Blog

  • Safe, 100 miliardi in 10 paesi: chi incassa davvero?

    Safe, 100 miliardi in 10 paesi: chi incassa davvero?

    🔊 Ascolta l’articolo

    Ursula von der Leyen ha scelto il forum sull’industria della difesa di Ankara, a margine del summit Nato, per annunciare quelli che ha definito «ottimi risultati»: dieci accordi conclusi nell’ambito del programma Safe, per un valore complessivo di 100 miliardi di euro su 150 attesi. Dieci paesi, cento miliardi, dieci miliardi a testa — in media. Ma l’Italia, come noto, non è nella media.

    A Roma è stato chiesto dalla UE di contribuire con 15 miliardi tramite il Safe, ma Giorgia Meloni ne ha promesso ancora di più a Trump entro il prossimo bienio: ben 17 miliardi. In tutto, si parla di cifre che superano abbondantemente il budget annuale di interi ministeri.

    Il racconto ufficiale: posti di lavoro e sovranità industriale

    Von der Leyen ha confezionato l’annuncio con la consueta retorica dell’investimento produttivo: «Con il denaro dei contribuenti vogliamo un ritorno sull’investimento. Vogliamo posti di lavoro di qualità in Europa, vogliamo che la ricerca e lo sviluppo avvengano in Europa.» Il programma, ha spiegato, è aperto anche a partner extra-UE, ma con un vincolo preciso: il 65% dei componenti deve provenire da fornitori europei. Il restante 35% può arrivare dall’esterno — il che significa, tra l’altro, che una quota non marginale dei soldi pubblici europei potrebbe finire fuori dal continente (e Lockheed si è già preparata).

    Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha aggiunto la sua parte, invocando una «rivoluzione industriale nella difesa transatlantica» e ricordando che la Russia ha ormai convertito l’intera economia al sostegno bellico. «Il ronzio dei macchinari deve trasformarsi in un ruggito», ha detto.

    Retoricamente efficace. Ma vale la pena fermarsi un momento a fare i conti.

    I numeri che nessuno vuole mettere in fila

    Diciassette miliardi di euro. È la cifra che l’Italia si è impegnata a destinare alla difesa nell’ambito di questo quadro. I sostenitori della scelta parlano di ricadute occupazionali: qualche decina di migliaia di posti di lavoro nell’industria degli armamenti. Diciamo 30mila, diciamo anche 50mila ad essere generosi.

    Ma proviamo a immaginare cosa si potrebbe fare con 17 miliardi in un paese che ha liste d’attesa sanitarie di anni, ospedali fatiscenti, scuole che cadono a pezzi, autostrade che franano e reti idriche che perdono il 40% dell’acqua prima che arrivi ai rubinetti.

    Con 17 miliardi si costruiscono e si ammodernano ospedali, si assumono migliaia di medici, infermieri, tecnici. Si rifanno le reti idriche di interi bacini regionali. Si costruiscono scuole, si elettrificano ferrovie locali, si riqualificano borghi abbandonati. E in ognuno di questi cantieri — e nelle strutture che ne derivano — lavorano persone. Molte più di quelle che puoi stipare in una linea di produzione missilistica.

    Non è solo una questione di posti di lavoro. È una questione di che tipo di paese vogliamo essere.

    Chi stacca i dividendi

    C’è un’altra domanda che non si fa quasi mai, nei comunicati trionfali di Ankara: a chi vanno questi soldi, concretamente?

    In Italia, il principale attore dell’industria della difesa è Leonardo S.p.A., già Finmeccanica, partecipata al 30,204% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze — cioè dallo Stato, cioè da noi. Il resto del capitale è sul mercato: Leonardo stessa segnala che circa il 90% del flottante istituzionale è detenuto da fondi esteri. Non parliamo quindi soltanto di industria nazionale in senso stretto, ma di una grande società quotata, con una forte presenza di capitale finanziario internazionale: fondi, investitori istituzionali e grandi gestori globali che raccolgono capitali in tutto il mondo e distribuiscono dividendi agli azionisti. I soci di Leonardo, insomma, non sono gli operai di Pomigliano.

    Poi ci sono le aziende dell’indotto e i partner internazionali che operano sul territorio italiano: Rheinmetall (tedesca, quotata a Francoforte), che ha aperto una joint venture con Leonardo per la produzione di veicoli blindati; MBDA, consorzio missilistico partecipato da Leonardo stessa insieme a Airbus e BAE Systems (britannica); Fincantieri, controllata statale che produce navi militari, anch’essa con azionisti privati. E poi c’è tutta la filiera di subfornitori, molti dei quali legati a gruppi finanziari internazionali.

    Il punto non è che queste aziende siano illegittime. Il punto è che i 17 miliardi promessi non restano sul territorio come uno stipendio da infermiere o un appalto per rifare un acquedotto. Una parte consistente torna sotto forma di dividendi a chi ha già molto, in Italia e soprattutto fuori dall’Italia.

    L’argomento che manca nel comunicato di Von der Leyen

    Von der Leyen ha detto che i soldi dei contribuenti devono «generare un ritorno sull’investimento». Parole giuste, in teoria. Ma il ritorno per quale contribuente? Quello che aspetta un anno per una visita specialistica, o quello che siede nel consiglio d’amministrazione di un fondo di investimento?

    Il programma Rearm Europe mobilita, secondo le dichiarazioni della stessa Commissione, fino a 800 miliardi entro il 2030. È una cifra che non ha precedenti nella storia dell’integrazione europea. Non c’è mai stato un piano Marshall da 800 miliardi per la sanità, per la scuola, per l’ambiente, per l’acqua.

    Per le industrie belliche, i soldi si trovano sempre. E i dividendi anche. Ma la storia ci insegna che non va mai a finire bene.

    Tuttavia, siccome non si vedono proteste di nessun tipo, si vede che alla gente sta bene così. Del resto, “la gente” si accorge delle cose sempre dopo. Quando è tardi.

  • USA attaccano l’Iran con “potenti attacchi”: esplosioni a Hormuz, Teheran minaccia ritorsioni

    USA attaccano l’Iran con “potenti attacchi”: esplosioni a Hormuz, Teheran minaccia ritorsioni

    Nella notte tra il 7 e l’8 luglio, gli Stati Uniti hanno lanciato quella che il Comando Centrale americano ha definito «una serie di potenti attacchi contro l’Iran». L’obiettivo dichiarato: punire Teheran per le ripetute aggressioni alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta. Non si tratta di schermaglie: parliamo di sistemi di difesa aerea, postazioni missilistiche terra-aria, siti di lancio droni, radar costieri e strutture portuali. Una campagna di bombardamenti a tutto campo.

    Secondo quanto riferito da funzionari americani, tra le aree colpite ci sono Sirik, Qeshm e Bandar Abbas, nel sud dell’Iran. I media di Stato iraniani hanno parlato di sei esplosioni sull’isola di Qeshm, sette nella città di Sirik — dove almeno sei proiettili avrebbero centrato l’area del molo di Taheroui — e altre ancora nella grande città portuale di Bandar Abbas.

    Hormuz, la polveriera

    Il casus belli immediato sono gli attacchi iraniani a tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima ha confermato un terzo incidente nelle ultime 24 ore: una petroliera colpita da un drone, con lievi danni strutturali e nessuna vittima. Il Qatar ha attribuito all’Iran anche l’attacco a una nave cisterna di gas naturale liquefatto.

    Washington non ha esitato: oltre ai raid militari, ha revocato la deroga sul petrolio iraniano del 21 giugno scorso, quella che permetteva a Teheran di produrre, consegnare e vendere greggio sui mercati internazionali. Un doppio colpo: militare ed economico.

    Ma non avevano firmato un accordo?

    Ed è qui che la vicenda assume contorni grotteschi, se non tragici. Perché sì, un accordo c’era. A fine giugno — appena due settimane fa — le due parti avevano siglato un memorandum d’intesa, salutato con quella retorica trionfale che accompagna sempre i cessate il fuoco in pompa magna: fine delle ostilità, ritorno alla normalità, speranza di stabilità regionale.

    Il ministero degli Esteri iraniano ora accusa Washington di aver «ripetutamente violato» quel memorandum. E annuncia che «l’Iran adotterà misure decisive per proteggere i propri interessi e la sicurezza nazionale», definendo gli attacchi americani una «palese violazione del cessate il fuoco». Dal canto suo, il Comando Centrale americano parla di «aggressione ingiustificata e pericolosa» da parte di Teheran, che avrebbe rotto per prima il patto attaccando le navi civili.

    Due versioni inconciliabili. E un accordo che vale meno della carta su cui è stato scritto.

    Tra accordi di carta e ritorsioni annunciate

    I circa dieci giorni tra fine giugno e l’8 luglio hanno visto un escalation costante: attacchi e contrattacchi, raid e rappresaglie, navi colpite e sistemi missilistici distrutti. Il cessate il fuoco non ha resistito nemmeno un mese. Forse non era mai davvero partito.

    Il punto è scomodo, ma va detto: quando le grandi potenze firmano accordi con la stessa mano con cui preparano il prossimo round di ritorsioni, quegli accordi non servono a stabilizzare un conflitto. Servono a guadagnare tempo. O, peggio, a gestire le opinioni pubbliche.

    Teheran ha già avvertito che ci saranno conseguenze. Washington ha già risposto con i bombardamenti. Lo Stretto di Hormuz — attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale — è di nuovo al centro di un’escalation che nessun trattato firmato davanti alle telecamere ha saputo fermare. E la prossima mossa, in questo gioco al rialzo, rischia di essere quella decisiva.

  • Egitto accusa: «Mondiale truccato, vogliono far vincere l’Argentina»

    Egitto accusa: «Mondiale truccato, vogliono far vincere l’Argentina»

    Ad Atlanta l’Argentina ha battuto l’Egitto 3-2 in rimonta, qualificandosi ai quarti di finale dei Mondiali 2026. Una partita che sembrava già scritta in favore dei Faraoni, in vantaggio d 2 reti a zero fino al 79′, e che si è ribaltata in un quarto d’ora da film: Romero, Messi ed Enzo Fernandez hanno completato una delle rimonte più clamorose della storia recente del torneo. Ma il risultato sportivo è quasi passato in secondo piano rispetto a quello che è esploso nel post-partita.

    Il commissario tecnico dell’Egitto, Hossam Hassan, ha atteso i giornalisti e non si è risparmiato. «Dirò quello che ho in mente a prescindere dalle conseguenze: questa è stata chiaramente una partita truccata e tutto il mondo l’ha vista», ha dichiarato senza giri di parole. Poi, rivolto all’intera struttura del torneo: «Se vogliono così tanto che vincano loro, perché convocare tutti per partecipare?».

    «Forse volevano tenere Messi in lizza per ragioni di marketing»

    Il punto di frizione principale riguarda un gol annullato dall’arbitro francese François Letexier tramite revisione VAR: l’azione era stata fermata per un fallo di Attia su Lisandro Martinez a inizio manovra, prima ancora che l’Egitto attraversasse tutto il campo e si producesse in slalom da capogiro che hanno fatto gonfiare la rete dietro al portiere argentino. Una decisione che Hassan ha definito incomprensibile e determinante per l’esito del match.

    «Utilizzare il VAR in questa maniera genera frustrazione nei tifosi, perché sembra che si voglia sempre trovare un modo per annullare dei gol», ha detto il ct egiziano. «Decisioni come questa possono cambiare l’intero corso di un Mondiale». E, con una frecciata diretta al marketing e agli interessi commerciali del torneo: «Forse volevano tenere i campioni del mondo in gara? Forse volevano che Messi rimanesse in lizza? Nel calcio, a volte ci sono fattori esterni che vanno oltre gli aspetto tecnico».

    Sullo stesso tono le parole dell’attaccante Ziko, autore del gol del 2-0 e di un altro precedentemente annullato: «L’arbitro ci fermava continuamente, ci zittiva. Il Mondiale è truccato. Faccio i complimenti all’Argentina che è di nuovo campione del mondo. Non è giusto, è una grande ingiustizia».

    Infantino nel mirino: il caso Balogun come sfondo

    Hassan ha poi allargato il tiro fino al vertice della FIFA. «Gianni Infantino sta rovinando questo bellissimo sport», ha dichiarato, tirando in ballo il presidente della federazione internazionale già finito sotto i riflettori nelle ore precedenti per il cosiddetto caso Balogun: il bomber americano Folarin Balogun, inizialmente squalificato, aveva visto la propria sanzione revocata a seguito delle pressioni di Trump sullo stesso Infantino (poi confessate proprio da Trump stesso). Una vicenda che ha già sollevato interrogativi seri sulla terzietà della gestione arbitrale e disciplinare di questo Mondiale.

    Hassan lo sa, e lo cita non per caso. Il messaggio sottinteso è che esiste un sistema che protegge certi interessi — commerciali, politici, di immagine — a discapito dell’equità sportiva.

    La partita, nei fatti

    L’Egitto era andato in vantaggio al 15′ con Ibrahim, di testa. Messi si era poi fatto parare un rigore dal portiere Shobeir, autore di una prestazione straordinaria per tutta la partita. Nella ripresa, il 2-0 di Ziko sembrava aver chiuso i conti. Poi, in dodici minuti, l’Argentina ha ribaltato tutto: Romero di testa al 79′, Messi di sinistro al 83′, Enzo Fernandez di testa in pieno recupero. Lacrime di gioia per Leo, che ha segnato anche un assist dopo aver sbagliato il rigore — il quarto nella sua storia ai Mondiali.

    Il portiere egiziano Shobeir, pur senza commentare gli aspetti arbitrali, ha sintetizzato il rimpianto di un’intera nazione: «Avevamo la vittoria così vicina. Siamo molto tristi, perché avevamo la partita in mano».

    Un sistema pensato per proteggere i soldi degli inserzionisti?

    Questa è la domanda che da questi Mondiali emerge in maniera sempre più prepotente. L’Argentina ha vinto, Messi va avanti, e il torneo — ospitato dagli Stati Uniti in un anno elettoralmente e commercialmente densissimo — continua con i suoi nomi più vendibili. Che si tratti di coincidenze, di normale fortuna sportiva o di qualcosa di più strutturato, sono domande legittime. Il commissario tecnico egiziano ci ha messo la faccia, sapendo che potrebbe pagarne le conseguenze. Questo, almeno, gli va riconosciuto.

  • Commissione Covid, Conte contro Lisei: «Distorcete il Codice penale»

    Commissione Covid, Conte contro Lisei: «Distorcete il Codice penale»

    🔊 Ascolta l’articolo

    Nuova seduta, nuovi scontri. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia da Covid-19 è tornata oggi al centro di un durissimo confronto politico. Protagonista Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle ed ex presidente del Consiglio, che ha rivolto un attacco frontale al presidente della Commissione, Marco Lisei di Fratelli d’Italia, chiedendone esplicitamente le dimissioni.

    Il motivo del contendere è una decisione presa dall’ufficio di presidenza della Commissione — con i soli voti del centrodestra, senza accordo unanime — di consentire l’audizione di nuovi testimoni al di fuori delle mura del Parlamento, affidata a magistrati e militari della Guardia di Finanza nominati consulenti. Una prassi che esiste, ma che in questo caso ha assunto una valenza politica difficile da ignorare: sul banco degli imputati, per il centrodestra e in particolare per Fratelli d’Italia, c’è proprio la gestione contiana dell’emergenza sanitaria.

    «Voi state distorcendo il Codice penale»

    Conte non ha usato mezzi termini. Ha contestato la procedura sul piano giuridico, richiamando il principio di oralità della prova sancito dal codice penale: «Nel codice penale c’è il principio di oralità della prova — ha detto —. Secondo lei è normale che un consulente proceda con un’escussione senza un contraddittorio? Ho sentito molte nefandezze, senza applicare le garanzie minime di un processo penale. Quando avrete acquisito le parole di questi consulenti, anche al di fuori delle mura del Senato grazie alle deleghe, chi le contro-interrogherà? State contraddicendo i principi del processo penale».

    L’ex premier ha anche contestato il regolamento della stessa Commissione, sostenendo che non consentirebbe a un singolo commissario di agire in autonomia su questo fronte: la facoltà di disporre audizioni spetterebbe all’organo collegiale, non alla maggioranza che agisce da sola. Di qui l’accusa di «protervia istituzionale» rivolta direttamente a Lisei.

    Sul piano politico, l’attacco è stato ancora più netto: «Lei dovrebbe dimettersi perché non è imparziale, sta dimostrando di essere funzionale a un obiettivo politico. Il presidente dovrebbe rappresentare tutti e garantire la legittimità dei procedimenti».

    Ma i diritti violati a milioni di cittadini chi li risarcisce?

    Eppure c’è qualcosa che stride, in questa difesa accorata dei principi processuali. Conte e le opposizioni che siedono in Commissione stanno invocando le garanzie del codice penale — garanzie sacrosante — ma quelle stesse garanzie sembrano essere state negate a milioni di cittadini durante la pandemia che loro stessi hanno gestito.

    Furono proprio i governi di quegli anni — incluso quello presieduto da Conte — a limitare libertà di movimento, di lavoro, di cura, e a imporre o incentivare con misure coercitive trattamenti sanitari che una parte significativa della popolazione riteneva inefficaci o rischiosi, e che il tempo in molti casi ha dimostrato fossero tali. E come dimenticare l’audizione di Maurizio Federico, dirigente dell’ISS, che ha denunciato proprio in Commissione Covid che “l’ISS ha sanzionato i ricercatori che si occupavano di effetti avversi”? Lo stesso presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha detto che in Commissione Covid stanno emergendo “fatti incredibili”, e che “è giusto occuparsene”.

    La Commissione d’inchiesta è nata esattamente per far luce su quella stagione. Le opposizioni che oggi gridano all’irregolarità procedurale sono, in larga parte, le stesse forze politiche che quella stagione l’hanno guidata o sostenuta. Chiedere le dimissioni del presidente perché la Commissione lavora — magari in modo criticabile, ma lavora — è più una strategia difensiva che una battaglia per la legalità.

  • Vertice NATO ad Ankara: il discorso di Rutte (decine di miliardi in nuovi contratti per le armi). Le domande dei giornalisti

    Vertice NATO ad Ankara: il discorso di Rutte (decine di miliardi in nuovi contratti per le armi). Le domande dei giornalisti

    Ankara, 7 luglio 2026. Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha aperto il vertice dell’Alleanza ospitato nel Complesso Presidenziale della capitale turca con una dichiarazione articolata sugli investimenti militari, la guerra in Ucraina e i futuri assetti dell’Alleanza. A seguire, una sessione di domande e risposte con i giornalisti presenti che ha toccato temi che vanno dal rischio nucleare all’assertività cinese nel Pacifico, dalle frizioni interne tra Washington e gli alleati alle accuse di violazioni dei diritti in Turchia.

    Poiché per decidere bisogna prima conoscere, riporto qui, in forma analitica e con ampio ricorso alle citazioni dirette, i passaggi più rilevanti di quell’intervento e dello scambio successivo con la stampa internazionale — un documento che, nella sua completezza, non ha trovato spazio sui principali organi di informazione italiani, oscurati dalle polemiche interne sulla querelle Meloni-Trump sulle quali ieri ho già espresso le mie considerazioni.

    Il discoro integrale di apertura di Mark Rutte

    Buon pomeriggio e benvenuti al complesso presidenziale qui ad Ankara, in Turchia, per il Vertice NATO del 2026.

    Prima di tutto, permettetemi di ringraziare il presidente Erdogan e il suo team per averci ospitato in questa sede fantastica. Sono davvero colpito, non da ultimo dall’ospitalità che ci è stata riservata dai nostri ospiti turchi.

    Ci incontriamo qui ad Ankara, un anno dopo che i leader della NATO si sono riuniti per il nostro vertice all’Aia, dove gli alleati hanno assunto impegni storici. Hanno concordato sull’urgenza di rendere la nostra Alleanza più forte, a causa del mondo pericoloso che abbiamo di fronte. Si sono impegnati a investire il 5% del PIL nella difesa entro il 2035.

    E ora, appena un anno dopo, stiamo già vedendo progressi trasformativi. Qui ad Ankara, mi aspetto che le nazioni presentino piani chiari, concreti e credibili per raggiungere quell’obiettivo del 5%. E le prove che vediamo finora sono impressionanti.

    A solo un anno dall’inizio di un progetto decennale, vediamo che gli alleati europei e il Canada stanno già investendo circa il 4% del loro PIL in difesa e sicurezza. Questo include importanti aumenti negli investimenti degli alleati nella difesa essenziale, così come nei loro investimenti collegati alla difesa e alla sicurezza.

    L’anno scorso, gli alleati europei e il Canada hanno speso quasi il 20% in più nella difesa essenziale rispetto all’anno precedente. Guardando al 2025 e al 2026 insieme, si tratta di 258 miliardi di dollari di investimenti aggiuntivi.

    E la tendenza continua. Avremo bisogno di più forze, più risorse e di una base industriale molto più forte. Dopo anni di investimenti insufficienti, stiamo producendo capacità reali.

    Gli alleati europei e il Canada sono ora su una traiettoria che li porterà a eguagliare la spesa per la difesa degli Stati Uniti. E non solo. Stanno assumendo una maggiore leadership all’interno della struttura di comando e controllo della NATO. Stanno facendo di più nella difesa convenzionale, negli sforzi per rafforzare la nostra deterrenza e difesa, anche lungo l’intero fianco orientale, nella regione baltica e nell’Artico. E stanno guidando il sostegno all’Ucraina.

    Tutto questo è la prova di un vero cambiamento di mentalità. Un’Europa più forte in una NATO più forte.

    L’investimento c’è. E ora dobbiamo assicurarci di tradurre la nostra potenza economica in capacità militari. Mettere il denaro al lavoro. Dai piani di difesa ai droni, dal denaro ai missili e agli intercettori.

    Questo significa garantire che l’innovazione sia al centro, superare la frammentazione delle industrie nazionali della difesa e tagliare la burocrazia.

    Il Forum dell’Industria della Difesa del Vertice NATO, che ospiteremo domani, sarà la piattaforma in cui mostreremo come stiamo lavorando con l’industria per fornire le capacità che una deterrenza e una difesa credibili richiedono.

    Annunceremo decine di miliardi in nuovi contratti, che forniranno l’equipaggiamento cruciale di cui abbiamo bisogno per scoraggiare e difenderci. E quando le nostre industrie, dall’Arkansas ad Ankara, combinano le loro forze e aumentano l’offerta, il risultato non è solo una maggiore sicurezza. Questo contribuirà a far crescere le nostre economie, diffondere l’innovazione e sostenere centinaia di migliaia di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico.

    Dunque stiamo investendo nella nostra sicurezza, assicurandoci di avere ciò che ci serve per salvaguardare le nostre società oggi e domani. Perché le minacce che affrontiamo sono reali, compresa quella della Russia, che continua a condurre la guerra contro l’Ucraina.

    In questo momento, l’Ucraina sta cambiando le dinamiche sul campo di battaglia, grazie al coraggio, alla dedizione e all’ingegnosità delle sue forze armate. Ma hanno bisogno del nostro continuo sostegno, soprattutto per quanto riguarda la difesa aerea.

    La Russia continua gli attacchi con droni e missili contro le città ucraine, con un altro attacco orribile proprio la scorsa notte. Quindi, mentre l’Ucraina continua a difendere la propria sovranità, gli alleati e i partner della NATO devono continuare ad assicurare che l’Ucraina riceva ciò di cui ha bisogno.

    E lasciatemi essere chiaro: tutti gli alleati devono fare la propria parte, affinché il nostro sostegno all’Ucraina continui ad arrivare. Perché la sicurezza dell’Ucraina è così strettamente legata alla nostra.

    Questa è dunque la panoramica della nostra agenda per il vertice qui ad Ankara.

    Stiamo mantenendo gli impegni assunti all’Aia per investire nella nostra difesa. Faremo in modo di riequilibrare le cose in meglio, condividendo equamente la responsabilità della nostra sicurezza comune. Trasformeremo il denaro in capacità, unendo le forze con l’industria. E continueremo il nostro solido sostegno all’Ucraina, ricordando al presidente Putin che siamo fermi nel nostro impegno.

    Nei prossimi due giorni, i 32 alleati, insieme ai partner dell’Ucraina, dell’Unione Europea, dell’Indo-Pacifico e del Golfo, si riuniranno per garantire che la NATO continui a produrre risultati.

    Insieme, rappresentiamo quasi due terzi dell’economia mondiale, e ci riuniamo perché sappiamo che la cooperazione è fondamentale.

    Siamo più forti insieme nella NATO, con i partner, per garantire la libertà e la sicurezza che tutti abbiamo care.

    Grazie.

    I numeri sugli investimenti

    Il nucleo quantitativo del discorso di Rutte è sintetizzabile in una serie di cifre presentate come prove di una svolta strutturale nell’approccio europeo alla difesa.

    Un anno dopo il summit dell’Aia, ha detto Rutte, gli alleati europei e il Canada stanno già investendo circa il 4% del PIL in difesa e sicurezza. Solo nel 2025, la spesa europea per la difesa “core” è cresciuta di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. Sommando 2025 e 2026, si ottengono 258 miliardi di dollari in investimenti aggiuntivi.

    > «Le prove che vediamo finora sono impressionanti. Solo un anno fa, europei e Canada erano già intorno al 4% del PIL. L’anno scorso hanno speso quasi il 20% in più sulla difesa core rispetto all’anno precedente.»

    L’obiettivo dichiarato è quello fissato all’Aia: raggiungere il 5% del PIL entro il 2035, con piani «chiari, concreti e credibili» che Rutte ha detto di attendersi da ciascun alleato durante il vertice. Il Segretario Generale ha aggiunto che europei e Canada si trovano su una traiettoria che li porterà a eguagliare la spesa difensiva degli Stati Uniti — un obiettivo inseguito, ha sottolineato, «da cinquanta, sessant’anni».

    Per tradurre gli investimenti in capacità operative, Rutte ha citato la necessità di superare la frammentazione delle industrie nazionali della difesa e ridurre la burocrazia. In questo contesto ha annunciato che il Defense Industry Forum di domani presenterà «decine di miliardi in nuovi contratti».

    Sintesi delle domande dei giornalisti

    CNN: Trump e la coesione dell’Alleanza

    Nick Robinson di CNN (prospettiva angloamericana mainstream) ha aperto il fuoco chiedendo come sia possibile proiettare «unità e forza» all’interno di un’Alleanza in cui il presidente americano ha evocato l’annessione della Groenlandia, ha criticato gli alleati per la loro assenza in Afghanistan e Iraq, e ha espresso frustrazione per il mancato supporto nell’operazione Epic Fury contro l’Iran.

    Rutte ha risposto evitando di entrare nel merito delle singole frizioni, scegliendo invece di valorizzare il lato positivo: Trump sarebbe «il primo presidente da Eisenhower» capace di portare gli europei a spendere quanto gli americani in difesa. Ha poi citato le quasi 5.000 sortite di aerei decollati da basi europee in supporto a Epic Fury e l’accordo franco-britannico-omanita per la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, siglato «solo 72 ore fa».

    Sky News: deterrenza sotto soglia e provocazioni russe

    Deborah Haynes di Sky News (prospettiva britannica) ha portato all’attenzione del Segretario Generale la notizia, rivelata in giornata dal Ministero della Difesa britannico, di un aereo spia russo che avrebbe sorvolato la portaerei NATO, rilasciando dispositivi sonar a scopo di disturbo. La giornalista ha chiesto se questo significhi che la NATO stia fallendo nella deterrenza sotto soglia, nonostante la retorica sul riarmo.

    Rutte ha risposto lodando la risposta delle forze armate britanniche e definendo il comportamento russo «non professionale e avventato», rifiutando la tesi di un fallimento nella deterrenza.

    The Nightly Australia: il test missilistico cinese

    Lisa Burke del quotidiano australiano Nightly Australia (prospettiva indo-pacifica) ha sollevato la questione del test missilistico cinese nel Pacifico del Sud, confermato proprio in quelle ore da Pechino, chiedendo se i leader dell’IP4 (gli alleati indo-pacifici: Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Giappone) si stessero coordinando con la NATO su questo fronte.

    Rutte ha confermato di aver scambiato messaggi nel pomeriggio stesso con il Ministro della Difesa giapponese, e ha inquadrato il test come ulteriore conferma dell’interconnessione tra teatro indo-pacifico e teatro euro-atlantico, citando anche il ruolo di Cina, Corea del Nord e Iran come «abilitatori» della guerra russa in Ucraina.

    > «Non possiamo essere ingenui riguardo alla Cina. I teatri sono sempre più intrecciati.»

    AP: cosa succede a chi non rispetta il 5%?

    Il corrispondente dell’Associated Press (prospettiva da agenzia angloamericana) ha posto la domanda che in molti si facevano: cosa accade agli alleati che non presentano piani credibili per raggiungere il 5%? L’inviato americano aveva evocato «qualcosa in serbo» per chi non rispettasse gli impegni.

    Rutte ha risposto in modo indiretto, sostenendo che la capacità di spesa aggiuntiva stia già toccando «il massimo dell’assorbimento» — ovvero i limiti strutturali delle industrie e delle forze armate — e che il problema non sia la volontà politica ma i tempi tecnici. Ha aggiunto che «se uno o due alleati devono ancora essere convinti, abbiamo modi per farlo», senza specificarli.

    Nella stessa sessione, un giornalista dell’agenzia ANP olandese ha posto una domanda più scomoda: Ankara è davvero il posto giusto per un vertice di democrazie liberali, alla luce della recente ondata repressiva contro dissidenti, giornalisti e perfino un comico? Rutte ha risposto articolando una definizione ampia di democrazia, che non include sole elezioni libere ma anche media liberi e diritto di manifestare, senza tuttavia rispondere direttamente sulla Turchia.

    Moscow Times in esilio: il nucleare tra Finlandia e Lituania

    Charlie Hancock, del Moscow Times — testata russa indipendente in esilio nei Paesi Bassi — ha sollevato la questione della decisione di Finlandia e Lituania di revocare il divieto di ospitare armi nucleari sui propri territori, chiedendo se ciò renda l’Europa più sicura.

    Rutte ha risposto inquadrando la questione nell’architettura nucleare NATO nel suo insieme — ombrello americano, deterrenti britannico e francese — e ha citato come positivo il recente incontro del gruppo di pianificazione nucleare dell’Alleanza. Non ha espresso un giudizio diretto sulla scelta di Helsinki e Vilnius.

    Bloomberg: il programma PEARL e la carenza di intercettori

    Andrea Palachova di Bloomberg (prospettiva finanziaria internazionale) ha collegato l’attacco della notte precedente alla carenza strutturale di intercettori per la difesa aerea ucraina, chiedendo se il programma PEARL — il meccanismo di approvvigionamento di sistemi d’arma per Kyiv — stesse effettivamente funzionando.

    Rutte ha confermato che le consegne PEARL sono in corso, incluse quelle di intercettori, ma ha riconosciuto che esiste un limite fisico alle scorte disponibili in territorio NATO, spingendo per un aumento della produzione.

    CNBC: il paradosso Hegseth

    Steve Sedgwick di CNBC (prospettiva economico-finanziaria) ha posto forse la domanda politicamente più tagliente della sessione: se la NATO è davvero «in ottima forma», come mai il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth continua ad accusare gli alleati di «parassitismo» e sta conducendo una revisione che potrebbe classificare alcuni alleati come «promossi» e altri come «bocciati», introducendo di fatto una NATO a due velocità?

    Rutte ha respinto la premessa, sostenendo che la revisione in corso — guidata dal Comandante Supremo Alleato — rafforzi la coesione perché mette ordine su cosa ciascun alleato può davvero garantire in caso di conflitto su due teatri simultanei.

    ICTV Ucraina e 1+1 TV Ucraina: la guerra in primo piano

    I giornalisti ucraini presenti hanno spinto su due fronti: le conseguenze dell’attacco della notte precedente e la proposta di Zelensky di coprodurre missili PAC-3 per i Patriots con i partner NATO. Rutte ha risposto che le discussioni bilaterali sono in corso ma non ha fornito aggiornamenti concreti, ricordando che anche l’industria americana stenta a tenere i ritmi di produzione richiesti.

    Insider Media e Zerkalo (Bielorussia): pace e Minsk

    Due domande hanno riguardato la possibilità di una soluzione negoziale e il ruolo della Bielorussia. Sulla pace, Rutte ha ribadito che servono due persone per ballare il tango, e che Putin continua a non volersi sedere al tavolo. Sulla Bielorussia, ha invitato a «non essere ingenui» sul peso di Mosca nelle decisioni di Minsk, senza confermare né smentire le notizie su presunti attacchi ucraini con droni contro ripetitori di segnale al confine.

    *

    Contesto: cosa è il vertice di Ankara e perché si tiene qui

    Il vertice NATO di Ankara è il trentottesimo summit dell’Alleanza Atlantica dalla sua fondazione nel 1949. La scelta di Ankara come sede segue quella dell’Aia del 2025, e rappresenta il riconoscimento del ruolo strategico della Turchia — membro dell’Alleanza dal 1952 — che controlla gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli e possiede uno dei maggiori eserciti convenzionali dell’Alleanza. La Turchia ha negli anni mantenuto relazioni commerciali e diplomatiche con Mosca anche durante il conflitto ucraino, una posizione che ha generato tensioni interne all’Alleanza, non affrontate esplicitamente in questa sessione.

    I 32 alleati si riuniscono assieme a partner di Ucraina, Unione Europea, regione Indo-Pacifica e Golfo Persico, in un formato che rappresenta, secondo i dati citati da Rutte, «quasi i due terzi dell’economia mondiale».

    *

    I prossimi passi da seguire

    Nel corso del vertice — che prosegue mercoledì 8 e giovedì 9 luglio — è attesa la sessione plenaria dei leader e il NATO Defense Industry Forum, dove verranno ufficializzati contratti per «decine di miliardi» e dove il tema dei droni sarà, ha assicurato Rutte, «al centro di molte discussioni». Resta da verificare se gli alleati presenteranno piani nazionali considerati «credibili» dalla valutazione congiunta NATO-Pentagono, e quali saranno le eventuali conseguenze per chi non li presenta.

  • A cosa serve la sceneggiata Meloni – Trump

    A cosa serve la sceneggiata Meloni – Trump

    Non serve essere raffinati spin doctor per leggere la strategia sottostante a quello che a prima vista sembra un intollerabile sfregio alle nostre istituzioni.

    Per fortuna o per iattura, mi ė capitato di abitare i luoghi della politica sufficientemente a lungo – dal Parlamento italiano fino a quello europeo – per vedere come agiscono, quali criteri informano le loro decisioni e con quali metodi amministrano l’opinione pubblica.

    Dai tempi dei grandi primi sociologi delle masse, Gustave Le Bon ma anche lo stesso Freud, senza dimenticare Edward Bernays, non ė cambiato poi granché. Le masse sono ancora considerate entità irrazionali, guidate da impulsi inconsci ed emotivi. Ognuno di noi ha una sua dimensione razionale, logica – chi più chi meno -, ma quando ci riuniamo in una folla, perdiamo la nostra dinamica intellettiva individuale e iniziamo a comportarci secondo una psicologia di gruppo, completamente diversa e perfettamente ingegnerizzabile. Pensate ad esempio a come agisce il branco: persone che prese isolatamente magari sono tranquille e ragionevoli, insieme diventano preda di incontrollabili istinti collettivi. Se vediamo un linciaggio all’opera, ad esempio, portato avanti da un numero sufficiente di persone, smettiamo di chiederci se sia giusto o sbagliato e siamo portati a metterci dalla parte del gruppo. Magari commettiamo un imperdonabile errore, ma in quel momento nessuno si ferma a pensare.

    Se dovessi cercare una spiegazione naturale a questo fenomeno, potrei pensare che la biologia predisponga meccanismi grossolani per isolare elementi ritenuti non conformi, devianti e quindi nocivi alla salute dell’organismo (e noi come specie siamo un gigantesco organismo). Come gli anticorpi si scatenano contro un ospite indesiderato che penetra nel nostro corpo, ma a volte sbagliano e provocano gravi malattie autoimmuni, così noi in quanto individui appartenenti a una specie, siamo biologicamente portati ad aggredire le cellule che riteniamo una minaccia alla nostra sopravvivenza.

    Oggi, questa caratteristica ė perfettamente utilizzabile a vantaggio di chi l’ha studiata e sa come trarne profitto. E se ai tempi di Berneys per applicarla c’era bisogno di sfruttare azioni di propaganda grazie a messaggeri umani selezionati (pensate ai preti che andavano nelle trincee e davano conforto ai soldati, ma riportavano anche le notizie che gli apparati volevano fossero diffuse, idonee ad alimentare l’odio nei confronti del nemico, nel timore che la prolungata vicinanza lo attenuasse), oggi esiste una freccia formidabile all’arco degli spin doctor: i social network, con la loro capacità di materializzare branchi enormi che si muovono a colpi di like, e possono essere indirizzati verso obiettivi di volta in volta diversi, ma anche come efficacissime attività distrattive, cioè per realizzare quello che una volta gli antichi romani chiamavano panem et circenses: distrarre il popolo con giochi e spettacoli, indirizzando la sua rabbia verso i gladiatori o verso gli schiavi, di modo che non si occupasse di quello che facevano gli imperatori.

    Ma torniamo a noi.

    Sta per incominciare un vertice NATO dove saranno discussi i destini del mondo, in uno scenario dove gli incendi si stanno propagando a velocità impressionante e assistiamo a una corsa al riarmo che rievoca la frenesia dei secoli bui del secolo scorso.

    Mentre i cittadini italiani assistono alla distruzione progressiva dei servizi connessi alla salute pubblica – che pure pagano profumatamente -, con esami e visite mediche rimandati di mesi o anni; al degrado delle infrastrutture (ponti che crollano, blackout diffusi e persistenti causati dallo stato di fatiscenza in cui versa la rete delle linee che portano l’energia); al costo esorbitante delle bollette, dovuto a una politica energetica contraria ai nostri stessi interessi; al degrado degli acquedotti, che lasciano senz’acqua intere fasce della popolazione a lungo, e proprio quando ne hanno più bisogno, con le temperature che sfiorano i 50 gradi; proprio mentre il paese versa in queste condizioni (e chiunque tra i lettori potrebbe continuare con altri esempi calzanti), ad Ankara si riuniscono i vertici dei paesi dell’Alleanza Atlantica, per deliberare nuovi investimenti miliardari in armamenti. Investimenti che apparentemente servono a difendersi da una fantomatica minaccia russa che ancora qui nessuno ha capito a cosa si riferisca, posto che Putin ė in guerra con Zelensky e non ha mai manifestato l’intenzione (anzi l’ha negata esplicitamente) di attaccare l’Unione Europea (chiunque capirebbe che non ha nessun senso: con l’Unione Europea la Russia vorrebbe casomai fare affari, non impegnarsi in una operazione di conquista senza fine).

    L’Italia, in particolar modo, sta portando sul tavolo della trattativa ben 17 miliardi di nuovo debito entro il 2028, per contribuire militarmente alle operazioni della NATO. 17 miliardi che stiamo per pagare di tasca nostra, perché comunque vengano finanziati, si tratta sempre e comunque di debito pubblico che significa fiscalità per tutti e una diminuita possibilità di investire in spesa sociale.

    Diciassette miliardi quando ci sono pensioni minime da fame, se hai bisogno di fare un’esame o di consultare uno specialista te lo devi pagare perché la sanità pubblica ė stata smantellata a favore di un sistema privatistico, nessuno riesce più a vivere nelle grandi città (specialmente a Milano) e le forze dell’ordine sono insufficienti a garantire legalità e sicurezza sul territorio.

    Come far accettare dunque alla gente una ulteriore spesa in ambito militare di questa rilevanza, quando una minima percentuale di questi soldi (che per tutto il resto “non si trovano”), sarebbe bastata a risolvere montagne di problemi legati alla stessa sopravvivenza quotidiana dei cittadini, in una dimensione perlomeno dignitosa e decorosa?

    Non ė possibile, evidentemente, ma se da un lato si può sempre contare sulla cara vecchia propaganda (con la complicità di media compiacenti, che vivono in larga maggioranza di pubblici sussidi), volta a dipingere l’ineluttabilità del nemico alle porte (e dunque dobbiamo difenderci dalla classica minaccia fantasma), dall’altro si può molto più semplicemente sviare l’attenzione del popolo su una trama evergreen da rotocalco rosa, che piace tanto e non passa mai di moda.

    Cosa c’ė di meglio, dunque, che una bel “dissing” tra i due principali protagonisti, da un lato chi i soldi li chiede (Trump) e dall’altro chi i soldi deve darli, Meloni, alternativamente interpretabile dai più romantici come una love story un po’ litigiosa?

    Che uno si indigni per l’insolenza del cowboy, che non rispetta le nostre istituzioni, o che si intenerisca per il modo in cui Giorgia guarda Trump, in uno scatto che evidentemente fotografa l’espressione di un istante (che quasi certamente non accompagnava dichiarazioni d’amore, ma – magari – una richiesta di pressa d’atto su fatti talmente incontrovertibili da provocare sbigottimento), il risultato non cambia: il popolo si indigna o sorride, i media rincarano la dose, e l’agenda del dibattito pubblico si sposta dai 17 miliardi alle cronache rosa. Tutti vogliono sapere come va a finire tra Ridge e Brook: riuscirà la bionda principessa a farsi rispettare dal rozzo sceriffo yankee?

    Ė solo story-telling, ovviamente: Trump non si sogna minimamente di mancare di rispetto a Giorgia Meloni, né Giorgia teme di non essere rispettata. Ė l’equivalente di un gustoso siparietto che i convenuti si accordano di concedere alla morbosa curiosità delle folle, tra una discussione seria e l’altra, queste ultime rigorosamente condotte a porte chiuse. Ed in quelle conversazioni prendono decisioni di cui voi dovreste seriamente occuparvi e preoccuparvi, non fosse che purtroppo siamo tutti qui a guardare l’ennesima puntata di Beutiful, proiettata sui nostri schermi generosamente, per esentarci dal dovere di occuparci delle cose serie. Che poi sono quelle che alla fine presentano sempre, invariabilmente, il conto. E quando il popolo chiederà spiegazioni, gli verrà risposto – giustamente – che aveva tutti gli elementi per conoscere e intervenire, e che se non l’ha fatto, beh… la colpa ė solo sua.

    Vagli a dare torto.

  • Il Governo promette 17 miliardi in due anni per le spese militari a Trump, mentre gli italiani devono pagarsi esami e analisi mediche.

    Il Governo promette 17 miliardi in due anni per le spese militari a Trump, mentre gli italiani devono pagarsi esami e analisi mediche.

    🔊 Ascolta l’articolo

    Al vertice Nato di Ankara, in programma il 7 e 8 luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si presenterà con una promessa dal peso considerevole: un incremento delle spese militari e di sicurezza pari ad almeno 5,3 miliardi di euro nel 2027 (+0,25% del Pil) e altri 11,6 miliardi nel 2028 (+0,55% del Pil), per un totale di circa 17 miliardi di euro in più nel biennio. Una traiettoria che porterebbe l’Italia dall’attuale 2,8% al 3,35% del Pil destinato alla difesa entro il 2028, nel quadro del più ambizioso obiettivo collettivo del 5% fissato dall’Alleanza Atlantica entro il 2035. A queste cifre si sarebbe arrivati dopo una serie di riunioni riservate che hanno visto protagonisti, oltre alla stessa Meloni, anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro della Difesa Guido Crosetto.

    Una promessa tutta politica, con molti «se»

    Prima di interrogarsi su dove andrà questo denaro, vale la pena capire da dove verrà. La risposta, al momento, non è affatto scontata. Giorgetti preferirebbe attendere settembre, quando i dati sul deficit 2025 chiariranno se l’Italia rientrerà sotto la soglia del 3% e potrà uscire dalla procedura di infrazione europea. Solo a quel punto si aprirebbero spazi di bilancio più ampi. Crosetto, più pragmatico sulla destinazione finale, avrebbe preferito attingere ai prestiti europei del programma Safe; il Tesoro, tuttavia, è orientato alla prudenza e si riserva di decidere in seguito se ricorrere a quel meccanismo oppure finanziare a debito gli investimenti militari. In alternativa, il governo potrebbe attivare la clausola di salvaguardia nazionale per la difesa concessa dall’Unione europea, che consente una deviazione temporanea dal patto di stabilità fino all’1,5% del Pil l’anno per il triennio 2026-2028.

    In sintesi: si tratta di promesse che impegnano in buona parte un governo che potrebbe non essere più in carica, e che dipendono da meccanismi finanziari ancora da definire.

    La pressione di Trump e l’urgenza di «non fare brutta figura»

    Perché allora Meloni si avventura in impegni così onerosi? La risposta è in buona parte geopolitica — e in parte molto prosaica. Donald Trump ha attaccato pubblicamente gli alleati europei, Italia compresa, giudicando «ridicolo» il contributo degli altri stati membri dell’Alleanza rispetto a quello degli Stati Uniti. Presentarsi ad Ankara a mani vuote avrebbe significato esporsi a ulteriori critiche o umiliazioni pubbliche. Meloni avrebbe persino chiamato il presidente turco Erdogan per chiedere che i lavori del summit si svolgessero su un piano «quanto più tecnico e operativo possibile», evitando che il vertice diventasse, come temono a Palazzo Chigi, «uno show di Trump».

    Miliardi per la difesa: ma la sanità pubblica può aspettare?

    Qui però stiamo facendo i conti senza l’oste.

    L’Italia è il Paese in cui gli esami diagnostici hanno liste d’attesa di mesi o anni (talvolta non ci sono proprio slot disponibili, se non a pagamento), dove il servizio sanitario nazionale — anche nelle regioni più ricche — fatica a garantire prestazioni elementari ai cittadini. È il Paese con le carceri sovraffollate, le infrastrutture fatiscenti, i ponti che crollano, le scuole che sgretolano. È il Paese in cui si ripete da decenni che «non ci sono soldi» per gli investimenti pubblici più urgenti.

    Eppure, per onorare la Nato e — soprattutto — placare Trump, quei miliardi si trovano. O almeno si promettono.

    La domanda che emerge, e che meriterebbe una risposta pubblica e trasparente, è: contro quale minaccia concreta si stanno costruendo questi arsenali? La Russia rappresenta davvero un pericolo imminente per l’Italia, tale da giustificare un riorientamento così massiccio delle risorse pubbliche verso la spesa militare? E chi beneficia, in concreto, di questi investimenti? La filiera dell’industria della difesa — Lockheed Martin, Leonardo, Rheinmetall e i grandi contractor occidentali — è la risposta ovvia, anche se quasi mai citata nel dibattito ufficiale.

    I programmi di ammodernamento già avviati presentano conti salatissimi e spesso lievitati: il nuovo caccia di sesta generazione GCAP, sviluppato con Regno Unito e Giappone, è passato da una stima di 6 miliardi nel 2021 a 18,6 miliardi nell’ultimo decreto. I nuovi carri armati Leonardo-Rheinmetall costano 8,2 miliardi, ma solo 5,5 sono stati stanziati. I mezzi da combattimento per la fanteria hanno un conto da 16 miliardi, coperti per metà.

    Nessuno di questi miliardi servirà a ridurre le liste d’attesa in un pronto soccorso. Nessuno accorcerà i tempi di un’ecografia o rimetterà in piedi un reparto di oncologia chiuso per carenza di personale.

    Un impegno che va ben oltre il mandato del governo attuale

    C’è infine un elemento strutturale che rischia di passare inosservato nel dibattito pubblico: gli impegni presi da Meloni ad Ankara ricadranno, in larghissima parte, su governi futuri. Il biennio 2027-2028 non è dietro l’angolo, e non è affatto certo che l’attuale esecutivo sarà ancora in carica per attuarli. Si tratta, in altri termini, di una cambiale firmata in nome dell’Italia intera, senza che il Parlamento abbia discusso in modo organico le priorità di spesa del Paese.

    Nei prossimi giorni si capirà quanto del comunicato finale del vertice di Ankara resterà sulla carta e quanto diventerà realtà nei bilanci. Quel che è certo è che il conto — qualunque forma prenderà — lo pagheranno i contribuenti italiani, senza averne in cambio nessun beneficio. Anzi, avendone in cambio sempre meno servizi e sempre meno spesa sociale.

    I soldi ci sono, ma la politica sovranazionale (e di conseguenza quella italiana) decide di investirli nella produzione di armamenti, arricchendo i soliti noti. Non è anche questo, insieme al fisco, un modo di drenare liquidità da un paese e lasciare i cittadini senza soldi? Un popolo di schiavi che devono solo lavorare, con l’illusione di avere un welfare che non avranno mai, mentre una casta di cavallette mantiene il potere e il controllo di tutte le risorse planetarie. Come nel film Z la formica.

  • Putin a Trump: «Siamo potenze nucleari, responsabilità comune». Sottotesto: “occhio a quel che fate, o qui saltiamo tutti”.

    Putin a Trump: «Siamo potenze nucleari, responsabilità comune». Sottotesto: “occhio a quel che fate, o qui saltiamo tutti”.

    Nel giorno in cui gli Stati Uniti celebrano il 250° anniversario della loro indipendenza, il presidente russo Vladimir Putin ha inviato un messaggio di congratulazioni al suo omologo americano Donald Trump. Parole apparentemente protocollari, ma che — lette nel contesto delle tensioni geopolitiche attuali tra Mosca e l’Occidente — assumono un peso ben diverso da un semplice telegramma di cortesia diplomatica.

    Secondo quanto riportato dall’agenzia russa Tass, Putin ha scritto che «la Russia e gli Stati Uniti, le due maggiori potenze nucleari del mondo, hanno una responsabilità speciale nel mantenere la sicurezza e la stabilità internazionale». Una frase che, nelle circostanze presenti, difficilmente può essere letta come un gesto di buona volontà privo di sottotesto.

    Il codice diplomatico e ciò che non viene detto

    Chi segue da tempo le dinamiche della comunicazione istituzionale russa sa che il Cremlino non usa mai le parole a caso, soprattutto quando si tratta di messaggi destinati a un leader occidentale di primissimo piano. Evocare il ruolo di «potenze nucleari» in un contesto di crescente tensione militare non è un richiamo astratto alla cooperazione: è un promemoria su ciò che è in gioco.

    Il messaggio arriva in un momento tutt’altro che ordinario. Nelle ultime settimane, secondo fonti di stampa internazionale, Washington avrebbe avvertito la Polonia di presunti piani russi legati a possibili sconfinamenti nell’area dell’Europa orientale. Varsavia, dal canto suo, ha già espresso pubblicamente la propria disponibilità ad accogliere armamenti nucleari della NATO sul proprio territorio — una mossa che Mosca considera una minaccia diretta ai propri confini. A questo si aggiunge la chiusura progressiva dei confini tra la Russia e diversi Paesi dell’Europa orientale, in risposta alle analoghe restrizioni imposte da quegli stessi Stati verso la Russia.

    Una spirale di tensioni ai confini orientali

    Il quadro complessivo è quello di una crisi che si è intensificata gradualmente, con l’asse NATO-Russia che appare sempre più in una logica di confronto piuttosto che di dialogo. La presenza militare alleata ai confini della Federazione Russa è cresciuta in modo significativo dall’inizio del conflitto in Ucraina, e Mosca lo interpreta — apertamente e senza ambiguità — come una provocazione esistenziale.

    In questo scenario, gli «auguri» di Putin a Trump per il 4 luglio vanno decifrati su un doppio registro. In superficie: un gesto di rispetto istituzionale tra capi di Stato. In profondità: un segnale inequivocabile rivolto all’intera alleanza atlantica. Il senso, tradotto dal linguaggio della diplomazia, suona più o meno così: siamo consapevoli delle responsabilità che derivano dal possesso di arsenali nucleari, e ci aspettiamo che anche voi lo siate — soprattutto nelle scelte che state compiendo ai nostri confini.

    La responsabilità che nessuno vuole nominare

    Ciò che colpisce è l’assenza, nel dibattito pubblico occidentale, di una riflessione seria sull’escalation in corso. Mentre Varsavia discute di basi nucleari e Washington calibra le proprie comunicazioni con gli alleati orientali, le parole di Putin — per quanto filtrate attraverso l’agenzia di Stato Tass — pongono una domanda che non ammette risposte vaghe: fino a dove si intende spingere la pressione militare e diplomatica su Mosca, e con quale consapevolezza dei rischi?

    La storia del Novecento ha già insegnato quanto rapidamente una crisi ai margini dell’Europa possa trasformarsi in qualcosa di molto peggio. Il richiamo alla «responsabilità speciale» delle due superpotenze nucleari, in bocca a Putin in questo preciso momento storico, non sembra un esercizio retorico. Sembra, piuttosto, un confine tracciato con mano ferma.

    Nei prossimi giorni si attende una risposta ufficiale da parte della Casa Bianca, anche se al momento non risultano dichiarazioni pubbliche di Trump sul messaggio ricevuto.

  • La Russia starebbe pianificando un attacco alla Polonia, per testare le difese NATO e battere il riarmo UE sul tempo.

    La Russia starebbe pianificando un attacco alla Polonia, per testare le difese NATO e battere il riarmo UE sul tempo.

    🔊 Ascolta l’articolo

    Gli Stati Uniti hanno formalmente allertato la Polonia: secondo quanto riportato oggi dal portale di informazione polacco Onet — che cita fonti vicine al presidente Karol Nawrocki e agli ambienti della sicurezza nazionale — Mosca starebbe pianificando una provocazione militare contro il territorio polacco entro i prossimi mesi. L’obiettivo dichiarato non sarebbe aprire un conflitto su vasta scala, ma testare la tenuta dell’Alleanza Atlantica e fare pressione sull’Occidente affinché riduca o sospenda il sostegno militare all’Ucraina.

    La notizia, ripresa anche dal quotidiano britannico The Telegraph, mette al centro del dibattito una constatazione su cui non possiamo restare inconsapevoli: la Russiasi sta portando avanti, in previsione del conflitto che lo stesso Lavrov ha anticipato. Ed è proprio la politica del riarmo accelerato, voluta dall’Unione Europea della Von Der Leyen con scadenza al 2030, a provocare questa escalation. Ricordiamo che la Polonia si è dichiarata disponibile ad ospitare a breve le bombe atomiche Nato, a richiesta. Dunque. più che di “provocazione militare”, dovremmo forse parlare di “reazione” a una provocazione militare.

    Qui non si tratta di essere filorussi: siamo italiani, e viviamo in Europa. Si tratta di comprendere con precisione dove ci stanno portando i nostri governanti.

    Gli scenari: dai droni alle incursioni di confine

    Secondo le fonti di sicurezza polacche citate da Onet, i piani russi contemplano più livelli di escalation controllata. Il primo livello prevede attacchi con missili o droni contro infrastrutture critiche polacche, come centrali elettriche, oppure simulazioni di incursioni aeree progettate per costringere Varsavia ad attivare i propri sistemi di difesa aerea, mettendo sotto tensione l’intera catena di comando della Nato.

    Nello scenario più estremo — quello che una fonte dell’intelligence polacca ha definito un “attacco ibrido nella regione di confine” — potrebbero essere coinvolti soldati russi o bielorussi che attraversano fisicamente il confine polacco. La copertura diplomatica sarebbe già pronta: Mosca presenterebbe l’accaduto come un incidente tecnico, un errore di navigazione GPS o una missione di emergenza per recuperare un elicottero in avaria. Un artificio narrativo studiato per mantenere la provocazione sotto la soglia che attiverebbe automaticamente l’Articolo 5 del Trattato Nato.

    Le direttrici geografiche più a rischio sono due: l’exclave russa di Kaliningrad — che confina direttamente con la Polonia a nord e ospita armamenti nucleari — e la Bielorussia ad est, fedele alleato di Mosca.

    Il vero obiettivo: spaccare la Nato, isolare Kiev

    La strategia del Cremlino, così come emerge dalle analisi dei servizi di intelligence occidentali, punta su un obiettivo politico preciso: dimostrare che la Nato è, nelle parole usate dallo stesso presidente americano Donald Trump, una “tigre di carta”. Se di fronte a una provocazione russa i Paesi alleati si spaccassero su come rispondere — con alcuni che chiedessero la trattativa e altri l’intervento militare — Mosca otterrebbe una vittoria strategica senza sparare un colpo in senso tradizionale.

    Il calcolo sarebbe ancora più sofisticato: uno scenario in cui la Russia, dopo un’incursione in territorio polacco, si ritirasse in seguito a negoziati piuttosto che essere respinta con la forza, verrebbe percepito a Mosca come una vittoria totale. Avrebbe dimostrato che l’Alleanza non è disposta a combattere, indebolito il sostegno a Kiev e rafforzato la posizione negoziale russa in vista di qualunque futuro tavolo di pace.

    Una fonte dell’intelligence baltica, citata dal Telegraph, ha confermato che tali scenari sono concretamente discussi a Mosca, e che vi sarebbe l’intenzione di attribuire eventuali provocazioni all’Ucraina, sfruttando le tensioni già esistenti tra Varsavia e Kiev su questioni agricole e storiche.

    Una guerra che sta iniziando ora, prima del 2030?

    Qui è necessario farsi le domande giuste, perché la posta in gioco è definitiva, per l’Italia e per tutti i cittadini europei.

    Lavrov ha detto esplicitamente che Mosca sa che l’Unione Europea si sta preparando alla guerra entro il 2030. L’Italia stessa si sta preparando, costretta dall’Unione Europea a indebitarsi per 15 miliardi con i fondi SAFE, cosa che molto probabilmente avverrà entro luglio. Putin ha chiuso i confini con i Paesi dell’Europa orientale. E ora, immediatamente dopo, arriva questa allerta in Polonia.

    Il sospetto forte, quello che sui giornali è meglio non scrivere, è che il Cremlino stia anticipando i tempi proprio perché una volta che il riarmo occidentale sarà completato, ogni iniziativa militare futura sarà più complicata. Insomma: se guerra deve essere, che almeno colga il nemico di sorpresa, quando è ancora impreparato a difendersi. Sun Tzu insegna.

    La politica del riarmo accelerato, sostenuta dall’asse franco-tedesco anche per convenienza economiche (e la concomitanza con i nuovi stanziamenti per Lockheed non rasserena), sta producendo l’effetto opposto a quello dichiarato: non deterrenza, ma aggravamento del rischio. Non pace attraverso la forza (si vis pacem para bellum), ma l’anticipo della guerra.

    È un interrogativo legittimo che qualunque osservatore terzo e intellettualmente onesto dovrebbe porsi, e a cui la politica dovrebbe rispondere. Ma la politica, si sa, risponde solo quando una mobilitazione popolare glielo impone. Quindi in ultima istanza i responsabili siamo noi, come sempre. La nostra inerzia ci definisce.

    La risposta della Nato: esercitazioni e deterrenza

    Dal fronte occidentale, la risposta è quella della deterrenza classica. Il Telegraph riporta che una recente esercitazione navale in Lettonia, con un ruolo centrale della marina e dei marines statunitensi, è stata concepita esplicitamente per ricordare a Mosca che qualsiasi attacco contro un alleato Nato equivale a un attacco diretto contro le truppe americane.

    Il comandante dell’Aeronautica tedesca, Holger Neumann, aveva dichiarato il mese scorso che Berlino difenderebbe “ogni centimetro” del territorio dell’Alleanza, Polonia inclusa, indicando Kaliningrad, San Pietroburgo, la penisola di Kola e il Mar Nero come potenziali obiettivi di risposta in caso di conflitto.

    Un membro della dirigenza del ministero della Difesa polacco ha confermato a Onet che la possibilità di una provocazione russa è concreta, sottolineando però che la Polonia ha già condotto esercitazioni volte a segnalare a Mosca le conseguenze devastanti di una risposta Nato.

    Un orizzonte che ci riguarda tutti

    Ciò che emerge da questa notizia non è solo una crisi tra Russia e Polonia. È il risultato di anni di scelte politiche che hanno privilegiato la retorica del pugno duro sulla diplomazia, il riarmo sulla de-escalation, le sanzioni sul dialogo. Le conseguenze di quelle scelte stanno bussando alle porte dell’Europa. Letteralmente, visti i confini chiusi e le allerte d’intelligence, mentre la Cina si avvicina con installazioni militari lungo i confini dei paesi dell’est europeo. E a pagare il prezzo, come sempre, non saranno i vertici di Bruxelles né i palazzi di Parigi: saranno i cittadini comuni, italiani inclusi, che già pagano uno sproposito il prezzo dell’energia (ma chissenefrega, vero?).

    Tranquilli: adesso arrivano le camionette laser di SkyNet (non è uno scherzo: li stanno sviluppando gli USA, realmente) e non avremo nulla da temere.

  • PlayStation: dal 2028 via i dischi fisici, tutto digitale! Non possiederai niente e sarai felice. Ma io non sono felice. Voi?

    PlayStation: dal 2028 via i dischi fisici, tutto digitale! Non possiederai niente e sarai felice. Ma io non sono felice. Voi?

    🔊 Ascolta l’articolo

    Dal gennaio 2028, Sony Interactive Entertainment cesserà la produzione di dischi fisici per tutti i nuovi titoli in uscita sulle console PlayStation. L’annuncio, pubblicato due giorni fa sul blog ufficiale di PlayStation a firma di Sid Shuman, Senior Director of Content Communications, è globale: riguarda tutti i mercati, Italia compresa. I giochi già disponibili o in uscita prima di quella data non saranno toccati. Da quel momento in poi, però, chi vorrà comprare un nuovo gioco PlayStation dovrà farlo esclusivamente in digitale, o tramite il PlayStation Store o attraverso rivenditori che distribuiranno codici di attivazione al posto dei tradizionali dischi.

    Sony giustifica la scelta con i dati di mercato: secondo il suo ultimo rapporto finanziario, nell’anno fiscale chiuso al 31 marzo 2026 i download digitali rappresentano circa l’80% degli acquisti di giochi completi. Una percentuale in crescita costante, anno dopo anno. La tendenza è reale. Ma che il mercato si muova in una direzione non significa che quella direzione vada accettata acriticamente, soprattutto quando a farne le spese sono i consumatori.

    Una licenza, non un possesso: quello che Sony non dice chiaramente

    C’è una frase, sepolta nelle condizioni d’uso del PlayStation Store, che dovrebbe far riflettere chiunque spenda sessanta, settanta, ottanta euro per un videogioco: l’utente acquista una licenza personale non trasferibile, non la proprietà del prodotto. In termini pratici, significa che il gioco non è tuo. Lo usi finché Sony te lo consente.

    Non è un dettaglio tecnico. È la differenza sostanziale tra possedere qualcosa e affittarlo a tempo indeterminato. Con un disco fisico, il gioco resta in casa tua anche se Sony chiude i battenti, anche se il server va offline, anche se l’account viene bannato per errore. Con una licenza digitale, niente di tutto questo è garantito.

    I precedenti sono numerosi e documentati. Nel 2013, Valve rimosse Order of War: Challenger dalle librerie degli utenti senza possibilità di recupero. Nel 2024, Sony stessa cancellò i contenuti acquistati tramite Funimation dai profili degli utenti PlayStation. Il caso forse più eclatante riguarda Nintendo: dopo la chiusura degli store di 3DS e Wii U nel 2023, il numero di titoli Game Boy ancora acquistabili è crollato da 155 su 1.873 disponibili a soli 25. Il resto è sparito, insieme ai soldi spesi dagli utenti per acquistarli.

    Tutto quello che abbiamo già perso — e non soltanto nei videogiochi

    La fine del disco fisico per PlayStation non è un evento isolato. È l’ultimo capitolo di una storia che dura da almeno vent’anni e che ha visto sparire, uno dopo l’altro, oggetti fisici sostituiti da accessi digitali revocabili.

    Cominciamo dalla musica. Il CD ha ceduto il passo allo streaming: oggi si paga Spotify, Apple Music o Amazon Music ogni mese, e in cambio si ha accesso a milioni di brani. Ma se il contratto finisce, se il servizio chiude, se l’abbonamento non viene rinnovato, la musica sparisce. Nessun disco rimane sul ripiano.

    Il cinema ha seguito la stessa traiettoria. I DVD e i Blu-ray, che avevano già soppiantato le videocassette, vengono oggi progressivamente abbandonati a favore di Netflix, Disney+, Prime Video. Le biblioteche fisiche di film, costruite in anni di acquisti, si svuotano. E anche qui: una piattaforma che chiude porta via con sé tutto il catalogo.

    I libri? Amazon Kindle ha dimostrato plasticamente il problema nel 2009, quando rimosse da remoto — senza preavviso — copie di 1984 di George Orwell acquistate dagli utenti. La beffa letteraria sarebbe stata difficile da costruire a tavolino. I giornali e le riviste, un tempo cartacei e conservabili, diventano abbonamenti digitali che cessano di esistere alla scadenza del pagamento.

    Il software è forse l’esempio più rodato. Microsoft Office si è trasformato in Microsoft 365, un abbonamento annuale. Adobe ha abbandonato la vendita delle sue suite sostituendole con Creative Cloud: un fotografo professionista che smette di pagare perde l’accesso a Photoshop e Lightroom da un giorno all’altro, anche se ha già pagato centinaia di euro nel corso degli anni.

    Ma il fenomeno non si ferma ai contenuti digitali. Negli ultimi anni la logica della licenza e dell’accesso condizionato si è estesa agli oggetti fisici del mondo reale.

    Le automobili moderne montano funzionalità software che i produttori possono attivare, disattivare o vendere come abbonamenti. BMW ha proposto l’attivazione a pagamento del riscaldamento dei sedili — funzione già presente nell’auto, bloccata via software. Tesla aggiorna i veicoli da remoto, modificando le prestazioni della batteria o le funzioni di guida autonoma: un’auto che hai comprato può essere diversa l’anno dopo, con o senza il tuo consenso. In alcuni modelli, funzionalità già pagate possono essere “noleggiate” mensilmente anziché sbloccate in via permanente.

    Le abitazioni cominciano a seguire la stessa logica. Le serrature smart, i sistemi di accesso tramite app, i campanelli connessi: tutto dipende da un server, da un’app, da un’azienda che deve continuare a esistere e a mantenere attivo il servizio. Sono già noti casi in cui, dopo la chiusura di un’azienda produttrice di domotica, i clienti si sono ritrovati con serrature digitali che non funzionavano più, o con dispositivi di controllo domestico diventati inutilizzabili. Possedere una casa non basta più: serve anche che l’app funzioni.

    Il danno reale: chi paga di più e chi perde di più

    C’è una dimensione sociale di questa trasformazione che raramente viene discussa come merita.

    I videogiochi sono tra i beni di consumo più costosi nel settore dell’intrattenimento. I titoli di punta per PlayStation arrivano a 80 euro al lancio. Per un adolescente, per una famiglia con reddito medio, per chiunque debba fare i conti con un bilancio familiare reale, si tratta di una spesa significativa. Con il formato fisico, quella spesa aveva un corrispettivo concreto: un disco che si poteva prestare a un amico, rivendere sull’usato, conservare, regegalare. Parte del valore dell’acquisto era recuperabile.

    Con il digitale puro, tutto questo sparisce. Non si può rivendere una licenza. Non si può prestare un download. Non si può donare un gioco digitale comprato anni fa a un fratello minore. Il mercato dell’usato, che per molti ragazzi era l’unico modo accessibile per giocare a titoli altrimenti fuori portata, si estingue. La spesa rimane alta — o diventa anche più alta, perché senza concorrenza del mercato secondario i prezzi non hanno incentivi a scendere — ma il valore reale dell’acquisto si riduce.

    Le conseguenze si estendono ai rivenditori. Negozi specializzati in videogiochi nuovi e usati, mercatini dell’elettronica, piattaforme come eBay su cui privati compravano e vendevano giochi di seconda mano: secondo Chris Dring di The Game Business, questi operatori dovranno sempre più orientarsi verso hardware e accessori per sopravvivere. Alcune categorie di rivenditori semplicemente spariranno.

    La promessa dell’accesso e i suoi limiti pratici

    L’argomento standard a favore del digitale è la comodità: niente dischi da cercare, niente confezioni da conservare, tutto disponibile ovunque con pochi clic. È un argomento reale, ma incompleto.

    Funziona bene se hai una connessione Internet veloce e stabile. Non funziona in zone rurali, in abitazioni con connessioni lente, durante i frequenti disservizi dei provider. Non funziona se sei in viaggio in un paese con dati mobili costosi o limitati. Non funziona se hai finito il traffico del tuo piano tariffario nel momento in cui volevi scaricare un aggiornamento da 50 gigabyte.

    Funziona bene finché il tuo account esiste e non viene sospeso. Ma gli account possono essere bloccati — per errori del sistema, per segnalazioni infondate, per violazioni involontarie dei termini di servizio. In quel momento, l’intera libreria digitale diventa inaccessibile. Con un disco fisico, nessuna sospensione dell’account può toglierti il gioco già in mano.

    Funziona bene finché i server sono attivi e l’azienda è in salute. Ma le aziende chiudono, vengono acquisite, decidono di chiudere servizi non più profittevoli. Sony ha già annunciato in parallelo la chiusura progressiva del PlayStation Store per PS3 e PS Vita, con avvio da agosto 2026 e completamento entro luglio 2027. I contenuti già acquistati, ha precisato Sony, resteranno scaricabili “nel prossimo futuro” — una formula che non equivale a una garanzia permanente.

    La civiltà del canone: quando non si possiede più nulla

    Quello a cui stiamo assistendo, attraverso la fine del disco fisico per PlayStation come attraverso decine di altre transizioni simili negli ultimi anni, è la costruzione di un modello economico fondato sull’accesso temporaneo in luogo del possesso permanente. Ogni prodotto diventa un servizio. Ogni acquisto diventa un abbonamento o una licenza. Ogni oggetto fisico diventa un’app.

    La logica ha una sua coerenza dal punto di vista delle aziende: chi vende un prodotto lo vende una volta sola; chi vende un servizio incassa ogni mese, controlla l’esperienza utente, elimina il mercato secondario, raccoglie dati sui comportamenti di utilizzo. I vantaggi per i produttori sono evidenti e ingenti.

    I vantaggi per i consumatori sono più sfumati e, in molti casi, illusori. La “comodità” dell’accesso digitale ha un prezzo nascosto: la perdita di controllo su ciò che si usa, la dipendenza da infrastrutture esterne, la vulnerabilità alle decisioni unilaterali di aziende private.

    Il filosofo e saggista italiano Umberto Eco scrisse, molti anni prima che la questione diventasse così concreta, che la differenza tra possedere un libro e averlo letto in biblioteca è la differenza tra poterlo rileggere quando vuoi e doverlo chiedere ogni volta. Il principio si applica, con conseguenze assai più gravi, a un intero ecosistema di beni culturali e tecnologici che stiamo consegnando, un pezzo alla volta, a piattaforme che non ci appartengono.

    La direzione è chiara, e riguarda molto più dei videogiochi. È un preciso orientamento del World Economic Forum: “Non possiederai nulla e sarai felice“.

    No, io non sono felice, perché essere continuamente costretti ad essere in regola con i conti correnti, con i documenti personali, con le assicurazioni, con le leggi, il fisco, le poliicy delle carte di credito, le bollette degli internet service provider, le licenze, i nomi utente, le password, gli account email, lo spid, le pec, i sistemi di identificazione digitali, Cie ID, l’home banking e qualsiasi altra tecnicalità che il mondo moderno ti costringe a gestire per ammetterti alla vita sociale non rende felici: rende schiavi perpetui. Esattamente quello che il nuovo globalismo tecnodigitale vuole da noi.