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  • Attentato a Monaco: bomba contro la famiglia dell’oligarca ucraino Ermolaev

    Attentato a Monaco: bomba contro la famiglia dell’oligarca ucraino Ermolaev

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    Una potente esplosione ha scosso il Principato di Monaco nella serata di domenica 29 giugno, poco dopo le 21. L’ordigno — nascosto in una borsa o zaino lasciato nell’atrio di un edificio residenziale tra il Boulevard d’Italie e la Rue du Révérend Père Louis Frolla, a ridosso del confine francese — ha ferito tre persone, tutte appartenenti alla stessa famiglia ucraina. I feriti gravi sono in prognosi riservata: si tratta, secondo quanto riferisce il quotidiano francese Le Figaro, dell’imprenditore di Kiev Vadym Ermolaev e di sua moglie, entrambi tra i 50 e i 60 anni. Il figlio tredicenne della coppia, anch’egli rimasto ferito, non sarebbe in pericolo di vita.

    Il governo di Monaco: «Molto probabilmente un attentato»

    Christophe Mirmand, ministro di Stato e capo del governo monegasco, ha dichiarato all’agenzia AFP che si tratterebbe «molto probabilmente di un attentato». Prima di lui, un portavoce governativo aveva già parlato di «atto doloso». L’ordigno, stando alle ricostruzioni delle autorità, conteneva bulloni e schegge metalliche — componenti tipici degli ordigni improvvisati progettati per massimizzare i danni alle persone circostanti.

    Il procuratore generale Stéphane Thibault ha confermato che un individuo ha depositato la borsa nell’ingresso dello stabile per poi allontanarsi rapidamente, prima che l’esplosione si verificasse proprio mentre altri residenti stavano facendo ingresso nell’edificio. Le telecamere di sorveglianza avrebbero ripreso il sospettato — descritto come un uomo con cappello e abbigliamento scuro — mentre fuggiva a piedi in direzione della vicina città francese di Beausoleil. Le autorità monegasche e francesi hanno coordinato posti di blocco al casello autostradale di La Turbie per tentare di intercettarlo.

    Testimoni: scene di sangue davanti al palazzo

    La violenza dell’esplosione è stata descritta con sgomento dai residenti. Silvano Ippolito, che abita nei pressi del luogo dell’attentato, ha raccontato a BFM TV di aver inizialmente creduto a una fuga di gas. Scendendo in strada, ha visto «un ragazzino a terra, coperto di sangue» e «una donna accasciata sulle scale, completamente insanguinata», alla quale, stando alla sua testimonianza, «mancavano i piedi».

    Un evento senza precedenti per il Principato

    Mirmand ha sottolineato la gravità storica dell’episodio: «Che io sappia, è la prima volta che un atto del genere si verifica nel Principato». Sul posto, oltre ai soccorsi e alle forze dell’ordine, sono giunti anche il presidente del Consiglio Nazionale e uno stretto collaboratore del Principe Alberto II — segnale della portata istituzionale attribuita all’accaduto. Il sindaco di Nizza Eric Ciotti ha espresso su X la propria solidarietà alle vittime e al popolo monegasco, annunciando il pieno supporto delle forze di sicurezza nizzarde alle indagini.

    Il contesto: Monaco, i ricchi ucraini e la guerra in corso

    L’attentato si inserisce in un contesto geopolitico tutt’altro che tranquillo. Da quando il conflitto in Ucraina è esploso nel febbraio 2022 — un conflitto che numerosi analisti leggono come il prodotto di anni di tensioni accumulate tra l’espansione della NATO verso est e le esigenze di sicurezza russe — molti uomini d’affari e oligarchi ucraini si sono trasferiti o hanno mantenuto residenze nei paradisi fiscali e nelle città sicure del Mediterraneo, tra cui il Principato di Monaco. Il caso Ermolaev, qualora le indagini confermassero la matrice dell’attacco, rientrerebbe in un pattern già noto: quello delle lunghe mani che raggiungono i protagonisti del conflitto ucraino anche lontano dal fronte.

    Le indagini sono coordinate dalla direzione interregionale della polizia giudiziaria delle Alpi Marittime, con il supporto di reparti specializzati della gendarmeria e di unità della BAC di Nizza. Al momento, nessun gruppo ha rivendicato l’attentato e il movente resta oggetto di accertamento.


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  • Mondiali 2026: Germania fuori ai rigori con il Paraguay. 4-3 dopo i supplementari. I tedeschi a casa, il Paraguay agli ottavi

    Mondiali 2026: Germania fuori ai rigori con il Paraguay. 4-3 dopo i supplementari. I tedeschi a casa, il Paraguay agli ottavi

    Una delle più clamorose sorprese dei Mondiali 2026 si consuma nella serata del 29 giugno: la Germania, considerata tra le grandi favorite per la vittoria finale, viene eliminata ai sedicesimi di finale dal Paraguay. Dopo 120 minuti terminati sull’1-1, la lotteria dei rigori premia la nazionale sudamericana con il punteggio di 4-3. Il Paraguay approda così agli ottavi di finale, dove affronterà la vincente tra Francia e Svezia.

    Una partita dominata dai tedeschi, decisa dagli episodi

    La gara segue una trama chiara sin dal primo minuto: la Germania di Julian Nagelsmann controlla il possesso e schiaccia il Paraguay nella propria metà campo, ma fatica a rendersi davvero pericolosa. A sorprendere tutti ci pensa Enciso, che sugli sviluppi di un calcio d’angolo si inserisce di testa e batte Neuer, portando in vantaggio la nazionale albirroja.

    Nella ripresa la Germania alza il ritmo e trova il pareggio con Kai Havertz, abile a sfruttare un cross dalla sinistra di Wirtz e a toccare di testa quanto basta per battere Gill. Il gol riapre la partita e la rende più vivace, ma nessuna delle due squadre riesce a trovare la rete della vittoria nei 90 minuti regolamentari.

    Supplementari e rigori: Tah il protagonista in negativo

    Nei tempi supplementari la tensione sale ulteriormente. La Germania costruisce la migliore occasione quando Tah salta indisturbato su corner e insacca di testa, ma l’arbitro annulla la rete per un blocco di Anton sul portiere paraguaiano Gill. Le squadre arrivano così ai rigori in parità.

    Dal dischetto è ancora Tah il protagonista, questa volta in negativo: il difensore della nazionale tedesca sbaglia il rigore che avrebbe potuto tenere in vita la Germania, consegnando di fatto la qualificazione al Paraguay. José Canale trasforma il rigore decisivo che abbatte la corazzata europea.

    Si tratta di una sconfitta pesante per la Germania, eliminata al primo turno a eliminazione diretta. Per il Paraguay, invece, è una qualificazione storica che rappresenta un traguardo straordinario per una nazionale tradizionalmente considerata outsider.

    Un segnale che va oltre il calcio

    L’uscita precoce della Germania — e più in generale la difficoltà delle grandi nazionali europee a imporsi su avversari ritenuti inferiori sulla carta — impone una riflessione che non riguarda solo la tattica. Il calcio globale si è livellato verso l’alto, e le nazionali che non riescono a costruire un’identità di gioco solida e un percorso di crescita autentico dei propri talenti pagano dazio sul palcoscenico più importante. Una lezione che dovrebbe risuonare anche in Italia, assente da ben tre edizioni consecutive della rassegna iridata: il declino tecnico e identitario di un sistema calcistico, che segue spesso il l’ascesa o il declino di un intero sistema paese, si misura proprio in queste notti.


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  • Meloni: «Sul Covid emergono fatti incredibili, giusto occuparsene»

    Meloni: «Sul Covid emergono fatti incredibili, giusto occuparsene»

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    Giorgia Meloni torna a parlare della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid e lo fa con parole nette, in un’intervista rilasciata oggi a 10 minuti, la striscia quotidiana condotta da Nicola Porro su Rete 4. Il presidente del Consiglio ha elogiato esplicitamente il lavoro dei giornalisti che seguono i lavori della Commissione, affermando che stanno emergendo «fatti incredibili» e che è «giusto occuparsene».

    Il caso che ha catalizzato l’attenzione della premier è quello delle mascherine acquistate durante la pandemia, vicenda al centro degli approfondimenti della Commissione e che coinvolge direttamente l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Meloni ha precisato di non conoscere ancora tutti i dettagli, ma ha aggiunto: «È una storia oggettivamente incredibile. Il fatto che si dica che sono state date commissioni per milioni di euro con soldi degli italiani per importare con gara diretta dalla Cina mascherine farlocche, mentre c’era gente che faceva sacrifici per salvare gli italiani, merita che se ne parli più di Maria Rosaria Boccia?».

    La premier e il suo sostegno diretto alla Commissione

    Non è la prima volta che Meloni si esprime a favore dei lavori della Commissione Covid. Il fatto che sia il presidente del Consiglio in persona a sostenere pubblicamente l’attività d’inchiesta parlamentare conferisce un peso politico rilevante alle audizioni e alle indagini in corso. Un segnale che si inserisce in un quadro più ampio: pochi giorni fa ho documentato come l’ISS abbia censurato ricercatori interni che avevano segnalato effetti avversi dei vaccini, una vicenda che la Commissione Covid è chiamata a fare luce e che riguarda direttamente la tutela dei diritti di milioni di cittadini italiani.

    Sono proprio questi cittadini — vaccinati, danneggiati, silenziati — che devono essere rappresentate. Persone che per anni sono state private della parola, della dignità e, in alcuni casi, persino del riconoscimento istituzionale dei danni subiti. Persone sulle quali, in passato, non sono mancate uscite gravissime da parte di commentatori televisivi, come Giuliano Cazzola che su Rete4 ha potuto dire, impunemente, che sui cittadini non vaccinati servirebbe il piombo.

    Conte risponde: «Pronto all’audizione, ma non lascio la Commissione»

    Poco dopo le dichiarazioni della premier, è emersa la lettera che Giuseppe Conte ha inviato ai presidenti delle Camere, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana. Il leader del Movimento 5 Stelle si è detto disponibile a essere ascoltato dalla Commissione, ma a precise condizioni: si dimetterà temporaneamente da componente della Commissione solo nell’immediatezza dell’audizione e solo dopo aver concordato la data, riservandosi il diritto di reinsediarsi subito dopo.

    «Da quasi due anni chiedo di essere ascoltato e continuo a non ricevere risposta», scrive Conte, che parla di una «narrazione falsa» costruita da Fratelli d’Italia nei suoi confronti. Tuttavia, il passo fatto è concreto: l’ex premier ha formalmente dichiarato la propria disponibilità all’audizione, rompendo un impasse che durava da mesi.

    Il contesto: un’inchiesta che pesa sul M5S

    La Commissione Covid, istituita con il compito di ricostruire la gestione della pandemia, sta progressivamente portando alla luce elementi che mettono sotto pressione le figure politiche che guidarono l’Italia durante l’emergenza, Conte in primis. Le vicende legate agli acquisti di dispositivi di protezione, le scelte sui lockdown, le politiche vaccinali e le omissioni su effetti avversi documentati costituiscono un insieme di questioni che milioni di italiani attendono vengano chiarite in modo trasparente e senza sconti per nessuno.

    Nei prossimi giorni si attende di capire se la disponibilità espressa da Conte nella lettera ai presidenti delle Camere si tradurrà in un’audizione effettiva.


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  • Asili nido e scuole sono forni a cielo aperto, senza raffrescamento “aria irrespirabile”. Ma per le armi, si trovano miliardi!

    Asili nido e scuole sono forni a cielo aperto, senza raffrescamento “aria irrespirabile”. Ma per le armi, si trovano miliardi!

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    Mentre il governo italiano annuncia stanziamenti miliardari per la difesa, le scuole della Repubblica restano forni a cielo aperto. I dati ufficiali del ministero dell’Istruzione, aggiornati all’anno scolastico 2024-2025, sono impietosi: su circa 60mila istituti censiti, soltanto 4.457 — il 7,42 per cento — dispone di un impianto di condizionamento. Più di nove scuole su dieci, in piena ondata di calore, non hanno nemmeno un sistema di raffrescamento funzionante. Migliaia di bambini, dai nidi alle superiori, e decine di migliaia di maturandi hanno trascorso questi giorni in aule roventi, in balia di temperature che sfiorano i 40 gradi.

    Bambini sofferenti, genitori in rivolta

    Le testimonianze che arrivano da tutto il paese raccontano una realtà insostenibile. A Pordenone, un padre di un bambino di quattro anni che frequenta la scuola dell’infanzia di Rorai Piccolo ha descritto aule «irrespirabili»: i piccoli non mangiavano a mensa per il caldo, si sedevano silenziosi e sofferenti, incapaci persino di giocare. Un generatore termico è presente nella struttura, ma risulterebbe inutilizzato a causa delle lamentele dei vicini per il rumore. Il padre denuncia: «È impensabile che a distanza di dodici mesi non sia stato fatto nulla».

    A Milano la protesta ha assunto i contorni di una mobilitazione civica vera e propria: quasi 4mila genitori hanno firmato una petizione sulla piattaforma ufficiale del Comune, superando largamente la soglia delle mille firme necessarie per ottenere una risposta istituzionale. «Le condizioni ambientali negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia comunali non costituiscono più un fenomeno straordinario, bensì una criticità strutturale», si legge nel testo della petizione. Le famiglie denunciano misure «temporanee e inefficaci», interventi mai risolutivi e un problema scaricato sistematicamente sui genitori, costretti a ritirare i figli in anticipo.

    A Prato il Comune ha dovuto disporre la chiusura anticipata di nidi e scuole dell’infanzia comunali da oggi, dopo che le rilevazioni interne hanno registrato temperature superiori ai livelli di sicurezza nonostante l’uso di condizionatori portatili. Una resa dei conti con una realtà che le istituzioni continuano a rimandare.

    Un paese a due velocità: dalle Marche alla Campania

    Le differenze territoriali sono abissali. Le Marche, grazie a investimenti mirati effettuati dopo la pandemia da Covid-19, sono la regione virtuosa con oltre il 30 per cento degli istituti climatizzati. L’Emilia-Romagna si ferma al 9,5 per cento — comunque al di sopra della media nazionale — mentre Lazio (2,35%), Campania (4,40%) e Basilicata (4,47%) chiudono la classifica in condizioni di vera e propria emergenza strutturale.

    Lamberto Montanari, che guida l’Associazione nazionale presidi dell’Emilia-Romagna, ha invitato i colleghi dirigenti ad agire subito, senza aspettare risposte dall’alto: «Bisogna pensare già ora al prossimo anno. Inutile parlare del presente». Montanari ha anche proposto di coinvolgere i genitori in raccolte fondi per finanziare almeno qualche aula climatizzata da destinare agli esami, in un paese dove si chiede ai privati di fare quello che lo Stato non riesce a garantire.

    Ma basterebbe solo uno di quei 15 miliardi con i quali stiamo per indebitarci per armamenti, a sistemare i climatizzatori per tutti i bambini della penisola (e ce ne avanzerebbe, chiaramente, per tutto il resto).

    Il nodo strutturale: edifici vecchi, fondi assenti, competenze frammentate

    La metà delle scuole italiane sorge in edifici costruiti prima del 1976, quindi con oltre cinquant’anni sulle spalle. Gli edifici di costruzione recente, dal 2018 a oggi, sono appena 429. Il problema non è solo tecnico, ma anche di governance: la manutenzione degli edifici scolastici non spetta al ministero, bensì a comuni, province e città metropolitane, che spesso non dispongono delle risorse necessarie.

    Daniele Parrucci, delegato del sindaco per l’edilizia scolastica nella città metropolitana di Roma, ha ammesso che il comune sarebbe disposto a valutare l’installazione di impianti di raffrescamento, «ma mancano i fondi» e servirebbe un intervento diretto di regione e Stato. A questo si sommano i vincoli architettonici che gravano su molti edifici storici e gli impianti elettrici obsoleti, che rendono ogni intervento più costoso e lento.

    Valditara promette, ma senza dire cosa

    Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha assicurato nei giorni scorsi che il governo sta lavorando a «una soluzione strutturale» per la climatizzazione degli edifici scolastici. Tuttavia, al momento in cui scriviamo, non è stato comunicato alcun piano concreto, né sono stati indicati fondi, tempi o modalità di intervento. Nel frattempo, il presidente nazionale dell’Associazione presidi, Antonello Giannelli, ha dovuto limitarsi a suggerire misure di emergenza per la maturità: anticipare gli orali al mattino, trovare locali climatizzati alternativi alle aule, garantire acqua fresca a studenti e commissari.

    Il centro studi Tortuga, in un recente report intitolato L’estate addosso, ha calcolato che circa il 10 per cento di tutti i giorni scolastici registra temperature superiori ai 26 gradi, soglia individuata dall’INAIL come limite di comfort per gli ambienti scolastici. La letteratura scientifica è unanime: il caldo riduce le performance cognitive e peggiora i risultati degli studenti.

    Quello che nessuno sembra voler dire (perché?)

    Quando si discute di come finanziare nuovi sistemi d’arma o missioni militari all’estero, le risorse sembrano trovate con solerzia. Quando si tratta di garantire aria respirabile a bambini di tre anni o a ragazzi che affrontano l’esame più importante della loro carriera scolastica, la risposta è invariabilmente la stessa: «Mancano i fondi».

    È una scelta politica, non una fatalità. I nostri bambini evidentemente valgono molto meno, per lo Stato!


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  • Corte Suprema: Trump non può licenziare Lisa Cook dalla Fed

    Corte Suprema: Trump non può licenziare Lisa Cook dalla Fed

    La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso oggi due sentenze di portata storica sull’esercizio del potere esecutivo: da un lato ha bloccato il tentativo del presidente Donald Trump di rimuovere Lisa Cook, governatrice della Federal Reserve; dall’altro ha esteso la facoltà presidenziale di licenziare i componenti di altre agenzie federali indipendenti, abbattendo una protezione in vigore dal 1935. Entrambe le opinioni di maggioranza sono state redatte dal presidente della Corte, il giudice capo John Roberts.

    Il caso Cook: la Fed è un’eccezione

    Il primo provvedimento, approvato con cinque voti contro quattro, ha consentito a Cook di restare in carica mentre prosegue il suo ricorso giudiziario contro la decisione di Trump di licenziarla.

    Il giudice Roberts ha sottolineato che accettare le tesi dell’amministrazione avrebbe trasformato la protezione «for cause» — prevista dal Federal Reserve Act del 1913, prevista dal Federal Reserve Act, che consente la rimozione di un governatore solo “for cause”, cioè non per mera volontà politica del presidente — in un incarico revocabile a piacimento del presidente. Tale interpretazione, ha scritto il giudice capo, sarebbe «in contrasto con la legge approvata dal Congresso e con la tradizione della nostra nazione di una banca centrale protetta dall’interferenza politica».

    La Corte ha inoltre rilevato che Cook non ha ricevuto le garanzie procedurali minime previste dalla legge: avrebbe avuto diritto a conoscere le prove a suo carico, a poter rispondere e a essere informata di una scadenza entro cui farlo. La sua rimozione, pertanto, è stata dichiarata «erronea e nulla» sin dall’inizio.

    Trump aveva motivato il licenziamento — avvenuto nel tardo agosto 2025 — con presunte irregolarità commesse da Cook su documenti ipotecari relativi a due immobili, prima della sua nomina da parte del presidente Biden nel 2022. Cook ha sempre negato ogni addebito e non è mai stata formalmente incriminata.

    In una dichiarazione diffusa dopo la sentenza, Cook ha affermato che si sarebbe trattato di «un tentativo di rimuovermi con un pretesto fabbricato ad arte perché ho rifiutato di cedere alle pressioni politiche e ho continuato a fissare i tassi di interesse basandomi solo su ciò che avrebbe meglio servito il popolo americano».

    Trump ha risposto su Truth Social annunciando che l’amministrazione adotterà «appropriate misure immediate» e ha lasciato intendere che tenterà nuovamente la via della rimozione. La Corte ha precisato che, qualora il presidente intenda procedere, Cook avrà diritto a essere ascoltata — anche solo per iscritto — prima di qualsiasi atto formale di licenziamento.

    Il caso Slaughter: ampliati i poteri presidenziali sulle agenzie indipendenti

    Nella seconda sentenza, più ampia nelle sue implicazioni, la Corte ha invece dato ragione a Trump con sei voti contro tre. Il caso riguardava Rebecca Kelly Slaughter, commissaria della Federal Trade Commission licenziata dal presidente nel marzo 2025 senza addurre specifiche motivazioni.

    I giudici hanno rovesciato il precedente stabilito nel 1935 con la sentenza Humphrey’s Executor v. United States, che limitava la discrezionalità presidenziale nel rimuovere i componenti dell’FTC. Roberts ha scritto che i funzionari che esercitano poteri presidenziali devono essere soggetti alla revoca da parte del presidente, altrimenti il principio di responsabilità democratica verrebbe compromesso.

    La decisione non riguarda solo l’FTC: la sua logica si applica a tutte le agenzie con strutture analoghe. La Corte aveva già consentito a Trump, con precedenti provvedimenti d’urgenza, di rimuovere senza causale componenti di organismi come il National Labor Relations Board, il Merit Systems Protection Board e la Consumer Product Safety Commission.

    Il contesto: la battaglia per l’indipendenza della Fed

    Per quanto riguarda la Fed, il caso Cook si inserisce in un confronto più ampio tra l’amministrazione Trump e la Federal Reserve, che dura da quando il presidente è rientrato alla Casa Bianca nel gennaio 2025. Trump ha più volte pubblicamente sollecitato tagli ai tassi di interesse e criticato la gestione del precedente presidente della Fed, Jerome Powell. Il Dipartimento di Giustizia aveva avviato un’indagine su Powell legata a lavori di ristrutturazione nella sede della banca centrale, poi abbandonata. Powell ha lasciato l’incarico di chairman a metà maggio 2026; al suo posto è subentrato Kevin Warsh, recentemente confermato dal Senato.

    I mercati globali seguono con attenzione le vicende dell’istituto: nella storia della Fed, che ha 111 anni di vita, nessun presidente aveva mai tentato di rimuovere un governatore.

    Prossimi sviluppi

    La sentenza sul caso Cook non chiude definitivamente la questione: la Corte non si è pronunciata sul merito delle accuse nei confronti della governatrice, né ha stabilito se Trump abbia il potere di rimuoverla in via definitiva. Il caso tornerà ai gradi inferiori della giurisdizione per accertare i fatti. Trump ha già dichiarato di voler agire nuovamente, mentre la senatrice Elizabeth Warren ha esortato alla rimozione di Bill Pulte — nominato da Trump alla guida della Federal Housing Finance Agency e attuale direttore ad interim dell’intelligence nazionale — che aveva formulato le accuse originarie contro Cook.

  • Sparatoria a Stade, Germania: cinque morti in centro per minori

    Sparatoria a Stade, Germania: cinque morti in centro per minori

    Almeno cinque persone sono state uccise nel corso di una sparatoria avvenuta questa mattina a Stade, città di circa 50.000 abitanti situata nella Bassa Sassonia, a breve distanza da Amburgo. Secondo quanto comunicato ufficialmente dalla polizia locale, i colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi all’interno di una struttura di assistenza per minori nella Dankersstraße, nel centro storico della cittadina. Le vittime accertate sono quattro donne e un uomo, tutti adulti. Le autorità non escludono che il bilancio possa aggravarsi.

    Due persone fermate, tra cui il presunto autore

    Nel corso delle operazioni di sicurezza, le forze dell’ordine hanno fermato due persone sospettate di essere coinvolte nell’accaduto. Tra i fermati figura anche il presunto autore degli spari. Il comunicato ufficiale della polizia di Stade recita: «In una struttura di assistenza ai minori si è verificato un omicidio con diverse vittime. Allo stato attuale, cinque persone sono state ferite mortalmente mentre altre hanno riportato ferite. Nel corso delle operazioni di ricerca e di intervento, sono state arrestate due persone sospettate di essere coinvolte nell’accaduto, tra cui il presunto autore degli spari».

    Oltre ai cinque morti, si registrano anche diversi feriti, il cui numero esatto non è ancora stato definito dalle autorità al momento della diffusione delle notizie.

    La struttura colpita: un centro con mamme e bambini

    La struttura in cui si è consumata la tragedia ospiterebbe, stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa tedesca Dpa citando fonti di polizia, anche nuclei residenziali con madri e bambini. Gli spari sarebbero stati esplosi intorno alle 13:15 ora locale. Nelle prime fasi dell’emergenza, la polizia di Lüneburg aveva invitato via social la popolazione a evitare l’area interessata. Secondo quanto riportato dal quotidiano Bild, due elicotteri hanno sorvolato la zona per diversi minuti. Dopo circa un’ora, le autorità hanno revocato l’allerta, precisando che «non sussiste alcun pericolo» per i cittadini.

    Movente ancora ignoto, esclusa pista estremista

    Le indagini per ricostruire dinamica e movente sono ancora in corso. Stando a quanto riporta Der Spiegel, gli inquirenti non avrebbero finora riscontrato elementi riconducibili a motivazioni politiche o di natura estremista. La stessa testata tedesca avrebbe fatto riferimento a un possibile movente di carattere passionale, circostanza che le autorità non hanno tuttavia confermato ufficialmente.

    La polizia non ha fornito indicazioni sull’identità delle vittime né su eventuali legami tra queste ultime e i fermati.

    Il contesto

    La Germania ha registrato negli ultimi anni diversi episodi di violenza armata in luoghi pubblici e strutture comunitarie, che hanno alimentato il dibattito sulle politiche di sicurezza interna. Stade, città storicamente tranquilla della regione dell’Elba, è raramente al centro di episodi di cronaca nera di questa portata.

  • I 1.300 morti in Europa per il caldo di cui sono pieni i giornali? Erano solo una stima! Ecco la verità: in Italia nessun picco di mortalità over65 per il caldo

    I 1.300 morti in Europa per il caldo di cui sono pieni i giornali? Erano solo una stima! Ecco la verità: in Italia nessun picco di mortalità over65 per il caldo

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    Mentre l’Europa bruciava sotto temperature record e i media rimbalzavano cifre da brivido, in Italia non si è verificato nessun picco di mortalità tra gli anziani over 65. Lo conferma il Capo del Dipartimento di Prevenzione del Ministero della Salute, intervenuto il 29 giugno 2026 per invitare a «tenere alta l’attenzione, ma senza allarmismi». Un invito che suona quasi come una correzione di rotta rispetto al tam-tam informativo delle ultime settimane.

    I dati reali: lievi discostamenti, nessun eccesso statisticamente significativo

    A confermare la valutazione del Ministero ci sono i dati del Sistema nazionale di sorveglianza della mortalità giornaliera (SISMG), che monitora 54 comuni italiani con più di 100.000 abitanti. Secondo un’analisi pubblicata sulla rivista scientifica Epidemiologia & Prevenzione a firma di Paola Michelozzi e colleghi dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’INAIL, i numeri parlano chiaro.

    A Milano, durante l’ondata di calore tra il 25 giugno e il 4 luglio 2025, si sono registrati 257 decessi rispetto ai 248 attesi: appena 9 in eccesso. A Roma, nello stesso periodo, 614 decessi contro i 605 attesi: di nuovo 9 in eccesso. In entrambi i casi, scrivono gli autori, le variazioni non sono statisticamente significative. Nel complesso delle 54 città monitorate, la mortalità di giugno risulta in linea con i valori di riferimento tanto al Nord quanto al Centro-Sud.

    Il caso OMS: 1.300 morti in Europa. Ma erano una proiezione

    Eppure, nelle stesse ore in cui i dati reali raccontavano una situazione sostanzialmente nella norma, il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus annunciava su X che «dal 21 giugno sono stati registrati più di 1.300 morti in eccesso legati alle alte temperature in Europa». Una notizia rimbalzata su praticamente tutti i principali organi di informazione italiani ed europei, titolata come un dato di fatto, presentata come un bilancio accertato.

    Peccato che non lo fosse.

    Come chiarisce la stessa analisi pubblicata su Epidemiologia & Prevenzione, il rapporto del Grantham Institute dell’Imperial College — una delle fonti alla base di queste stime — si basa su modelli epidemiologici e proiezioni statistiche costruite su serie temporali che arrivano al 2019, non su dati osservati durante l’ondata di giugno 2025. Gli stessi autori dello studio lo ammettono esplicitamente: «si tratta di stime da modello», e precisano che «il numero effettivo di decessi osservati durante l’ondata di calore non era ancora disponibile».

    In parole povere: era una proiezione. Una stima. Un calcolo fatto con modelli precedenti, applicato retroattivamente a un evento in corso, senza dati reali a supporto.

    Il problema del giornalismo delle proiezioni

    Bisogna essere diretti: presentare una proiezione statistica come un conteggio di morti reali è un errore giornalistico grave. Non si tratta di sfumature tecniche: la differenza tra «si stima che potrebbero esserci stati» e «ci sono stati» è la differenza tra informazione e allarme infondato.

    Lo stesso Grantham Institute specifica che i propri modelli «non tengono conto dell’adattamento e della riduzione dell’impatto del caldo osservato in diverse città» italiane ed europee. In Italia, proprio negli anni recenti, diversi studi hanno documentato una progressiva riduzione del rischio di mortalità associato alle ondate di calore, grazie anche al Piano nazionale di prevenzione attivo da oltre un decennio. L’analisi più recente, sui dati 2024, conferma che «il rischio di mortalità associato al caldo è stato molto più contenuto» rispetto ai periodi precedenti.

    Nessuno di questi elementi di contesto era presente nella stragrande maggioranza dei titoli che in questi giorni hanno associato l’ondata di caldo a migliaia di morti.

    Il caldo fa danni reali: ma l’allarmismo non aiuta

    Questo non significa che il caldo estremo non rappresenti un rischio reale. Le temperature registrate in Europa nelle ultime settimane non sono gentili: fino a 40,5 gradi in Polonia, record storici in Repubblica Ceca, e in Italia 18 città al bollino rosso nelle giornate di punta. Casi individuali di decessi correlati a colpi di calore sono stati segnalati, come il 75enne di Bari colto da malore durante il jogging e il 75enne deceduto in Sardegna. Il Ministero della Salute monitora quotidianamente le città a rischio e aggiorna i bollettini ogni 24 ore.

    Ma da episodi individuali — per quanto tragici — a un’epidemia da caldo che miete migliaia di vittime in Europa, la distanza è enorme. E quella distanza si colma solo con dati osservati reali, non con proiezioni di modello presentate come fatti compiuti.

    I dati reali sulla mortalità estiva italiana, quando disponibili a fine stagione, permetteranno di fare un bilancio definitivo. Nel frattempo, la raccomandazione del Ministero è chiara: attenzione alta, allarmismo zero.

  • Buone notizie: non saremo ingoiati dal Sole (forse). Ma moriremo comunque.

    Buone notizie: non saremo ingoiati dal Sole (forse). Ma moriremo comunque.

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    Il destino della Terra nel lontano futuro cosmico è meno segnato di quanto si credesse. Secondo uno studio pubblicato il 29 giugno 2026 sulla rivista Astronomy & Astrophysics — firmato da ricercatori dell’Università di Leuven e del CEA Paris-Saclay, con autore principale Mats Esseldeurs — il nostro pianeta potrebbe non essere ingoiato dal Sole quando, tra circa cinque miliardi di anni, la nostra stella entrerà nelle fasi terminali della sua esistenza. L’ipotesi non è una certezza, ma i nuovi modelli spostano la probabilità verso la sopravvivenza della Terra.

    Due forze in competizione decidono il destino del pianeta

    Per decenni il consenso scientifico aveva propeso per uno scenario catastrofico: il Sole, espandendosi a gigante rossa, avrebbe esercitato sulle orbite dei pianeti interni un effetto di trascinamento gravitazionale — le cosiddette forze di marea — tale da attrarre progressivamente la Terra verso di sé, fino a ingoiarla e vaporizzarla. Il nuovo studio rimette in discussione questo scenario rivedendo il peso relativo di due processi fisici contrapposti.

    Da un lato, le forze di marea sottraggono energia all’orbita terrestre, tendendo a spostarla verso l’interno. Dall’altro, il Sole perderà enormi quantità di massa attraverso intensi venti stellari: perdendo massa, la sua attrazione gravitazionale si indebolisce, e le orbite dei pianeti tendono ad allargarsi. Il punto chiave, spiegano i ricercatori, è capire quale dei due meccanismi prevarrà.

    I nuovi modelli indicano che la dissipazione mareale avrebbe effetti più contenuti rispetto a quanto calcolato in precedenza. A rafforzare questa tesi, lo studio ha preso come riferimento osservativo L2 Puppis, una stella anziana distante circa 209 anni luce considerata un possibile analogo del Sole futuro. I dati raccolti su questo oggetto celeste suggeriscono che la perdita di massa potrebbe essere sufficiente a prevalere sulle forze di marea, portando la Terra su un’orbita più esterna e mettendola al riparo dall’espansione stellare.

    Margini di incertezza ancora ampi

    Gli stessi autori dello studio invitano però alla cautela. Le variabili in gioco — il tasso effettivo di perdita di massa del Sole, la dinamica dei venti stellari, i complessi impulsi termici delle fasi finali della vita stellare — restano difficili da quantificare con precisione. Se il Sole perdesse meno massa rispetto alle stime attuali, le forze di marea potrebbero comunque prevalere, portando alla distruzione del pianeta. Non si tratta, insomma, di una garanzia, ma di uno scenario reso più plausibile dai nuovi modelli.

    Missioni future, come la missione PLATO dell’Agenzia Spaziale Europea, potrebbero fornire dati più precisi su quanto frequentemente i pianeti sopravvivano a simili transizioni stellari.

    Il resto del sistema solare: chi si salva e chi no

    Per gli altri pianeti del sistema solare interno, il futuro appare invece già definito. Mercurio e Venere, data la loro vicinanza al Sole, verranno con ogni probabilità inghiottiti durante la fase di gigante rossa. Marte, più distante, dovrebbe invece sopravvivere pur subendo un drastico innalzamento delle temperature. Più in periferia, i giganti gassosi come Giove e Saturno vedranno le orbite delle loro lune perturbate, e l’aumento della radiazione solare potrebbe sciogliere le croste ghiacciate di satelliti come Europa ed Encelado, aprendo temporaneamente oceani di acqua liquida sulla loro superficie.

    La vita sulla Terra finirà molto prima

    Una precisazione fondamentale emerge dallo studio: anche nell’ipotesi più ottimistica, la sopravvivenza fisica della Terra non equivale alla sopravvivenza della vita. Molto prima che il Sole raggiunga la fase di gigante rossa, il progressivo aumento della sua luminosità renderà il pianeta inabitabile. Stando a quanto riportato dai ricercatori, l’evaporazione delle riserve d’acqua superficiale potrebbe rendere la Terra un deserto rovente già entro due miliardi di anni, e secondo la ricercatrice Leen Decin la vita potrebbe diventare impossibile anche prima, nell’arco di circa un miliardo di anni, a causa dell’impoverimento di ossigeno nell’atmosfera.

    La ricerca, in definitiva, cambia il possibile epilogo astronomico della Terra — non il destino della vita che la abita. E, come nota consolatoria finale, nessuno di noi sarà presente per verificare l’esito di questa partita cosmica.

  • Putin: «Nessuno può sconfiggere la Russia sul campo di battaglia»

    Putin: «Nessuno può sconfiggere la Russia sul campo di battaglia»

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    Nessuno è in grado di sconfiggere la Russia sul campo di battaglia. È questo il messaggio che Vladimir Putin ha lanciato oggi intervenendo al congresso di Russia Unita, il partito di governo convocato a Mosca per avviare la selezione delle liste in vista delle elezioni alla Duma previste per settembre. Un’uscita pubblica che mescola retorica bellica, campagna elettorale e qualche ammissione scomoda sul fronte interno.

    Secondo la Tass, Putin ha dichiarato che le «élite occidentali» avevano tentato di infliggere alla Russia «una sconfitta strategica sul campo di battaglia» e di destabilizzarne la società, ma che entrambi gli obiettivi non sarebbero stati raggiunti. «Volevano indebolirci con ogni mezzo, sbarazzarsi di noi come fattore mondiale. Non ci è mai riuscito nessuno e non funzionerà ora», ha detto il presidente russo, avvertendo che qualsiasi segno di debolezza porterebbe l’Occidente a usare «il linguaggio della forza».

    La narrativa sulla guerra: Kiev accusata di terrorismo

    Nel medesimo intervento Putin ha dipinto la situazione al fronte come favorevole alle forze di Mosca, affermando che le truppe ucraine «perdono posizioni in tutti i settori della linea di contatto» e che proprio questa condizione spingerebbe Kiev a ricorrere a «metodi terroristici». Il riferimento è agli attacchi ucraini sempre più profondi in territorio russo: nella notte tra sabato e domenica missili balistici hanno colpito Kiev — con almeno sette esplosioni registrate e due feriti — mentre, sul versante opposto, Zelensky ha rivendicato raid su raffinerie russe nelle regioni di Krasnodar e Yaroslavl, quest’ultima a circa 700 chilometri dal confine ucraino.

    La versione di Kiev è naturalmente opposta: il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha invitato Mosca a «negoziati seri», avvertendo che in caso contrario la posizione russa sul campo di battaglia continuerà a peggiorare.

    Un’ammissione inattesa: code ai distributori e stop all’export di diesel

    Tra i passaggi più significativi dell’intervento vi è però una rara ammissione di difficoltà interne: Putin ha riconosciuto che in Russia «ci sono file alle pompe di benzina e i tipi di carburante necessari non sono sempre disponibili». Secondo quanto riferito dall’AGI, il Cremlino starebbe valutando un blocco totale delle esportazioni di diesel per far fronte alla carenza, conseguenza in parte degli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche e petrolifere russe. Putin ha auspicato di «minimizzare» l’impatto di questi raid, ammettendo che il Paese «vede i problemi e li riconosce».

    Il contesto: congresso pre-elettorale e unità del partito

    L’appuntamento ha una valenza politica precisa: il congresso di Russia Unita è il passaggio formale attraverso cui vengono selezionati i candidati per le elezioni parlamentari, fissate per settembre. Putin ha esortato tutti i partiti e i candidati a «lavorare insieme per rafforzare la solidarietà del popolo» anche durante i dibattiti più accesi, senza mai «mettere a repentaglio l’unità del Paese». Un appello che suona tanto come direttiva quanto come monito.

    La scelta di aprire il congresso con un intervento così muscolare — imperniato sulla narrativa della Russia invincibile e sull’Occidente fallito — rispecchia la funzione che il conflitto ucraino ha assunto nel discorso politico interno: collante identitario, fonte di legittimazione e argomento da spendere in campagna elettorale. In questa cornice, le parole di Putin non sono solo comunicazione diplomatica rivolta all’esterno, ma un messaggio calibrato per il pubblico domestico chiamato alle urne.

    Intanto il conflitto prosegue senza segnali concreti di apertura negoziale: gli scambi di fuoco e i raid reciproci continuano, e la distanza tra le posizioni di Mosca e Kiev — così come tra le rispettive narrazioni — resta, al momento, incolmabile.


    Fonti:

  • Transizione energetica: i 23 miliardi li paghiamo noi, me ecco chi ci guadagna davvero (no, non siamo noi).

    Transizione energetica: i 23 miliardi li paghiamo noi, me ecco chi ci guadagna davvero (no, non siamo noi).

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    Il decreto FER X è legge. Approvato dalla Commissione Europea l’8 giugno 2026 e firmato dal Ministro dell’Ambiente il 18 giugno, il provvedimento prevede incentivi per circa 23 miliardi di euro destinati a sostenere fino a 37 GW di nuova capacità rinnovabile in Italia. Una cifra imponente, con un dettaglio che merita attenzione: non sono fondi europei. Sono soldi prelevati direttamente dalle bollette elettriche degli italiani, trasferiti agli operatori tramite il GSE sotto forma di tariffe garantite per vent’anni.

    Il meccanismo è quello del contratto per differenza: se il prezzo di mercato scende sotto la tariffa concordata, il GSE — cioè i consumatori — copre la differenza. Se sale, il produttore restituisce l’eccedenza. Un sistema che tutela gli investitori dalle oscillazioni del mercato. Ma chi sono questi investitori?

    Il 41% degli accumuli è in mani straniere

    L’IREX Annual Report 2026 di Althesys, presentato il 19 maggio 2026 a Roma, offre una fotografia precisa del mercato. Nel 2025 il settore delle rinnovabili italiane ha movimentato 51 miliardi di euro, con 1.365 operazioni e 37,1 GW di capacità. Il dato più significativo, per chi vuole capire a chi va il valore prodotto, riguarda la provenienza degli investitori: il 36% del totale degli investimenti complessivi — pari a 18,6 miliardi di euro — proviene dall’estero. Negli accumuli stand alone, la quota estera sale al 41%.

    In altri termini: la parte più strategica della nuova infrastruttura elettrica italiana — le batterie di stoccaggio, destinate a diventare il vero snodo del sistema — è finanziata e controllata in misura crescente da fondi internazionali. Non è illegale. Ma è una scelta politica di cui si discute poco.

    Come osserva Rocco Ciarmoli sul Fatto Quotidiano del 28 giugno 2026, basta seguire le catene societarie di alcune società coinvolte nei procedimenti di autorizzazione per trovare holding finanziarie lussemburghesi riconducibili a fondi infrastrutturali globali con oltre 200 miliardi di dollari in gestione. L’Appennino meridionale, già segnato dallo spopolamento, si candida a diventare piattaforma per impianti le cui turbine da 5-6 MW richiedono meno manodopera locale delle generazioni precedenti, erodendo anche la promessa occupazionale che aveva storicamente giustificato le installazioni nelle aree interne.

    Il cittadino paga di più, l’investitore incassa per vent’anni

    A fronte di questi flussi finanziari, la condizione del cittadino comune è ben diversa. Secondo un’indagine della Fondazione Giuseppe Di Vittorio per le associazioni dei consumatori Unc, Adoc e Udicon, risalente a novembre 2025, la povertà energetica in Italia è cresciuta del 25% nell’ultimo biennio: oltre 2,2 milioni di famiglie non riescono a sostenere i costi minimi per luce e riscaldamento. La spesa energetica delle famiglie vulnerabili è cresciuta del 35% tra il 2021 e il 2023, superando in molti casi il 15% del reddito disponibile.

    L’IREX Report 2026 certifica che l’Italia ha i costi di generazione eolica più elevati d’Europa e risulta competitiva solo nel fotovoltaico utility scale al Sud. L’LCOE medio dell’eolico onshore si attesta a 72,1 €/MWh, quello del fotovoltaico utility scale a 66,1 €/MWh. Il Documento di Finanza Pubblica 2026, secondo un’analisi del think tank ECCO Climate, riconosce la vulnerabilità strutturale dell’economia italiana alla volatilità dei prezzi energetici, ma risponde — come già nel 2022 — con misure temporanee di contenimento dei prezzi dei fossili, senza intervenire sulle cause strutturali.

    La transizione che non redistribuisce

    Il quadro che emerge è quello di una transizione energetica che, nei fatti, tende a consolidare i rapporti di forza esistenti piuttosto che a trasformarli. Lo osserva anche Giacomo Prennushi su Altreconomia (gennaio 2026): i meccanismi di incentivo — aste, PNRR, garanzie statali — favoriscono strutturalmente chi dispone già di capitali, competenze legali e capacità di gestione del rischio. Le comunità energetiche, spesso citate come modello alternativo, rappresentano in Italia meno dell’1% della produzione elettrica complessiva, non per limiti tecnologici ma per un quadro normativo che non le agevola.

    Intanto, secondo il rapporto Circonomia 2026 dell’Istituto Ambiente Italia, tra il 2019 e il 2024 la quota italiana di rinnovabili sui consumi finali è cresciuta del 7%, contro il 27% della media europea. Le rinnovabili crescono nell’Unione quattro volte più rapidamente che in Italia. E nell’Energy Transition Index 2026 del World Economic Forum, l’Italia si colloca al 31° posto su 120 Paesi.

    Il regalo a Cina e Stati Uniti

    C’è un ulteriore elemento di cui il dibattito pubblico italiano raramente tiene conto: la filiera delle tecnologie per la transizione. Pannelli solari, turbine, componenti per le batterie di accumulo — la catena produttiva è dominata da attori cinesi e, in misura crescente, da grandi conglomerati statunitensi. Come sottolinea Altreconomia, la dipendenza energetica dai fossili importati rischia di essere sostituita da una dipendenza tecnologica da filiere esterne, con materie prime critiche — litio, cobalto, rame — concentrate in pochi Paesi e segnate da forti asimmetrie sociali e ambientali.

    In questo scenario, il decreto FER X garantirà agli italiani bollette più leggere? Non nell’immediato, e non necessariamente nel medio termine. Il sistema di contratto per differenza tutela i ricavi degli investitori, non le tasche dei consumatori. La domanda che resta senza risposta nel dibattito istituzionale è quella che pone Ciarmoli: la transizione energetica sta distribuendo ricchezza, oppure sta trasferendo una nuova classe di asset strategici nelle mani della grande finanza internazionale, con i cittadini che finanziano il tutto attraverso le bollette?

    I prossimi passi saranno le aste FER-X e FER-Z, la cui struttura definitiva determinerà chi, concretamente, potrà accedervi. La risposta a quella domanda si troverà lì.