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  • Ciclosporiasi negli Usa: 11.500 casi in 41 Stati e nessuna certezza. Può arrivare anche in Europa?

    Ciclosporiasi negli Usa: 11.500 casi in 41 Stati e nessuna certezza. Può arrivare anche in Europa?

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    È la più grande epidemia di ciclosporiasi mai documentata negli Stati Uniti, e a mesi di distanza dai primi contagi nessuno sa ancora da dove sia partita davvero. I numeri, aggiornati a mercoledì dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC), parlano di oltre 11.500 casi distribuiti in 41 Stati: circa 4.100 confermati in laboratorio e altri 7.400 in attesa di verifica. Una crescita che non accenna a fermarsi e che, soprattutto, non trova ancora una spiegazione univoca.

    La ciclosporiasi è un’infezione intestinale provocata dal parassita Cyclospora cayetanensis. Sintomi tutt’altro che banali: diarrea acquosa e ricorrente — qualcuno la descrive come “esplosiva” — crampi, disidratazione, debilitazione dell’intero organismo. Il contagio avviene per via oro-fecale, tipicamente attraverso acqua non trattata o frutta e verdura cruda non lavate a sufficienza. Nulla di esotico: basta un anello che si spezza nella catena dell’igiene agricola, tra bagni assenti nei campi e acque di scarico che si mescolano a quelle per l’irrigazione.

    Dove colpisce e chi paga il conto

    Il focolaio più pesante è in Michigan, che da solo conta più di 7.000 casi confermati dalle autorità statali. Nella contea di Monroe — area rurale al confine orientale dello Stato, circa 154mila abitanti — i casi documentati sono tra i più alti in assoluto: 286. Un impatto enorme su una comunità piccola, tanto che da settimane i residenti evitano i ristoranti e diffidano di frutta e verdura crude.

    Chiaramente alcuni abitanti non se la prendono solo con il parassita: puntano il dito contro la gestione “maldestra” della risposta pubblica all’emergenza. Un panico che, a loro dire, è alimentato tanto dalla malattia quanto dalla confusione istituzionale.

    Il giallo della lattuga iceberg

    Le prime infezioni risalgono al 13 maggio. Da allora, catene e grande distribuzione — da Walmart a Jack in the Box fino a Taco Bell — hanno ritirato prodotti dagli scaffali, quasi sempre motivando la scelta con la formula rassicurante dell’”eccesso di cautela”. L’indiziato principale è la lattuga iceberg fornita da Taylor Farms de Mexico e proveniente dal Messico centrale: l’azienda ha disposto un richiamo volontario che ha toccato 27 Stati, con prodotti distribuiti tra il 29 giugno e il 16 luglio.

    Sembrava la svolta. Sabato scorso la Food and Drug Administration ha annunciato che un campione di lattuga Taylor Farms era risultato positivo alla Cyclospora. Peccato che, meno di 24 ore dopo, l’agenzia abbia fatto marcia indietro: falso positivo. Un cortocircuito che racconta bene quanto sia scivolosa questa caccia.

    “In questo caso, trovare alcune cisti di Cyclospora in un campione di lattuga è letteralmente come cercare un ago in un pagliaio“, ha spiegato Francisco Diez-Gonzalez, direttore del Center for Food Safety dell’Università della Georgia. Il patogeno è difficilissimo da coltivare e sequenziare in laboratorio. E i falsi positivi, ha avvertito l’esperto, rischiano di “rendere il consumatore estremamente diffidente, lasciandolo senza alcun punto di riferimento di cui potersi fidare”.

    Perché è così difficile trovare la fonte

    C’è un motivo biologico che rende questa epidemia un rebus. Tra l’ingestione del parassita e la comparsa dei sintomi possono passare fino a due settimane. Un tempo lunghissimo per chi deve ricostruire cosa ha mangiato e dove. Come ha osservato con crudo realismo Cameron Wolfe, docente di medicina alla Duke University: quando la diarrea cronica diventa tanto insopportabile da spingere il paziente dal medico, quel paziente non ricorda nemmeno cosa ha cenato ieri, figurarsi sei o sette giorni prima.

    Da qui la prudenza degli specialisti. Wolfe invita a non dare per chiusa la partita: “Sono certo che non siamo ancora certi” che tutto risalga a una o due o tre origini. Anzi, potrebbe trattarsi di più fonti diverse, sovrapposte alla normale stagione del parassita, che va dal 1° maggio al 31 agosto. Zoe Weiss, del Tufts Medical Center di Boston, aggiunge il tassello che ogni epidemiologo conosce: in ogni epidemia si sottostima il numero reale dei casi, perché chi ha sintomi lievi spesso non arriva nemmeno dal medico.

    Può arrivare anche in Europa?

    Il rischio esiste, ma va definito correttamente. Non si tratta di un’epidemia destinata ad attraversare l’Atlantico attraverso il contagio diretto: le oocisti espulse da una persona infetta devono restare almeno una o due settimane nell’ambiente prima di diventare contagiose, rendendo molto improbabile la trasmissione da uomo a uomo. Il vero ponte sono invece le filiere alimentari globali. Ortaggi a foglia, erbe aromatiche, frutti di bosco e altri prodotti freschi consumati crudi, se contaminati all’origine e distribuiti su più mercati, possono trasformare un problema locale in un focolaio internazionale. In Europa la ciclosporiasi è già comparsa sia tra viaggiatori di ritorno da aree endemiche, sia in relazione ad alimenti freschi importati: lattuga, basilico, coriandolo, lamponi e altre verdure sono stati indicati in passato come possibili veicoli. Non serve dunque creare allarmismo, ma nemmeno illudersi che l’oceano rappresenti una barriera sanitaria: finché l’origine dell’epidemia americana rimane incerta, la domanda decisiva non è soltanto dove si siano ammalate le persone, ma dove siano stati coltivati, confezionati e spediti gli alimenti sospetti.

    Il nodo politico: i tagli alla sorveglianza

    Ma non è mai solo una questione di laboratori e insalate. Dal 2025 il programma FoodNet dei CDC ha interrotto le attività di sorveglianza proprio sul Cyclospora cayetanensis, a causa dei tagli decisi dall’amministrazione. Significa chiaramente meno capacità di intercettare per tempo i focolai.

    Martedì 21 luglio, il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha dichiarato che la situazione è “sotto controllo”. Lo stesso giorno, i CDC annunciavano il numero di casi più alto mai registrato. Due messaggi che convivono male e che fanno sospettare anche una battaglia politica sui numeri. E che spiegano, forse meglio di ogni comunicato ufficiale, perché nella contea di Monroe la gente abbia smesso di fidarsi.

    Qui da noi, abbiamo smesso di fidarci da tempo.

  • Reintegro dei medici “no vax”: marcia indietro. La maggioranza ora frena. E indovinate di chi c’è lo zampino?

    Reintegro dei medici “no vax”: marcia indietro. La maggioranza ora frena. E indovinate di chi c’è lo zampino?

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    Doveva essere una passeggiata. È diventata una corsa a ostacoli con il traguardo che si allontana ogni giorno di più. L’emendamento di Fratelli d’Italia che consentirebbe ai sanitari radiati durante la pandemia di chiedere la reiscrizione all’albo — presentato da Alice Buonguerrieri e approvato in commissione Affari sociali alla Camera — è finito in stallo. Il disegno di legge sulle professioni sanitarie, nel quale la norma è confluita, è uscito dall’ordine del giorno della commissione, e nelle prossime ore l’Ufficio di presidenza deciderà se rimetterlo in calendario o congelarlo fino a dopo l’estate.

    Il Colle osserva, la maggioranza si divide

    Il motivo dello stop è presto detto: nella maggioranza ci sarebbero crepe evidenti. Forza Italia in commissione ha votato l’emendamento, ma sui vaccini ha da sempre posizioni distanti da quelle dell’ala più critica di Fratelli d’Italia, e in questi giorni tace. E poi c’è il convitato di pietra: il Quirinale. Subito dopo il via libera in commissione, dal Colle sarebbero partite richieste di informazioni al ministero della Salute, anche per capire se la norma nasca da un’iniziativa parlamentare o da una scelta condivisa dal governo. Il messaggio, filtrato da ambienti parlamentari, è netto: se la legge arriverà con dentro quell’emendamento, la promulgazione di Sergio Mattarella non è affatto scontata.

    Dentro il governo, poi, la faglia passa per il ministero stesso. Il via libera all’emendamento lo ha dato il sottosegretario di FdI Marcello Gemmato, mentre il ministro Orazio Schillaci avrebbe inizialmente espresso parere negativo, prima che il testo venisse modificato su suggerimento del ministero della Giustizia. Non esattamente un quadro di compattezza.

    Ordini dei medici sulle barricate

    La Federazione degli Ordini dei medici parla senza giri di parole di “delegittimazione” del ruolo degli Ordini e di “un affronto alle vittime del Covid e ai 383 medici e odontoiatri che hanno perso la vita continuando a curare”. Il presidente Filippo Anelli aggiunge un argomento pratico: l’emendamento rischia di affondare l’intera legge sulle professioni sanitarie, che contiene misure attese dalla categoria come lo scudo penale, con la punibilità del professionista solo per colpa grave. Anche la Società Italiana di Medicina Interna ha espresso “meraviglia e preoccupazione”.

    Sul fronte politico, le opposizioni attaccano. I senatori del Pd hanno presentato un’interrogazione a Schillaci, prima firmataria l’ex ministra Beatrice Lorenzin (quella dell’epidemia di morbillo in tv, dopo avere concordato con Washington i 12 vaccini ai bambini), che parla di “una scelta grave, che non risponde ad alcuna necessità del Servizio sanitario nazionale” e chiede al ministro “di uscire dall’ambiguità”. Per la dem Ilenia Malavasi la norma è “un affronto alla scienza e a chi non c’è più”; la pentastellata Mariolina Castellone chiede a Giorgia Meloni e a Schillaci di “dire da che parte stanno” (ma si ricorda, lei, che i Cinque Stelle facevano campagna elettorale per l’abolizione della legge Lorenzin? Boh…).

    Una battaglia simbolica su dieci persone

    Ed eccoci al punto che nessuno mette davvero al centro: la norma riguarderebbe una decina di professionisti in tutto. Dieci. E la legge già oggi consente ai radiati di chiedere la reiscrizione dopo cinque anni. Tradotto: si sta combattendo una guerra di trincea parlamentare, con tanto di moral suasion del Quirinale e ddl congelato, per una misura dalla portata pratica minima e dal peso simbolico massimo. Da una parte chi vuole chiudere i conti con la stagione degli obblighi e delle radiazioni, dall’altra chi vi legge il tentativo di riscrivere la memoria della pandemia. Entrambi, va detto, si giocano la partita più sull’identità che sulla sostanza.

    Se il testo arriverà in aula, per togliere la norma servirà un emendamento soppressivo, che Fratelli d’Italia potrebbe persino presentare da sola: una retromarcia in piena regola per rassicurare il Colle in vista della promulgazione. Nel frattempo i medici temono che il loro scudo penale, quello sì atteso da un’intera categoria, resti appeso al destino di dieci reintegri.I poliziotti hanno lo scudo penale, i medici vogliono lo scudo penale. Sapete cosa? Lo voglio anche io: scrivere liberamente è uno sporco lavoro e costa tantissimo, ma qualcuno dovrà pur farlo.

    Cinque anni dopo la pandemia, il Parlamento italiano riesce ancora a paralizzarsi sul Covid. Non su come rafforzare la sanità pubblica, non sulle liste d’attesa, non sui medici che mancano nei pronto soccorso. Su dieci reiscrizioni all’albo. Se questa è la priorità della politica, forse il paziente da curare non è nelle corsie degli ospedali: siede nei banchi delle commissioni parlamentari.

  • Francia, via libera al divieto dei social per gli under 15. È il cavallo di Troia per l’identificazione online?

    Francia, via libera al divieto dei social per gli under 15. È il cavallo di Troia per l’identificazione online?

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    Il Parlamento francese ha dato ieri sera il via libera definitivo al divieto dei social network per i minori di 15 anni. Prima il Senato, a metà pomeriggio, con 243 voti favorevoli e appena due contrari; poi l’Assemblée Nationale, con 279 sì e 81 no. La Francia diventa così il primo Paese dell’Unione Europea a imporre un limite d’età generalizzato per l’accesso alle piattaforme. L’entrata in vigore è prevista per il 1° settembre, in tempo per il nuovo anno scolastico. La legge vieta anche l’uso dei telefoni cellulari nelle scuole superiori.

    Emmanuel Macron ha rivendicato il risultato — non senza una certa ironia della sorte — con un video pubblicato proprio sui social: «La Francia apre la via in Europa per la protezione dei nostri bambini, dei nostri adolescenti». Il presidente, che lascerà l’Eliseo il prossimo anno, ne ha fatto la misura-bandiera del tramonto del suo secondo mandato. «Mi ero impegnato a farlo e ora la misura è stata approvata», ha scritto, ricordando però che l’ultima parola spetta al Consiglio costituzionale, che dovrà verificare la conformità del testo alla Carta francese. Un passaggio che potrebbe ritardarne l’attuazione.

    Come funzionerà il divieto

    Il meccanismo sarà a doppia velocità: dal 1° settembre 2026 il divieto scatterà per i profili di nuova creazione, dal 1° gennaio 2027 per quelli già esistenti. Non sono previste sanzioni né per i ragazzi né per i genitori: la responsabilità ricade interamente sulle piattaforme, che dovranno dotarsi di sistemi di verifica dell’età. «Diamo la responsabilità ai social network, questo significa che dovranno trovare la soluzione tecnica per verificare l’età», ha spiegato la ministra del Digitale Anne Le Hénanff, citando strumenti già esistenti come France Identité o Docaposte, la filiale del gruppo La Poste già utilizzata Oltralpe per filtrare l’accesso ai siti pornografici.

    Restano fuori dal divieto le enciclopedie online e i «progetti digitali a vocazione educativa», che gli under 15 potranno continuare a consultare liberamente.

    Il punto che nessuno sottolinea: si identificheranno tutti

    Ed è qui che conviene fermarsi un attimo, perché nel giubilo generale c’è un dettaglio che vale più di tutto il resto. Lo ha detto la stessa ministra: per quattro mesi, dal 1° settembre al 1° gennaio, «tutti noi francesi saremo chiamati a dimostrare l’età. Per chi ha meno di 15 anni l’account verrà chiuso».

    Tutti. Non i quindicenni: tutti. Per tenere fuori dai social i minori, l’intera popolazione francese dovrà passare attraverso un sistema di verifica dell’identità gestito da piattaforme private e da infrastrutture di identità digitale di Stato. È la fine, di fatto, dell’anonimato online in Francia — o quantomeno il suo drastico ridimensionamento. Una legge nata per proteggere i bambini finisce così per schedare gli adulti. E chi ha seguito le battaglie di questi anni sull’identità digitale sa bene che, una volta costruita l’infrastruttura, nessuno la smonta più: si trovano semmai nuovi usi.

    C’è poi il tempismo, che è tutto fuorché innocente. Macron è un presidente a fine corsa, tra i più impopolari della Quinta Repubblica, e ha bisogno di un lascito presentabile. La «protezione dei bambini» è il terreno perfetto: chi oserebbe opporsi? Non a caso il presidente parla di una «coalizione di volonterosi per proteggere i nostri bambini e adolescenti» — un lessico che ricicla, curiosamente, quello bellico — e definisce la questione «una questione di civiltà».

    Che i bambini vadano tutelati è sacrosanto!

    Detto tutto questo, sarebbe disonesto liquidare il problema di fondo. Gli effetti dei social sui minori — dipendenza, ansia, esposizione a contenuti tossici, algoritmi progettati per catturare cervelli in formazione — sono reali e documentati. Su questo punto lo abbiamo scritto anche noi, quando persino Ursula von der Leyen si espresse a favore di un’età minima per i social: una delle poche cose giuste dette dalla presidente della Commissione. Il principio è sacrosanto. È il come che fa la differenza tra una tutela e un cavallo di Troia.

    L’Australia ha imposto un divieto analogo agli under 16 lo scorso dicembre, e ora anche l’Italia guarda a Parigi: un disegno di legge bipartisan delle senatrici Lavinia Mennuni e Marianna Madia giace da tempo in Parlamento, e il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha definito «fondamentale» estendere il divieto anche da noi, auspicando un’approvazione rapida.

    Prepariamoci, dunque: il modello francese arriverà anche qui. E quando arriverà, ci chiederanno «non volete proteggere i bambini?» — e a quella domanda tutti risponderanno di sì, quando invece dovremmo rispondere chiedendo chi custodirà i dati di milioni di cittadini costretti a esibire i documenti per aprire bocca online.

    Proteggere i minori è una questione di civiltà, dice Macron. Anche non trasformare la protezione dei minori nel pretesto per l’identificazione di massa, presidente, lo è.

  • Guerra Iran, il Pentagono chiede altri 80 miliardi al Congresso

    Guerra Iran, il Pentagono chiede altri 80 miliardi al Congresso

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    Il conto della guerra contro l’Iran continua a salire, e a pagarlo — come sempre — non saranno i generali. Il Pentagono ha comunicato oggi al Congresso di aver bisogno subito di 80 miliardi di dollari per proseguire il conflitto con Teheran. La richiesta arriva dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, mentre le stime ufficiali parlano di una guerra che è già costata 37,5 miliardi. E il tempo stringe: giovedì i deputati lasceranno Washington per la pausa estiva, e senza un voto rapido i fondi resteranno congelati per settimane.

    Un conto che raddoppia ogni volta che lo si guarda

    Per capire la portata della richiesta basta ricostruire la sequenza delle cifre. Ad aprile un funzionario del Pentagono stimava il costo del conflitto in circa 25 miliardi di dollari. Poi Hegseth e il controller Jay Hurst hanno parlato al Congresso di 29 miliardi. A fine giugno la Casa Bianca ha presentato una richiesta supplementare da 67 miliardi, rimasta impantanata a Capitol Hill. Ora si arriva a 80 miliardi, il doppio di quanto testimoniato ai parlamentari pochi mesi fa. E all’inizio, stando a quanto emerso nelle audizioni, l’amministrazione aveva addirittura ventilato una richiesta iniziale da 200 miliardi, respinta al mittente.

    Un dettaglio illuminante: durante un’audizione di aprile alla Commissione Bilancio della Camera, il direttore dell’ufficio bilancio della Casa Bianca, Russell Vought, ammise candidamente di non avere alcuna stima dei costi della guerra. Mentre difendeva, nello stesso momento, la richiesta di Trump di un bilancio militare annuale da 1.500 miliardi di dollari. La macchina bellica americana chiede assegni in bianco, e chi dovrebbe controllare i conti dichiara di non conoscerli.

    Le casse vuote e l’industria che ringrazia

    La carenza di risorse, secondo indiscrezioni della stampa americana, starebbe già costringendo il Pentagono a tagliare addestramento e manutenzione. Hegseth, nella sua prima audizione al Senato da maggio, ha dipinto lo scenario più cupo: senza i fondi, ha avvertito, sarebbe a rischio la stessa capacità di pagare le truppe e di ricostituire le scorte di munizioni.

    Ed è qui che il cerchio si chiude. Gran parte della richiesta serve a rimpiazzare i missili SM-3, Patriot, THAAD e Tomahawk bruciati nei bombardamenti dell’operazione “Epic Fury”, iniziata il 28 febbraio. Gli analisti del Center for Strategic and International Studies calcolano che ricostituire gli arsenali richiederà tre anni o più ai ritmi produttivi attuali. Trump ha già invocato il Defense Production Act per accelerare la produzione, e domani incontrerà alla Casa Bianca i vertici dei colossi della difesa — Lockheed Martin, RTX, Boeing, Northrop Grumman e gli altri — che a marzo avevano promesso di quadruplicare la produzione delle loro munizioni “exquisite”. Per l’oligopolio dell’industria bellica americana, ogni missile lanciato su Teheran è un ordine di riacquisto garantito con denaro pubblico. La guerra come modello di business: non è un incidente, è il sistema.

    Trump minaccia la “guerra totale”, ma il fronte interno scricchiola

    Mentre il Pentagono batte cassa, il presidente alza i toni. “In Iran non abbiamo ancora finito. Finora siamo stati gentili”, ha dichiarato Trump dalla Casa Bianca, minacciando di colpire “ogni sito nucleare che pensano di ricostruire” e liquidando la prospettiva di un dialogo: “Vogliono disperatamente un incontro, ma non siamo interessati finché non saranno pronti”. Parole che arrivano dopo il memorandum d’intesa firmato la settimana scorsa, che avrebbe dovuto aprire la strada a negoziati di pace veri. L’ennesima conferma che il cessate il fuoco in vigore dal 7 aprile è carta velina, e che gli accordi servono più a gestire l’opinione pubblica che a costruire la pace.

    Ma la guerra agli americani non piace. L’audizione di Hegseth è stata interrotta quattro volte da attivisti contro la guerra — “Smettete di bombardare i nostri bambini, questo è illegale”, ha gridato uno di loro prima di essere trascinato fuori. Diciassette soldati americani sono morti dall’inizio del conflitto, cento i feriti solo nelle ultime due settimane. E il Congresso, va ricordato, questa guerra non l’ha mai autorizzata.

    A poco più di cento giorni dalle elezioni di metà mandato, i repubblicani sono all’angolo: devono votare miliardi per un conflitto impopolare mentre gli elettori fanno i conti con il carovita e i prezzi dell’energia. Persino senatori di peso come Susan Collins e Mitch McConnell frenano sulle scorciatoie contabili invocate da Trump per il suo “Arsenale della Libertà” da 350 miliardi. E secondo le valutazioni dell’intelligence americana, Teheran non cederà al tavolo sotto le bombe: la prospettiva più realistica è un “limbo indefinito” tra guerra e pace. Una nuova forever war, insomma.

    Ottanta miliardi oggi, chissà quanti domani. Sono risorse sottratte a sanità, scuole, infrastrutture — negli Stati Uniti come nei Paesi alleati chiamati a seguirne la scia. Perché alla fine il meccanismo è sempre lo stesso: le guerre le decidono in pochi, i profitti li incassano in pochissimi, e il conto arriva puntuale sul tavolo dei cittadini. Che nessuno ha mai interpellato.

    A questo punto però, se si guarda anche solo alla storia recente, emerge un pattern. Durante la fase pandemica, decine o centinaia di miliardi sono stati drenati per finire nelle casse di poche multinazionali del farmaco. Il risultato è che pochi si sono arricchiti, e noi ci siamo impoveriti. Ora non c’è più una minaccia sanitaria, ma c’è quella bellica. E di nuovo, centinaia, forse migliaia di miliardi vengono drenati dall’economia pubblica e dirottati nelle casse di poche multinazionali, questa volta dell’industria bellica. Corporation diverse, ma che dietro potrebbero avere burattini che rispondono alle stesse entità.

    Viene quasi da pensare che il punto non sia neppure il fatto che “qualcuno si arricchisce a svantaggio dei molti”, ma che si tratti di un meccanismo rodato di drenaggio risorse dall’economia reale, per mantenere il popolo in uno stato di costante tensione finanziaria e impedire che l’opulenza generi una nuova classe dirigente. E siccome poi alla fine la maggior parte di queste industrie sono nordamericane, sorge il dubbio che gli USA abbiano costantemente bisogno di generare montagne di quattrini per evitare il fallimento, che si tratti di virus o di proiettili.

    I due meccanismi (quello dell’impoverimento costante e quello dei bilanci drogati) non sono necessariamente alternativi. Se così fosse, saremmo in presenza di un mostro che non si fermerà mai di divorare tutto quello che trova, ma avrà bisogno di mangiare sempre di più. Fino al momento in cui raggiungerà una singolarità che lo farà esplodere. E noi con lui.

  • Burnham taglia l’Iva sulle bollette. E cancella l’identità digitale! E in Italia quando?

    Burnham taglia l’Iva sulle bollette. E cancella l’identità digitale! E in Italia quando?

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    Andy Burnham si è insediato a Downing Street da nemmeno ventiquattro ore e ha già fatto quello che da noi nessun governo, di nessun colore, ha mai avuto il coraggio di fare: ha annunciato l’eliminazione dell’Iva sulle bollette dell’elettricità per le famiglie britanniche, a partire dal primo ottobre. «Stiamo intervenendo immediatamente per ridurre le tasse sulle bollette energetiche, lasciare più denaro nelle tasche dei cittadini e restituire speranza», ha detto il nuovo premier laburista. Restituire speranza. Con i fatti, non con le conferenze stampa.

    Un taglio pagato cancellando l’identità digitale

    Ma la parte più gustosa della storia è come Burnham intende finanziare la misura: cancellando il progetto di identità digitale voluto dal suo predecessore Keir Starmer, un carrozzone che sarebbe costato ai contribuenti britannici 1,8 miliardi di sterline in tre anni. Avete letto bene: per abbassare le bollette dei cittadini, il governo rinuncia a schedarli digitalmente. Due piccioni con una fava, e che fava!

    Il risparmio stimato è di circa 45 sterline all’anno a famiglia, per un costo complessivo di circa 850 milioni nel 2026-2027. Non è la rivoluzione, d’accordo. Ma il taglio scatta proprio mentre l’authority britannica dell’energia, l’Ofgem, si prepara ad alzare il tetto tariffario: il governo, cioè, si mette in mezzo tra il rincaro e le tasche della gente. Secondo le stime dell’esecutivo, la misura limerà anche l’inflazione di circa 0,10 punti. E non finisce qui: sul tavolo ci sono un tetto ai prezzi dei biglietti degli autobus e il congelamento degli affitti nel settore privato.

    Certo, non mancano le polemiche. L’ex ministro Darren Jones, appena estromesso dal nuovo esecutivo, sostiene che il taglio sarebbe «privo di copertura» perché i fondi per l’identità digitale non erano ancora stati stanziati. Vedremo alla prossima legge di bilancio. Ma intanto il segnale politico è chiarissimo: prima le famiglie, poi i progetti di controllo digitale.

    Il dettaglio che nessuno sottolinea: l’Irlanda del Nord

    C’è poi un particolare che merita una riflessione. In Irlanda del Nord i consumatori continueranno a pagare l’Iva sulle bollette, perché quella parte del Regno Unito resta agganciata alle regole fiscali dell’Unione Europea. Capito? Londra, fuori dall’UE, può azzerare l’Iva sull’energia. Belfast, ancora dentro il perimetro normativo di Bruxelles, no. Se qualcuno cercava una fotografia plastica di cosa significhi la sovranità fiscale, eccola servita.

    E in Italia quando?

    E arriviamo a noi. Perché mentre a Londra il governo taglia le tasse sull’energia il giorno dopo l’insediamento, in Italia succede l’esatto contrario. Come ho raccontato su queste pagine, da luglio le bollette della luce sono aumentate proprio per i clienti vulnerabili: anziani, disabili, famiglie fragili. Quelli che, in teoria, lo Stato dovrebbe proteggere per primi.

    Da noi l’Iva sull’elettricità c’è, eccome. E sopra ci ballano oneri di sistema, accise e balzelli vari che gonfiano la bolletta ben oltre il costo della materia prima. Una tassa sulla tassa, pagata da tutti, anche da chi fatica ad arrivare a fine mese. Eppure nessun governo, negli anni, ha mai messo mano strutturalmente a questa giungla. Si preferisce il bonus una tantum, l’elemosina di Stato, il contributo a scadenza: mai il taglio vero, permanente, che restituisce dignità e prevedibilità alle famiglie.

    Burnham ci ha messo un giorno. Un giorno per decidere che i soldi dei cittadini valgono più di un sistema di identità digitale. Da noi, invece, sull’identità digitale e sui portafogli elettronici si corre veloci come treni, mentre sul caro bollette si marcia a passo di gambero.

    Se lo fa Londra in ventiquattro ore, cosa aspetta Roma? Quando vedremo un premier italiano presentarsi davanti alle telecamere e dire «da ottobre l’Iva sulle bollette non la pagate più»? Perché una cosa è certa: i soldi si trovano sempre. Basta decidere se metterli nelle tasche dei cittadini o nei server di qualche piattaforma di controllo. Burnham ha scelto. Noi?


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  • Zakharova accusa Tajani: «Mente, l’espulsione ha un motivo»

    Zakharova accusa Tajani: «Mente, l’espulsione ha un motivo»

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    Botta e risposta durissimo tra Mosca e Roma. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha accusato ieri il vicepremier Antonio Tajani di mentire quando afferma che l’espulsione dell’addetto militare italiano dalla Russia sarebbe avvenuta «senza motivo». Il motivo, secondo Mosca, c’è eccome: è la risposta, «in base al principio di reciprocità», all’espulsione dall’Italia di due addetti militari russi decisa lo scorso 9 luglio.

    A lasciare la Russia saranno il capitano di vascello Vittorio Parrella, addetto alla Difesa dell’ambasciata italiana a Mosca, e il suo collaboratore Davide D’Aprile, entrambi dichiarati «persona non grata». Nessuna accusa di spionaggio nei loro confronti: una ritorsione diplomatica in piena regola, che Mosca peraltro non ha mai nascosto. «Si tratta di una misura di ritorsione», ha confermato la stessa Zakharova all’agenzia Ria Novosti.

    Il duello a distanza tra Tajani e Zakharova

    Ed è proprio qui che si consuma lo scontro dialettico. Tajani, in un post su X, aveva parlato di espulsione «senza motivo» e di «atto di plateale ritorsione», rivendicando la differenza tra i due casi: «L’espulsione dall’Italia di due addetti militari russi, loro sì colti in flagranza mentre svolgevano attività di spionaggio ai danni della nostra sicurezza nazionale».

    La replica di Mosca è stata tagliente: definire la misura «senza motivo» e al tempo stesso «ritorsione» è una contraddizione in termini. Se è una ritorsione, il motivo esiste per definizione. Un cortocircuito comunicativo che la diplomazia russa non si è lasciata sfuggire, accusando apertamente il titolare della Farnesina di raccontare una versione di comodo.

    Da dove nasce la crisi: le espulsioni del 9 luglio

    Per capire la vicenda bisogna tornare al 9 luglio, quando un’indagine della Procura di Roma ha portato all’espulsione di due addetti militari dell’ambasciata russa in Italia, Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, accusati di attività di intelligence clandestina. Secondo il governo italiano, i due erano i contatti di ex funzionari dei servizi segreti italiani arrestati per rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a sistemi informatici. Tajani parlò allora di «ingerenza grave e inaccettabile» e di «armi ibride», convocando l’ambasciatore russo Aleksei Paramonov.

    Mosca aveva promesso «una risposta adeguata», e la risposta è arrivata puntuale, undici giorni dopo. Prima di ufficializzare le espulsioni, il ministero degli Esteri russo ha convocato l’incaricato d’affari italiano Giovanni Scopa – l’ambasciatore Stefano Beltrame risultava assente dalla capitale – avvertendo che «nessuna azione ostile o provocatoria contro i diplomatici russi resterà impunita».

    Curiosità non secondaria: Parrella era arrivato a Mosca nel 2023 prendendo il posto del generale Roberto Vannacci, e poco dopo il suo insediamento avrebbe segnalato «anomalie e criticità» nella gestione amministrativa del predecessore.

    La liturgia della reciprocità (e chi ci guadagna)

    Da Roma è arrivata la reazione indignata del senatore Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa: «Noi espelliamo dall’Italia delle spie russe, ma la Russia per vendetta se la prende con persone integerrime». Piena solidarietà, denuncia della «prepotenza» russa: il copione atlantista, legittimo e coerente con le prove che la Procura di Roma definisce schiaccianti, è stato recitato per intero.

    Ma vale la pena guardare la scena da un’altra angolazione. La reciprocità diplomatica è vecchia quanto la diplomazia stessa: quando un Paese espelle funzionari di un altro, la risposta speculare è la norma, non l’eccezione. Fingersi sorpresi, o gridare all’atto «senza motivo», serve più alla comunicazione politica interna che alla comprensione dei fatti. E colpisce che, mentre il termometro delle relazioni bilaterali scende sotto zero, il Cremlino abbia tenuto a ribadire di restare «aperto al dialogo con i Paesi Ue». Un dettaglio che nel racconto dominante scompare, perché stona con la narrazione del nemico irriducibile.

    Il tutto avviene mentre il conflitto ucraino conosce una nuova fiammata: nella notte tra domenica e ieri l’Ucraina ha colpito la regione di Mosca con circa 400 droni, mentre i raid russi sui porti ucraini hanno provocato una ventina di morti. In questo clima, ogni espulsione diplomatica diventa un mattone in più nel muro che separa l’Europa dalla Russia. E ogni muro in più allontana quel negoziato che, prima o poi, qualcuno dovrà pur avere il coraggio di costruire.

    La domanda scomoda resta sul tavolo: a chi giova alimentare la spirale delle ritorsioni, invece di abbassare i toni? Ai cittadini italiani, che pagano il conto della rottura con Mosca in bollette e commercio, di sicuro no.

  • Nicaragua: Ortega annuncia: “In Nicaragua non ci saranno più elezioni”

    Nicaragua: Ortega annuncia: “In Nicaragua non ci saranno più elezioni”

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    MANAGUA – Daniel Ortega ha scelto il palco più simbolico possibile, la celebrazione del 47° anniversario della rivoluzione sandinista, per pronunciare domenica scorsa, 19 luglio 2026, le parole che segnano un passaggio storico per il Nicaragua: nel Paese non ci saranno più elezioni attraverso le quali i partiti da lui definiti sostenuti dagli “yankee” e dai somozisti possano tornare al governo. Non necessariamente la fine delle consultazioni elettorali, ma la fine dichiarata delle elezioni come possibilità di cambiare governo (lana caprina? Forse). Un annuncio che, sul piano politico, equivale a svuotare in anticipo le elezioni nazionali previste per il 2027 della loro funzione essenziale: rendere possibile l’alternanza. Ortega, per la precisione, non ha ancora annunciato un provvedimento formale di abolizione del voto, ma ha escluso che future elezioni possano permettere agli avversari del sandinismo di tornare al governo

    La distinzione è cruciale e va colta con precisione. Ortega non ha detto soltanto che il Nicaragua debba difendersi da tentativi di destabilizzazione straniera – rivendicazione che rientra nell’esercizio della sovranità. Ha dichiarato che il voto non dovrà più consentire alle forze considerate nemiche della rivoluzione di competere per il potere. Il che significa trasformare la sovranità popolare in sovranità del gruppo dirigente.

    Un potere sempre più concentrato

    L’annuncio arriva al culmine di un lungo processo di concentrazione del potere. Nel 2025 una riforma costituzionale ha esteso il mandato presidenziale da cinque a sei anni e ha introdotto la figura dei co-presidenti, ruolo assunto da Ortega e dalla moglie Rosario Murillo, indebolendo ulteriormente la separazione tra i poteri dello Stato. Esperti delle Nazioni Unite hanno descritto quella riforma come il consolidamento di un esecutivo dominante sulle altre istituzioni, accusando il sistema Ortega-Murillo di aver fatto di repressione e corruzione istituzionale un metodo di governo. A marzo, un rapporto ONU ha parlato anche di una rete di sorveglianza estesa fino agli esiliati.

    Già le elezioni del 2021 si erano svolte dopo l’arresto o l’esclusione di diversi aspiranti candidati dell’opposizione, un processo che la Commissione interamericana per i diritti umani giudicò incompatibile con una competizione libera e pluralista. E la cesura decisiva resta il 2018: proteste nate contro una riforma previdenziale, trasformatesi in contestazione nazionale, represse con una violenza che le organizzazioni internazionali hanno documentato in uccisioni, arresti arbitrari e smantellamento progressivo dello spazio civico. Negli anni successivi sono state chiuse migliaia di associazioni, università e ong; giornalisti e oppositori sono stati perseguiti, centinaia di persone private della cittadinanza e dei beni. Colpita anche la Chiesa cattolica, una delle poche istituzioni sociali rimaste autonome.

    L’imperialismo c’è stato davvero. Ma non spiega tutto

    Sarebbe facile raccontare questa vicenda scegliendo una delle due propagande disponibili. Quella occidentale, che riduce Ortega a un dittatore marxista e cancella un secolo di interventi statunitensi in America centrale. E quella campista, per cui qualunque governo si opponga a Washington è, per ciò stesso, giustificabile. Entrambe sono insufficienti.

    Perché la storia va ricordata tutta. Ortega è uno dei protagonisti della rivoluzione che nel 1979 abbatté la dinastia dei Somoza, sostenuta per decenni dagli Stati Uniti. Il nuovo governo sandinista promosse alfabetizzazione, sanità e riforme sociali in un Paese piegato dalla povertà. La reazione americana non fu immaginaria: negli anni Ottanta l’amministrazione Reagan armò i Contras, e nel 1986 la Corte internazionale di giustizia accertò la responsabilità degli Stati Uniti per le attività militari e paramilitari condotte contro il Nicaragua, in violazione del principio di non intervento. Sono fatti, non alibi inventati dal regime. E spiegano la diffidenza nicaraguense verso Washington.

    Ma la stessa storia contiene un precedente che oggi pesa come un giudizio: nel 1990 Ortega perse le elezioni contro Violeta Chamorro e accettò di lasciare il potere. Il rivoluzionario che allora riconobbe nel voto la fonte della legittimità è lo stesso leader che oggi dichiara che il voto non dovrà più consentire ai suoi avversari di governare. E c’è un altro elemento difficile da liquidare come propaganda straniera: tra gli oppositori perseguiti figurano anche ex compagni di lotta, intellettuali e dirigenti della stessa tradizione sandinista. La repressione non colpisce solo una destra filoamericana.

    La rivoluzione che rischia di diventare dinastia

    Qui sta il paradosso più potente. Il sandinismo nacque per rovesciare una dinastia familiare sostenuta dall’estero. Oggi il Nicaragua è governato da una coppia di co-presidenti che concentra potere politico, istituzionale e comunicativo, mentre la possibilità di alternanza viene dichiarata conclusa. Il paragone con i Somoza non è perfetto – diverse le origini, il consenso sociale, la collocazione geopolitica – ma il cortocircuito resta: una rivoluzione nata contro l’ereditarietà del potere rischia di produrre una nuova continuità familiare.

    Il caso Ortega obbliga insomma a tenere insieme due verità che le tifoserie preferiscono separare. Gli Stati Uniti hanno interferito pesantemente nella storia del Nicaragua e continuano a usare sanzioni e pressioni come strumenti di potere. Ma un governo non diventa democratico solo perché è avversario di Washington: un Paese può essere, nello stesso tempo, vittima dell’imperialismo esterno e dell’autoritarismo interno. Quando ogni oppositore è un agente straniero, ogni critica un tradimento e ogni elezione un rischio da eliminare, la difesa della rivoluzione cessa di essere difesa del popolo e diventa difesa dell’apparato.

    La domanda finale, allora, non è se scegliere tra Ortega e Washington. È un’altra, e non ammette scorciatoie: la sovranità appartiene al governo che resiste agli yankee, o al popolo che deve poter scegliere – e cambiare – il proprio governo? Impedire agli Stati Uniti di decidere il futuro del Nicaragua non può significare impedire anche ai nicaraguensi di deciderlo.

  • Adinolfi resta ai domiciliari, la gip dice no alla revoca dei domiciliari. I legali: “È una persecuzione!”

    Adinolfi resta ai domiciliari, la gip dice no alla revoca dei domiciliari. I legali: “È una persecuzione!”

    Mario Adinolfi resta ai domiciliari. La gip di Roma Giulia Arcieri ha respinto la richiesta di revoca della misura cautelare presentata dai difensori del giornalista e fondatore del Popolo della Famiglia, arrestato lo scorso 8 luglio dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta su un presunto sistema di truffe legato alle scommesse calcistiche, la cosiddetta “Scommessa Collettiva“. I legali hanno annunciato ricorso al Tribunale del Riesame e parlano apertamente di “persecuzione giudiziaria“.

    Le accuse e la decisione della gip

    Come sappiamo orma da un po’, Adinolfi è indagato per truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Secondo l’ipotesi della procura, coordinata dall’aggiunto Maurizio Arcuri, avrebbe raccolto denaro da decine di persone — tra cui anziani e soggetti fragili — con la promessa di guadagni consistenti sulle scommesse sportive, per un giro che ammonterebbe a quasi cinque milioni di euro.

    Durante l’interrogatorio di garanzia, durato circa un’ora, Adinolfi ha risposto a tutte le domande, respingendo ogni addebito: “Non truffo le vecchiette, facevo un’attività lecita. Sono un giocatore“, le sue parole davanti al giudice. Sul punto più delicato, quello dei bonifici con causali riferite ad acquisti di beni di lusso, l’ex parlamentare ha sostenuto che quelle diciture fossero volutamente false perché suggerite dal gestore del sito di scommesse online, allo scopo di eludere i controlli.

    Una ricostruzione che, però, non ha convinto la gip. Arcieri l’ha giudicata poco credibile e meritevole di ulteriori approfondimenti, ravvisando in quel passaggio una “mancanza di trasparenza” compatibile con il sistema ipotizzato dall’accusa. Pesa, nella valutazione del giudice, anche la circostanza che Adinolfi non avrebbe manifestato alcuna reale disponibilità a restituire le somme che decine di persone dicono di aver perso. Confermate, dunque, le esigenze cautelari: rischio di reiterazione del reato e di interferenze con le indagini ancora in corso. Nessuna apertura nemmeno sulle richieste accessorie della difesa: niente visite di parenti non conviventi, niente contatti con i giornalisti. Il politico può comunicare solo con i legali e i familiari più stretti.

    La difesa: “Persecuzione giudiziaria”

    Di tutt’altro avviso gli avvocati Pablo De Luca e Riccardo Di Lorenzo, che venerdì hanno depositato istanza al Riesame. “A nulla è valso lo spirito collaborativo” del loro assistito, osservano, sottolineando che questa “sarebbe l’unica truffa della storia attuata con totale trasparenza su bonifici tracciati e verificabili sul conto bancario del presunto truffatore, che sempre da quel conto ha ripagato poi la stragrande maggioranza dei presunti truffati“. I legali ricordano inoltre che due denunce, in due diverse procure, sarebbero già state accompagnate da richieste di archiviazione avanzate dagli stessi pm.

    Ma la difesa va oltre il piano tecnico. Secondo De Luca e Di Lorenzo, la macchina giudiziaria si sarebbe messa in moto dopo che Adinolfi, il 23 marzo, ha superato il 5% alle elezioni suppletive per la Camera e ha “inteso resistere alle violente aggressioni subite da parte di interessi assai rilevanti di questo Paese”. Denunciano atti coperti da segreto finiti sulla stampa prima ancora di essere depositati alla difesa, liste di beni di lusso “di cui mai Adinolfi ha avuto proprietà o possesso” e un’”insistenza cinica” sul presunto ruolo della madre ottantenne cardiopatica. E si chiedono, con un paragone destinato a far discutere, perché Lavitola, “indagato come mandante di strage dalla stessa procura di Roma”, possa intrattenersi liberamente con i giornalisti mentre al loro assistito è stato tolto “persino il semplice utilizzo della e-mail”.

    Da una parte, dunque, una gip che ravvisa opacità e rischi concreti; dall’altra, una difesa che denuncia un accanimento a orologeria politica e mediatica. Due letture inconciliabili della stessa vicenda, sulle quali sarà ora il Tribunale del Riesame a dover dire la sua. In attesa di quella pronuncia — e ricordando che Adinolfi resta, a oggi, un indagato presunto innocente — la partita è tutt’altro che chiusa.


    Fonti:

  • L’invasione degli uomini di pietra: a migliaia sulle montagne.

    L’invasione degli uomini di pietra: a migliaia sulle montagne.

    Salgono in silenzio, uno sull’altro, sui crinali delle Alpi. Non camminano, non parlano, eppure si moltiplicano a vista d’occhio: sono gli uomini di pietra, le piccole torri di sassi che spuntano ormai a migliaia lungo i sentieri di montagna, dalle Dolomiti ai ghiacciai austriaci. E oggi, stando a quanto emerso dalle prese di posizione del club alpino austriaco Öav, riprese anche dal Cai altoatesino, questa moltiplicazione silenziosa è diventata un caso: il vicepresidente dell’Öav è arrivato a dire che questi ometti “fanno male alla natura”.

    Un esercito che cresce a ogni escursione

    Il fenomeno è sotto gli occhi di chiunque frequenti l’alta quota. Un tempo gli ometti di pietra erano rari, funzionali, quasi sacri: segnavano il percorso dove il sentiero svaniva tra le rocce, indicavano la via ai viandanti quando la nebbia inghiottiva ogni riferimento. Oggi, invece, sono diventati un tormentone di massa. Il Cai li paragona alle monetine lanciate nella Fontana di Trevi, e il club alpino austriaco li accosta anche alla mania dei lucchetti dell’amore agganciati ai ponti: un gesto che nasce come rito individuale e finisce per trasformarsi in fenomeno seriale, replicato da migliaia di escursionisti in cerca della foto perfetta.

    Il problema, secondo l’Öav, non è estetico ma ecologico. Spostare i sassi — questo l’argomento del sodalizio austriaco — significa privare piante e piccoli animali del loro habitat. Sotto ogni pietra d’alta quota vive un microcosmo: licheni che impiegano decenni a colonizzare una superficie, insetti, microrganismi che in quegli anfratti trovano riparo dal gelo e dal vento. Sollevare una roccia per impilarla su un’altra, moltiplicato per decine di migliaia di gesti ogni estate, diventa — nella lettura dei club alpini — una forma di erosione dell’ambiente alpino. C’è poi la questione della sicurezza: un ometto costruito per gioco, fuori dal tracciato, può trarre in inganno chi negli ometti cerca ancora, come da tradizione, l’indicazione del sentiero giusto.

    Tra leggenda e superstizione: i guardiani di sasso

    Ma perché lo facciamo? Perché l’essere umano, arrivato in cima, sente il bisogno ancestrale di impilare pietre? Qui i fatti lasciano il passo al mito, ed è un mito antichissimo. Gli uomini di pietra abitano l’immaginario di quasi tutte le culture di montagna. Gli Inuit costruiscono da millenni gli inuksuit, figure antropomorfe di roccia che vegliano sulle distese artiche e “agiscono al posto dell’uomo”. In Tibet e in Mongolia i cumuli di pietre sono offerte agli spiriti dei valichi: ogni viandante aggiunge il suo sasso e con esso, si dice, lascia lì un peso dell’anima. Nelle saghe nordiche i troll sorpresi dalla luce dell’alba si pietrificavano, e ancora oggi in Islanda certe formazioni rocciose vengono indicate come giganti fossilizzati. Anche le Alpi hanno i loro: leggende di pastori impietriti per punizione divina, di anime dei camminatori custodite nei cumuli di sassi ai crocevia, dove un tempo si aggiungeva una pietra come preghiera per i morti senza sepoltura.

    Visti così, gli ometti che oggi affollano i sentieri sembrano quasi una nuova specie che ha colonizzato la montagna: nata da un istinto arcaico, moltiplicata dall’epoca dei social, dove ogni torretta di sassi diventa uno scatto da condividere. L’antico rito propiziatorio si è trasformato in meme.

    Due visioni a confronto

    La questione, va detto, non è a senso unico. Da una parte c’è chi, come l’Öav e il Cai altoatesino, chiede di fermare la proliferazione in nome della tutela di flora, fauna e sicurezza dei sentieri. Dall’altra c’è chi vede in questo gesto una forma innocua di connessione con la montagna, l’eco di una tradizione che accompagna l’uomo da quando ha iniziato a camminare in alta quota — e ricorda che gli ometti “veri”, quelli segnavia, restano preziosi e legittimi. Il confine tra rito e vandalismo ambientale, tra memoria e moda, è la vera posta in gioco di questo dibattito.

    Gli uomini di pietra, intanto, restano lì: muti testimoni di un’umanità che anche nell’era del GPS sente il bisogno di lasciare un segno sulla roccia. Che siano guardiani ancestrali o intrusi da smantellare, una cosa è certa: continueranno a interrogarci ogni volta che, dietro una curva del sentiero, li vedremo apparire come un piccolo popolo silenzioso in attesa.

  • Caso Roggero, Ruggeri zittisce Costamagna: «Devo vergognarmi io?»

    Caso Roggero, Ruggeri zittisce Costamagna: «Devo vergognarmi io?»

    C’è una frase, tra le mille scritte in questi giorni sul caso di Mario Roggero, che ha scatenato l’ennesima polemica in salsa green pass. L’ha scritta Enrico Ruggeri, ieri pomeriggio, in un post su X: «Il caso di Mario Roggero è complesso e controverso, qualsiasi opinione è lecita, anch’io ascolto e rifletto. Ma che quelli che difendevano il green pass si appellino allo “stato di diritto” mi sembra quantomeno ridicolo». Ventotto parole. Oltre 117 mila visualizzazioni, 2.500 like. E un fiume di bile da parte di chi si è sentito chiamato in causa. Perché Ruggeri non ha parlato della sentenza: ha parlato di loro. E loro se ne sono accorti.

    Il fatto: 14 anni e 9 mesi al gioielliere di Grinzane Cavour

    Partiamo dai fatti. Roggero, 72 anni, gioielliere di Grinzane Cavour, è stato condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori durante l’assalto al suo negozio nel 2021. È entrato nel carcere di Bollate. Ai cronisti che gli chiedevano se fosse pentito ha risposto: «Col senno di poi», aggiungendo che «bisogna trovarsi in questa situazione». Prima di varcare i cancelli aveva affidato a un video un messaggio semplice: «Sarete voi la mia voce».

    Sul punto vi invito a leggere questa riflessioni, scritte fresche fresche questa mattina.

    In ogni caso, la voce invocata da Roggeri (perdonate il gioco di parole) è arrivata, fortissima, dal suo quasi omonimo Ruggeri. L’hashtag Io sto con Mario Roggero è esploso in poche ore. Matteo Salvini ha chiesto la grazia. Poi la valanga: Elisabetta Canalis, Elisabetta Gregoraci, Sabrina Salerno, Gino Sorbillo, Leonardo Bonucci, Emis Killa. Melissa Satta ha raccontato il furto subito in casa con il figlio piccolo — «ci ho messo anni per tornare a dormire serenamente» — e ha aggiunto parole che milioni di italiani sottoscriverebbero: «Siamo un Paese di pagliacci! Tutti sanno che in Italia possono venire e fare i delinquenti, sono più tutelati loro di noi bravi cittadini». Emanuele Filiberto di Savoia ha parlato di una sentenza «distante dal comune sentire di giustizia». Su Change.org le petizioni per la grazia al presidente della Repubblica avrebbero già superato le 260 mila firme, una rilanciata anche dall’attaccante della Lazio Mattia Zaccagni.

    Ruggeri e il tabù del green pass

    In mezzo a questo coro, Ruggeri ha fatto qualcosa di diverso. ha acceso la luce sull’ipocrisia. Perché in questi giorni, dall’altra parte della barricata, si agitalo «stato di diritto» come un crocifisso davanti al vampiro. Le sentenze si rispettano, la legge è uguale per tutti, guai a discutere i giudici e così via (che poi applicheranno la legge, per carità, ma comunque i modi – se si vuole – si trovano sempre).

    In genere il principio è anche condivisibile (e si invoca di solito quando le sentenze ci compiacciono). Peccato che a pronunciare queste parole siano, in molti casi, gli stessi che tra il 2021 e il 2022 applaudivano un Paese diviso in cittadini di serie A e di serie B. Gli stessi che trovavano normale che milioni di persone non potessero lavorare, salire su un treno, entrare in un bar senza esibire un lasciapassare. Gli stessi che davano dei «sorci» e dei «no vax da lasciare fuori dalla società» a chiunque osasse porre una domanda. Gli stessi che non battevano ciglio quando Cazzola in prima serata su Rete4 invocava il piombo su cittadini che avevano pari diritti suoi e la stessa libertà di parola. Dov’era, allora, lo stato di diritto? Dov’erano i costituzionalisti da salotto quando i diritti fondamentali venivano sospesi a colpi di decreto e talk show? A nascondere la testa come gli struzzi sotto la sabbia, erano. Ecco dove.

    Questo ha detto Ruggeri. Nient’altro. E infatti la risposta non è arrivata nel merito.

    Costamagna risponde con lo sfottò, Ruggeri cala il carico

    A raccogliere il guanto è stata Luisella Costamagna, che ha scelto la via più comoda: l’ironia sprezzante. «Se quelli che scrivono queste cose non avessero fatto Quello che le donne non dicono o Il mare d’inverno mi vergognerei per loro. O forse mi vergogno per loro lo stesso», ha scritto su X. Tradotto: non ti rispondo, ti derido. Il repertorio classico di chi non ha argomenti.

    Ma stavolta il copione si è inceppato. Stamattina Ruggeri ha replicato, con la calma di chi non ha niente da nascondere: «Solita procedura, offese senza entrare nel merito. Comunque: io ho difeso le mie idee pagando un prezzo molto alto, mentre c’è chi per aver fatto da cassa di risonanza a quel sistema ha avuto in cambio ingaggi, trasmissioni, ospitate… siamo sicuri che devo vergognarmi io?».

    Nient’altro da aggiungere. Negli anni della pandemia, chi si allineava veniva premiato: contratti, prime serate, poltrone. E tra i media, chi accettava di diffondere bollettini senza senso decine di volte al giorno riceveva milioni di euro dal Governo. Chi dissentiva — anche solo con un dubbio, anche solo con una domanda — veniva marchiato, insultato, cancellato. Ruggeri quel prezzo lo ha pagato sulla propria pelle, e non è l’unico (Byoblu ha pagato con la chiusura, in ultima analisi, lo stigma di avere difeso i cittadini che non avevano altri avvocati a difenderli). Milioni di italiani comuni, senza dischi d’oro né trasmissioni televisive, hanno perso lavoro, amicizie, dignità. E oggi si sentono fare la lezione sullo «stato di diritto» da chi quello stato di diritto lo ha calpestato applaudendo.

    La vera domanda che nessuno vuole fare

    Sul merito della sentenza si può discutere all’infinito. Lo stesso Enrico Ruggeri dice: «Ascolto e rifletto». Persino Emis Killa, pur solidale, ha messo in guardia dal far west: «Non si può legittimare il gesto». Io ho un’altra opinione. Ma il caso Roggero ha squarciato un velo che va oltre la vicenda giudiziaria: la percezione, diffusa e ormai radicata, di uno Stato che presenta il conto ai cittadini e fa lo sconto a chi delinque. Un Paese dove un commerciante di 72 anni, già rapinato e picchiato in passato, finisce in carcere per quasi quindici anni, mentre chi ha teorizzato e imposto la sospensione dei diritti di milioni di persone non ha mai chiesto scusa e nonostante una commissione parlamentare non avrà mai, probabilmente, neanche un buffetto sulla guancia. Anzi: pontifica.

    Il tweet di Ruggeri non è offensivo, è semplicemente …vero! E la verità, per chi ha costruito carriere sulla «cassa di risonanza», è la cosa più insopportabile di tutte. Siamo sicuri, allora, che debba vergognarsi lui?