Da quando Hugo Chávez vinse le elezioni presidenziali alla fine degli anni Novanta, il Venezuela ha vissuto sotto una pressione costante e multiforme da parte di Washington. Colpi di stato appoggiati dalla CIA, campagne di destabilizzazione, boicottaggi economici, sanzioni finanziarie e, da ultimo, operazioni militari dirette: quella contro Caracas è, secondo analisti e osservatori critici, la più lunga campagna di guerra ibrida che gli Stati Uniti abbiano condotto contro un singolo paese latinoamericano nell’era contemporanea.
Il 3 gennaio 2026, l’amministrazione Trump ha segnato una svolta pericolosa, con quello che le autorità venezuelane e diversi osservatori internazionali hanno definito un attacco diretto e il rapimento del presidente Nicolás Maduro. Un’escalation che, secondo Matt Willgress sull’Orinoco Tribune — ripreso da ScheerPost —, non può essere compresa senza ripercorrere vent’anni di politica aggressiva statunitense nella regione.
Le origini del conflitto: il petrolio e la sfida all’egemonia USA
La ragione fondamentale dell’ostilità americana verso Caracas risiede innanzitutto nelle riserve di greggio: il Venezuela detiene le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo. Chávez aveva promesso — e realizzato — la nazionalizzazione del settore e l’utilizzo dei proventi per finanziare programmi sociali in sanità, istruzione, edilizia popolare e riduzione della povertà.
Altrettanto intollerabile per Washington era la politica estera venezuelana: l‘alleanza con Cuba e Nicaragua nell’ambito dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America), il sostegno alla causa palestinese fino all’espulsione dell’ambasciatore israeliano, l’opposizione alle guerre in Afghanistan, Iraq e Libia. Questi, scrive Willgress, erano i veri «crimini» che hanno motivato i ripetuti tentativi di rovesciare prima Chávez e poi Maduro.
Il costo umano delle sanzioni: dati e testimonianze
In dieci anni, il Venezuela ha subito 1.088 misure sanzionatorie contro la propria economia e le istituzioni statali. Di queste, 1.040 risultavano ancora attive al momento della pubblicazione dell’analisi. Secondo il viceministro venezuelano per le Politiche Anti-Blocco, William Castillo, le sanzioni avrebbero causato tra il 2015 e il 2020 un crollo del 98% delle entrate del paese: «Per ogni cento dollari che entravano in Venezuela, ne perdevamo 98». Nello stesso periodo, il PIL si è ridotto a un quarto del suo valore precedente, i servizi pubblici si sono deteriorati e si è innescato un fenomeno migratorio senza precedenti nella storia venezuelana.
Parallelamente, la Banca d’Inghilterra trattiene tuttora oro venezuelano del valore stimato di 3,5 miliardi di sterline (circa 4,74 miliardi di dollari), fondi che Londra si rifiuta di restituire a Caracas nell’ambito del regime sanzionatorio coordinato con Washington.
Maduro in cella, Colombia e Cuba nel mirino
Nicolás Maduro — rieletto e riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei paesi del Sud globale — è attualmente detenuto e sottoposto a quello che le sue difesa e numerosi giuristi internazionali definiscono un processo politicamente motivato. Accanto a lui è stata arrestata la moglie Cilia Flores, dirigente del Partito Socialista Unito del Venezuela.
L’amministrazione Trump non si è fermata al Venezuela. Ha riportato Cuba nella lista dei cosiddetti «sponsor del terrorismo», ha rafforzato l’embargo sull’isola tramite un nuovo ordine esecutivo e, stando a quanto riferito da funzionari del Pentagono a testate statunitensi, starebbe finalizzando piani per un eventuale attacco militare a L’Avana, in attesa di ordini presidenziali. Lo stesso Trump avrebbe dichiarato, il 13 aprile scorso, che il suo governo potrebbe «concentrarsi su Cuba» al termine del conflitto con l’Iran.
Mexico e Colombia sarebbero anch’esse oggetto di pressioni e minacce aperte, in quella che diversi analisti latinoamericani interpretano come una strategia organica di ri-colonizzazione dell’intera regione.
Il cinismo delle sanzioni dopo il terremoto
L’aspetto che ha suscitato le reazioni più dure da parte delle organizzazioni per i diritti umani riguarda gli eventi più recenti. Nei giorni scorsi il Venezuela è stato colpito da uno dei terremoti più devastanti della sua storia recente. Nonostante la catastrofe umanitaria in corso, Washington ha scelto di non revocare — neppure temporaneamente — nessuna delle oltre mille sanzioni ancora attive contro il paese.
Secondo quanto riportato da Common Dreams e ripreso da Consortium News, gruppi per i diritti umani hanno esplicitamente chiesto agli Stati Uniti e ai loro alleati di sospendere le misure restrittive per consentire l’arrivo di aiuti, la ricostruzione e l’accesso alle risorse finanziarie bloccate. La richiesta, al momento, non ha trovato risposta da parte dell’amministrazione Trump.
Mantenere un regime sanzionatorio tra i più duri al mondo contro un paese in ginocchio dopo un disastro naturale è una scelta che, per molti osservatori, va ben oltre la politica di pressione: assume i contorni di una punizione collettiva nei confronti di una popolazione civile già gravemente provata.
Prospettive
La situazione rimane fluida e potenzialmente esplosiva. Sul piano giudiziario, il processo a Maduro e Flores è destinato a diventare un banco di prova per le relazioni tra Washington e il resto del continente latinoamericano. Sul piano umanitario, la pressione internazionale per la rimozione almeno parziale delle sanzioni potrebbe crescere ulteriormente con l’aggravarsi delle conseguenze del terremoto. Sul piano geopolitico, l’eventuale estensione del conflitto a Cuba o ad altri paesi della regione rappresenterebbe uno scenario che — qualora si concretizzasse — cambierebbe radicalmente gli equilibri dell’intero emisfero occidentale.
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