immediata: scomunica per Lefebvre, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Giovanni Paolo II lo definì un atto di disobbedienza di materia gravissima, uno scisma.

    Nel corso degli anni successivi i rapporti con Roma restarono tesi ma non si interruppero del tutto. Benedetto XVI, nel 2009, revocò le scomuniche ai quattro vescovi ancora in vita, un gesto che però fu definito esplicitamente disciplinare e non dottrinale: le questioni di fondo restavano aperte. Con Papa Francesco i negoziati si erano incagliati e la porta verso una piena riconciliazione si era di fatto richiusa.

    Cosa è successo oggi a Écône

    Stamattina la storia si è ripetuta. Davanti a oltre 17.000 fedeli accorsi da ogni parte d’Europa e oltre, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha celebrato la consacrazione di quattro nuovi vescovi, trasmessa anche in diretta streaming. I quattro ordinati sono: Pascal Schreiber, svizzero, 53 anni; Michael Goldade, statunitense, 46 anni; Michel Poinsinet de Sivry, francese, 42 anni; e Marc Hanappier, francese, 36 anni.

    La cerimonia è stata presieduta da monsignor Alfonso de Galarreta — uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988 — affiancato da monsignor Bernard Fellay come co-consacrante, anch’egli protagonista di quella prima ordinazione irregolare di trentotto anni fa. Il rito ha seguito la liturgia tradizionale in latino: l’imposizione delle mani sul capo dei candidati, la formula “Accipe Spiritum Sanctum”, il prefazio consacratorio, le parole “Comple in sacerdotibus tuis”. Da quel momento i quattro sono a tutti gli effetti vescovi, nel senso sacramentale del termine.

    L’atto comporta, secondo il Codice di diritto canonico, la scomunica latae sententiae, cioè automatica, senza bisogno di un decreto formale. Essa colpisce sia chi consacra sia chi riceve la consacrazione. La comunicazione ufficiale della Santa Sede potrebbe arrivare già in giornata o comunque entro pochi giorni.

    Il dilemma spiegato da Pagliarani

    Nell’omelia, durata circa quaranta minuti, il Superiore Generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha illustrato le ragioni della scelta. Ha parlato di “stato di necessità“, la stessa formula usata da Lefebvre nel 1988, che nella costruzione canonica del movimento serve a giustificare un atto altrimenti illecito come risposta a una situazione di emergenza spirituale.

    Pagliarani ha respinto le accuse di ribellione al Papa: «Siamo accusati di non amare il Papa, di non rispettarlo. Ma è proprio perché amiamo il Papa come Vicario di Cristo e Capo della Chiesa che non vogliamo più vedere il Papa umiliato e messo sullo stesso piano dei falsi profeti». Ha poi spiegato quello che considera il nodo irrisolvibile del confronto con Roma: «Purtroppo noi parliamo due linguaggi differenti, che diventano sempre più lontani l’uno dall’altro. Noi parliamo il linguaggio della fede, della tradizione. Davanti a noi ci troviamo il linguaggio che si colloca in un altro livello: inclusione, dialogo, accompagnamento».

    Il capo della Fraternità ha anche anticipato il prezzo che il movimento è disposto a pagare: «Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa. Il sacrificio che Dio ci chiede oggi è essere trattati da ribelli». Prima dell’inizio della messa, aveva fatto leggere un documento in cui la Fraternità dichiara esplicitamente di ritenere che «eventuali pene o censure contro questo atto non abbiano nessun valore».

    L’appello di Papa Leone XIV

    Ieri era stata resa pubblica una lettera di Papa Leone XIV indirizzata direttamente a don Pagliarani. Il tono era pastorale e al tempo stesso fermo. Leone XIV riconosceva ai lefebvriani l’attaccamento alla liturgia, l’impegno nella formazione sacerdotale e lo zelo apostolico, ma chiedeva di fermarsi: «Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi». Il Papa avvertiva che un atto scismatico avrebbe privato i fedeli della ricezione lecita e in certi casi persino valida dei sacramenti. E concludeva: «Lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità».

    Ecco il testo della lettera del Papa a don Pagliarani.

    Con animo paterno desidero rivolgermi a Lei e, per mezzo Suo, ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, consapevole della responsabilità che il Signore mi ha affidato come Successore dell’Apostolo Pietro.

    La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità. Ciò ha motivato l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza che i miei Predecessori vi hanno costantemente manifestato.

    Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione.

    La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo.

    Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio.

    Pagliarani aveva risposto con una lettera in cui ribadiva che la Fraternità non intende separarsi dalla Chiesa, ma servirla «come una madre in difficoltà», chiedendo al Papa di «prendere il tempo necessario» e di benedire il movimento. Un tono conciliante nelle parole, ma incompatibile nei fatti: la cerimonia è andata avanti lo stesso.

    Un paradosso canonico

    C’è un elemento che rende questa vicenda particolarmente intricata, anche per chi la osserva dall’esterno. I lefebvriani non vogliono creare una chiesa alternativa. Non rivendicano un territorio, non si proclamano indipendenti da Roma. Giurano fedeltà al Papa. I quattro nuovi vescovi non avranno giurisdizione su diocesi né formeranno una gerarchia parallela. Eppure l’atto compiuto è classificato dalla Chiesa come scismatico, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.

    Oggi la Fraternità conta, secondo le proprie statistiche, 733 sacerdoti, 264 seminaristi, 145 fratelli e 250 suore, presenti in numerosi Paesi. Non è una realtà marginale. Ma con la consacrazione di oggi, i vescovi direttamente coinvolti incorrono nella scomunica automatica prevista dal diritto canonico, mentre la Fraternità si colloca in una posizione di rottura ancora più grave e difficile da ricomporre nei confronti di Roma.

    Quando arriverà la scomunica?

    La Santa Sede dovrà ora rendere formale quanto il diritto canonico ha già stabilito automaticamente. La comunicazione ufficiale della scomunica potrebbe arrivare già nelle prossime ore. Resta da vedere se, come avvenne dopo il 1988, si aprirà comunque un percorso — anche lungo e tortuoso — verso una qualche forma di dialogo, o se questa volta la rottura sarà davvero definitiva.

  • Giuseppe Conte lancia «Alleanza per la Costituzione». Riuscirà a convincere i delusi?

    Giuseppe Conte lancia «Alleanza per la Costituzione». Riuscirà a convincere i delusi?

    Roma, 30 giugno. Giuseppe Conte sceglie una iniziativa della coalizione di centrosinistra nella capitale per lanciare quello che definisce un progetto di «governo progressista». Il nome che propone suona quasi solenne: «alleanza per la Costituzione, per la democrazia». Parole che rimandano alle origini, ai valori fondativi, alle aspettative residuali che qualcosa – perlomeno – ne sia rimasto.

    E qui, bisogna essere onesti: molti ex elettori del Movimento Cinque Stelle hanno smesso di credere da tempo che il voto serva davvero a qualcosa. Chi ricorda bene Grillo salire su un palco promettendo di «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» e ha poi assistito, anno dopo anno, ai grillini farsi essi stessi tonno, ormai è diventato immune alla politica. E questo è il danno più grande ereditato dall’ultima stagione cosiddetta “populista”.

    All’epoca, ricordo bene che i giornali si richiamavano alla memoria del Fronte dell’uomo qualunque. Un partito senza un programma, nato per protesta, nato e sparito nel giro di pochissimi anni. La realtà non è stata esattamente quella. Bisogna prendere atto che il Movimento Cinque Stelle, nel 2026, e cioè ben 13 anni dopo l’anno in cui si presero 8 milioni di voti, nei sondaggi viene dato ancora al 14%.

    Il progetto: democrazia partecipativa e programma «dal basso»

    Nei giorni scorsi, a margine di una visita al Parlamento Europeo a Bruxelles, Conte aveva già anticipato i contorni dell’operazione. Aveva parlato di un lavoro «dal basso, con cittadini anche non iscritti al movimento», ispirato ai princìpi della democrazia partecipativa e deliberativa. Un programma — aveva assicurato — da completare entro l’estate, poi da condividere con le altre forze dell’opposizione, con l’obiettivo dichiarato di «durare cinque anni».

    All’interno del Movimento, la senatrice Domenica Castellone ha richiamato il progetto «Nova», che secondo i pentastellati avrebbe già coinvolto centinaia di persone in tutta Italia attraverso cento punti di ascolto territoriali: «L’alternativa si costruisce partendo dalla partecipazione dei cittadini, non dalle dinamiche di palazzo». L’abbiamo già sentita mille volte, ma non è colpa sua.

    Sul piano delle alleanze, il fronte progressista si presenta come un asse trilaterale tra Pd, M5S e Avs, con l’obiettivo dichiarato di allargarsi verso il centro moderato. Al tempo stesso, i parlamentari cinquestelle ribadiscono che «prima del perimetro elettorale viene il progetto» e che la coalizione può crescere solo se riesce a coinvolgere «chi non vota più, chi si sente escluso e chi non vede differenze tra le forze politiche». Ovvero gli stessi che per questi stessi motivi non li ascoltano neanche. Tutto molto casaleggino e per carità, tutto vero. Ma dove sono le intuizioni, i colpi di genio, le illuminazioni del fondatore? Senza quelli non si va da nessuna parte. E senza IL CORAGGIO che aveva il Movimento Cinque Stelle quando faceva operazioni che facevano letteralmente saltare sulle sedie quegli stessi partiti con cui oggi vanno a braccetto.

    Il nodo irrisolto: le contraddizioni di un percorso accidentato

    Anche senza andare così indietro nel tempo, comunque, basta guardare indietro di qualche mese. Nell’agosto 2025, Conte aveva di fatto smontato il «campo largo» con una serie di dichiarazioni che subordinavano ogni alleanza alle valutazioni contingenti del Movimento: nessun automatismo con il Pd, nessun impegno vincolante, ogni regione a fare storia a sé. Parole che avevano fatto storcere il naso anche agli alleati più pazienti.

    Quale credibilità hanno, allora, le aperture di oggi rispetto alle chiusure di ieri? La domanda non è retorica. È il nucleo del problema che hanno gli elettori di partiti o movimenti che hanno una storia ormai lunga, spesso fatta di incoerenze o giravolte.

    Il M5S ha cambiato posizione sull’euro, sul reddito di cittadinanza, sulle alleanze, sui vaccini, sulla guerra. Ha sostenuto governi con Lega, poi con Pd, poi con Draghi, un banchiere centrale che sarebbe stato fischiato da qualsiasi palco grillino del 2013. Ogni volta con una giustificazione in tasca, perché quella alla politica non manca mai.

    Schlein e la Costituente: lo spirito evocato

    A fare da sponda a Conte, poi, c’è anche lei, la segretaria del Pd: Elly Schlein, che all’annuncio dell’iniziativa avrebbe evocato lo spirito della Costituente. Una suggestione potente Un evergreen, si direbbe. E in qualche modo coerente con la proposta del nome «alleanza per la Costituzione».

    Il nodo della leadership, intanto però, continua a dividere. All’interno del «cerchio primario», alcune componenti di Avs e del Pd starebbero cercando di sventare primarie che potrebbero trasformarsi in «un gioco al massacro». Tra i nomi che circolano in alternativa figurerebbero profili come quello della sindaca di Genova Silvia Salis — anche se si tratterebbe, al momento, di un’ipotesi ancora lontana da qualsiasi formalizzazione.