Blog

  • Cibo per bambini con vermi e insetti, sequestri a Caivano

    Cibo per bambini con vermi e insetti, sequestri a Caivano

    Farina con i vermi, recipienti con dentro insetti. È quanto hanno trovato i carabinieri nel cibo destinato ai bambini ospitati in alcune comunità per minori di Caivano, in provincia di Napoli. L’ispezione ha riguardato cinque strutture socio-assistenziali gestite dalla stessa cooperativa. Si è chiusa con una denuncia, la sospensione di un deposito alimentare e il blocco di circa mezza tonnellata di prodotti. Secondo le prime ricostruzioni, i controlli sono stati eseguiti questa mattina.

    Chi ha controllato e cosa è stato trovato

    A muoversi sono stati i carabinieri della Stazione di Caivano insieme al Nas di Napoli, il Nucleo Antisofisticazioni e Sanità. È il reparto dell’Arma specializzato nella tutela della salute pubblica, dagli alimenti ai farmaci. Con loro c’erano i servizi sociali del Comune.

    Nel mirino sono finite due comunità alloggio e tre comunità educative per minori. Sono strutture che accolgono bambini e ragazzi che, per ragioni diverse, non possono vivere con la propria famiglia. Di norma l’inserimento avviene su indicazione dei servizi sociali o dell’autorità giudiziaria minorile, e la permanenza è sostenuta con fondi pubblici.

    Le irregolarità più gravi sono emerse in due delle cinque sedi. Riguardano la conservazione e la gestione degli alimenti con cui venivano preparati i pasti dei piccoli ospiti.

    La denuncia e le sanzioni

    La legale rappresentante della cooperativa, una donna di 37 anni originaria di Maddaloni, è stata denunciata per violazione delle norme sull’igiene degli alimenti. Si tratta di un’ipotesi di reato ancora tutta da verificare: la donna è indagata e resta presunta innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva. Le sono state contestate anche sanzioni amministrative per un totale di 4mila euro.

    I militari hanno poi sospeso un deposito di alimenti. È stato giudicato non conforme agli standard igienico-sanitari fissati dalla normativa europea sulla sicurezza alimentare.

    Per circa 500 chili di prodotti è scattato il divieto di immissione in commercio. Erano alimenti secchi, freschi, congelati e surgelati. Mancava la documentazione che ne attesta la tracciabilità, cioè la possibilità di ricostruire da dove arriva ogni prodotto, chi lo ha fornito e se rispetta i requisiti sanitari. Senza quelle carte, nessuno è in grado di dire cosa sia finito nei piatti dei bambini.

    I punti ancora aperti

    La Procura è stata informata. Il Nas prosegue gli accertamenti di sua competenza. La Stazione di Caivano trasmetterà gli atti all’autorità amministrativa quando avrà completato l’acquisizione dei documenti sulle strutture.

    Molte domande restano senza risposta nelle informazioni diffuse finora. Da quanto tempo gli alimenti erano conservati in quelle condizioni. Quando le strutture erano state controllate l’ultima volta. Se e con quali esiti fossero passate le verifiche ordinarie previste per chi prepara pasti in una collettività. E quale sia il nome della cooperativa, che non è stato reso noto.

    Chi vigila su chi accoglie i minori

    Il caso tocca un nodo preciso. Queste comunità ricevono bambini affidati dallo Stato, e lo Stato ne paga l’accoglienza. Chi ci vive non ha alcun modo di scegliere cosa mangiare, né di denunciare da solo ciò che trova nel piatto. La sicurezza alimentare, qui, dipende interamente dalla regolarità dei controlli pubblici.

    In questa vicenda i controlli hanno funzionato: il problema è emerso e il deposito è stato fermato. Resta il fatto che gli alimenti sono stati trovati già dentro le strutture, nella dispensa da cui si cucinava. La verifica è arrivata a valle, dopo che la filiera aveva già raggiunto i destinatari.

    C’è poi la questione della proporzione. Per cinque strutture, un deposito sospeso e mezza tonnellata di cibo non tracciato, le sanzioni amministrative contestate ammontano a 4mila euro. Eventuali ulteriori conseguenze dipenderanno dall’esito del procedimento penale e dalle decisioni dell’autorità amministrativa, che dovrà valutare la posizione della cooperativa.

    Il contesto rende la vicenda ancora più delicata. Caivano è il comune che il governo ha scelto nel 2023 come simbolo della presenza dello Stato nelle periferie, con un decreto dedicato e un piano di interventi. Ora, proprio lì, il cibo dato ai minori più fragili è finito sotto sequestro. Il prossimo passaggio spetta agli uffici che ricevono le carte dei carabinieri: saranno loro a decidere se e come quelle cinque strutture potranno continuare a operare.

  • Russia prepara droni su Italia, Spagna e Francia? L’allarme Cia

    Russia prepara droni su Italia, Spagna e Francia? L’allarme Cia

    🔊 Ascolta l’articolo

    Nuovo capitolo nell’escalation informativa che sta tempestando l’opinione pubblica europea ogni giorno con nuovi capitoli, sempre più frequenti e dal tono sempre più incalzante. Dopo il Guardian che, citando fonti delle intelligence europee, avverte che una guerra con la Russia potrebbe scatenarsi in mesi, non in anni, e dopo le notizie continue di supposti sconfinamenti di droni e altri mezzi all’interno dei confini NATO (solo di ieri la notizia dell’elicottero in Polonia), oggi è il turno di El Mundo (aspettiamo con ansia gli scoop del Corriere della Sera o di Repubblica: o dobbiamo sempre essere il fanalino di coda anche nella propaganda?).

    La Russia starebbe preparando attacchi con droni contro Spagna, Francia e Italia, e questa volta la minaccia arriverebbe dal mare (sentite come suona poetico: “la minaccia vien dal mare, e sotto il maestrale urla e biancheggia lo zar“). È quanto scrive appunto il quotidiano spagnolo El Mundo, rilanciato stamattina dalle agenzie italiane. Secondo il giornale, la Cia avrebbe raccolto informazioni sui piani di escalation del Cremlino e le avrebbe condivise con diversi governi europei. Curioso che queste intelligence parlino sempre con i giornali e (forse) con i governi. A noi non è dato vedere e leggere niente. È una questione di fede.

    Cosa scrive El Mundo, e cosa non scrive

    Il cuore della ricostruzione è semplice. Dopo le incursioni sul fianco orientale della Nato, Mosca sposterebbe il baricentro verso sud, sui Paesi mediterranei. Le piattaforme di lancio sarebbero marittime.

    Tutto il resto manca. Non ci sono nomi, date, obiettivi precisi né riscontri verificabili. Non si sa quali governi abbiano ricevuto le informazioni, né come le abbiano valutate. Al momento non risultano conferme ufficiali da Washington, Roma, Parigi o Madrid.

    Un servizio segreto passa informazioni a un quotidiano (ma chi passa le informazioni al servizio segreto? La risposta non è scontata), il quotidiano la pubblica, le agenzie le moltiplicano, gli altri quotidiani le riprendono, poi arrivano i telegiornali e i talk show. In poche ore un’ipotesi anonima diventa titolo di apertura e poi senso comune. Nessuno verifica niente, ben inteso: dobbiamo tutti fidarci di una fonte anonima rilanciata da un solo quotidiano in un paese a turno. Non significa che sia per forza falsa. Significa che va pesata, e pesata bene.

    Il contesto: dalla guerra in Ucraina ai droni sul fianco est

    Per capire come siamo arrivati qui bisogna risalire oltre l’invasione russa del febbraio 2022 e interrogarsi su ciò che accadde in Ucraina tra il 2013 e il 2014. La rappresentazione di piazza Maidan come una semplice sollevazione democratica lascia sullo sfondo gli interessi delle potenze occidentali e il ruolo delle organizzazioni finanziate dall’estero. La fondazione ucraina della rete di George Soros sosteneva da anni la società civile e il suo orientamento europeo: un’attività dichiarata, che merita di essere considerata quando si ricostruisce il contesto politico della protesta. La telefonata intercettata tra Victoria Nuland e l’ambasciatore Geoffrey Pyatt, nella quale i due discutevano dei possibili protagonisti del futuro governo, mostra quanto anche Washington fosse interessata a influenzare l’esito della crisi.

    Alla caduta di Yanukovych seguirono l’annessione russa della Crimea e la guerra nel Donbass. Non vanno dimenticati il ruolo dei battaglioni volontari, le componenti neonaziste presenti nelle origini di Azov e gli abusi contro la popolazione civile. Amnesty International documentò sequestri, detenzioni illegali, maltrattamenti, estorsioni e possibili esecuzioni attribuiti a membri di Aidar, ravvisando in alcuni episodi possibili crimini di guerra. Erano responsabilità concrete, da affiancare a quelle documentate sul fronte separatista, senza cancellarle in nome dell’appartenenza geopolitica.

    In questo scenario si inserì il caso Hunter Biden, entrato nel consiglio di amministrazione della società energetica ucraina Burisma nel 2014, mentre suo padre, vicepresidente degli Stati Uniti, seguiva il dossier ucraino. Una sovrapposizione tra interessi familiari, affari e politica estera che sollevò evidenti interrogativi sul conflitto d’interessi e sulla credibilità della retorica anticorruzione americana.

    Zelensky arrivò alla presidenza cinque anni dopo Maidan, nel 2019, battendo Poroshenko alle elezioni. Era un attore e comico divenuto celebre interpretando un presidente nella serie Servant of the People: un passaggio dalla finzione televisiva al potere che rende legittimo interrogarsi sul peso dell’immagine e della costruzione mediatica nella sua ascesa.

    Nel frattempo, gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 avevano promesso un cessate il fuoco e una soluzione politica per il Donbass. Le promesse rimasero largamente sulla carta: armi pesanti ancora schierate, violazioni su entrambi i lati del fronte e negoziati incapaci di sbloccare il percorso politico. Chi vuole comprendere il disastro deve guardare anche a questi anni di diplomazia fallita, agli abusi e agli interessi esterni. L’invasione ordinata da Mosca nel febbraio 2022 arriva dopo una lunga storia.

    Nel frattempo ci sono state le tensioni con l’Iran, le battaglie per le terre rare (di cui l’Ucraina è piena), l’ascesa industriale ed economica della Cina, la guerra in Iran, l’alleanza militare tra la Cina e la Russia sempre più salda, il conflitto in medio oriente, le stragi in Israele/Gaza e così via, con la progressiva perdita di influenza in ogni fattore produttivo dell’Unione Europea, dalle fabbriche di automobili alla battaglia persa sull’intelligenza artificiale. E quando qualcuno perde, non resta che l’economia di guerra.

    L’anno scorso la tensione si è spostata sui cieli europei. Droni caduti in Polonia, jet russi accusati di aver violato lo spazio aereo estone, avvistamenti sopra gli aeroporti danesi. Poi droni avvistati sui principali aeroporti europei, scali sospesi e così via (non è una novità, insomma). La Nato ha risposto rafforzando la sorveglianza sul fianco orientale e l’Unione Europea a suon di piani da centinaia di miliardi per il riarmo. Mosca ha sempre respinto ogni responsabilità, parlando di provocazioni e di isteria antirussa.

    In questa narrazione, episodi talvolta surreali, come notizie su sciami di droni russi che poi erano uccelli. Si reagisce a una minaccia reale o si costruisce un clima?

    Torniamo alla CIA e a El Mundo

    L’ipotesi dei lanci dal mare non nasce nel vuoto. L’anno scorso alcuni governi europei hanno messo sotto osservazione le petroliere della cosiddetta flotta ombra, che trasporta greggio russo aggirando le sanzioni. Il sospetto era che potessero fungere da basi mobili per i droni.

    L’Italia è il Paese più esposto per geografia. Ha migliaia di chilometri di costa, basi strategiche come Sigonella e una posizione centrale nel Mediterraneo. Di fronte c’è la Libia, dove la presenza russa in Cirenaica è documentata da anni. Se questo scenario avesse un fondamento, riguarderebbe noi più di chiunque altro.

    L’escalation della narrazione

    Questi allarmi continui sono indubbiamente parte di una campagna occidentale per giustificare il riarmo europeo e compattare le opinioni pubbliche. Ma se vogliamo guardare ai fatti, è la Nato ad avanzare verso i confini russi, non il contrario.

    Il punto non è solo cosa dice El Mundo, ma la serie in cui questa notizia si inserisce. Ieri il Guardian, oggi El Mundo, domani qualcun altro. Ogni giorno un allarme, ogni giorno un fronte nuovo. Difficile non vedere una direzione comune, quella di rappresentare una guerra con la Russia come qualcosa di inevitabile.

    Non lo dicono solo i giornali. Da mesi le intelligence europee diffondono stime sempre più ravvicinate. Quella danese parlava di una possibile guerra locale nel giro di pochi mesi. Quella tedesca indicava la fine del decennio come orizzonte per un attacco alla Nato. Oggi c’è chi parla di mesi, non più di anni.

    Intanto le scelte politiche seguono il copione. C’è il piano europeo di riarmo da centinaia di miliardi e c’è l’obiettivo Nato del 5% del Pil in spesa per la difesa (ricordate Ankara, quest’estate?). Sono soldi che vengono tolti a sanità, scuola e welfare e finiscono spesso dall’altra parte dell’oceano, nonostante si dica il contrario.

    Dove porta l’escalation della propaganda di guerra

    I media stanno facendo il loro lavoro di preparazione psicologica. Stanno accompagnando l’opinione pubblica passo dopo passo verso l’accettazione di un conflitto che deve apparire come sacrosanto e inevitabile.

    I cittadini devono esserne consapevoli e prepararsi. Con informazione, spirito critico e pretendendo (per quanto possibile) trasparenza. Se la guerra (che, dati i molti fronti caldi aperti nel mondo, non può che essere mondiale) fosse davvero a pochi mesi di distanza, perché dovremmo venirlo a sapere dal Guardian?

  • Iran minaccia paralisi aeroporti di chi applica sanzioni Usa

    Iran minaccia paralisi aeroporti di chi applica sanzioni Usa

    L’Iran minaccia la paralisi degli aeroporti dei Paesi che decideranno di applicare le sanzioni americane contro le compagnie aeree della Repubblica islamica. L’avvertimento è arrivato oggi dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il massimo organo di Teheran per le decisioni strategiche e militari. Il destinatario formale sono i governi terzi. Quello reale è Washington, che da anni prova a trasformare le proprie misure unilaterali in un obbligo per il resto del mondo.

    Il messaggio è semplice: chi nega servizi, rifornimenti o diritti di atterraggio ai vettori iraniani dovrà aspettarsi disagi nei propri scali. Teheran non ha chiarito con quali strumenti intenda provocarli, né se si tratti di misure di ritorsione diplomatica, tecniche o di altra natura. L’ambiguità, con ogni probabilità, è voluta.

    Sanzioni Usa sulle compagnie aeree iraniane: cosa c’è in gioco

    Le sanzioni americane sull’aviazione civile iraniana non sono una novità. Mahan Air è nel mirino del Tesoro statunitense dal 2011, accusata di trasportare uomini e materiali per conto dei Pasdaran. Iran Air è finita più volte nelle liste nere. Nel 2024 anche l’Unione europea ha colpito le compagnie iraniane, sostenendo che avessero trasferito componenti militari verso la Russia.

    La novità sta nella pressione sui Paesi terzi. Le sanzioni cosiddette secondarie mettono gli altri Stati davanti a un bivio: continuare a lavorare con l’Iran e rischiare di essere puniti dagli Stati Uniti, oppure allinearsi. Per molti scali di transito, dal Golfo alla Turchia, dall’Iraq all’Asia centrale, i voli iraniani non sono una voce marginale. Sono passeggeri, merci, tasse aeroportuali. Anche la risposta di Teheran, quindi, parla a questi governi: il prezzo di obbedire a Washington non sarà zero.

    Il contesto: una crisi che dura da quasi mezzo secolo

    Il conflitto tra Stati Uniti e Iran risale alla rivoluzione del 1979 e alla crisi degli ostaggi nell’ambasciata americana. Da allora le sanzioni sono diventate lo strumento principale della politica di Washington verso Teheran.

    L’accordo sul nucleare del 2015 aveva aperto una breve finestra di distensione. Nel 2018 Donald Trump ne è uscito e ha lanciato la campagna di “massima pressione”. Lo scorso anno la tensione ha toccato il punto più alto: la guerra di dodici giorni con Israele, a giugno, e i bombardamenti americani sui siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan. Poi, a fine settembre 2025, il ripristino delle sanzioni Onu voluto da Francia, Germania e Regno Unito con il meccanismo dello snapback.

    In questo quadro l’aviazione civile è diventata un fronte a sé. E non da oggi.

    Chi paga davvero le sanzioni sull’aviazione

    C’è un aspetto che raramente entra nel dibattito occidentale. Le sanzioni hanno impedito per anni all’Iran di acquistare aerei nuovi e pezzi di ricambio. La flotta civile iraniana è tra le più vecchie al mondo. Le autorità di Teheran hanno più volte attribuito agli embarghi una parte della responsabilità per gli incidenti aerei avvenuti nel Paese.

    Non è propaganda da liquidare con un’alzata di spalle. È una domanda legittima: se una misura pensata per colpire i Pasdaran finisce per rendere meno sicuri i voli di milioni di civili, a pagare il conto non sono – come sempre – i vertici militari iraniani, che hanno canali alternativi per viaggiare e rifornirsi, ma le famiglie che prendono un volo per Istanbul o per Mashhad.

    Dopo quindici anni di sanzioni su Mahan Air, è lecito chiedersi anche un’altra cosa: quali risultati hanno prodotto? La compagnia vola ancora. Il regime è ancora lì. I costi, intanto, si sono spalmati su passeggeri, aeroporti, Paesi di transito.

    Le diverse letture internazionali

    Per Washington e per i suoi alleati la stretta sulle compagnie iraniane serve a tagliare le linee logistiche con cui Teheran sosterrebbe i suoi alleati regionali e la Russia. Nessuna ragione umanitaria, in questa lettura, può giustificare il trasporto di armi su voli civili.

    Per Teheran, invece, si tratta di guerra economica contro un’intera popolazione. E la minaccia agli aeroporti stranieri viene presentata come difesa: se il mondo accetta di diventare braccio esecutivo di Washington, ne condivide le conseguenze.

    Per i Paesi terzi, infine, la posizione è la più scomoda. Molti di loro non hanno votato quelle sanzioni, non le hanno scritte e non ne ricavano nulla. Ma rischiano di doverle applicare, e ora anche di subirne le ritorsioni.

    Minaccia seria o mossa negoziale?

    Minacciare le infrastrutture civili di altri Paesi è un’escalation che non si può archiviare come semplice retorica. Un aeroporto paralizzato significa voli cancellati, viaggiatori bloccati, danni a chi con lo scontro tra Washington e Teheran non c’entra nulla. Esattamente l’argomento che l’Iran usa contro le sanzioni.

    Ma la mossa va letta anche per quello che probabilmente è: un avvertimento rivolto ai governi indecisi, prima ancora che agli Stati Uniti. Teheran sa di non poter piegare Washington. Può però provare a rendere più costosa l’obbedienza per chi sta nel mezzo.

    E questo riguarda anche noi europei. Le sanzioni, quando escono dai confini di chi le decide, diventano un’imposta pagata da altri. Chi le vara raramente ne sopporta il peso. Chi le applica, spesso, non le ha decise e magari neanche approvate. Alla fine, a trovarsi il gate chiuso saranno passeggeri che non sanno esattamente neanche dove sia, l’Iran, e che non sono mai stati a Washington.

    Sempre che le ritorsioni minacciate da Teheran si limitino a quello… Oggi come oggi, con una possibile guerra contro un blocco composto dalla Russia, la Cina e proprio dall’Iran, non si può sapere.

  • Il Nucleare passa al Senato: le prima centrali fra 6 anni.

    Il Nucleare passa al Senato: le prima centrali fra 6 anni.

    🔊 Ascolta l’articolo

    Il nucleare torna nelle leggi italiane. Oggi il Senato ha approvato in via definitiva il ddl delega sul nucleare sostenibile, che la Camera aveva già votato il 4 giugno. Il risultato è di 81 sì, 51 no e 7 astenuti. Adesso il governo ha dodici mesi per scrivere le regole vere. L’obiettivo dichiarato è avere più energia, bollette meno legate al gas e meno dipendenza dall’estero.

    Legge delega sul nucleare: cos’è, spiegato semplice

    Pensa a una casa da costruire. Il Parlamento non ha disegnato il progetto. Ha dato al governo le chiavi del cantiere e gli ha detto: hai un anno di tempo per farlo, e devi occuparti di questi punti.

    I punti sono tanti:

    • dove mettere gli impianti, coinvolgendo i Comuni;
    • sicurezza e organi di controllo;
    • rifiuti radioattivi e combustibile esaurito;
    • ricerca, formazione e informazione ai cittadini;
    • garanzie finanziarie;
    • perfino la produzione di idrogeno con l’energia nucleare.

    Tutto questo arriverà con i decreti attuativi, cioè i testi che trasformano i principi in istruzioni concrete. Sul fronte dei soldi, il testo esaminato alla Camera prevedeva 20 milioni di euro l’anno dal 2027 al 2029 per gli investimenti. Per un programma nucleare è una cifra di partenza, non certo il conto finale.

    Il voto al Senato: chi ha detto sì e chi no

    La seduta è partita male: all’inizio in aula mancava il numero legale, cioè il numero minimo di senatori presenti per votare. Poi si è andati avanti.

    Hanno votato a favore Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Con loro anche Azione di Carlo Calenda, che pure sta all’opposizione. Italia Viva si è astenuta. Pd, Movimento 5 Stelle e Avs hanno votato contro. È lo stesso schema già visto alla Camera.

    Il testo è rimasto blindato. Le questioni pregiudiziali delle opposizioni sono state respinte e non è passato nemmeno un emendamento.

    Pichetto: «Giornata storica». Meloni: «Promessa mantenuta»

    Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha parlato di «una giornata storica per l’Italia». Secondo lui «il nucleare sostenibile, insieme alle rinnovabili, renderà l’Italia un Paese sicuro, indipendente e competitivo». Poi ha fissato una scadenza: i decreti attuativi arriveranno «di sicuro, entro fine anno».

    E le centrali? «Una stima che faccio in base agli elementi che ho a disposizione, degli esperti dell’impresa e del settore, è verso il 2033-34», ha spiegato. Ha aggiunto che l’Italia oggi è già «carente di 50 miliardi di kilowattora». Detto semplice: ci manca più o meno un sesto dell’elettricità che consumiamo in un anno.

    Giorgia Meloni ha definito la legge una «scelta coraggiosa e di buon senso». Il vantaggio, per la premier, è «meno dipendenza dall’estero e meno esposizione alle crisi internazionali che abbiamo pagato in bolletta». Il prossimo passo, ha detto, sono le norme su sicurezza, autorizzazioni, rifiuti e rapporto con i territori.

    Matteo Salvini ha rivendicato la paternità politica: «Una battaglia che la Lega porta avanti da anni. Dalle parole ai fatti!».

    Calenda: «Facciamolo rapidamente»

    Carlo Calenda ha fatto un esempio concreto. Quattro reattori da 1,4 gigawatt producono 45 terawattora l’anno per 60 anni, su 200 ettari di terreno. Per produrre la stessa energia, sostiene, servirebbero 60mila ettari di fotovoltaico o 200mila di eolico. La sua conclusione: «Voglio un’Italia grande potenza industriale e senza il nucleare questo non sarà».

    C’è però un’obiezione. I pannelli non devono per forza stare nei campi: si possono mettere su tetti, capannoni e aree dismesse.

    Le critiche delle opposizioni: «Un voto al buio»

    Dal resto dell’opposizione sono arrivate critiche pesanti. Per il senatore del Pd Nicola Irto al Parlamento si chiede «un voto al buio». E la sua domanda è quella che tocca le corde popolari: «Chi metterà i soldi? Le imprese private, i contribuenti o le famiglie attraverso le bollette? Nel testo non c’è una risposta». Apposta ci sono i decreti attuativi, comunque, verrebbe da rispondere.

    Mariolina Castellone, del M5S, parla di una «tecnologia che oggi non esiste o non è commerciale». Angelo Bonelli (Avs) la chiama «follia economica». Il capogruppo di Avs Peppe De Cristofaro va giù duro: il governo vorrebbe fare dell’Italia «un hub del gas senza avere il gas, e una potenza nucleare senza avere l’uranio».

    Non è contento nemmeno chi il nucleare lo vuole. Silvia Fregolent, di Italia Viva, accusa la legge di buttare «la palla avanti di altri dieci anni».

    Il vecchio nucleare che non abbiamo finito di smontare

    L’ultima centrale italiana, Trino Vercellese, si è spenta del tutto il 1° luglio 1990, dopo il referendum del 1987. Il senatore M5S Luigi Neve ha colpito un punto vero: «Il governo ci propone il nucleare del futuro quando non è riuscito a risolvere i problemi del nucleare del passato».

    I numeri gli danno ragione. Sogin, la società pubblica che smonta le vecchie centrali, a fine 2025 era al 47,7% del programma. Il lavoro doveva finire nel 2019, ora si parla del 2032. Il Deposito nazionale per i rifiuti radioattivi non arriverà prima del 2041.

    Venerdì, dopo cinque rinvii, Sogin sceglierà i nuovi vertici. Nel frattempo i giudici della Corte d’Appello di Roma hanno ordinato di reintegrare l’ex amministratore delegato Emanuele Fontani. Secondo la sentenza fu licenziato per ritorsione, dopo aver segnalato irregolarità negli appalti proprio sul deposito delle scorie. Se vuoi un nucleare nuovo, chi lo guida deve essere scelto per quello che sa fare. Non per l’amico che ha.

    La vera partita per l’indipendenza energetica: di chi sarà la tecnologia

    Il governo punta sugli SMR, i piccoli reattori modulari. Immaginali come pezzi prodotti in serie in fabbrica e poi montati sul posto. Nuclitalia, la società di Enel, Ansaldo e Leonardo, pubblicherà a novembre uno studio sulla tecnologia da scegliere.

    Qui si gioca tutto. Nel 2024 si guardava alla tecnologia americana Westinghouse. Uscire dalla dipendenza dal gas per entrare in quella da un fornitore straniero sarebbe una sovranità a metà. L’Italia ha già la seconda filiera nucleare d’Europa, ma oggi lavora soprattutto per l’estero.

    La scelta di tornare all’atomo ha una sua logica. Serve energia stabile, e il gas ci ha già presentato il conto più di una volta. Resta però una domanda. Lo smantellamento del vecchio nucleare l’hanno pagato gli italiani, voce per voce, negli oneri di sistema in bolletta. Chi ci garantisce che anche stavolta il conto non arrivi nella cassetta della posta?

  • Varsavia: elicottero russo viola lo spazio aereo, alzati i caccia

    Varsavia: elicottero russo viola lo spazio aereo, alzati i caccia

    🔊 Ascolta l’articolo

    Stamattina un elicottero militare russo Mi-8 ha violato lo spazio aereo della Polonia per 42 secondi, nella zona a nord di Braniewo, nel voivodato di Varmia-Masuria, a pochi chilometri dal confine con l’exclave russa di Kaliningrad. Varsavia ha fatto decollare i caccia e ha messo in allerta le forze di terra. Per il ministero della Difesa polacco non si tratta di un incidente: Mosca starebbe di nuovo saggiando i riflessi della difesa aerea di un Paese Nato.

    Cosa è successo nei cieli di Braniewo

    La ricostruzione ufficiale è asciutta. «L’elicottero stava eseguendo un volo dalla regione di Kaliningrad. Ha violato lo spazio aereo polacco con una profondità massima di circa 300 m e vi ha sostato per 42 secondi», si legge nel comunicato del ministero della Difesa di Varsavia.

    I radar militari hanno seguito il velivolo fin dall’ingresso. Sono scattati i caccia in scramble, mentre uomini e mezzi a terra restavano pronti a intervenire. Poi l’elicottero è rientrato, senza ulteriori conseguenze.

    La lettura polacca è netta: «La natura dell’incidente indica che la Russia sta testando nuovamente la prontezza della nostra difesa aerea». Il ministero aggiunge che gli equipaggi della contraerea mantengono «un’osservazione continua 24 ore su 24», in costante prontezza. Nessuna misura specifica è stata annunciata, ma è verosimile che il caso finisca sul tavolo della Nato.

    Kaliningrad, il nervo scoperto del fianco orientale

    Per capire perché 42 secondi facciano rumore bisogna guardare la mappa. Kaliningrad è un pezzo di Russia incastrato tra Polonia e Lituania, affacciato sul Baltico, separato dalla madrepatria. È la base della Flotta del Baltico ed è da anni uno dei punti più militarizzati d’Europa.

    mappa kaliningrad

    Poco più a est c’è il cosiddetto corridoio di Suwałki: una striscia di confine polacco-lituano che separa Kaliningrad dalla Bielorussia alleata di Mosca. Se venisse chiusa, i Paesi baltici resterebbero isolati dal resto dell’Alleanza. È lo scenario che gli strateghi occidentali temono di più.

    La Polonia, entrata nella Nato dal 1999, ha rafforzato negli ultimi anni la propria postura lungo questo confine e verso la Bielorussia. E non è nuova a episodi del genere. A settembre del 2025 uno sciame di droni russi era penetrato nel suo spazio aereo durante un attacco contro l’Ucraina, spingendo Varsavia ad attivare le consultazioni previste dall’articolo 4 del Trattato atlantico. Negli stessi giorni l’Estonia denunciava lo sconfinamento di caccia russi MiG-31.

    Anche nei giorni scorsi, in concomitanza con nuovi attacchi russi sull’Ucraina, la Polonia aveva attivato operazioni aeree preventive e alzato il livello di vigilanza. In quel caso, però, nessuna violazione era stata registrata.

    Test deliberato o errore di rotta?

    Trecento metri, per un elicottero che vola a bassa quota lungo una frontiera, sono un margine minimo. Un errore di navigazione non si può escludere a priori.

    Dall’altra parte, un Mi-8 delle forze armate russe che decolla da Kaliningrad conosce quel confine a memoria. E l’episodio arriva in una sequenza precisa, non isolata.

    Da Mosca, allo stato attuale, non risulta una versione dei fatti. La posizione russa, da anni, è che la vera provocazione sia l’espansione militare della Nato fino ai suoi confini, e che l’Occidente trasformi ogni episodio minore in un caso internazionale.

    Quello che l’intelligence ripete da mesi

    Su Byoblu l’ho scritto più volte (vedi qui o qui solo per citare alcuni esempi). Gli apparati di sicurezza europei e americani avvertono da tempo che la Russia potrebbe testare la compattezza dell’Alleanza con provocazioni limitate, ambigue, deliberatamente sotto la soglia dell’articolo 5.

    Il punto non è lo sconfinamento in sé. È la reazione. Un attacco circoscritto rischia di spaccare la Nato tra chi vuole trattare e chi vuole rispondere con le armi. Ed è proprio quella paralisi, più di qualunque territorio, l’obiettivo strategico che molti analisti attribuiscono al Cremlino. Un’Alleanza che ha trattato Russia, Cina e Iran come dossier separati (e che non lo sono affatto), e che ha svuotato i propri arsenali per sostenere Kiev, è oggi più esposta di quanto ammetta.

    L’elicottero di Braniewo sembra uscito da quel copione. Ma quando una storia viene ripetuta per mesi, ogni evento finisce per confermarla. Anche quelli che, presi da soli, potrebbero dire molto meno.

    Il vero pericolo: la guerra per inerzia

    Che si tratti di una prova di forza calcolata o di un episodio gonfiato dalla propaganda, l’effetto politico è lo stesso. Ogni sconfinamento diventa un mattone in più nel muro della paura. E quel muro serve a giustificare scelte che nessuno ha mai sottoposto ai cittadini.

    L’Unione europea ha lanciato piani di riarmo da centinaia di miliardi. Si parla apertamente di economia di guerra, di preparazione al conflitto, di coscrizione. Addirittura, le intelligence europee scrivono che la guerra con la Russia potrebbe arrivare in mesi. Decisioni prese in stanze sempre più chiuse, da vertici che rispondono sempre meno agli elettori. Questa è la deriva più pericolosa: non l’elicottero russo, ma una classe dirigente europea che sembra considerare lo scontro con Mosca non un rischio da evitare, ma un orizzonte da preparare (ReArm Europe Plan – Readiness 2030).

    La deterrenza è una cosa seria. Serve a evitare la guerra, ma finisce ad abituarci all’idea. Ma se ogni incidente di frontiera viene usato per alzare l’asticella, prima o poi qualcuno scambierà un errore per un attacco. O un attacco per un errore. Prima o poi, quel maledetto articolo 5 qualcuno finirà per azionarlo davvero.

    Quarantadue secondi sono bastati per far decollare i caccia. Un incidente. Dopo un altro incidente. Ma, incidente dopo incidente, poi non si torna più indietro. Perché, ricordiamocelo: basta studiare la storia. Le guerre mondiali nascono spesso da semplici “incidenti”.

  • Le sanzioni alla Russia spaccano la Ue: Usmanov e Fridman via dalla black list. Fanno 32 miliardi di dollari in due. Il potere dei soldi.

    Le sanzioni alla Russia spaccano la Ue: Usmanov e Fridman via dalla black list. Fanno 32 miliardi di dollari in due. Il potere dei soldi.

    🔊 Ascolta l’articolo

    Le sanzioni alla Russia spaccano la Ue. Ieri a Bruxelles gli ambasciatori dei 27 Paesi membri hanno rinnovato per 36 mesi, fino al 22 settembre 2029, il congelamento dei beni e il divieto d’ingresso per quasi 3.000 persone ed entità legate alla guerra in Ucraina. Si sono riuniti nel Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti che prepara le decisioni dei governi. Finora il rinnovo era semestrale. Il prezzo dell’intesa è l’uscita dalla lista nera di due dei russi più ricchi, Alisher Usmanov e Mikhail Fridman, chiesta da Francia e Lussemburgo con l’appoggio della Slovacchia. La Lettonia, che teneva tutto bloccato, all’ultimo si è astenuta. Anche l’Estonia fa sapere di essersi astenuta. I tre Baltici annunciano sanzioni nazionali contro i due magnati. Kiev parla di scelta «vergognosa».

    Chi sono Usmanov e Fridman

    Alisher Usmanov ha 73 anni, è nato in Uzbekistan e ha passaporto russo. Forbes stima il suo patrimonio in circa 14 miliardi di dollari. È il fondatore della holding USM, che controlla MegaFon, il secondo operatore di telefonia mobile russo. Possiede il quotidiano Kommersant, ha partecipazioni nel colosso siderurgico Metalloinvest, azioni di Xiaomi e interessi in miniere, telecomunicazioni e media. Per anni ha presieduto la Federazione internazionale di scherma. Bruxelles lo ha inserito nella lista nel 2022, nei primi giorni dell’invasione, per i suoi «legami particolarmente stretti» con Vladimir Putin. Gli viene attribuita anche una forte vicinanza al governo dell’Azerbaigian.

    Mikhail Fridman è nato nel 1964 a Leopoli, oggi in Ucraina. Ha cittadinanza russa e israeliana e un patrimonio stimato da Forbes in circa 16,6 miliardi di dollari. Nel 1989 fonda con due compagni di università, German Khan e Alexei Kuzmichev, la società di materie prime Alfa-Eco, primo nucleo del conglomerato Alfa-Group. Nel 2003 il trio crea con British Petroleum la joint venture petrolifera TNK-BP. Nel 2013 la cessione delle quote vale 14 miliardi di dollari, di cui 5,1 incassati in contanti da Fridman. L’Unione lo ha sanzionato nel 2022 per aver «sostenuto azioni o politiche» che minano la sovranità dell’Ucraina.

    Entrambi respingono le accuse e hanno fatto ricorso in tribunale.

    Il baratto: prigionieri a Baku e un arbitrato miliardario

    Ne avevo parlato ieri qui: “Come funzionano le sanzioni alla Russia: il mercato delle vacche che nessuno vi dice“. Le ragioni della Francia hanno poco a che vedere con la guerra. Secondo tre diplomatici europei, Parigi si è mossa sotto pressione dell’Azerbaigian, che detiene almeno due cittadini francesi. Uno è stato condannato nel 2023 a dieci anni per spionaggio. L’altro, dirigente nel settore idrico, a dodici anni per corruzione. In privato, a Parigi, qualcuno parla di «ricatto». Secondo altre ricostruzioni, l’intesa sarebbe passata per una mediazione dell’Uzbekistan: la grazia del presidente azero Ilham Aliyev ai due francesi in cambio della cancellazione di Usmanov.

    Il ministero degli Esteri francese ha parlato di una questione di «sicurezza nazionale» e di una risposta a «una richiesta di partner», senza commentare il legame con Baku. Un alto diplomatico azero ha definito le accuse «categoricamente infondate»: l’Azerbaigian, sostiene, non ha mai interferito nei processi sanzionatori europei o americani.

    Il Lussemburgo aveva un motivo più prosaico. Fridman gli chiede, in un arbitrato, circa 16 miliardi di dollari di risarcimento per i beni congelati: una cifra pari a circa metà del bilancio del Granducato. La cancellazione dalla lista nera attenuerebbe queste richieste.

    Per convincere Riga, secondo quanto riportato, la Francia avrebbe offerto cooperazione sulla difesa aerea e l’accesso al proprio ombrello nucleare. Diplomatici europei segnalano un precedente: mai prima d’ora le sanzioni erano state legate a uno scambio di prigionieri. Le ragioni della concretezza e della pragmaticità iniziano a prevalere anche sull’ideologia sfrenata dell’integralismo UE?

    Riga, dal veto all’astensione

    La trattativa è finita come era cominciata.

    Fino a lunedì notte la Lettonia aveva tenuto il punto. «Prorogare le sanzioni per 36 mesi sarebbe il passo giusto. Ma il prezzo non può essere semplicemente cancellare i due nomi dalla lista», aveva scritto il primo ministro Andris Kulbergs. Riga chiedeva un rinvio tecnico di due settimane, a elezioni concluse: il 3 ottobre il Paese vota per il Parlamento.

    Martedì pomeriggio, con l’intera lista a poche ore dalla scadenza, è arrivata l’«astensione costruttiva». È la formula che consente a uno Stato di non votare a favore senza bloccare una decisione che richiede l’unanimità. «Nel mantenere il regime sanzionatorio abbiamo raggiunto un compromesso difficile», ha commentato la presidenza irlandese del Consiglio, che aveva messo lo scambio sul tavolo la settimana scorsa.

    Baltici furiosi, Kiev delusa

    Il ministro degli Esteri lituano Kęstutis Budrys ha scelto di guardare al calendario: la proroga triennale «renderà più difficile per la Russia sfruttare le divisioni all’interno dell’Ue ogni sei mesi». Il premier Mindaugas Sinkevičius ha annunciato sanzioni nazionali contro Usmanov e Fridman. Lettonia ed Estonia faranno lo stesso.

    Da Kiev il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha definito la decisione «vergognosa e ingiustificabile»: «Mosca sta festeggiando perché ha ottenuto ciò che voleva: l’umiliazione dell’Ue e la divisione tra europei. Volodymyr Zelensky ha ringraziato la Lettonia: «Al mondo non serve un delisting politico, ma un rinnovo tempestivo e senza condizioni delle sanzioni individuali».

    Yulia Navalnaya, vedova dell’oppositore Alexei Navalny, ha affidato ai social una lettura amara: per l’Europa, scrive, «ciò che sembra contare molto di più è quanti soldi hai sui conti in banca». E chiude con un sarcastico «Viva i soldi e gli oligarchi di Putin!».

    Dal Cremlino il portavoce Dmitry Peskov ha incassato e rilanciato: le sanzioni «devono essere revocate per Usmanov, per Fridman, per tutti gli imprenditori russi».

    Picierno contro l’unanimità, von der Leyen promette armi

    La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, la stessa che con un’interrogazione alla Commissione ha chiesto la chiusura di Byoblu, la tv dei cittadini, ha definito la scelta «vergognosa, codarda e del tutto inaccettabile». Il bersaglio è la regola dell’unanimità, che a suo dire «rende l’Ue fragile e debole». La ricetta: un’Europa «politicamente forte e sovrana», «più della somma dei suoi Stati membri».

    La vicenda di questi giorni racconta però una dinamica più complessa. L’unanimità ha permesso a Parigi e al Lussemburgo di tenere in ostaggio il rinnovo. Ma è la stessa regola che ha dato a un piccolo Paese come la Lettonia la forza di resistere per una settimana. Senza veto spariscono entrambe le leve, e le decisioni si spostano verso una maggioranza in cui gli Stati più grandi pesano di più. Undici governi chiedono ora di superare l’unanimità.

    Ursula von der Leyen, da New York dove ha incontrato Zelensky, ha risposto sul terreno che predilige: «L’Europa sta lavorando più duramente che mai per rafforzare la difesa dell’Ucraina. Il nostro nuovo programma anti-balistico può aiutare a incrementare rapidamente la produzione». Sulla cancellazione dei due oligarchi, nessuna parola.

    Che cosa resta delle sanzioni

    Le sanzioni settoriali contro l’economia russa, cioè energia, banche, trasporti e tecnologia, poggiano su un quadro giuridico separato e non vengono toccate. Il vero cambiamento è il calendario. Fino a ieri ogni scadenza semestrale diventava un tavolo di trattativa: a marzo Budapest e Bratislava avevano già chiesto l’uscita dei due nomi, senza ottenerla. Ora la prossima occasione arriva nel 2029. E nel frattempo, le intelligence UE dicono che una guerra che coinvolge direttamente l’UE contro la Russia (e quindi la Cina) potrebbe scoppiare prima.

    Se basta un ostaggio a Baku o una causa da 16 miliardi per cancellare un nome, anche i criteri che tengono in lista gli altri 3.000 perdono solidità. I legali di chi è ancora sanzionato potranno usare questo precedente nei ricorsi. Emerge anche un’asimmetria. I governi con peso politico ottengono le loro deroghe. Le imprese europee che pagano il costo delle sanzioni, a partire da energia e meccanica, a quel tavolo non siedono.

    Ora servirà un atto formale del Consiglio, efficace dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Il ventesimo pacchetto di sanzioni resta fermo per le obiezioni dell’Ungheria. La Lettonia va al voto il 3 ottobre.

  • Oggi cade l’equinozio d’autunno. Cosa significa, e quali effetti può avere sul nostro corpo. E state pronti per il ritorno dell’Ora Solare.

    Oggi cade l’equinozio d’autunno. Cosa significa, e quali effetti può avere sul nostro corpo. E state pronti per il ritorno dell’Ora Solare.

    Stanotte, alle 2:05, l’estate ha chiuso bottega. È scattato l’equinozio d’autunno, il momento preciso in cui il Sole attraversa l’equatore celeste e passa dalla metà nord del cielo a quella sud. Da oggi, almeno per gli astronomi, siamo ufficialmente in autunno. Giorno e notte durano quasi uguale. Poi, settimana dopo settimana, la luce perderà terreno fino al solstizio d’inverno.

    Cosa succede lassù, detto in parole semplici

    Te lo spiego con un’immagine. La Terra gira intorno al Sole, ma non sta dritta: è inclinata di circa 23,4 gradi, come una trottola un po’ storta. Questa inclinazione fa sì che, durante l’anno, il Sole ci arrivi ora più dall’alto, ora più di sbieco. Due volte l’anno, a marzo e a settembre, il Sole si trova esattamente sopra l’equatore. I suoi raggi cadono dritti lì, e i due emisferi ricevono la stessa quantità di luce.

    Ecco perché si chiama equinozio. Viene dal latino aequa nox, cioè “notte uguale” al giorno. E attenzione: mentre da noi comincia l’autunno, dall’altra parte del mondo, in Australia o in Argentina, comincia la primavera.

    Ma non sono davvero dodici ore e dodici ore

    Qui c’è un dettaglio curioso. L’idea delle dodici ore di luce e dodici di buio è una buona approssimazione, ma non è esatta. Per due motivi.

    Primo: il Sole non è un puntino, è un disco. Diciamo che è sorto quando spunta il suo bordo superiore, non quando passa il centro. Questo regala qualche minuto in più di giorno.

    Secondo: l’atmosfera piega la luce. Un po’ come quando metti un cucchiaino in un bicchiere d’acqua e sembra spezzato. Così vediamo il Sole anche quando, geometricamente, è già sotto l’orizzonte.

    Risultato: oggi il giorno è ancora più lungo della notte di qualche minuto. La parità vera, che gli esperti chiamano “equiluce”, da noi arriva verso il 25-26 settembre.

    Perché la data non è sempre la stessa

    L’anno scorso l’equinozio è caduto il 22 settembre. Quest’anno il 23. Come mai? Perché l’anno astronomico non dura esattamente 365 giorni. Il calendario recupera lo scarto con gli anni bisestili, e questo fa slittare l’orario dell’equinozio di alcune ore ogni anno. Può cadere tra il 21 e il 24 settembre, ma quasi sempre il 22 o il 23. Un equinozio il 21 settembre lo vedremo solo nel 2092 e nel 2096.

    Una precisazione: questo è l’autunno astronomico. Quello meteorologico, per convenzione, è iniziato il 1° settembre e dura fino a fine novembre.

    Il corpo se ne accorge? Dipende a chi lo chiedi

    Su questo punto le voci non dicono tutte la stessa cosa.

    Da una parte ci sono gli endocrinologi, cioè i medici che studiano gli ormoni. Diego Ferone, presidente della Società Italiana di Endocrinologia, parla di una sorta di “mini jet-lag” stagionale. Il meccanismo, semplificando, è questo: meno luce vuol dire più melatonina, l’ormone del sonno, e meno serotonina, quella del buonumore. Secondo Ferone, l’aumento di melatonina «produce palpebre pesanti a metà giornata, la classica stanchezza diurna che crea disagio negli impegni scolastici, lavorativi e familiari». Possono aggiungersi bruciori di stomaco, mal di testa, irritabilità.

    Non tutti reagiscono allo stesso modo. Ferone distingue tra “gufi”, che rendono meglio la sera, e “allodole”, che sono più attive al mattino. «L’equinozio e l’autunno hanno impatto sui cosiddetti gufi che tendono a mal tollerare il buio mattutino», spiega. Le allodole invece accusano un calo di energia nel pomeriggio. In ogni caso, dice, i sintomi «svaniscono in poche settimane» se si seguono regole elementari.

    Dall’altra parte c’è chi invita alla prudenza. Riprendendo le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, alcuni osservatori sottolineano che l’equinozio, di per sé, non causa insonnia né malumore. La luce regola i nostri ritmi biologici, questo è certo. Ma le reazioni sono individuali e dipendono molto dalle abitudini. Il messaggio è: non confondere un normale adattamento con un disturbo. E se stanchezza o umore basso durano nel tempo, meglio parlarne con un professionista, senza dare la colpa all’autunno.

    I consigli su cui tutti sono d’accordo

    Su una cosa le fonti convergono, e sono regole facili da ricordare:

    • Prendi luce la mattina. Una passeggiata appena sveglio dice al cervello che il giorno è iniziato.
    • Muoviti all’aria aperta, finché il tempo lo permette.
    • Sveglia sempre alla stessa ora, anche nel weekend.
    • Niente telefono o tablet a letto: lo schermo inganna il cervello e ritarda il sonno.
    • Mangia di stagione: zucca, cavoli, legumi, funghi, castagne, noci e mandorle. Fanno bene all’intestino e alle difese.

    I prossimi appuntamenti astronomici

    Sabato prossimo, il 26, arriva la prima Luna piena d’autunno, la “Luna del raccolto”. Si chiama così perché il suo chiarore permetteva ai contadini di lavorare nei campi anche dopo il tramonto.

    Poi, nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre, torna l’ora solare: alle 3 le lancette tornano alle 2. Si dorme un’ora in più, ma la sera fa buio prima. È un’abitudine che in Italia esiste dal 1966 e che da anni è in discussione: l’Europa ne parlò nel 2018 senza arrivare a nulla, e quest’anno la Camera ha aperto un’indagine sull’ipotesi di tenere l’ora legale tutto l’anno. Il dibattito resta aperto.

    Insomma: il cielo ha fatto il suo giro puntuale, come ogni anno. Il resto, dalla stanchezza pomeridiana alla voglia di divano, dipende in buona parte da noi e da come organizziamo le nostre giornate. Qualcuno dice che le mezze stagioni non esistono più. L’astronomia, però, continua a segnarle con precisione al minuto.

  • Sicurezza sociale UE, nuove regole sui distacchi: cosa cambia

    Sicurezza sociale UE, nuove regole sui distacchi: cosa cambia

    Il Parlamento europeo ha approvato in prima lettura la revisione del regolamento (CE) n. 883/2004, il testo che coordina i sistemi di sicurezza sociale dei Paesi dell’Unione. È la norma che stabilisce a quale Stato un lavoratore versa i contributi quando si sposta da un Paese all’altro e da quale Stato riceve pensioni, indennità e sussidi. Le nuove regole UE sulla sicurezza sociale toccano soprattutto tre gruppi: i lavoratori distaccati all’estero, chi lavora in più Paesi e i disoccupati che cercano un impiego oltre confine.

    Un chiarimento sul percorso. La «prima lettura» è la fase in cui il Parlamento fissa la propria posizione su un testo proposto dalla Commissione. Perché la riforma diventi legge, serve anche il via libera del Consiglio, cioè dei governi dei 27. Stando a quanto riportato da The European Times, i governi si starebbero avvicinando all’approvazione definitiva dopo quasi dieci anni di negoziati, con una riunione prevista proprio oggi. Molte delle novità entrerebbero in vigore solo tra due anni.

    Distacchi: resta il tetto dei 24 mesi, con un requisito in più

    Il distacco è la situazione in cui un’azienda manda un proprio dipendente a lavorare temporaneamente in un altro Stato membro. La regola di fondo non cambia: per un massimo di 24 mesi il lavoratore, dipendente o autonomo, continua a versare i contributi nel Paese di origine. La condizione già esistente è che non vada a sostituire un altro lavoratore distaccato.

    La novità è un requisito aggiuntivo. Prima di partire, il lavoratore deve essere stato coperto dal sistema di sicurezza sociale del Paese di origine per almeno tre mesi. L’obiettivo dichiarato dalla norma è evitare che un’azienda assuma qualcuno e lo spedisca subito all’estero solo per applicargli il regime contributivo più conveniente.

    Notifica preventiva e certificato A1

    La riforma introduce anche un obbligo procedurale. Prima dell’inizio del distacco, il datore di lavoro dovrà avvisare l’ente competente dello Stato la cui legislazione si applica e chiedere il rilascio del certificato di legislazione applicabile. Si tratta del documento noto come A1 (o PDA1, Portable Document A1): attesta in quale Paese il lavoratore è assicurato e serve a dimostrare, in caso di controllo, che i contributi sono versati da qualche parte.

    Sono previste eccezioni. L’obbligo non vale per attività di durata inferiore a tre giorni lavorativi consecutivi nell’arco di 30 giorni, né per i viaggi d’affari. Fa eccezione il settore edile, dove continueranno ad applicarsi regole più severe. Il testo consultato non specifica quali.

    Chi lavora in più Paesi

    Per chi svolge attività in due o più Stati membri, la revisione chiarisce i criteri per individuare quale legislazione si applica. Un punto chiave è la determinazione della sede effettiva dell’impresa. Non basta l’indirizzo legale: si guarderà, tra gli altri elementi, a dove vengono prese le decisioni principali e dove si esercitano le funzioni di direzione centrale. È un criterio pensato per contrastare le società che hanno la sede formale in un Paese a contributi bassi e l’attività reale altrove.

    Disoccupazione: cumulo dei periodi e sussidio esportabile

    Sul fronte dei sussidi, la riforma prevede che i periodi di lavoro e di assicurazione maturati in Stati diversi debbano essere sommati per stabilire il diritto all’indennità di disoccupazione. Chi ha lavorato in più Paesi non perderà quindi i contributi versati altrove ai fini del riconoscimento del beneficio.

    Inoltre, chi si trasferisce in un altro Stato dell’Unione per cercare lavoro potrà continuare a ricevere il sussidio del Paese di origine per sei mesi. È prevista la possibilità di una proroga fino all’esaurimento della prestazione.

    I passaggi ancora aperti

    La riforma inciderebbe anche su frontalieri, famiglie e persone che necessitano di assistenza a lungo termine. Il dossier è fermo da anni proprio perché su alcuni di questi punti i governi non hanno trovato un accordo. La riunione di oggi dovrebbe dire se il compromesso regge. Dopo l’adozione formale del Consiglio, servirà la pubblicazione in Gazzetta ufficiale e, per buona parte delle disposizioni, un periodo di attesa di circa due anni prima dell’applicazione effettiva.

  • Trovata morta Jennifer Eckhart, ex Fox News: aveva denunciato Ed Henry

    Trovata morta Jennifer Eckhart, ex Fox News: aveva denunciato Ed Henry

    Jennifer Eckhart, l’ex produttrice di Fox News e Fox Business che nel 2020 aveva accusato il conduttore Ed Henry di molestie e stupro, è morta a 36 anni. Il corpo è stato trovato sabato scorso dalla madre, nella vasca da bagno della sua casa di Hobe Sound, in Florida. La polizia ha inquadrato il decesso come suicidio. La causa ufficiale della morte, tuttavia, non è stata ancora resa nota.

    La madre era andata a farle visita. L’ha trovata immersa nella vasca e ha chiamato i soccorsi. Gli agenti sono arrivati intorno alle 11:45 e alle 11:57 non hanno potuto che constatare il decesso. Nel rapporto redatto sul posto, un agente ha annotato la presenza di «una profonda lacerazione nella parte anteriore della gola» e di «un coltellino a serramanico accanto alla mano destra».

    La denuncia contro Ed Henry e il colosso delle news

    Per capire chi fosse Jennifer Eckhart bisogna tornare al giugno 2020. Entrata a Fox Business nel 2013, quell’anno presentò all’azienda un reclamo formale contro Ed Henry, volto di punta di America’s Newsroom, uomo sposato e pedina di peso nel palinsesto del network. Denunciava condotte sessuali scorrette avvenute anni prima. Nella causa successiva le accuse si fecero più pesanti: molestie e stupro.

    Ma Eckhart non si fermò al singolo. Andò dritta al vertice. Sostenne che Fox News sapesse già che Henry molestava altre donne all’interno del network, e che questo avrebbe dovuto mettere in allarme i dirigenti. In sostanza, accusò il colosso di aver chiuso gli occhi.

    La risposta dell’azienda fu duplice e, a leggerla oggi, rivelatrice. Da un lato Henry venne sospeso subito e licenziato il primo luglio 2020, «sulla base dei risultati dell’indagine» condotta da uno studio legale esterno, che confermò contatti tra i due dal 2014 al 2017 e tre incontri sessuali, uno dei quali negli uffici del network nel settembre 2015. Dall’altro, nello stesso mese di giugno, anche Eckhart fu messa alla porta. Motivazioni ufficiali: ritardi ripetuti, divulgazione di un pacchetto grafico proprietario, appropriazione indebita di risorse aziendali. Lei parlò di ritorsione.

    Henry ha sempre negato ogni accusa, sostenendo che la relazione fosse consensuale, e ha contrattaccato per vie legali.

    Come è finita la battaglia legale

    Nel marzo 2025 un giudice federale ha escluso Fox News dalla causa, respingendo l’accusa di ritorsione e le altre contestazioni mosse contro il network. Nel giugno 2025, a pochi giorni dall’inizio del processo, Ed Henry — che oggi lavora a Newsmax — ha chiuso la vertenza con un accordo economico riservato.

    Tradotto: il colosso è uscito pulito per via giudiziaria, l’uomo ha pagato per non andare in aula, e la donna che aveva alzato la mano si è ritrovata senza lavoro, senza processo e con un accordo sul quale non ha mai potuto parlare pubblicamente.

    Nel frattempo Eckhart aveva provato a ricostruirsi una vita. Nell’agosto 2021 aveva lanciato il podcast Reinvented with Jen Eckhart, dedicato a storie di rinascita, con ospiti manager, atleti e personaggi pubblici. Tra i primi, Gretchen Carlson, la storica conduttrice di Fox News che aveva denunciato per molestie il fondatore del network Roger Ailes. L’ultima puntata risale al marzo scorso. Poi il silenzio.

    Suicidio: le domande che restano

    La polizia ha classificato la morte come atto volontario e non ci sono, al momento, elementi ufficiali che smentiscano quella lettura. Ma è legittimo notare almeno tre cose.

    La prima: la modalità. Una lacerazione profonda alla gola inferta con un coltellino da tasca è una dinamica che, nella casistica dei suicidi, non è la più comune. Non è impossibile, non è inedita. È però il tipo di scena che porta chiunque ragioni a chiedere un’autopsia completa e un esame tossicologico prima di archiviare. E la causa ufficiale del decesso, ripetiamolo, non è ancora stata comunicata.

    La seconda: la tempistica delle informazioni. Da un lato si parla di caso già inquadrato come suicidio nelle prime ore dei rilievi; dall’altro nessun referto medico-legale definitivo. Le due cose possono convivere, ma la fretta nelle conclusioni, quando la vittima è una persona che ha sfidato un impero mediatico, non è mai un buon segnale.

    La terza: la reazione del pubblico. Sotto gli articoli che hanno dato la notizia, molti lettori esprimono apertamente scetticismo, talvolta con sarcasmo. È il sintomo di una sfiducia ormai radicata verso le versioni ufficiali che riguardano chi ha osato mettersi contro i potenti. Quella sfiducia, prima ancora di essere smontata, andrebbe presa sul serio dando risposte complete e trasparenti.

    Il prezzo di chi denuncia

    C’è però una lettura che non ha bisogno di alcun complotto per essere agghiacciante. Anche ammettendo che Jennifer Eckhart si sia tolta la vita con le proprie mani, resta il fatto che questa morte è la conseguenza di un percorso. Una donna denuncia, viene licenziata nello stesso mese con motivazioni burocratiche, passa cinque anni in tribunale contro un colosso con squadre di avvocati, vede il network uscire indenne, chiude con un accordo che le impone il silenzio, e poi scompare dai radar. A marzo l’ultima puntata del suo podcast. A settembre la madre la trova nella vasca.

    È questo il meccanismo che dovrebbe fare paura più di ogni ipotesi alternativa: l’isolamento. Chi denuncia un sistema di potere non subisce solo la violenza originaria. Subisce la perdita del lavoro, la delegittimazione, la stanchezza di anni di carte bollate, la solitudine di chi, alla fine, non fa più notizia. Gli avvocati vanno via, i giornalisti passano al caso successivo, gli amici si stancano. Resta una persona sola con il proprio trauma.

    Che la morte di Jennifer Eckhart sia un suicidio o qualcosa da chiarire meglio, le istituzioni americane hanno il dovere di rendere pubblici referto autoptico e risultati completi. E noi tutti abbiamo il dovere di trarne una lezione: non si lasciano sole le persone che hanno avuto il coraggio di denunciare. Un sistema che permette a chi parla di essere prima licenziato e poi dimenticato non ha bisogno di sicari. Basta il tempo.

  • Violenza sessuale, chiesta archiviazione per Silvestro (FI)

    Violenza sessuale, chiesta archiviazione per Silvestro (FI)

    La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del procedimento per violenza sessuale a carico di Francesco Silvestro, senatore di Forza Italia autosospeso dal partito dopo la denuncia. La notizia è emersa oggi ed è stata resa nota dall’avvocata Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale dell’associazione Differenza Donna e legale della persona offesa. La ragione della richiesta è di natura procedurale: la querela sarebbe stata presentata oltre il termine di dodici mesi fissato dalla legge per questo tipo di reato.

    L’accusa era stata formulata da un’imprenditrice di 52 anni, che aveva denunciato di essere stata costretta a subire un atto sessuale durante un incontro di lavoro nell’ufficio del senatore a Palazzo Madama. Il fatto sarebbe avvenuto nel febbraio 2025. Silvestro aveva sempre respinto ogni addebito, definendo l’accusa «assurda».

    Perché la Procura chiede l’archiviazione

    Stando alla ricostruzione fornita dalla legale della denunciante, il pubblico ministero avrebbe rilevato la mancanza di una condizione di procedibilità: la querela sarebbe stata proposta più di un anno dopo i fatti contestati. Per i reati di violenza sessuale la legge prevede un termine di dodici mesi, più ampio rispetto ai tre mesi ordinari, introdotto con la riforma nota come Codice Rosso. Superata quella soglia, il procedimento non può proseguire indipendentemente dalla fondatezza dell’accusa.

    Su questo punto le parti sembrano concordare: la richiesta non entra nel merito della vicenda. Divergono, invece, sulla lettura da darne.

    La posizione di Differenza Donna

    Secondo l’avvocata Manente, «la richiesta di archiviazione è fondata esclusivamente su una questione relativa alla procedibilità del reato» e «non smentisce, nel merito, il racconto» della donna. La legale sostiene che l’atto «non contiene alcuna valutazione negativa sull’attendibilità della persona offesa» e che negli atti sarebbero presenti elementi coerenti con la versione dell’imprenditrice. In particolare, un testimone che l’avrebbe incontrata subito dopo i fatti ne avrebbe descritto il «profondo turbamento, il pianto e lo stato di sconvolgimento».

    Manente affronta anche il tema del ritardo con cui la donna avrebbe rappresentato integralmente quanto accaduto. A suo avviso, la circostanza non può essere letta come indice di inattendibilità: «Shock, vergogna, paura, senso di colpa, timore del giudizio o di non essere credute possono determinare racconti inizialmente parziali, frammentati o progressivamente più completi», ha dichiarato, richiamando la letteratura scientifica e l’esperienza dei centri antiviolenza.

    La replica della difesa del senatore

    Di segno diverso la lettura dell’avvocato Roberto Guida, difensore di Silvestro. «Prendiamo atto della richiesta di archiviazione di cui non conosciamo ancora il contenuto», ha dichiarato il penalista, aggiungendo che se la Procura ha ritenuto tardiva la querela «è da escludere che abbia svolto accertamenti nel merito idonei a ritenere il reato ipotizzato astrattamente configurabile e comunque a valutare l’attendibilità delle fonti». Guida ha precisato di riservare «ogni considerazione all’esito della lettura dell’atto, allo stato ostensibile solo alla denunciante».

    In sostanza, la difesa contesta l’idea che dalla richiesta possano trarsi conclusioni sulla credibilità dell’accusa: se il pm si è fermato alla questione procedurale, non avrebbe compiuto una valutazione dei fatti.

    Cosa succede ora

    La parola passa al giudice per le indagini preliminari, che dovrà decidere se accogliere la richiesta della Procura o disporre ulteriori accertamenti. La persona offesa ha la facoltà di presentare opposizione all’archiviazione. Per il momento l’atto è consultabile solo dalla denunciante e dal suo legale.

    Resta sul tavolo una vicenda che si chiude, almeno in questa fase, su un binario tecnico: da un lato chi sottolinea che l’attendibilità della donna non è stata messa in discussione, dall’altro chi ricorda che senza un esame del merito nessuna conclusione può essere tratta, in un senso o nell’altro. Per Silvestro, che resta autosospeso da Forza Italia, la definizione del procedimento penale non coincide necessariamente con la chiusura della questione politica.