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  • 25 anni di guerra USA al Venezuela: sanzioni e colpi di stato. Ma neanche dopo il terremoto Trump rimuove le oltre 1000 sanzioni.

    25 anni di guerra USA al Venezuela: sanzioni e colpi di stato. Ma neanche dopo il terremoto Trump rimuove le oltre 1000 sanzioni.

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    Da quando Hugo Chávez vinse le elezioni presidenziali alla fine degli anni Novanta, il Venezuela ha vissuto sotto una pressione costante e multiforme da parte di Washington. Colpi di stato appoggiati dalla CIA, campagne di destabilizzazione, boicottaggi economici, sanzioni finanziarie e, da ultimo, operazioni militari dirette: quella contro Caracas è, secondo analisti e osservatori critici, la più lunga campagna di guerra ibrida che gli Stati Uniti abbiano condotto contro un singolo paese latinoamericano nell’era contemporanea.

    Il 3 gennaio 2026, l’amministrazione Trump ha segnato una svolta pericolosa, con quello che le autorità venezuelane e diversi osservatori internazionali hanno definito un attacco diretto e il rapimento del presidente Nicolás Maduro. Un’escalation che, secondo Matt Willgress sull’Orinoco Tribune — ripreso da ScheerPost —, non può essere compresa senza ripercorrere vent’anni di politica aggressiva statunitense nella regione.

    Le origini del conflitto: il petrolio e la sfida all’egemonia USA

    La ragione fondamentale dell’ostilità americana verso Caracas risiede innanzitutto nelle riserve di greggio: il Venezuela detiene le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo. Chávez aveva promesso — e realizzato — la nazionalizzazione del settore e l’utilizzo dei proventi per finanziare programmi sociali in sanità, istruzione, edilizia popolare e riduzione della povertà.

    Altrettanto intollerabile per Washington era la politica estera venezuelana: l‘alleanza con Cuba e Nicaragua nell’ambito dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America), il sostegno alla causa palestinese fino all’espulsione dell’ambasciatore israeliano, l’opposizione alle guerre in Afghanistan, Iraq e Libia. Questi, scrive Willgress, erano i veri «crimini» che hanno motivato i ripetuti tentativi di rovesciare prima Chávez e poi Maduro.

    Il costo umano delle sanzioni: dati e testimonianze

    In dieci anni, il Venezuela ha subito 1.088 misure sanzionatorie contro la propria economia e le istituzioni statali. Di queste, 1.040 risultavano ancora attive al momento della pubblicazione dell’analisi. Secondo il viceministro venezuelano per le Politiche Anti-Blocco, William Castillo, le sanzioni avrebbero causato tra il 2015 e il 2020 un crollo del 98% delle entrate del paese: «Per ogni cento dollari che entravano in Venezuela, ne perdevamo 98». Nello stesso periodo, il PIL si è ridotto a un quarto del suo valore precedente, i servizi pubblici si sono deteriorati e si è innescato un fenomeno migratorio senza precedenti nella storia venezuelana.

    Parallelamente, la Banca d’Inghilterra trattiene tuttora oro venezuelano del valore stimato di 3,5 miliardi di sterline (circa 4,74 miliardi di dollari), fondi che Londra si rifiuta di restituire a Caracas nell’ambito del regime sanzionatorio coordinato con Washington.

    Maduro in cella, Colombia e Cuba nel mirino

    Nicolás Maduro — rieletto e riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei paesi del Sud globale — è attualmente detenuto e sottoposto a quello che le sue difesa e numerosi giuristi internazionali definiscono un processo politicamente motivato. Accanto a lui è stata arrestata la moglie Cilia Flores, dirigente del Partito Socialista Unito del Venezuela.

    L’amministrazione Trump non si è fermata al Venezuela. Ha riportato Cuba nella lista dei cosiddetti «sponsor del terrorismo», ha rafforzato l’embargo sull’isola tramite un nuovo ordine esecutivo e, stando a quanto riferito da funzionari del Pentagono a testate statunitensi, starebbe finalizzando piani per un eventuale attacco militare a L’Avana, in attesa di ordini presidenziali. Lo stesso Trump avrebbe dichiarato, il 13 aprile scorso, che il suo governo potrebbe «concentrarsi su Cuba» al termine del conflitto con l’Iran.

    Mexico e Colombia sarebbero anch’esse oggetto di pressioni e minacce aperte, in quella che diversi analisti latinoamericani interpretano come una strategia organica di ri-colonizzazione dell’intera regione.

    Il cinismo delle sanzioni dopo il terremoto

    L’aspetto che ha suscitato le reazioni più dure da parte delle organizzazioni per i diritti umani riguarda gli eventi più recenti. Nei giorni scorsi il Venezuela è stato colpito da uno dei terremoti più devastanti della sua storia recente. Nonostante la catastrofe umanitaria in corso, Washington ha scelto di non revocare — neppure temporaneamente — nessuna delle oltre mille sanzioni ancora attive contro il paese.

    Secondo quanto riportato da Common Dreams e ripreso da Consortium News, gruppi per i diritti umani hanno esplicitamente chiesto agli Stati Uniti e ai loro alleati di sospendere le misure restrittive per consentire l’arrivo di aiuti, la ricostruzione e l’accesso alle risorse finanziarie bloccate. La richiesta, al momento, non ha trovato risposta da parte dell’amministrazione Trump.

    Mantenere un regime sanzionatorio tra i più duri al mondo contro un paese in ginocchio dopo un disastro naturale è una scelta che, per molti osservatori, va ben oltre la politica di pressione: assume i contorni di una punizione collettiva nei confronti di una popolazione civile già gravemente provata.

    Prospettive

    La situazione rimane fluida e potenzialmente esplosiva. Sul piano giudiziario, il processo a Maduro e Flores è destinato a diventare un banco di prova per le relazioni tra Washington e il resto del continente latinoamericano. Sul piano umanitario, la pressione internazionale per la rimozione almeno parziale delle sanzioni potrebbe crescere ulteriormente con l’aggravarsi delle conseguenze del terremoto. Sul piano geopolitico, l’eventuale estensione del conflitto a Cuba o ad altri paesi della regione rappresenterebbe uno scenario che — qualora si concretizzasse — cambierebbe radicalmente gli equilibri dell’intero emisfero occidentale.


    Fonti:

  • I continui blackout di Torino e i problemi di acqua: è solo il caldo? O c’è altro?

    I continui blackout di Torino e i problemi di acqua: è solo il caldo? O c’è altro?

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    Torino ha vissuto ieri mattina uno dei momenti più critici dell’ondata di caldo che da settimane tiene in scacco la città. Alle 10:35, l’impianto di potabilizzazione del Po di SMAT, in corso Unità d’Italia, è rimasto improvvisamente senza corrente: tutte e quattro le linee elettriche gestite da Ireti — le due principali e le due di riserva — si sono disattivate in simultanea, lasciando senza alimentazione una struttura che produce circa 1.200 litri d’acqua al secondo e che serve non solo Torino ma anche diversi comuni della collina torinese.

    La crisi è rientrata solo in parte alle 13:00, quando SMAT ha attivato due gruppi elettrogeni di emergenza capaci di erogare ulteriori 400 litri al secondo. Il pieno ripristino della prima linea elettrica principale da parte di Ireti è avvenuto soltanto alle 15:00, a quasi cinque ore dall’inizio dell’evento. La seconda linea, stando a quanto comunicato dall’azienda, sarebbe stata riattivata entro la giornata.

    Il piano d’emergenza ha retto, ma per quanto?

    SMAT ha assicurato che il servizio idrico non ha subito interruzioni grazie all’attivazione tempestiva del piano di emergenza, all’incremento delle portate dai serbatoi e dai campi pozzi esterni e al monitoraggio costante della Control Room, operativa 24 ore su 24. Stando alle comunicazioni ufficiali dell’azienda, i cittadini non hanno registrato disagi nell’erogazione dell’acqua.

    Tuttavia, alcune fonti locali hanno riferito di possibili carenze localizzate, con pressioni ridotte in alcune zone e rubinetti che funzionavano a singhiozzo. Il rischio di sospensione dell’erogazione nei comuni collinari, alimentati proprio dall’impianto di corso Unità d’Italia, è stato considerato concreto nelle prime ore dell’emergenza, prima che i generatori entrassero in funzione.

    La domanda che in pochi si pongono apertamente è quella più scomoda: cosa sarebbe successo se i gruppi elettrogeni non avessero retto, o se il blackout si fosse protratto oltre le due-tre ore critiche? La risposta, ricavabile dagli stessi comunicati tecnici, è che la distribuzione idrica avrebbe potuto interrompersi completamente in alcune aree.

    Il nono giorno consecutivo: non è solo il caldo

    Quello di ieri era il nono giorno consecutivo di interruzioni elettriche a Torino. Il copione si ripete: caldo record — le temperature hanno toccato i 34 gradi, con punte di 37° in Piemonte — uso massiccio dei condizionatori, rete sotto pressione, blackout a cascata. Quartieri come corso Unione Sovietica, via Nizza, Mirafiori e San Salvario sono rimasti al buio in più frangenti. Alcuni condomini hanno subito interruzioni superiori alle tredici ore; un caso in via Principi d’Acaja ha registrato un blackout prolungato dalla sera precedente fino alle 16:15 del giorno stesso, per un totale di quasi 23 ore senza corrente.

    Iren, attraverso la controllata Ireti, rivendica di intervenire “entro 40 minuti dall’80% dei disservizi”. Ma le segnalazioni raccolte dai residenti raccontano un’altra storia: ascensori bloccati, impossibilità di conservare farmaci al fresco, attività commerciali in ginocchio. Persino Palazzo Civico, sede del Comune, e il Consiglio Regionale del Piemonte sono stati colpiti da blackout, con dipendenti rimasti temporaneamente intrappolati negli ascensori.

    Infrastrutture fragili: la rete non è solo vittima del caldo

    Il caldo è il detonatore, ma la polvere da sparo è una rete elettrica che molti esperti e sindacati definiscono obsoleta e sottofinanziata. I sindacati hanno già aperto una vertenza con Iren, sostenendo che l’azienda avrebbe distribuito dividendi eccessivi a fronte di investimenti insufficienti nella manutenzione e nel potenziamento delle infrastrutture.

    Il punto è strutturale: una città come Torino, con estati sempre più torride, non può affidarsi a piani di emergenza attivati di volta in volta come rattoppi. Servirebbero investimenti sostanziali sulla ridondanza delle linee elettriche, sull’ammodernamento dei nodi critici — a partire dagli impianti idrici strategici — e su sistemi di accumulo e generazione distribuita che rendano la rete meno vulnerabile ai picchi di domanda.

    L’assessore alla Protezione Civile Francesco Tresso ha dichiarato che la situazione è monitorata e che “l’auspicio è che i disagi possano essere contenuti al massimo”. Un auspicio, appunto: non un piano con risorse e scadenze.

    Il dibattito politico e l’ipotesi che nessuno vuole nominare

    L’episodio ha riacceso le polemiche politiche. Fabrizio Ricca della Lega aveva parlato di “città senz’acqua”; il capogruppo PD Claudio Cerrato ha risposto definendo quelle dichiarazioni “irresponsabili” e “propaganda costruita sulla pelle dei cittadini”. Il Movimento 5 Stelle ha chiesto “misure straordinarie”, Forza Italia ha ironizzato sull’emergenza che entra direttamente in Comune. Il sindaco Stefano Lo Russo, interpellato dalla stampa, ha risposto che “succede in tante città, anche del nord Europa, come Parigi”: una risposta che ha lasciato più di qualcuno insoddisfatto.

    La lettura “complottista”.

    C’è poi una lettura “complottista”, probabilmente infondata, ma che reca seco (formula arcaica per “porta con sé”) un contorno comunque realistico. I blackout più pesanti si concentrano nelle giornate di picco di calore, quando l’impatto sulla vita quotidiana è massimo e la percezione dei cittadini è quella di una vulnerabilità insopportabile. Queste sequenze ormai lunghissime di disservizi gravi, tutte concentrate nei giorni peggiori dell’estate, finiscono per alimentare, consapevolmente o meno, una narrazione di urgenza energetica destinata a favorire scelte di sistema di lungo periodo: a partire dall’imminente dibattito pubblico sul nucleare e dal referendum che si profila all’orizzonte. Insomma, che l’esperienza diretta di una città senz’acqua e senza luce nei momenti di maggiore bisogno spinga i cittadini a chiedere interventi risolutivi in materia energetica è un’ovvietà: i promotori del ritorno al nucleare si ritroveranno con un bel serbatoio di voti.

    Ciò che è certo, invece, è che gli interventi risolutivi esistono e sono noti: ridondanza reale delle linee elettriche che alimentano gli impianti critici, generatori permanenti e non di fortuna, investimenti nella resilienza idrica, trasparenza sui tempi e sui costi di ripristino. La domanda è: vogliamo indebitarci per 15 miliardi di euro per fare la guerra alla Russia, mantenendo il paese in questo degrado infrastrutturale, o vogliamo spenderne molto meno per far tornare al 2026 l’orologio di un paese che ogni giorno torna indietro di anni, dal punto di vista dei servizi di base?

  • Batterio mangia carne: focolai in aumento in Europa, Usa e Asia

    Batterio mangia carne: focolai in aumento in Europa, Usa e Asia

    Chiamiamolo pure “batterio mangia carne“, anche se la definizione scientifica è meno cinematografica: fascite necrotizzante, cioè la distruzione progressiva e rapidissima dei tessuti muscolari e cutanei. Il soprannome, però, rende l’idea con brutale precisione. Stiamo parlando di un’infezione che può portare all’amputazione di un arto nel giro di poche ore, e alla morte nel giro di pochi giorni. E i numeri dei casi, in tutto il mondo, continuano a salire.

    Il protagonista di questa storia è il Vibrio vulnificus, che abita le acque costiere calde e salmastre.

    Cos’è esattamente il batterio mangia carne

    Il Vibrio vulnificus è un microrganismo che prospera nelle acque costiere dove i fiumi sfociano in mare, in condizioni di salinità moderata e temperature comprese tra i 20 e i 35 gradi centigradi. Arriva all’uomo in due modi: attraverso il contatto di una ferita aperta con acqua contaminata, oppure ingerendo frutti di mare crudi, soprattutto ostriche e gamberi.

    Nelle persone in buona salute, l’infezione di solito si traduce in disturbi gastrointestinali fastidiosi ma gestibili. Il problema nasce quando a infettarsi sono soggetti fragili: malati di fegato, diabetici, anziani, immunodepressi. In questi casi il batterio può scatenare sepsi e necrosi dei tessuti in poche ore. Secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), uno su cinque tra i pazienti con forma grave muore nel giro di qualche giorno.

    I danni che fa: dal prurito alla necrosi

    I sintomi iniziali di un’infezione da Vibrio possono sembrare innocui: nausea, vomito, diarrea, dolori addominali. Poi arriva il peggioramento improvviso. La ferita si arrossa, si gonfia, la pelle cambia colore. Il tessuto intorno al punto di ingresso del batterio comincia a degradarsi con una velocità che lascia poco spazio alle esitazioni terapeutiche.

    Nei casi più gravi si sviluppa la fascite necrotizzante: il batterio avanza sotto la pelle distruggendo muscoli e tessuti connettivi, può entrare nel flusso sanguigno e provocare sepsi. A quel punto l’amputazione dell’arto colpito diventa spesso l’unica opzione per salvare la vita. E anche quella, talvolta, non basta.

    Secondo l’organizzazione sanitaria globale Gavi, nei casi gravi di infezione da Vibrio il tasso di mortalità oscilla tra il 20 e il 50 per cento.

    Dove si diffonde: dagli Usa al Mediterraneo

    Gli Stati Uniti hanno la casistica più documentata al mondo. Dal 1988 a oggi, il Paese ha registrato oltre 2.600 infezioni e più di 700 morti legate al Vibrio vulnificus, concentrate soprattutto in Florida e Louisiana. Nel 2024, le inondazioni provocate dall’uragano Helene hanno trascinato acqua contaminata su aree costiere abitate: la Florida ha chiuso quell’anno con 82 casi e 19 morti, un record storico, per un totale di 89 decessi attribuiti al batterio solo in quello Stato secondo il Dipartimento della Salute della Florida.

    Il 2025 ha continuato sulla stessa traiettoria. Fino ad agosto, la Louisiana aveva già segnalato 17 ricoverati e 4 morti — un incremento del 400% rispetto alla media storica, che raramente superava un decesso l’anno. Il caso più recente disponibile risale al 21 luglio 2025: un uomo di 77 anni è morto a Bay St. Louis, in Mississippi, dopo essersi procurato un semplice graffio alla gamba mentre lavorava con un rimorchio per barche. Un graffio. Otto morti in totale negli Stati Uniti nei soli primi mesi di quell’anno.

    In Europa la porta d’ingresso storica è il Baltico. Tra il 2014 e il 2017 il continente registrava in media 126 casi l’anno. L’estate torrida del 2018 ha triplicato il numero a 445, quasi tutti nei paesi nordici. Ma ora la minaccia si sposta verso sud. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha già dichiarato l’estate 2026 una stagione ad alto rischio. In Spagna alcune spiagge — tra cui Urbanova e San Gabriel ad Alicante — sono state chiuse per presenza di batteri. La Galizia conta tre focolai significativi negli ultimi vent’anni, tutti legati al consumo di frutti di mare.

    Perché i numeri crescono: il mare si scalda

    La risposta è scomoda ma chiara. Il Vibrio ama il caldo: sotto i 20 gradi non prolifera. Trent’anni fa quelle temperature erano una prerogativa delle fasce tropicali. Oggi, ogni estate, si estendono verso nord. Jan Carlo Semenza, epidemiologo dell’Università di Umeå in Svezia, ha documentato la correlazione diretta: più la temperatura superficiale del mare aumenta, più i casi di infezione crescono.

    L’Agenzia europea dell’ambiente stima che le temperature delle acque europee stiano aumentando a una velocità da quattro a sette volte superiore alla media oceanica globale. Il Mediterraneo, in particolare, è uno dei mari che si scalda più rapidamente al mondo. «Il Mediterraneo ci sta mostrando cosa rappresenta un mondo più caldo», ha dichiarato ad Euronews Hatim Aznague, analista dell’Unione per il Mediterraneo. «Non sono i batteri i protagonisti della nostra storia — ha aggiunto — loro sono i messaggeri. La storia è un mare squilibrato dal calore e dall’inquinamento».

    L’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, è esplicita: «La presenza di Vibrio nei frutti di mare è destinata ad aumentare sia a livello globale sia in Europa».

    Come evitarlo: le regole di base

    La prevenzione esiste ed è relativamente semplice, a patto di prenderla sul serio.

    Sull’acqua:

    * Chi ha ferite aperte, tagli, piercing recenti o lesioni cutanee non dovrebbe fare il bagno in acque marine o salmastre, soprattutto nelle zone costiere poco profonde. Se il contatto è inevitabile, la ferita va coperta con una benda impermeabile.

    * In caso di contatto accidentale con acqua potenzialmente contaminata, lavare subito l’area con acqua dolce pulita.

    A tavola:

    * Frutti di mare, molluschi e crostacei non vanno mai consumati crudi. La cottura elimina il batterio.

    * Massima attenzione soprattutto per ostriche e gamberi.

    Chi rischia di più:

    Persone con malattie epatiche, diabetici, anziani, immunodepressi. Per queste categorie anche un’infezione apparentemente lieve può degenerare in poche ore. Il rischio per una persona sana rimane contenuto.

    Come si cura

    La terapia dipende dalla gravità. Nelle forme lievi si agisce con antibiotici. Nelle forme gravi — quando il batterio ha già innescato la necrosi — l’intervento chirurgico è urgente: rimozione del tessuto necrotico, e nei casi estremi amputazione dell’arto. I tempi sono decisivi: ogni ora persa peggiora la prognosi.

    Quanto dobbiamo preoccuparci?

    La risposta onesta è: dipende da chi sei. Se sei giovane, sano, senza ferite aperte e non mangi ostriche crude, il tuo rischio è basso. Il batterio mangia carne fa paura (e fa bene averne un po’): non è una pandemia, ma è una minaccia seria, in crescita, e ancora sottovalutata in molti paesi europei, Italia inclusa.

    Il problema reale è strutturale: ogni grado in più nelle acque del Mediterraneo allarga la finestra temporale e geografica in cui il Vibrio può colpire. L’ECDC sta lavorando a sistemi di sorveglianza basati su dati satellitari per mappare il rischio in tempo reale. Se le tendenze attuali non si invertono, le autorità sanitarie avvertono che quello che oggi è un rischio stagionale potrebbe diventare un problema cronico di salute pubblica entro il 2050.

    Per adesso: non mangiate ostriche crude in spiaggia d’estate con una ferita aperta sulla mano. Non sembra una regola troppo complicata.

  • Allerta gialla sull’Etna: lava in Valle del Bove, scatta il preallarme. Cosa sappiamo.

    Allerta gialla sull’Etna: lava in Valle del Bove, scatta il preallarme. Cosa sappiamo.

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    Il Dipartimento nazionale della Protezione Civile ha disposto, nella serata di ieri, il passaggio del livello di allerta vulcanica per l’Etna da verde a giallo, segnalando il passaggio da un’attività eruttiva assente o molto bassa a una condizione di attività da bassa a media. La decisione, formalizzata con la nota prot. n. 39161 del 26.06.2026, è stata adottata all’esito di una riunione tecnica straordinaria convocata nel pomeriggio dello stesso giorno con i Centri di Competenza — tra cui l’INGV (Osservatorio Etneo, Osservatorio Vesuviano e Sezione di Palermo) e il CNR-IREA — e con il Dipartimento regionale della Protezione Civile della Sicilia.

    Il fattore scatenante è la comparsa di un’attività effusiva nell’alto settore della Valle del Leone, nella parte alta della Valle del Bove, a una quota di circa 3.000 metri sul livello del mare. Personale dell’INGV ha rilevato sul campo una piccola colata lavica, al momento debolmente alimentata, visibile dal versante orientale del vulcano. Si tratta del primo scorrimento di lava significativo dopo quasi sei mesi.

    Come funziona il sistema di allerta vulcanica in Italia

    Per comprendere la portata dell’allerta, è utile ricordare come sia strutturato il sistema di monitoraggio italiano. I livelli di allerta vulcanica sono quattro — verde, giallo, arancione e rosso — e riflettono il grado di agitazione del vulcano, non necessariamente l’imminenza di un’eruzione distruttiva. Il livello giallo indica che il vulcano ha superato la soglia di quiescenza di base e che i parametri monitorati — tremore, deformazioni del suolo, attività sismica, emissioni di gas — mostrano variazioni degne di attenzione.

    L’Etna è il vulcano attivo più alto d’Europa e uno dei più monitorati al mondo. La sua attività è governata da dinamiche tettoniche e magmatiche complesse: il vulcano si trova in corrispondenza di un’area di subduzione e distensione crostale che alimenta in modo quasi continuo i suoi serbatoi magmatici profondi. I magmi risalgono attraverso una rete di condotti e fratture, alimentando i quattro crateri sommitali principali — Voragine, Bocca Nuova, Cratere di Nord-Est e Cratere di Sud-Est — con modalità che variano frequentemente.

    In questo caso, secondo quanto comunicato dall’INGV, da alcuni giorni si registrava un costante aumento del tremore vulcanico, con sorgenti localizzate in prossimità del cratere Voragine a circa 2.900 metri di quota. Nella notte tra il 26 e il 27 giugno si è aggiunta una debole e irregolare attività esplosiva stromboliana allo stesso cratere. L’attività infrasonica è risultata localizzata al Cratere di Nord-Est con ampiezza e numero di eventi di livello medio. Non si segnalano, al momento, variazioni significative nelle deformazioni del suolo.

    Cosa cambia operativamente: interdizione e preallarme

    Il Dipartimento regionale della Protezione Civile Sicilia, recependo le valutazioni scientifiche, ha attivato la fase operativa locale di preallarme e ha disposto l’interdizione totale della Zona a Pericolosità Permanente (ZPP) in via precauzionale, con sospensione di tutte le attività escursionistiche e istituzione dei cancelli di accesso. I Sindaci dei Comuni sommitali — tra cui Nicolosi, Zafferana Etnea, Linguaglossa, Belpasso, Bronte, Randazzo e Piedimonte Etneo — sono stati invitati ad attivare i Centri Operativi Comunali e a coordinarsi con le Organizzazioni di Volontariato locali. Prefettura, Questura, Parco dell’Etna, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale e CNSAS sono tra i soggetti coinvolti nel dispositivo.

    La valutazione degli esperti: “Un’eruzioncina, ma da seguire”

    Il vulcanologo Boris Behncke dell’INGV di Catania ha definito l’evento, su Facebook, “un’eruzioncina”, precisando che si tratta di un’attività subterminale — strettamente collegata ai crateri sommitali — che al momento non produce quantità significative di cenere. La colata, spiega Behncke, è “figlia della Voragine”: emerge dalla parte terminale di una frattura sviluppatasi nei giorni precedenti, a partire dal cosiddetto “pit” apertosi il 27 dicembre 2025 in corrispondenza del primo parossismo del Cratere di Nord-Est. “Per ora, molto, molto piccola”, secondo il vulcanologo, che tuttavia sottolinea la caratteristica variabilità dell’Etna: “Chissà come evolverà nei prossimi tempi”.

    Questa incertezza è precisamente il motivo per cui la Protezione Civile ha ritenuto necessario alzare il livello di allerta. Come si legge nel comunicato ufficiale del Dipartimento nazionale, “tale scenario potrebbe portare a una rapida evoluzione dei fenomeni verso un’attività più energetica”. Persiste, si legge ancora, “una situazione di potenziato disequilibrio del vulcano”.

    Prossimi sviluppi: cosa monitorare

    L’INGV continuerà a fornire aggiornamenti scientifici in tempo reale sull’evoluzione del tremore, dell’attività effusiva ed esplosiva e sulle eventuali deformazioni del suolo. Il passaggio da giallo ad arancione — che comporterebbe misure più stringenti — dipenderà dall’evoluzione di questi parametri. Le autorità locali sono invitate a garantire un’informazione continua alla popolazione e ai visitatori.

    La Protezione Civile ricorda a chiunque si trovi nelle aree prossime all’Etna di attenersi scrupolosamente alle indicazioni delle autorità locali e di aggiornarsi costantemente attraverso i canali ufficiali.

  • Bollette luce, prezzi ancora su del 4,6% da luglio. Ma che non raccontassero balle agli italiani! Ecco perché ci spellano vivi.

    Bollette luce, prezzi ancora su del 4,6% da luglio. Ma che non raccontassero balle agli italiani! Ecco perché ci spellano vivi.

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    Dal 1° luglio 2026 la bolletta elettrica per i circa tre milioni di clienti vulnerabili in regime di Maggior Tutela aumenterà del 4,6% rispetto al trimestre precedente. Lo ha comunicato ufficialmente l’Arera — l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente — nell’aggiornamento trimestrale delle condizioni economiche di tutela per il periodo luglio-settembre 2026. È il secondo rincaro consecutivo per questa categoria di utenti.

    Il prezzo di riferimento per il cosiddetto “cliente tipo” salirà a 31,63 centesimi di euro per kilowattora, tasse incluse. La voce più pesante è la spesa per l’approvvigionamento dell’energia: 16,92 centesimi al kWh, pari al 53,5% del totale della bolletta, in crescita del 7% rispetto al secondo trimestre 2026. In aumento anche gli oneri di sistema (+9,4%, a 3,32 centesimi) e le imposte (+4,3%, a 3,10 centesimi). Scende invece la componente di commercializzazione al dettaglio (-5,5%, a 2,11 centesimi), mentre rimangono stabili i costi di rete (6,18 centesimi).

    Chi sono i clienti vulnerabili

    La categoria comprende gli over 75, i percettori del bonus sociale, le persone con disabilità ai sensi della legge 104, chi risiede in moduli abitativi di emergenza o in isole minori non interconnesse alla rete nazionale, e gli utilizzatori di apparecchiature salvavita. Sono circa tre milioni di utenze, le più fragili economicamente e socialmente, e subiscono il rincaro proprio nel trimestre estivo, quello in cui i consumi elettrici raggiungono il picco a causa dell’uso dei condizionatori.

    Quanto costerà in più

    Secondo le stime dell’Unione Nazionale Consumatori (UNC), il rincaro si traduce in circa 28 euro in più su base annua per il cliente tipo con consumi di 2.000 kWh e potenza impegnata di 3 kW. Proiettando la tariffa per i dodici mesi da luglio 2026 a giugno 2027, la spesa elettrica complessiva per un vulnerabile potrebbe avvicinarsi a 633 euro. Sommando i circa 1.344 euro stimati per il gas, la bolletta combinata luce-gas arriverebbe a quasi 1.977 euro annui.

    Su base annua — nel periodo ottobre 2025/settembre 2026 — la spesa del cliente tipo si attesta a 591,86 euro, in calo dello 0,9% rispetto ai 597,30 euro del periodo precedente. Un alleggerimento di cinque euro in dodici mesi che difficilmente compensa le difficoltà quotidiane delle famiglie più deboli.

    Le cause ufficiali e quelle che non si dicono

    Arera motiva il rincaro con tre fattori: l’aumento atteso dei prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica per effetto dei maggiori consumi estivi; i maggiori costi del mercato della capacità, concentrati a luglio nelle cosiddette “ore critiche”; l’adeguamento della componente tariffaria ASOS — destinata a finanziare le energie rinnovabili — necessario a rafforzare la liquidità della Cassa per i servizi energetici e ambientali (CSEA), prevista in riduzione nei prossimi mesi.

    Assoutenti ha etichettato il rincaro come “effetto Iran”, invocando le tensioni geopolitiche mediorientali. Ma questa lettura merita di essere contestata con i fatti.

    La crisi energetica europea non nasce nel Golfo Persico: affonda le radici nelle sanzioni alla Russia imposte a partire dal 2022, nel sabotaggio dei gasdotti Nord Stream e nella scelta politica — seguita acriticamente dall’Italia insieme all’Unione Europea — di tagliare i rapporti con Mosca in nome del sostegno all’Ucraina. Quella decisione ha sottratto all’Europa forniture di gas a basso costo che avevano garantito per decenni bollette accessibili, imponendo una trasformazione forzata e costosissima del mix energetico europeo.

    Il risultato? Fuori dall’Unione Europea, in molti paesi che non hanno aderito al regime sanzionatorio, l’energia costa significativamente meno. Il prezzo della luce in Italia è oggi superiore del 76,8% rispetto ai livelli pre-crisi del luglio 2020, stando ai calcoli dell’UNC. Non si tratta di una congiuntura passeggera legata ai conflitti mediorientali: è la conseguenza strutturale di scelte politiche precise, assunte allineandosi agli Stati Uniti dell’era Biden, che hanno scaricato il peso maggiore sui cittadini europei — e italiani — attraverso bollette sempre più care.

    Attribuire oggi i rincari all’”effetto Iran” significa spostare l’attenzione dalle responsabilità politiche che hanno determinato questa struttura di prezzi, e che ancora nessuno, né a Roma né a Bruxelles, ha avuto il coraggio di rimettere in discussione apertamente.

    Le associazioni dei consumatori: “Il governo intervenga”

    “Una pessima notizia”, ha dichiarato Marco Vignola, vicepresidente dell’UNC. “Anche se il rialzo non è stratosferico, si tratta di una nuova tegola che si abbatte sui portafogli già vuoti degli italiani. Il nostro appello al governo di intervenire contro il caro bollette per attutire la scoppola è caduto nel vuoto e ora le famiglie ne pagano le conseguenze”.

    Assoutenti ha chiesto una campagna nazionale per aiutare i consumatori a ridurre i consumi e gli sprechi nei mesi estivi, così da contenere almeno in parte la spesa. Ma la questione strutturale resta aperta: quando le istituzioni europee ammetteranno che il vero prezzo delle sanzioni alla Russia lo stanno pagando i cittadini, sulle bollette?

  • Volkswagen verso il taglio di 100mila posti di lavoro: la crisi tedesca si aggrava

    Volkswagen verso il taglio di 100mila posti di lavoro: la crisi tedesca si aggrava

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    Volkswagen valuta di portare a 100mila il numero complessivo di esuberi nei prossimi anni, raddoppiando il piano da 50mila tagli entro il 2030 annunciato appena a marzo. La notizia, emersa il 26 giugno 2026 attraverso indiscrezioni riportate dal settimanale tedesco Manager Magazin — e poi riprese da Financial Times e Handelsblatt — descrive un gruppo in difficoltà strutturale, non un colosso che taglia per scegliere: un colosso che taglia perché è costretto a farlo.

    Si tratta dell’ennesimo capitolo di una crisi che non riguarda solo Wolfsburg, ma l’intera economia tedesca. E che andrebbe letta come tale, senza eufemismi.

    Il piano: stabilimenti chiusi e struttura societaria ridisegnata

    Secondo le fonti citate da Manager Magazin, l’amministratore delegato Oliver Blume avrebbe già presentato al consiglio d’amministrazione un piano di ristrutturazione profonda, che il consiglio di sorveglianza dovrebbe esaminare il prossimo 9 luglio. Il progetto prevede la chiusura di quattro stabilimenti produttivi in Germania: gli impianti di Hannover, Zwickau ed Emden, dove si producono vetture a marchio Volkswagen, e la fabbrica Audi di Neckarsulm. Le linee si fermerebbero al termine della vita produttiva degli attuali modelli, senza sostituzione prevista.

    Ma non è solo una questione di fabbriche. Blume starebbe valutando anche uno scorporo del marchio Volkswagen e della divisione Componenti in società separate, un’operazione che potrebbe aprire la strada a future operazioni sul mercato dei capitali. Sul piano finanziario, l’obiettivo sarebbe ridurre le spese generali di circa 11 miliardi di euro entro il 2030 e tagliare gli investimenti del 15% nei prossimi cinque anni — da oltre 150 a poco più di 130 miliardi.

    A fine primo trimestre 2026, il Gruppo Volkswagen contava oltre 657mila dipendenti nel mondo, di cui quasi 280mila in Germania. Un taglio da 100mila unità sarebbe, secondo le fonti, il più vasto mai realizzato nell’industria automobilistica occidentale, superiore persino ai 74mila esuberi di General Motors negli anni Novanta.

    La casa di Wolfsburg, interpellata, non ha smentito né confermato. Un portavoce si è limitato a dichiarare che il gruppo non commenta documenti interni riservati, aggiungendo però che «l’intero gruppo, compresi marchi e società controllate, deve affrontare cambiamenti di ampia portata».

    Sindacati in allarme, governo a guardare

    La reazione di IG Metall e del consiglio di fabbrica è stata immediata. In un comunicato congiunto, le due parti hanno scritto che «i nuovi articoli apparsi sulla stampa preoccupano, a ragione, il nostro personale e le regioni in cui sono situati i nostri stabilimenti», annunciando che faranno «tutto ciò che è in loro potere per impedirli». Non è solo una dichiarazione di principio: i rappresentanti dei lavoratori occupano la metà dei seggi nel consiglio di sorveglianza, mentre il Land della Bassa Sassonia — secondo azionista del gruppo — dispone di ulteriori voti e storicamente si schiera con i sindacati. Qualunque piano dovrà fare i conti con questo equilibrio.

    Da Berlino, il portavoce del governo Sebastian Hille ha evitato commenti diretti sulle indiscrezioni, limitandosi a ribadire la volontà dell’esecutivo di «creare condizioni favorevoli per preservare la produzione manifatturiera in Germania». Una risposta prudente, forse troppo, per chi governa un Paese la cui locomotiva industriale si sta inceppando.

    La crisi tedesca: non una notizia isolata

    Sarebbe un errore leggere questo piano Volkswagen come una notizia a sé. È invece la conferma più clamorosa di una crisi sistemica che l’economia tedesca attraversa da anni e che Byoblu ha già descritto analizzando il caso UniCredit-Commerzbank.

    Il PIL tedesco ha registrato contrazioni consecutive nel 2023 (-0,3%) e nel 2024 (stimato -0,5%). L’industria automobilistica ha visto calare la produzione del 4,8% nel solo 2024. I costi energetici elevatissimi — conseguenza diretta delle sanzioni alla Russia e della transizione affrettata — stanno erodendo la competitività di interi comparti manifatturieri. A questo si sommano la concorrenza aggressiva dei costruttori cinesi, le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e le difficoltà nella transizione all’elettrico, che richiede investimenti enormi senza ancora generare i ritorni attesi.

    Il risultato è che aziende come Volkswagen non stanno ristrutturando da una posizione di forza, ma arretrando sotto pressione.

    Il rischio della risposta sbagliata: riarmo come medicina

    Qui si apre la questione più delicata. Le crisi industriali di questa portata, storicamente, non vengono risolte con la deflazione salariale o con i tagli. Vengono risolte — o meglio, aggirate — con la spesa pubblica in deficit, spesso orientata alla produzione bellica. Non è un’ipotesi astratta: è quello che sta accadendo in Europa in questo momento, con il riarmo continentale che avanza a ritmo accelerato, con budget della difesa in espansione ovunque e fabbriche che vengono riconvertite. La stessa Italia è sotto pressione per accettare un prestito europeo da 15 miliardi (che significa debito pubblico), per la costruzione di armamenti.

    Lo stimolo della spesa militare può temporaneamente mascherare i cali occupazionali nell’industria pesante, ma genera inflazione, distorce l’allocazione delle risorse e non produce beni che migliorano il tenore di vita dei cittadini. È una medicina che cura i sintomi — i numeri dell’occupazione e del PIL — aggravando la malattia. Ma soprattutto: plasma un mondo che porta dritto dritto verso la catastrofe.

    I tagli Volkswagen non sono, dunque, una buona notizia da nessun punto di vista: non per i lavoratori tedeschi, non per l’Europa, e nemmeno per chi sogna una Germania finalmente ridimensionata. Sono il segnale di un modello economico in affanno, e la risposta che l’Europa sembra voler adottare — più spesa per le armi, meno per il benessere — rischia di portarci verso scenari che il Novecento ci ha già insegnato a temere.

    La decisione definitiva sul piano è attesa per il 9 luglio, quando il consiglio di sorveglianza di Volkswagen dovrà pronunciarsi. Solo allora si capirà quante delle indiscrezioni pubblicate diventeranno realtà.

  • “Colpo di Stato elettorale”, Magi (+ Europa) strappa manifesto in aula: espulso dalla Camera.

    “Colpo di Stato elettorale”, Magi (+ Europa) strappa manifesto in aula: espulso dalla Camera.

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    Questa mattina la Camera dei Deputati ha vissuto un avvio turbolento della discussione generale sulla riforma della legge elettorale. Riccardo Magi, segretario di +Europa e relatore di minoranza sul provvedimento, è stato espulso dall’Aula dopo aver strappato un manifesto che riproduceva un facsimile della scheda elettorale con la scritta «Il tuo voto non conta nulla». La presidente di turno Anna Ascani, dopo tre richiami formali, ha disposto l’allontanamento del deputato, con conseguente sospensione della seduta a meno di un’ora dall’avvio dei lavori.

    Chi è Riccardo Magi e cosa contesta

    Riccardo Magi, 46 anni, è segretario federale di +Europa nonché deputato eletto in quota opposizione. Come relatore di minoranza, aveva il compito istituzionale di illustrare le obiezioni delle forze contrarie al provvedimento. Nel suo intervento ha paragonato il testo — definito dai critici «Melonellum» — alla legge Acerbo del 1923, con cui il regime fascista si garantì una solida maggioranza parlamentare. «Il paragone con la legge truffa del 1953 è persino insufficiente», ha dichiarato Magi prima di essere espulso.

    Fuori dall’Aula, in Transatlantico, il deputato ha ampliato la propria critica: «Questa legge è un colpo di Stato elettorale, chiamiamolo colpo di Stato mite, colpo di Stato burocratico, ma un colpo di Stato. Si passa il segno e si accetta che il Parlamento diventi un organo eletto per trascinamento rispetto al capo».

    Cosa prevede la riforma

    Il testo, approvato in commissione Affari costituzionali e approdato in Aula dopo la cosiddetta «tagliola», introduce un sistema che secondo i critici rafforza le liste bloccate — dove i parlamentari vengono scelti dai partiti e non dagli elettori — e modifica i requisiti per la presentazione delle liste. In particolare, una norma sui quorum di firme necessari per accedere alla competizione elettorale è stata ribattezzata «anti-Vannacci» da alcuni commentatori, ma investe anche formazioni come +Europa. Magi ha contestato proprio questo aspetto: «Lupi, che ha preso 250.000 voti, avendo fatto i gruppi con deputati prestati da Fratelli d’Italia, può partecipare. +Europa, che ha totalizzato 820.000 voti, deve dimostrare di non essere una lista civetta».

    Il relatore di maggioranza è il deputato di Fratelli d’Italia Angelo Rossi. La ministra delle Riforme Elisabetta Casellati, nel corso del suo intervento in Aula, ha risposto alle critiche sulla firma digitale — proposta da +Europa come alternativa alla raccolta tradizionale — sostenendo che esisterebbe il rischio di abusi. Magi ha respinto l’obiezione: «Quando i cittadini interloquiscono con l’Inps, con i tribunali, con l’Agenzia delle Entrate, ci sono degli abusi?».

    La memoria corta di chi oggi grida al «colpo di Stato»

    Le parole di Magi fanno scalpore e il tema della rappresentanza è il cuore di ogni legge elettorale. Eppure vale la pena ricordare che +Europa e i suoi esponenti erano silenti e presumibilmente gaudenti quando in Italia si consumò, tra il 2011 e il 2012, un episodio ben più brusco sul piano della sovranità democratica: la caduta del governo Berlusconi, regolarmente eletto, accompagnata da pressioni dello spread sui mercati, da un’imbarazzante risatina tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy alle telecamere di un summit europeo, e da una lettera della Banca Centrale Europea indirizzata all’Italia con un elenco di riforme da attuare come condizione per l’intervento sul debito. Uno scoop di Byoblu dell’epoca (ora da recuperare), riprendeva l’allora senatore della Lega Massimo Garavaglia mentre denunciava l’intervento a gamba tesa della Troika in parlamento. Esponenti della Banca Centrale Europea, della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale si aggiravano nei palazzi parlamentari e facevano pressione sui parlamentari, minacciandoli che non avrebbero più “ricevuto lo stipendio” se non avessero dato la fiducia al futuro Governo Monti.

    Quello fu un cambio di governo imposto in larga parte da dinamiche esterne al voto popolare, con conseguente arrivo di un esecutivo «tecnico» non eletto da nessuno. Di «colpo di Stato» — o di qualsiasi altra forma di colpo di Stato — non si sentì parlare, allora, nei circoli che oggi si battono con tanta veemenza per la purezza democratica. Allora andava bene così, agli europeisti integralisti.

    Il confronto non serve a legittimare la riforma in discussione, che può essere legittimamente criticata su basi tecniche e giuridiche. Serve però a misurare la coerenza di chi usa oggi categorie radicali — «colpo di Stato» — rispetto a quando sarebbe stato più appropriato usarle.

    Cosa succede ora

    Dopo la sospensione, i lavori parlamentari sono ripresi. Magi ha dichiarato di aver chiesto un incontro con il presidente della Camera Fontana, temendo di essere sospeso proprio nel momento cruciale dell’esame della riforma: «Adesso siamo solo ai quarti di finale», ha ironizzato. Il voto finale è atteso per luglio, tra tensioni ancora accese sia nella maggioranza — con Lega, Forza Italia e lo stesso Vannacci che hanno sollevato obiezioni su singoli articoli — sia nelle opposizioni, divise ad esempio sulla questione del ritorno alle preferenze.


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  • Attacco hacker a Trenitalia: violati dati personali dei clienti. Cosa c’è dietro all’ondata di sabotaggio delle infrastrutture in tutta Europa??

    Attacco hacker a Trenitalia: violati dati personali dei clienti. Cosa c’è dietro all’ondata di sabotaggio delle infrastrutture in tutta Europa??

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    Un attacco informatico ha compromesso i dati personali di una parte dei clienti di Trenitalia. Lo ha reso noto la stessa azienda nella mattinata di oggi, attraverso una comunicazione formale inviata via email ai passeggeri potenzialmente coinvolti. L’oggetto del messaggio — «Comunicazione di violazione dei dati personali ai sensi dell’art. 34 del Regolamento UE 679/2016» — non lascia margini di ambiguità: si tratta di un data breach con accesso non autorizzato a sistemi informatici legati ai titoli di viaggio.

    Secondo quanto dichiarato dall’azienda, i responsabili sarebbero «soggetti esterni non identificati» che avrebbero ottenuto accesso abusivo ai database connessi alle prenotazioni. Le strutture IT di Trenitalia hanno dovuto condurre approfondite analisi tecniche per ricostruire con precisione l’entità degli accessi impropri e identificare i clienti coinvolti, operazione che — si precisa — ha richiesto un certo lasso di tempo prima che potessero partire le notifiche agli interessati.

    Cosa è stato sottratto e cosa no

    Trenitalia ha escluso categoricamente che siano stati compromessi dati di accesso agli account, credenziali personali e informazioni di pagamento, come numeri di carte di credito, date di scadenza o codici di sicurezza CVV. Tuttavia, il perimetro della violazione comprende una serie di dati sensibili che, se associati, offrono un quadro dettagliato del singolo passeggero: dati anagrafici e identificativi, recapiti email e numero di telefono, dettagli del viaggio (tratta, data, orario, numero del titolo), codice della carta fedeltà eventualmente associata, dati del datore di lavoro, tipologia di offerta acquistata, estremi del documento d’identità e informazioni connesse alla generazione del biglietto.

    L’assenza dei dati finanziari riduce il rischio immediato di frodi bancarie dirette, ma non elimina affatto il pericolo. Al contrario, secondo gli esperti di sicurezza informatica, disporre di informazioni contestuali precise sui viaggi reali dei passeggeri consente ai cybercriminali di confezionare attacchi di tipo spear phishing altamente credibili: messaggi fraudolenti che citano tratte, orari e prenotazioni reali, con l’obiettivo di sottrarre credenziali o dati bancari attraverso pagine false o allegati malevoli.

    Gli adempimenti normativi: Garante, CSIRT e Procura

    Trenitalia ha comunicato di aver adottato immediatamente le misure necessarie per bloccare l’intrusione e mettere in sicurezza i sistemi. L’incidente è stato notificato al Garante per la protezione dei dati personali e al CSIRT Italia, il team nazionale di risposta agli incidenti informatici, come previsto dal GDPR e dal D.Lgs. 138/2024 che recepisce la direttiva NIS2 — normativa che include esplicitamente il trasporto ferroviario tra i settori di alta criticità. È stata inoltre presentata denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma.

    Andrea Casu, vicepresidente della commissione Trasporti della Camera e deputato del Partito Democratico, ha definito la notizia «di forte preoccupazione» e ha annunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini per chiedere chiarimenti sul numero di persone coinvolte, sui dati compromessi e sulle misure di sicurezza in vigore al momento dell’attacco.

    Un contesto che inquieta: sabotaggio informatico alle ferrovie europee?

    L’episodio non va letto in isolamento. Si inserisce in una sequenza di eventi che riguarda l’intero ecosistema ferroviario, italiano ed europeo, e che solleva interrogativi a cui le autorità competenti non hanno ancora fornito risposta esaustiva.

    Nel novembre 2025, Almaviva — fornitore di servizi IT del Gruppo Ferrovie dello Stato — aveva subìto un attacco con la sottrazione di circa 2,3 terabyte di dati, comprensivi secondo le ricostruzioni di documentazione interna, contratti e informazioni riferibili a diverse società del gruppo Ferrovie dello Stato. Trenitalia ha a sua volta notificato nelle settimane scorse un analogo incidente ai propri clienti. E nel marzo 2022 l’intero gruppo FS era già stato colpito da un attacco ransomware che aveva bloccato le biglietterie fisiche e self-service.

    Ma c’è di più. Tra il 23 e il 24 giugno 2026 — appena tre giorni prima del data breach di Trenitalia — un’anomalia al sistema radio digitale utilizzato per la sicurezza della circolazione aveva paralizzato per circa tre ore l’intera rete ferroviaria tedesca, bloccando sia il traffico passeggeri sia quello merci. Deutsche Bahn ha parlato di «causa tecnica», ma l’episodio ha riacceso il dibattito sui cosiddetti kill switch — vulnerabilità sistemiche nelle infrastrutture critiche digitalizzate, potenzialmente sfruttabili per neutralizzare reti di trasporto nazionali con un singolo punto di intervento.

    Siamo di fronte a episodi isolati e scollegati, oppure a una campagna di pressione sulle infrastrutture ferroviarie europee? Chi sono i «soggetti esterni non identificati» che colpiscono ripetutamente sistemi classificati come critici? E, soprattutto, le reti europee dispongono degli strumenti — tecnologici e di intelligence — per rispondere a minacce di questa portata, o scontano ancora un ritardo strutturale rispetto alle capacità offensive di attori statali e non?

    Ricordiamo come oggi gli ultimi modelli di intelligenza artificiale consentono di portare a termine operazioni come queste in minuti, e che proprio gli USA le considerano tanto strategiche da averne impedito recentemente l’uso a tutti i cittadini non americani, mentre le multinazionali specialmente americane e – c’è da scommetterci – gli specialisti alla CIA e all’FBI, hanno potuto usarle proprio nell’ambito del consolidamento delle infrastrutture digitali.

    Le cose sono sempre interconnesse e lo scenario è da considerare nella sua interezza.

    Come proteggersi: i consigli di Trenitalia

    Per i passeggeri che hanno ricevuto la comunicazione di violazione, Trenitalia raccomanda la massima prudenza verso qualsiasi messaggio — email, SMS o chiamata — che faccia riferimento ai propri viaggi e richieda dati personali, finanziari o credenziali di accesso. L’azienda ricorda che non contatta mai i clienti per richiedere password o dati di pagamento. Per chiarimenti è stato attivato un servizio dedicato tramite il webform «Privacy – Gestione dei dati personali», utilizzando il codice di riferimento indicato nella notifica ricevuta.


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  • L’Ebola arriva in Europa: primo caso in Francia. Cos’è, come si trasmette, e cosa sappiamo.

    L’Ebola arriva in Europa: primo caso in Francia. Cos’è, come si trasmette, e cosa sappiamo.

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    Il 24 giugno 2026 la Francia ha notificato il primo caso importato di Ebola in Europa dall’inizio dell’attuale epidemia. Si tratta di un medico rientrato da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo, ricoverato immediatamente in una struttura specializzata. Le sue condizioni sono stabili, il tracciamento dei contatti è già in corso e le misure di isolamento sono state attivate. Lo ha confermato la portavoce della Commissione europea, sottolineando che «le autorità francesi dispongono di tutte le risorse necessarie per contenere il caso».

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ribadito che il rischio di diffusione dell’epidemia a livello globale rimane basso. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) è ancora più esplicito: purché restino operative le misure di diagnosi precoce, isolamento e trattamento, il rischio di una trasmissione sostenuta all’interno dell’Unione europea è «molto basso».

    Cos’è l’Ebola e come si trasmette davvero

    È utile, in questo momento, ricordare cosa sia effettivamente il virus Ebola e — soprattutto — cosa non sia.

    L’epidemia in corso è causata dal ceppo Bundibugyo, identificato per la prima volta nel 2007 nell’Uganda occidentale. Rispetto al più noto ceppo Zaire — responsabile della devastante epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016 — Bundibugyo ha un tasso di mortalità leggermente inferiore ed è meno trasmissibile. Ciò non significa che sia innocuo: provoca febbre emorragica grave, e il tasso di mortalità nell’attuale focolaio si attesta intorno al 25,5%.

    Ma il punto cruciale, spesso trascurato nel dibattito pubblico, riguarda le modalità di trasmissione. L’ECDC è categorico: il virus Ebola si trasmette esclusivamente per contatto diretto con il sangue o con altri fluidi corporei di persone o animali infetti. Non si diffonde per via aerea. Non si trasmette attraverso colpi di tosse o starnuti. I soggetti più esposti sono gli operatori sanitari a contatto diretto con i pazienti e chi vive nelle aree geograficamente colpite.

    In un paese come l’Italia, con un sistema sanitario equipaggiato per la gestione dei patogeni ad alto rischio, protocolli di isolamento consolidati e nessuna esposizione comunitaria al focolaio congolese, le probabilità di una trasmissione locale restano estremamente remote.

    L’epidemia nel suo epicentro: la RDC

    L’epidemia è stata dichiarata ufficialmente il 15 maggio 2026 nella provincia dell’Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo. Secondo i dati aggiornati al 24 giugno, sono stati confermati 1.118 casi di laboratorio e 291 decessi nelle zone colpite. Le infezioni sono state rilevate in 34 delle 104 zone sanitarie delle tre province interessate. Il virus si è esteso anche all’Uganda, con 20 casi confermati e 2 decessi.

    Uno studio pubblicato su The Lancet Infectious Diseases da esperti OMS avverte che il Sudan del Sud potrebbe essere il prossimo paese a rischio, stimando una probabilità di quasi il 70% che almeno un caso raggiunga il paese entro dodici settimane. Gli autori, tuttavia, precisano che queste proiezioni «vanno interpretate non come previsioni puntuali, bensì come strumenti per orientare la preparazione dei sistemi sanitari».

    Un dato aggravante: lo stesso studio indica che un ritardo di circa sei settimane tra il primo caso stimato e la dichiarazione ufficiale dell’epidemia avrebbe permesso al virus di diffondersi inosservato nelle comunità di una regione già fragile.

    Nessun vaccino autorizzato: un dettaglio che conta

    C’è un elemento che merita attenzione, anche in chiave di corretta informazione pubblica. Per il ceppo Bundibugyo non esiste ad oggi un vaccino autorizzato né una terapia specifica. La gestione dell’epidemia si basa interamente su misure classiche di sanità pubblica: isolamento, tracciamento dei contatti, diagnosi precoce.

    Questo dato è rilevante per un motivo preciso: nelle fasi iniziali di alcune emergenze sanitarie del recente passato, la disponibilità di un vaccino in sviluppo ha talvolta alimentato narrazioni parallele — la corsa alle autorizzazioni, le pressioni sui governi, le campagne di massa — che hanno finito per amplificare la percezione del rischio ben oltre la sua entità reale. Nel caso dell’Ebola Bundibugyo, almeno per ora, quel meccanismo non ha la stessa premessa di partenza.

    L’ECDC ha già pubblicato una checklist pratica per le autorità nazionali degli Stati membri e ha inviato esperti della sua Task Force sanitaria in Uganda e nella RDC per valutare l’efficacia dei controlli sul campo.

    Vigilanza sì, panico no

    Il messaggio delle autorità sanitarie europee è uniforme: il sistema regge, il caso francese è sotto controllo, e casi importati di questo tipo — soprattutto tra operatori umanitari e sanitari — sono attesi in ogni grande epidemia africana. Non sono una sorpresa e non costituiscono, di per sé, un’emergenza europea.

    La domanda che vale la pena tenere aperta, nelle settimane che verranno, riguarda però il comportamento dell’informazione. Come verrà raccontata questa vicenda? Con la sobrietà che i dati epidemiologici impongono, o con i toni di una minaccia imminente che i numeri non giustificano? Monitorare il modo in cui i media tratteranno l’evoluzione dell’epidemia è, a questo punto, parte integrante di un’informazione responsabile.

  • Basi USA in Italia: cosa dicono gli accordi segreti? Tutto quello che sappiamo.

    Basi USA in Italia: cosa dicono gli accordi segreti? Tutto quello che sappiamo.

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    Le tensioni tra Roma e Washington sull’utilizzo delle basi militari italiane — emerse con forza a marzo 2026 con il caso Sigonella, quando il governo italiano negò l’atterraggio a bombardieri americani diretti in Medio Oriente — hanno riportato all’attenzione un tema che i grandi giornali raramente approfondiscono: chi decide cosa possono fare i militari statunitensi sul territorio italiano, in base a quali accordi, e con quale grado di trasparenza? Le risposte, come emerge dalle dichiarazioni del generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica dal 2004 al 2006, sono più complesse — e più preoccupanti — di quanto la narrativa ufficiale lasci intendere.

    Gli accordi: cosa c’è scritto (e cosa resta segreto)

    Il quadro normativo che regola la presenza militare americana in Italia poggia su più livelli. Il riferimento fondamentale è il NATO SOFA (Status of Forces Agreement), firmato nel 1951 e ratificata dall’Italia nel 1955: è un accordo quadro dell’Alleanza che stabilisce le regole giuridiche di base per il personale militare di un Paese NATO sul territorio di un alleato. Da esso derivano regolamenti specifici, aggiornati base per base.

    Ma il SOFA non basta a capire cosa può fare l’esercito americano in autonomia in Italia. Per questo esistono due accordi bilaterali firmati nel 1954: l’Air Technical Agreement e il Bilateral Infrastructure Agreement, quest’ultimo aggiornato nel 1995. Qui sta il nodo cruciale: entrambi gli accordi sono coperti da segreto di Stato. Il contenuto preciso non è accessibile al pubblico, né ai parlamentari in via ordinaria. Una legge del 1984 prevederebbe la pubblicazione di tutti gli accordi internazionali, ma questi documenti ne sono esplicitamente esclusi in virtù del segreto.

    Si sa, per via indiretta e grazie a dichiarazioni di esperti e militari, che gli accordi fissano i limiti delle attività operative, logistiche e di addestramento delle forze USA, e stabiliscono un numero massimo di soldati nelle basi — attualmente stimato intorno a 13.000 unità sul territorio nazionale.

    Il principio cardine: dentro e fuori la NATO

    Il generale Tricarico ha spiegato con chiarezza il principio che dovrebbe governare ogni attività americana nelle basi italiane: «Tutto ciò che ha una copertura NATO non ha bisogno di autorizzazioni particolari. Ma quello che sta fuori da questo perimetro invece sì». In altri termini, le operazioni inserite nel quadro dell’Alleanza Atlantica possono procedere senza il via libera del governo italiano; qualsiasi altra attività richiede invece un’autorizzazione esplicita, che sale lungo la catena gerarchica fino all’esecutivo e, nei casi più delicati, fino al Parlamento.

    L’applicazione concreta di questo principio, tuttavia, è tutt’altro che automatica. Le basi italiane e quelle NATO spesso coesistono fisicamente negli stessi siti — è il caso di Aviano in provincia di Pordenone e di Sigonella in Sicilia — con catene di comando separate ma strutture condivise. Questa sovrapposizione rende difficile, nella pratica quotidiana, distinguere con certezza le attività americane da quelle NATO.

    La «disinvoltura» americana: i casi storici

    Nessun accordo vale quanto la sua applicazione reale. E qui il generale Tricarico è esplicito: gli Stati Uniti hanno una «sorta di spregiudicatezza, di disinvoltura» nel modo di operare, che rende necessaria «un’indagine precisa e puntuale ogni volta che si verifica qualcosa di strano».

    I casi storici documentati sono emblematici:

    1985, Sigonella: la Delta Force americana atterrò nella base siciliana di notte, senza preavviso, per prelevare i dirottatori dell’Achille Lauro. Il presidente del Consiglio Craxi fu costretto a intervenire a posteriori* per affermare la sovranità italiana, con una crisi diplomatica aperta con Washington.

    * 1998, funivia del Cermis: quattro marines decollati dalla base di Aviano comunicarono all’Aeronautica italiana un piano di volo NATO che non corrispondeva a quello effettivamente seguito. Il velivolo tranciò i cavi della funivia, causando la morte di 20 persone. Secondo Tricarico, quell’aereo «andò in volo contravvenendo a sei norme contemporaneamente, una delle quali riguardava la sovranità italiana su Aviano».

    * 2003, Abu Omar: un cittadino egiziano residente in Italia, Hassan Mustafa Osama Nasr, fu rapito dalla CIA a Milano e trasportato ad Aviano prima di essere rimandato in Egitto, dove subì torture. Tricarico parla di un’autorizzazione «estorta» dagli americani al governo italiano dell’epoca, «forse con elementi dei servizi segreti italiani oltre che di quelli USA». La vicenda portò a condanne definitive in Italia per agenti CIA.

    * 2003, Iraq: il governo Berlusconi autorizzò la partenza di una brigata aviotrasportata americana da Aviano per partecipare alla guerra in Iraq, con un ponte aereo di velivoli da trasporto C-17. In quel caso si procedette formalmente, ma con condizioni che tentavano di aggirare i vincoli costituzionali dell’articolo 11.

    Il caso Sigonella 2026 e le dichiarazioni di Rutte

    Il dibattito è tornato d’attualità nel corso del 2026. A fine marzo, il governo italiano — nelle persone del ministro della Difesa Guido Crosetto e del capo di Stato maggiore Luciano Portolano — ha negato l’atterraggio a Sigonella a bombardieri americani diretti in Medio Oriente nel contesto dell’offensiva USA-Israele contro l’Iran. Il piano di volo, stando alle ricostruzioni, era stato comunicato a operazione già in corso, senza la richiesta preventiva di autorizzazione prevista dagli accordi.

    Il caso ha assunto una dimensione politica ulteriore quando il segretario generale della NATO Mark Rutte, in un’intervista a Fox News, ha citato «500 aerei partiti dalle basi italiane» per la guerra in Medio Oriente. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la premier Meloni ha interpretato la dichiarazione come un «tranello», potenzialmente orchestrato per mettere pressione all’Italia. Il ministero della Difesa ha rettificato: i voli autorizzati dall’Italia sarebbero stati circa 200, tutti classificati come «non cinetici», ovvero di natura tecnica e logistica, non offensiva. La Nato ha successivamente corretto la cifra.

    Cosa vuole dire Tricarico con «tagliando»

    Di fronte a questo scenario, il generale Tricarico propone una revisione strutturale degli accordi vigenti. «Sarebbe ora di fare un bel tagliando a tutto il sistema legato a questi accordi sulle basi», ha dichiarato. La proposta si articola su due livelli:

    Il primo è operativo: verificare sistematicamente tutti i piani di volo, comprese le autorizzazioni generiche. Una pratica «antipatica» e «ossessiva» — ammette Tricarico — che «gli americani difficilmente potrebbero tollerare», ma che in questo momento storico sarebbe necessaria.

    Il secondo è diplomatico e normativo: gli accordi quadro risalgono ai primi anni Cinquanta, quelli tecnico-operativi agli anni Novanta. Da allora il mondo è cambiato radicalmente. Il progressivo disimpegno americano dall’Europa, la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, e il progetto ancora in fase embrionale di una difesa comune europea rendono urgente un aggiornamento. Tricarico suggerisce anche un confronto tra i Paesi europei che ospitano basi americane — citando il caso giapponese di Okinawa come esempio di tensioni analoghe — per costruire una posizione comune prima che le decisioni vengano prese unilateralmente da Washington.

    Il problema della trasparenza

    Rimane irrisolto un nodo di fondo che nessuna dichiarazione ufficiale affronta direttamente: la segretezza degli accordi bilaterali del 1954. In un sistema democratico, il fatto che i trattati che regolano la presenza di 13.000 militari stranieri sul territorio nazionale — e le condizioni alle quali possono condurre operazioni militari anche in zone di guerra — siano sottratti al controllo parlamentare ordinario e all’accesso pubblico, rappresenta una criticità strutturale. Come ha osservato il generale Tricarico già a gennaio 2026 sulle colonne de Il Riformista, il comandante italiano di ciascuna base dovrebbe avere «piena visibilità sulle attività statunitensi e sul loro scopo»: ma «i dubbi che questo accada sono più che fondati».

    La questione non riguarda solo i rapporti con Washington. Riguarda la capacità dell’Italia di esercitare concretamente la propria sovranità sul proprio territorio.