È la più grande epidemia di ciclosporiasi mai documentata negli Stati Uniti, e a mesi di distanza dai primi contagi nessuno sa ancora da dove sia partita davvero. I numeri, aggiornati a mercoledì dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC), parlano di oltre 11.500 casi distribuiti in 41 Stati: circa 4.100 confermati in laboratorio e altri 7.400 in attesa di verifica. Una crescita che non accenna a fermarsi e che, soprattutto, non trova ancora una spiegazione univoca.
La ciclosporiasi è un’infezione intestinale provocata dal parassita Cyclospora cayetanensis. Sintomi tutt’altro che banali: diarrea acquosa e ricorrente — qualcuno la descrive come “esplosiva” — crampi, disidratazione, debilitazione dell’intero organismo. Il contagio avviene per via oro-fecale, tipicamente attraverso acqua non trattata o frutta e verdura cruda non lavate a sufficienza. Nulla di esotico: basta un anello che si spezza nella catena dell’igiene agricola, tra bagni assenti nei campi e acque di scarico che si mescolano a quelle per l’irrigazione.
Dove colpisce e chi paga il conto
Il focolaio più pesante è in Michigan, che da solo conta più di 7.000 casi confermati dalle autorità statali. Nella contea di Monroe — area rurale al confine orientale dello Stato, circa 154mila abitanti — i casi documentati sono tra i più alti in assoluto: 286. Un impatto enorme su una comunità piccola, tanto che da settimane i residenti evitano i ristoranti e diffidano di frutta e verdura crude.
Chiaramente alcuni abitanti non se la prendono solo con il parassita: puntano il dito contro la gestione “maldestra” della risposta pubblica all’emergenza. Un panico che, a loro dire, è alimentato tanto dalla malattia quanto dalla confusione istituzionale.
Il giallo della lattuga iceberg
Le prime infezioni risalgono al 13 maggio. Da allora, catene e grande distribuzione — da Walmart a Jack in the Box fino a Taco Bell — hanno ritirato prodotti dagli scaffali, quasi sempre motivando la scelta con la formula rassicurante dell’”eccesso di cautela”. L’indiziato principale è la lattuga iceberg fornita da Taylor Farms de Mexico e proveniente dal Messico centrale: l’azienda ha disposto un richiamo volontario che ha toccato 27 Stati, con prodotti distribuiti tra il 29 giugno e il 16 luglio.
Sembrava la svolta. Sabato scorso la Food and Drug Administration ha annunciato che un campione di lattuga Taylor Farms era risultato positivo alla Cyclospora. Peccato che, meno di 24 ore dopo, l’agenzia abbia fatto marcia indietro: falso positivo. Un cortocircuito che racconta bene quanto sia scivolosa questa caccia.
“In questo caso, trovare alcune cisti di Cyclospora in un campione di lattuga è letteralmente come cercare un ago in un pagliaio“, ha spiegato Francisco Diez-Gonzalez, direttore del Center for Food Safety dell’Università della Georgia. Il patogeno è difficilissimo da coltivare e sequenziare in laboratorio. E i falsi positivi, ha avvertito l’esperto, rischiano di “rendere il consumatore estremamente diffidente, lasciandolo senza alcun punto di riferimento di cui potersi fidare”.
Perché è così difficile trovare la fonte
C’è un motivo biologico che rende questa epidemia un rebus. Tra l’ingestione del parassita e la comparsa dei sintomi possono passare fino a due settimane. Un tempo lunghissimo per chi deve ricostruire cosa ha mangiato e dove. Come ha osservato con crudo realismo Cameron Wolfe, docente di medicina alla Duke University: quando la diarrea cronica diventa tanto insopportabile da spingere il paziente dal medico, quel paziente non ricorda nemmeno cosa ha cenato ieri, figurarsi sei o sette giorni prima.
Da qui la prudenza degli specialisti. Wolfe invita a non dare per chiusa la partita: “Sono certo che non siamo ancora certi” che tutto risalga a una o due o tre origini. Anzi, potrebbe trattarsi di più fonti diverse, sovrapposte alla normale stagione del parassita, che va dal 1° maggio al 31 agosto. Zoe Weiss, del Tufts Medical Center di Boston, aggiunge il tassello che ogni epidemiologo conosce: in ogni epidemia si sottostima il numero reale dei casi, perché chi ha sintomi lievi spesso non arriva nemmeno dal medico.
Può arrivare anche in Europa?
Il rischio esiste, ma va definito correttamente. Non si tratta di un’epidemia destinata ad attraversare l’Atlantico attraverso il contagio diretto: le oocisti espulse da una persona infetta devono restare almeno una o due settimane nell’ambiente prima di diventare contagiose, rendendo molto improbabile la trasmissione da uomo a uomo. Il vero ponte sono invece le filiere alimentari globali. Ortaggi a foglia, erbe aromatiche, frutti di bosco e altri prodotti freschi consumati crudi, se contaminati all’origine e distribuiti su più mercati, possono trasformare un problema locale in un focolaio internazionale. In Europa la ciclosporiasi è già comparsa sia tra viaggiatori di ritorno da aree endemiche, sia in relazione ad alimenti freschi importati: lattuga, basilico, coriandolo, lamponi e altre verdure sono stati indicati in passato come possibili veicoli. Non serve dunque creare allarmismo, ma nemmeno illudersi che l’oceano rappresenti una barriera sanitaria: finché l’origine dell’epidemia americana rimane incerta, la domanda decisiva non è soltanto dove si siano ammalate le persone, ma dove siano stati coltivati, confezionati e spediti gli alimenti sospetti.
Il nodo politico: i tagli alla sorveglianza
Ma non è mai solo una questione di laboratori e insalate. Dal 2025 il programma FoodNet dei CDC ha interrotto le attività di sorveglianza proprio sul Cyclospora cayetanensis, a causa dei tagli decisi dall’amministrazione. Significa chiaramente meno capacità di intercettare per tempo i focolai.
Martedì 21 luglio, il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha dichiarato che la situazione è “sotto controllo”. Lo stesso giorno, i CDC annunciavano il numero di casi più alto mai registrato. Due messaggi che convivono male e che fanno sospettare anche una battaglia politica sui numeri. E che spiegano, forse meglio di ogni comunicato ufficiale, perché nella contea di Monroe la gente abbia smesso di fidarsi.
Qui da noi, abbiamo smesso di fidarci da tempo.









