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  • Russia e Cina vogliono affondare Starlink: documenti segreti rivelano piano militare congiunto contro i satelliti occidentali

    Russia e Cina vogliono affondare Starlink: documenti segreti rivelano piano militare congiunto contro i satelliti occidentali

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    Nell’autunno del 2023, mentre l’Ucraina dipendeva da Starlink per coordinare evacuazioni, correggere il tiro dell’artiglieria e pilotare droni in tempo reale, ingegneri cinesi provenienti dalle principali istituzioni spaziali e della difesa di Pechino si riunivano in segreto a Guangzhou per discutere come abbattere quella stessa rete. Lo rivelano documenti ottenuti da The Insider, Der Spiegel e Le Monde nell’ambito di un’indagine investigativa congiunta pubblicata giovedì scorso.

    I materiali — quattro presentazioni riservate consegnate in novembre al Terzo Forum sino-russo di cooperazione militare-tecnica di Guangzhou e un protocollo di lavoro firmato a Mosca il 5 giugno 2023 — tracciano il perimetro di un programma di cooperazione bilaterale che copre cinque domini: armi spaziali e abbattimento di satelliti, difesa aerea e antimissile integrata, munizioni autonome a sciame, veicoli corazzati di nuova generazione e aviazione militare. L’esistenza di questo forum, ricorrente e bilaterale, non era mai stata resa pubblica.

    Il piano in tre fasi contro Starlink

    La presentazione dedicata interamente a Starlink è stata preparata dalla parte cinese — lo tradiscono i numerosi errori nel testo in russo — e firmata da due ricercatori della China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC), il principale appaltatore spaziale statale cinese. Il documento, classificato ad uso interno, inquadra la rete di SpaceX non come un’infrastruttura civile o militare avversaria, bensì come un «blocco spaziale» che occupa le orbite basse e le bande elettromagnetiche in modo da escludere la concorrenza. Una cornice che trasforma ogni azione contro Starlink in legittima difesa.

    La risposta proposta dai ricercatori CASC si articola in tre livelli. Il primo è diplomatico-legale: pressione internazionale coordinata tra Russia e Cina all’interno degli organismi regolatori, con la presentazione di richieste sulle bande di frequenza e sulle posizioni orbitali necessarie all’espansione di Starlink, al fine di ostacolarne la crescita attraverso i canali normativi. Il secondo è elettronico: un sistema congiunto di contromisure per il disturbo selettivo delle comunicazioni Starlink in specifiche aree geografiche. Il terzo è cinetico: lo sviluppo di «contromisure a basso costo» secondo il principio «uno contro molti», ovvero intercettori abbastanza economici da distruggere i satelliti più velocemente di quanto SpaceX riesca a lanciarne di nuovi.

    I documenti invitano esplicitamente i due paesi ad allargare la coalizione, coinvolgendo altri «paesi interessati» in quella che viene definita un’alleanza tecnica contro Starlink.

    Esperienza di combattimento russa, tecnologia cinese

    Cinque mesi prima del forum di Guangzhou, una delegazione militare cinese guidata da un colonnello della Commissione militare centrale aveva trascorso nove giorni a Mosca, avviando trattative riservate con Almaz-Antey, il principale produttore russo di sistemi di difesa aerea. Il risultato fu un contratto. Il protocollo di lavoro ottenuto dai giornalisti, corroborato dai dati di volo dei partecipanti nominati nel documento, descrive un programma strutturato per lo sviluppo congiunto di sistemi di difesa aerea a bassa quota in grado di intercettare missili ipersonici, balistici e testate manovranti.

    L’asse della cooperazione funziona come uno scambio: la Russia porta l’esperienza accumulata sul campo di battaglia ucraino, la Cina mette a disposizione le sue capacità tecnologiche, l’intelligenza artificiale e la capacità di produzione di massa. Stando a quanto riportato dall’indagine, questo scambio avrebbe già prodotto risultati concreti: il drone autonomo V2U, sviluppato in parte con componenti cinesi incluso un modulo di intelligenza artificiale.

    Sul fronte russo, i servizi di intelligence NATO starebbero monitorando un concetto operativo basato sul rilascio di nuvole di piccoli frammenti nell’orbita della costellazione per distruggere i pannelli solari dei satelliti — un approccio che metterebbe a rischio anche i satelliti cinesi. Un dispositivo più mirato, identificato con il nome in codice «Volna Kupol Garant», sarebbe invece in grado di disturbare i ricevitori Starlink al suolo entro un raggio di circa 16 chilometri.

    Le implicazioni geopolitiche

    Le rivelazioni rimettono in discussione la narrativa della neutralità cinese rispetto alla guerra in Ucraina. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha definito i risultati dell’indagine «estremamente preoccupanti», avvertendo che quanto emerso «viola il nucleo assoluto degli interessi di sicurezza europei». La Cina ha finora smentito qualsiasi forma di sostegno militare a Mosca.

    Dal fronte americano, un alto funzionario dell’intelligence statunitense ha confermato che la perdita di Starlink «ridurrebbe chiaramente le nostre capacità difensive», colpendo le operazioni anti-drone, le comunicazioni e i droni d’attacco a lungo raggio. Un ufficiale dell’esercito statunitense che ha operato in Medio Oriente nell’ambito dell’Operazione Epic Fury ha riferito che i terminali Starlink commerciali acquistati a Dubai erano «critici al cento percento» per lo sforzo bellico, applicati «a praticamente ogni drone» impiegato nelle operazioni contro obiettivi iraniani.

    I documenti non contengono alcun riferimento alle conseguenze umanitarie di un’eventuale disabilitazione di Starlink, una rete su cui si appoggiano organizzazioni di soccorso, ospedali remoti, giornalisti in zone di conflitto e flotte di pesca in decine di paesi. Un dettaglio che, da solo, dice molto sulla natura del progetto.

    E ricordiamoci, come testimoniato su Byoblu [3.0], che la Cina si è avvicinata ai paesi dell’Europa dell’Est, dove è presente quasi dappertutto con con insediamenti militari.

  • Lupo aggredisce bimba di 4 anni ad Arrone e la trascina via, poi scappa. Perché?

    Lupo aggredisce bimba di 4 anni ad Arrone e la trascina via, poi scappa. Perché?

    Giovedì sera, intorno alle 21.30, ad Arrone — piccolo comune della Valnerina in provincia di Terni — una bambina di 4 anni è stata aggredita da quello che il sindaco Fabio Di Gioia non esita a definire un lupo. Era nell’area degli impianti sportivi con la madre e decine di altre persone, stava mangiando un gelato vicino al campo da beach volley, quando l’animale è comparso all’improvviso dal parcheggio adiacente, l’ha raggiunta, l’ha afferrata per la maglietta e l’ha trascinata per qualche metro. Le urla della madre e degli altri presenti lo hanno messo in fuga. La piccola è stata portata al pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria di Terni: qualche graffio, un forte spavento, ma nessuna ferita grave. È stata dimessa in serata.

    Il sindaco: «Era un lupo, l’ho incontrato in via del Castello»

    Di Gioia è arrivato sul posto quasi subito e ha seguito personalmente la fuga dell’animale, incontrandolo nel centro storico del paese, in via del Castello. Poi l’animale è stato avvistato anche nei pressi della statale Valnerina, in zona Fontechiaruccia. Il sindaco si è recato anche dalla bambina, una volta dimessa, portandole un gelato. Sui social ha scritto: «La bimba aggredita da un lupo fortunatamente sta bene, resta solo un fortissimo spavento. L’Asl e i carabinieri forestali sono stati prontamente allertati e stanno monitorando la situazione». Ha quindi avviato un coordinamento con carabinieri forestali, ASL, Prefettura e Regione Umbria per predisporne la cattura. Stamattina è previsto un vertice in Prefettura a Terni.

    Da segnalare che negli ultimi giorni nella zona compresa tra il belvedere inferiore della Cascata delle Marmore e Montefranco si erano già moltiplicati gli avvistamenti di un lupo, in alcuni casi documentati anche in video. Non è ancora certo, però, che si tratti dello stesso esemplare. Né è del tutto escluso, al momento, che l’animale possa essere un cane lupo cecoslovacco anziché un lupo selvatico: gli accertamenti sulla specie sono ancora in corso.

    Cosa dice il comportamento dell’animale

    I dettagli di questa aggressione raccontano qualcosa di importante — e spesso ignorato nel dibattito pubblico su lupi e sicurezza.

    Un lupo adulto e in salute non attacca l’uomo. È una regola quasi assoluta nell’etologia di questa specie: il lupo tende a evitare il contatto con gli esseri umani, li percepisce come una minaccia e si allontana. Quando questo confine viene infranto, c’è quasi sempre una ragione: l’animale è malato, debilitato, o — ed è l’ipotesi più inquietante in questo caso — ha perso il timore naturale verso l’uomo, probabilmente perché qualcuno lo ha abituato alla sua presenza, magari nutrendolo.

    Ma c’è un altro elemento che merita attenzione: il modo in cui l’animale ha aggredito la bambina. Ha addentato la maglietta, non la carne. L’ha trascinata per qualche metro, poi ha lasciato andare non appena le persone hanno urlato. Se avesse voluto uccidere, avrebbe morso in profondità, probabilmente alla gola o alla nuca, con una presa decisa e immediata. Non lo ha fatto. Questo comportamento, paradossalmente, potrebbe indicare un animale che non stava cacciando per fame, ma che forse stava esplorando, testando, magari cercando cibo in un contesto che per lui era diventato troppo familiare. Un lupo che non ha più paura dell’uomo è un lupo pericoloso — non perché sia aggressivo per natura, ma perché ha perso l’unico meccanismo di difesa reciproca che da secoli ha garantito la coesistenza tra la nostra specie e la sua.

    Il commento di un cittadino presente quella sera coglie nel segno: «Questo lupo, per arrivare a fare una cosa del genere, non è in buone condizioni». Fisicamente, o psicologicamente — nel senso etologico del termine. Un lupo sano e selvatico non entra in un’area affollata e non prende di mira un bambino davanti a decine di persone.

    Proteggere le persone senza condannare l’animale

    Le istituzioni si stanno muovendo nella direzione della cattura, e probabilmente è la scelta giusta — come già avvenne nel 2024 a Fidene, Roma, dove un episodio analogo portò alla rimozione dell’esemplare coinvolto. Ma occorre farlo con metodo, coinvolgendo ISPRA e la Regione, e senza trasformare questo episodio in una caccia al lupo tout court.

    L’animale ha agito secondo una logica — distorta, alterata, forse da una condizione di malattia o da un’abitudine acquisita, ma pur sempre una logica. Non è un mostro. È un predatore che, per ragioni che gli esperti dovranno accertare, ha smesso di comportarsi da lupo selvatico. E questo è un problema che riguarda noi, non lui.

    La bambina sta bene. E quello, per stanotte, è l’unico dato che conta davvero. Ma la domanda che dovremmo porci — prima del prossimo episodio — è: cosa ha portato questo animale fino ai giardini di Arrone, tra la gente, di sera?

  • Il giornalista al vertice Nato: “Rutte, lei non ha amor proprio? Come fa a sedere accanto a Trump?”. E diventa virale!

    Il giornalista al vertice Nato: “Rutte, lei non ha amor proprio? Come fa a sedere accanto a Trump?”. E diventa virale!

    Ad Ankara, durante la conferenza stampa a margine del vertice Nato, un giornalista danese di nome Rasmus Rauneborg, inviato dell’agenzia di stampa Ritzau, ha fatto quello che nessun diplomatico, nessun leader europeo, nessun segretario di gabinetto ha il coraggio di fare: ha detto la verità ad alta voce, e davanti alle telecamere.

    La domanda era semplice: «Trump minaccia di conquistare la Groenlandia, attacca gli alleati Nato, lancia guerre commerciali. Come fa a stare lì seduto accanto a lui senza aprire bocca? Cose che non sembrano appartenere al vecchio Mark Rutte. Tutto questo ha qualche effetto sul suo rispetto per se stesso?»

    Mark Rutte, segretario generale della Nato, è rimasto lì un attimo — visibilmente colto di sorpresa, quasi pentito di aver concesso la parola proprio a quel giovane cronista nordico — e poi ha risposto. Malissimo.

    La risposta che dice tutto

    Niente smentite, niente prese di distanza, niente di coraggioso. Rutte ha scelto la strada dell’elogio istituzionale: «Quello che faccio sempre è riconoscere il merito quando è dovuto. E credo che Trump vada ringraziato, perché la Nato oggi è molto più forte». Ha aggiunto che il presidente americano sta «realizzando ora ciò che gli Stati Uniti cercavano di ottenere fin dai tempi di Eisenhower: equiparare la spesa tra Washington e l’Europa».

    Sulla Groenlandia, ha cercato una via di mezzo impossibile: «Sono d’accordo con te sulla Russia, sulla Cina nell’Estremo Nord, ma facciamolo insieme. Abbiamo la Nato per questo». Una risposta che suona come: ho ragione io, hai ragione tu, andiamo tutti d’accordo.

    Il punto è che di fronte alle affermazioni di Trump — secondo cui la Groenlandia «è un grande problema per gli Usa e avrebbero dovuto tenerla dopo la Seconda guerra mondiale» — Rutte ha quasi annuito. Annuito. Il segretario generale dell’Alleanza Atlantica che annuisce davanti alla rivendicazione territoriale di un alleato su un territorio che appartiene a un altro alleato.

    Cosa è successo veramente ad Ankara

    Durante la conferenza stampa congiunta tra Trump e Rutte, il presidente americano si era detto «molto arrabbiato con i Paesi Nato» su tre fronti: la Groenlandia, il mancato aiuto all’operazione contro l’Iran e le spese militari che, a suo dire, gli Usa continuano a sobbarcarsi da soli. Ha chiesto che ogni Paese membro porti la spesa difensiva al 5% del Pil. Ha preso di mira in modo particolare la Spagna, definendola «causa persa» guidata da «gente cattiva», arrivando a invocare l’interruzione di ogni rapporto commerciale con Madrid — «comprese le visite».

    Per tutta la durata di questo monologo, Rutte è rimasto in silenzio. Le poche volte in cui ha preso la parola lo ha fatto per elogiare Trump, affermando che molti dei risultati raggiunti dall’Alleanza «non sarebbero stati possibili» senza di lui.

    La famiglia disfunzionale della Nato

    Interrogato in seguito da un altro cronista sulla distanza siderale tra i toni concilianti dei vertici e le dichiarazioni divisive del presidente americano, Rutte ha usato una metafora casalinga: «È un po’ come in famiglia. Ci sono famiglie che non litigano mai, e poi a un certo punto scoppia tutto». Come se l’Alleanza Atlantica fosse una cena del giovedì sera con uno zio difficile da gestire.

    Trump, dal canto suo, ha parlato di «unificazione» tra i leader presenti ad Ankara e di «amore straordinario» in sala. Un amore a senso unico, a giudicare dagli attacchi sferrati agli alleati europei nel corso della stessa mattinata.

    Il vero scandalo

    La domanda di Rauneborg è diventata virale non per il coraggio giornalistico in sé — che pure c’è — ma perché ha messo a nudo qualcosa che molti fingono di non vedere: il segretario generale della Nato, la massima carica dell’alleanza militare occidentale, siede in silenzio mentre il leader del Paese più potente dell’alleanza aggredisce verbalmente altri membri, rivendica territori altrui e minaccia guerre commerciali. E quando viene interrogato su questo silenzio, risponde elogiando chi lo ha messo in quella posizione.

    Si può chiamare pragmatismo, realismo, diplomazia. Si può anche chiamare con un altro nome. Che non si può dire..

  • FBI indaga la Federcalcio argentina: 300 milioni sospetti. E quella reazione di Infantino al secondo gol dell’Egitto

    FBI indaga la Federcalcio argentina: 300 milioni sospetti. E quella reazione di Infantino al secondo gol dell’Egitto

    Mentre Lionel Messi e compagni avanzano nel tabellone del Mondiale 2026 — non senza qualche brivido, come vedremo — negli uffici del Dipartimento di Giustizia americano si raccolgono testimonianze e documenti bancari su una storia ben diversa. L’FBI e i procuratori federali del Southern District of Florida e di Washington stanno esaminando oltre 300 milioni di dollari che la Federazione calcistica argentina (AFA), presieduta da Claudio «Chiqui» Tapia, avrebbe fatto transitare attraverso il sistema finanziario statunitense.

    Al centro dell’indagine c’è la TourProdEnter LLC, società con sede in Florida costituita nell’agosto del 2021, riconducibile al produttore teatrale Javier Faroni e alla moglie Erica Gillette, residente a Sunny Isles. Secondo le ricostruzioni giornalistiche di La Nación, quella società fungeva di fatto da «cassa esterna» per i proventi commerciali internazionali dell’AFA: sponsorizzazioni, diritti media, accordi con marchi globali. I conti aperti presso Citibank, Synovus, Bank of America, JPMorgan e PNC Bank avrebbero movimentato almeno 260 milioni di dollari. Altri 57 milioni sarebbero poi stati distribuiti attraverso ulteriori società, alcune delle quali riconducibili — stando alle fonti — a Pablo Toviggino, tesoriere dell’AFA, e alla sua famiglia, tramite le sigle SOMA Srl e Cabello Srl. Tra i flussi ricostruiti, 60 e 40 milioni provenivano rispettivamente da Adidas e Warner Bros. Discovery.

    L’indagine, riportano le fonti, avrebbe preso forma concreta nel 2025 e sarebbe coordinata dai procuratori Patrick Gushue e Christopher Ting a Washington, con il supporto di Michael Berger a Miami — lo stesso che in passato ottenne la condanna per riciclaggio dell’ex controllore ecuadoriano Carlos Ramón Pólit.

    L’imprenditore interrogato, il giornalista querelato

    Tra i primi a essere ascoltati dagli agenti federali c’è l’imprenditore sportivo argentino Guillermo Tofoni, che avrebbe partecipato a una riunione con gli investigatori durata più di due ore. Tofoni non ha pubblicamente confermato né smentito l’incontro.

    Non è tutto. Il caso ha prodotto anche uno scontro frontale con la stampa: Toviggino ha sporto denuncia contro il giornalista di La Nación Nicolás Pizzi, ottenendo dal giudice Walter Saettone un provvedimento che impedisce al cronista di avvicinarsi alla sua abitazione e di utilizzare materiali legati alla sua sfera privata. Pizzi ha però potuto partecipare a un forum tenuto a Miami sul tema calcio e corruzione — perché, ha precisato l’avvocato dell’AFA, ciò che non può fare in Argentina lo può fare negli Stati Uniti.

    L’indagine non è la prima: già nel settembre 2024 una denuncia era stata inviata alle autorità americane dal ministero della Sicurezza argentino guidato da Patricia Bullrich, ma all’epoca era stata archiviata per insufficienza di prove. Nuovi documenti bancari presentati all’inizio del 2026 avrebbero rimesso tutto in moto.

    Al momento non risultano capi di imputazione formali negli Stati Uniti. L’AFA, attraverso il delegato per il Nord America Tomás Regalado, ha ricordato che «le misure investigative non stabiliscono responsabilità o colpevolezza».

    E nel frattempo, sul campo…

    L’Argentina ha superato l’Egitto agli ottavi di finale per 3-2, in una partita che ha sollevato una valanga di polemiche. Messi ha sbagliato un rigore, ma la vera controversia riguarda l’arbitraggio: decisioni contestatissime, un gol egiziano inizialmente convalidato e poi annullato dopo review VAR in circostanze quanto meno discutibili. Il ct egiziano e il portavoce federale Mostafa Ziko hanno apertamente accusato la partita di essere «manipolata».

    A rendere tutto ancora più grottesco, una fotografia di Gianni Infantino — presidente FIFA — seduto accanto a Claudio Tapia sugli spalti durante la partita è diventata virale, trasformandosi in pochi minuti in un meme globale. Infantino che sorride accanto all’uomo indagato dall’FBI per 300 milioni di dollari sospetti, mentre i giocatori egiziani si mordono le mani per un arbitraggio che ha fatto discutere tutto il mondo. L’immagine vale più di mille parole.

    Infantino reaction to Egypt secondo gol

    Non ci sono ancora accuse formali né verdetti. Ma la sovrapposizione tra un’indagine federale su centinaia di milioni di dollari, un arbitraggio che ha fatto inferocire mezza Africa e un sorriso presidenziale in tribuna è il tipo di coincidenza che, nel calcio, non passa mai inosservata. E che il popolo, come sempre, non dimentica.

  • Zelensky: il discorso integrale al vertice Nato di Ankara

    Zelensky: il discorso integrale al vertice Nato di Ankara

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    Il 7 luglio si è tenuto ad Ankara, in Turchia, il summit della Nato. Tra gli ospiti, non poteva mancare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, intervenuto per illustrare lo stato della guerra, le capacità militari sviluppate dall’Ucraina e le richieste rivolte all’Alleanza. Di seguito, il discorso integrale così come pronunciato dal presidente.

    Qui sopra, potete vedere il video, che ho sottotitolato per voi.

    È necessario conoscere: ascoltare e leggere sempre tutto e tutti, con i propri occhi e le proprie orecchie, andando sempre alla fonte. Solo così si possono avere opinioni realmente informate. Solo così si diventa cittadini.

    Il discorso di Zelensky

    Traduzione integrale dall’inglese dell’intervento di Volodymyr Zelensky al summit Nato di Ankara, 7 luglio 2026.

    Cari amici, Mark, cara Ursula, Alex, Rob — non vedo tutti, mi scuso. Cari amici. Grazie per la vostra attenzione nei nostri confronti. Grazie per l’attenzione all’Ucraina, alle aziende della difesa ucraine e alle nostre capacità difensive, che sono davvero diventate tra le più forti in Europa e sono state dimostrate in una guerra moderna.

    E cosa intendiamo per guerra moderna oggi? La guerra è cambiata in modo fondamentale. Si tratta di cambiamenti rivoluzionari nella natura stessa del conflitto armato. Cambiamenti importanti quanto quelli avvenuti durante la Prima Guerra Mondiale, quando le mitragliatrici cominciarono a decidere l’esito delle battaglie, o con lo sviluppo della guerra corazzata moderna, che ha avuto un impatto così profondo sull’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, o con l’invenzione dei missili. Oggi, i droni e la tecnologia del combattimento a distanza rappresentano un cambiamento rivoluzionario nella tecnologia della guerra.

    In Ucraina, mentre difendiamo le nostre posizioni in prima linea — e lo facciamo in una guerra di autodifesa pienamente giustificata — stiamo eliminando circa 30.000 soldati russi ogni mese. Immaginate questa scala. Solo a giugno, quasi 28.000 soldati russi sono stati eliminati. E abbiamo la conferma video per ognuno di loro. La stragrande maggioranza è stata colpita da droni. E, francamente, non ne siamo orgogliosi, non siamo per nulla orgogliosi. Lo diciamo per mostrare com’è una guerra moderna, una guerra che non abbiamo iniziato noi, ma che siamo costretti a combattere. Per difendere il nostro Paese, il nostro popolo, i nostri figli.

    Ogni giorno, questa guerra vede anche una quantità enorme di equipaggiamenti nemici, logistica e strutture militari distrutte. E ancora, lo facciamo in gran parte con i droni. Allo stesso tempo, stiamo conducendo una campagna per assicurare il Mar Nero utilizzando i nostri droni navali. Non sono semplici piattaforme d’attacco usate per distruggere navi da guerra russe in mare. I nostri droni navali si sono già evoluti in piattaforme multiuso in grado di lanciare attacchi dal mare contro diversi bersagli a terra e in aria.

    Nel frattempo, combattiamo nei cieli su due fronti chiave. Difendiamo l’Ucraina dagli attacchi russi e conduciamo le nostre operazioni a lungo raggio contro la Russia per questa guerra. Insieme alla nostra campagna di pressione a medio raggio sull’intera profondità dei territori temporaneamente occupati dell’Ucraina. Grazie soprattutto ai nostri droni, abbiamo sviluppato la capacità di colpire sull’intera profondità del territorio occupato. E vedete come appaiono i massicci attacchi russi. Sono molto simili a quanto abbiamo visto di recente nella regione vicina, quando le forze iraniane hanno colpito i loro vicini. Droni d’attacco di diversi tipi, missili e un gran numero di missili balistici. Abbiamo portato il nostro tasso di intercettazione dei droni Shahed russi a oltre il 90%. Il che significa migliaia di droni d’attacco russi abbattuti ogni settimana — e con tutto il rispetto, nessun altro Paese ha la capacità di difendersi dai droni d’attacco su questa scala. La realtà di questa guerra ci ha costretti a costruirla. E oggi ci difendiamo da centinaia, centinaia di droni d’attacco ogni giorno e ogni notte. E migliaia, migliaia ogni settimana e ogni mese.

    Il settore della difesa ucraino sta sviluppando questa capacità anche nel bel mezzo di una guerra su vasta scala. E manteniamo anche un alto tasso di intercettazione contro i missili da crociera, grazie al modo in cui abbiamo costruito la nostra difesa aerea. E grazie, naturalmente, al sostegno di tutti i nostri partner che continuano a fornire all’Ucraina assistenza per la difesa. Grazie mille.

    E ho una domanda per voi. Credete davvero che sarebbe giusto vivere fuori dalla Nato? Un Paese e un popolo con questo livello di capacità difensiva. Se abbiamo già queste capacità, se gli ucraini già sanno combattere in questo modo, allora ha senso che queste capacità diventino parte della difesa collettiva dell’Alleanza. Questo ci renderebbe tutti più forti. Ci vediamo già come partner affidabili, e sarebbe del tutto naturale diventare parte di un’unica comunità di sicurezza. Il fatto è che rimarremo a lungo accanto alla fonte del problema: la Russia.

    L’Ucraina nella Nato è una fonte di straordinaria capacità difensiva. Nel frattempo, abbiamo completamente eliminato l’idea stessa che la Russia abbia un fronte strategico sicuro alle spalle, e lo sapete: per lungo tempo, la Russia ha creduto di avere un vantaggio territoriale che nessun altro possedeva — una profonda retroguardia dove poteva tenere in sicurezza la produzione militare, gli equipaggiamenti militari e tutto ciò da cui dipende, convinta che nessuno potesse raggiungerla. E noi l’abbiamo raggiunta. Proprio ieri, i droni ucraini hanno sfondato le difese russe e hanno colpito una raffineria petrolifera russa in Siberia. E questa non è un’eccezione. È la nuova realtà. Non è rimasta una grande raffineria petrolifera in Russia che non sia stata colpita dall’Ucraina. Voglio sottolinearlo.

    A differenza di Putin, non combattiamo questa guerra per piacere. O per la geopolitica. La Russia ha portato questa guerra in Ucraina. E sta uccidendo il nostro popolo, vuole distruggere la nostra indipendenza, e noi ci stiamo solo difendendo. Dal primo giorno di questa guerra, ci difendiamo e stiamo alzando il costo di questa guerra per la Russia, e così facendo stiamo aumentando le possibilità di pace. Siamo in grado di farlo grazie alle centinaia di migliaia di ucraini che lavorano nel nostro importantissimo settore della difesa. E alle centinaia di aziende che producono ogni tipo di arma moderna di cui l’Ucraina ha bisogno. Oggi, per questo motivo, l’Ucraina ha la più grande e avanzata capacità di guerra con i droni al mondo. E offriamo questa capacità ai nostri partner attraverso la Drone Deal Initiative.

    Sono grato a tutti coloro che hanno già aderito a questa iniziativa e a quanti vi stanno aderendo. La Drone Deal Initiative non riguarda solo l’acquisto di droni, ma anche la coproduzione, l’accesso rapido agli strumenti di protezione delle infrastrutture critiche, la difesa aerea e, naturalmente, la cooperazione in materia di sicurezza. E voglio anche ringraziare ogni leader, ogni Paese e ogni azienda che coopera con l’Ucraina nel settore della difesa. L’Unione Europea, la Turchia, i Paesi Nato, così come Paesi come l’Azerbaigian e gli Stati del Golfo e altri amici sono già nostri forti partner. E spero che la nostra cooperazione offra alle nostre nazioni una protezione affidabile contro le minacce.

    L’unica cosa che dobbiamo ancora fare qui in Europa è costruire una forte difesa contro i missili balistici russi. È una grande sfida, è vero. Questo è l’ultimo grande vantaggio della Russia. E come abbiamo visto dalle guerre in Medio Oriente e nel Golfo, questa è una questione di importanza globale. Credo che l’Europa abbia urgente bisogno di una propria capacità di produrre sistemi antibalistici e i missili che richiedono. Tutti apprezziamo il sistema Patriot. È un sistema eccellente, e ce ne sono anche altri, ma le guerre di oggi hanno dimostrato che l’attuale produzione di Patriot non è sufficiente a soddisfare la crescente domanda di protezione contro i missili balistici — questo è un fatto. E dobbiamo rispondere a questo fatto. Chi difende la vita ha bisogno di più Patriot. Abbiamo anche discusso delle licenze di produzione del Patriot con i nostri partner americani e vi chiedo di sostenere i nostri sforzi affinché questo accada.

    E un ultimo punto. Come ho detto, l’Europa ha bisogno di sistemi antibalistici efficaci propri e di missili. Questo lavoro è già in corso e incoraggio tutti voi e tutti i nostri partner a dargli l’attenzione che merita. Questo non può aspettare il 2030 o oltre. L’Europa ha bisogno di sistemi antibalistici a prezzi accessibili e prodotti in massa il prima possibile. Di fatto, oggi. E sono sicuro che siate d’accordo con me: non si tratta di massimizzare i profitti per i governi o per l’industria, ma di fornire la protezione più forte possibile, prima di tutto la protezione a centinaia di milioni di europei. E quella protezione è necessaria oggi, non tra anni.

    Stiamo lavorando allo sviluppo della coalizione antibalistico e spero che darà risultati reali e concreti. Mentre questa guerra continua, aiutateci a ottenere più missili per la difesa aerea. Questa è la nostra priorità assoluta in questo momento. Siamo in grado di fare tutto il resto da soli. Ma per quanto riguarda la difesa aerea, abbiamo bisogno della determinazione dei nostri partner. Per favore, fate in modo che più determinazione e più decisioni sulla difesa aerea siano uno dei risultati chiave di questo summit Nato di Ankara.

    Ed incoraggio tutti voi e tutti i nostri partner Nato a lavorare a stretto contatto con noi, con l’Ucraina, per sviluppare capacità di difesa moderne e protezione contro ogni tipo di minaccia dai droni. Grazie. Grazie a tutti coloro che ci stanno aiutando, che aiutano a proteggere le vite.

    E non posso concludere senza esprimere il mio apprezzamento per la posizione dei leader dei Paesi che hanno chiaramente affermato che l’Ucraina appartiene alla Nato, perché la Nato con l’Ucraina è l’alleanza del futuro. L’alleanza di oggi deve essere all’altezza delle sfide del mondo moderno. Con l’Ucraina, con la forza della nostra industria della difesa e, soprattutto, con la resilienza e l’esperienza del nostro popolo. E sono orgoglioso del nostro popolo, e sono orgoglioso dell’Ucraina.

    Grazie ancora, amici, per l’invito. Slava Ukraini.

  • Ambasciatore russo: «L’Italia espelle i diplomatici russi per evitare loro influenza nel paese». Un altro passo verso la guerra? #war2030

    Ambasciatore russo: «L’Italia espelle i diplomatici russi per evitare loro influenza nel paese». Un altro passo verso la guerra? #war2030

    Dopo che il governo italiano ha espulso due addetti militari dell’ambasciata russa a Roma — Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov — accusati di essere i referenti operativi di una rete di spionaggio smantellata dai Ros, l’ambasciatore russo Alexei Paramonov ha risposto con un messaggio sul suo canale Telegram destinato a fare rumore.

    Scattata ieri mattina l’espulsione ufficiale — con un ultimatum di tre giorni a firmare dei diplomatici non graditi — Paramonov è stato convocato alla Farnesina. E di fronte all’ingresso del ministero degli Esteri, si è fatto fotografare con in mano un ritratto di Sergei Lavrov, corredato di una sua citazione. «A differenza di molti altri luoghi romani che mi capita di frequentare, qui, come sempre, non avviene nulla di buono», ha scritto il diplomatico, con il tono inconfondibile di chi non ha intenzione di abbassare la testa.

    La frecciata sull’«assenza di figure di levatura»

    Ma il passaggio più acuminato è un altro. Secondo Paramonov, l’Italia starebbe cercando di espellere quanti più diplomatici russi possibile per «limitare l’influenza della Russia nel Paese». Un obiettivo che il diplomatico definisce però «impossibile», e spiega il perché con una provocazione calibrata: «La Russia può contare su esponenti della statura di Vladimir Putin e Sergei Lavrov. L’Italia, pur col suo immenso potenziale sul piano delle idee e col suo patrimonio politico e umanistico, oggi non dispone di figure di tale levatura».

    Una frase che, a prescindere da come la si valuti, racconta lo stato dei rapporti tra i due Paesi in questo momento: tesi, formalmente diplomatici, sostanzialmente ostili.

    Cosa è successo: la rete degli ex 007

    Lo scandalo che ha innescato l’espulsione affonda le radici in un’inchiesta della Procura di Roma condotta dai Ros. Al centro ci sono due ex agenti dell’intelligence italiana: Raoul Gavino Piras, 59 anni, ex sottufficiale dell’Arma con trascorsi alla scuola Nato di Oberammergau e missioni in Afghanistan e Iraq, e Vincenzo Di Pasquale, ex agente Aisi ora in pensione. Entrambi si trovano agli arresti domiciliari con le accuse di spionaggio e accesso abusivo a sistemi informatici.

    Le modalità operative descritte dagli inquirenti sembrano uscite da un manuale del controspionaggio: scambi di cellulari all’interno di un microonde, pizzini nascosti nelle tasche delle camicie, schede SD infilate nelle crepe dei muri. I compensi arrivavano in contanti, a tranches fino a quattromila euro: durante una perquisizione sono stati trovati ventimila euro in banconote.

    Le informazioni cedute ai russi erano di prima categoria: i nomi degli agenti italiani impegnati nel controspionaggio in Russia, le strategie antiterrorismo del Paese, lo sviluppo del sistema missilistico Sampt (un progetto condiviso con Francia e Danimarca), i dettagli su un sottomarino senza pilota prodotto da Leonardo, la fornitura di sistemi d’arma a Kiev e la destinazione del sistema difensivo Michelangelo Dome alla Bulgaria. Risultano indagate altre cinque persone, tra cui un soggetto con formazione Nato che avrebbe agito da intermediario.

    La risposta italiana e la replica russa

    Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto: «Il problema è che i due espulsi facevano attività di spionaggio a danno della sicurezza nazionale. E questo è dimostrato. Non è stato un capriccio dell’Italia». E sulle annunciate ritorsioni di Mosca: «La Russia può fare tutte le ritorsioni che vuole, si tratta di vendette. La nostra è una scelta basata su fatti, la loro è politica».

    Il ministero degli Esteri russo ha già fatto sapere che «risponderà» all’espulsione, senza specificare i tempi e le modalità.

    Una storia con molti livelli

    Quella che emerge dalle ultime ore è una vicenda con almeno tre piani sovrapposti: quello giudiziario, con le indagini ancora aperte; quello diplomatico, con uno scontro che segue i binari già tracciati da altri casi analoghi in Europa; e quello narrativo, con le due parti che si contendono la versione dei fatti su canali paralleli, le istituzioni italiane da un lato, i media e i social vicini a Mosca dall’altro.

    La battuta di Paramonov su Putin e Lavrov potrebbe sembrare una provocazione fine a se stessa. Ma in questo contesto funziona anche come messaggio politico verso l’interno: la Russia non si considera sconfitta sul piano della reputazione, e conta su una proiezione di potere simbolico che l’espulsione di due addetti militari — sostiene — non intacca.

    Poi c’è la questione peggiore di tutte.

    Le ombre sinistre su foschi presagi di guerra

    La dichiarazione dell’ambasciatore russo secondo cui “l’Italia starebbe cercando di espellere quanti più diplomatici russi possibile per «limitare l’influenza della Russia nel Paese» non deve essere lasciata cadere senza una attenta riflessione. È stato proprio Lavrov a dire che l’Unione Europea vuole muovere guerra contro la Russia entro il 2030 (qui le sua esatte parole). E solo pochi giorni fa Putin ha chiuso i confini con i paesi dell’est europeo (qui tutti i dettagli). È in questo contesto che vanno valutate le affermazioni di Paramonov.

    Ci sono fatti che letti singolarmente non restituiscono il disegno complessivo, ma se mettete in fila tutte queste informazioni, comprese le dichiarazioni sugli accordi da 100 miliardi divisi tra dieci paesi UE per lo sviluppo di armi, annunciati da Ursula Von Der Leyen, non potrete che tracciare una linea retta tra noi e un conflitto diretto che, di questo passo, potrebbe anche iniziare prima del 2030, posto che Putin potrebbe non voler concedere all’Unione Europea della Von Der Leyen il vantaggio strategico di riarmarsi e riempirsi di bombe atomiche, come la Polonia ha già dichiarato di poter fare (ragion per cui secondo fonti di Washington la Russia potrebbe procedere a invaderne i confini nel breve periodo).

    Non è una lettura tranquillizzante, né per noi né per i nostri figli. Ma, per dirla tutta, non lo è per nessuno, sul pianeta Terra, come ha ricordato Peter Kuznick, che in questo – con la Russia – concorda: un conflitto nucleare sarebbe catastrofico: “stiamo pianificando la nostra stessa estinzione come specie”.

  • Adinolfi si difende: “Sono totalmente innocente: ponetevi dubbi su tempistiche, mandanti e modalità ipermediatiche di questa vicenda”

    Adinolfi si difende: “Sono totalmente innocente: ponetevi dubbi su tempistiche, mandanti e modalità ipermediatiche di questa vicenda”

    Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, è agli arresti domiciliari dal giorno prima — misura eseguita dalla Guardia di Finanza su richiesta della Procura di Roma — con le accuse di truffa aggravata ed evasione fiscale per circa 400mila euro. Al centro dell’inchiesta c’è la cosiddetta «Scommessa Collettiva», un circuito di raccolta fondi da privati con la promessa di rendimenti legati alle scommesse sportive. Ma ieri, a meno di ventiquattr’ore dall’esecuzione del provvedimento, Adinolfi ha rotto il silenzio con una lunga lettera affidata al suo avvocato Riccardo Di Lorenzo.

    Ieri su Byoblu [3.0] avevo già ricostruito la vicenda nel dettaglio, sollevando anche alcune domande legittime sulle tempistiche e sul contesto in cui matura questo arresto: le battaglie mediatiche di Adinolfi contro Mediaset, la vicinanza a Fabrizio Corona, le trattative con Vannacci. Oggi vale la pena dare ampio spazio alle parole di Adinolfi stesso, che meritano di essere lette. Ricordiamo che non c’è un processo, in corso, se non quello mediatico.

    “Dio manda Golia a Davide, non una corona”

    «Vivo con la serenità che mi giunge dalla fede una vicenda surreale in cui è evidente l’ingiustizia grave patita da me e dalla mia famiglia», scrive Adinolfi. E ancora: «Ma Dio quando vuole mostrare la regalità di Davide non gli manda una corona, gli manda Golia». Un registro biblico che non sorprende in chi ha fatto della fede cattolica il proprio marchio identitario, ma che in questo contesto suona come una dichiarazione di guerra.

    La difesa di Adinolfi è articolata e puntuale su diversi fronti.

    Sul merito delle accuse: «Ai giudici posso solo dire: sono totalmente innocente. Sì, gioco da decenni e come tutti i giocatori lo faccio spesso collettivamente ma senza sollecitare mai nessuno. In molti con me giocando hanno guadagnato e sì, c’è qualcuno che ha perso: sono scommesse e il codice le definisce ‘obbligazioni naturali non ripetibili’, il gioco funziona così. Di certo non mi sono mai arricchito sulla pelle degli altri».

    Sulle accuse di vita lussuosa — orologi, yacht, lingotti, viaggi alle Maldive e in Egitto — Adinolfi smonta pezzo per pezzo: «Ma è davvero tanto difficile verificare che alle Maldive o in Egitto non sono mai stato in vita mia? Che non solo non posseggo ma non sono mai salito in vita mia su uno yacht o su altre imbarcazioni private? Che mai e poi mai ho posseduto o acquistato quadri o lingotti di qualsiasi metallo? Esistono cinquemila fotografie e filmati in altrettanti eventi a cui ho partecipato nell’arco dei decenni ed è visibile a occhio nudo che non ho mai indossato in vita mia né un orologio di lusso né di altro tipo».

    E sulla perquisizione durata quattordici ore: «I poveri finanzieri sono andati via con due fogli di carta e un bancomat, ecco il lusso che hanno trovato. Vivo da monaco, senza vizi. Mi vesto con un pantaloncino e una t-shirt, anche a dicembre. Il mio stile di vita a dir poco morigerato è noto a tutti».

    La fuga di notizie e il braccialetto elettronico

    Adinolfi allarga poi il fronte e attacca direttamente la gestione mediatica dell’inchiesta: «Affronterò la violazione istantanea del segreto istruttorio con la diffusione ai media di ogni dettaglio delle carte che dovrebbero essere secretate fino alla fine delle indagini preliminari. Affronterò i tg che in prima serata mi danno per colpevole non usando i condizionali e dicono che l’associazione Cristo Regna ha raccolto 3 milioni di euro — leggetele almeno bene le carte che vi hanno passato, c’è scritto 3mila euro».

    Non risparmia una stoccata al braccialetto elettronico: «Affronterò l’onta del braccialetto elettronico che a Roma si riserva solo agli autori di crimini violenti e neanche a tutti loro». E chiede ai colleghi giornalisti «di porsi dei dubbi su tempistiche, mandanti e modalità ipermediatiche di questa vicenda».

    Di qui l’annuncio del ricorso al Tribunale del Riesame: «Reiterazione del presunto reato, rischio di inquinamento delle prove e pericolo di fuga evidentemente non sussistono». La chiusura della lettera è affidata ancora una volta alla fede: «Ma alla fine quella che conta per me è la giustizia di Dio e davanti a quella mi presento puro come acqua di fonte. Cristo Regna».

    Cosa dicono le carte

    Il quadro accusatorio è tutt’altro che leggero. Secondo la Procura, nell’arco di cinque anni sarebbero stati raccolti oltre 4,7 milioni di euro. Solo una parte sarebbe confluita in scommesse sportive effettive; il resto sarebbe stato destinato a spese personali, trasferimenti a terzi e acquisti vari. Il gip ha sottolineato nella propria ordinanza «la scaltrezza, la pervicacia e la spregiudicatezza nella complessiva elaborazione e attuazione del progetto criminoso», nonché «una spiccata propensione all’occultamento dei flussi reddituali». Parole pesanti, che fotografano la versione della Procura.

    La versione di Adinolfi è diametralmente opposta, e il processo — se ci sarà — dovrà stabilire chi ha ragione. Nel frattempo, come avevamo scritto ieri, sarebbe saggio resistere alla tentazione di sbattere il mostro in prima pagina prima ancora che la partita si sposti in aula. Adinolfi ha il diritto di difendersi, e le sue parole — nette, circostanziate, verificabili su molti punti — meritano almeno di essere lette prima di emettere sentenze.

  • Giorgia Meloni al vertice NATO di Ankara: ecco cosa ha detto

    Giorgia Meloni al vertice NATO di Ankara: ecco cosa ha detto

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    Si è concluso oggi ad Ankara il vertice della NATO, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha illustrato la posizione italiana sui principali dossier affrontati nell’incontro. Un vertice definito «breve ma intenso», che secondo Meloni ha confermato «un’alleanza unita, consapevole delle sfide che ha di fronte, determinata a rafforzarsi».

    La spesa in difesa e il contributo italiano

    Sul fronte degli impegni finanziari, Meloni ha ricordato che l’Italia si è presentata ad Ankara con una quota del 2,8% del PIL investita in difesa e sicurezza, con un aumento di 0,71 punti percentuali rispetto all’anno precedente. La premier ha però sottolineato che il contributo italiano all’Alleanza non si misura soltanto in termini contabili: «Siamo la nazione della NATO che offre il maggior numero di uomini e donne nelle missioni in cui l’Alleanza è impegnata, in assoluto. Non c’è una nazione che mette a disposizione più uomini rispetto ai nostri».

    Meloni ha insistito su una concezione «allargata» della sicurezza, che comprende protezione delle infrastrutture critiche, cybersicurezza, sicurezza energetica, resilienza delle catene di approvvigionamento e contrasto ai sabotaggi.

    La riflessione strategica: non solo quanto, ma come si investe

    Uno dei passaggi più articolati della conferenza ha riguardato non la quantità ma la qualità degli investimenti in difesa. «Il punto non è semplicemente quanto investiamo», ha detto Meloni, «ma in cosa investiamo» (ndr, qui un post dettagliato sull’argomento). La premier ha citato l’esempio della guerra in Ucraina per illustrare come il conflitto moderno stia cambiando: «Un carro armato che vale milioni può essere distrutto da un drone che vale 20.000 euro». E ha sollevato la questione del controllo sulle filiere strategiche: «Delle 12 materie prime critiche individuate dalla NATO, almeno sei sono controllate da un unico paese che in alcuni casi controlla il 70% della produzione». Da qui l’invito a «mettere in sicurezza» la sovranità sugli investimenti: «Se investiamo nella nostra difesa, quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori».

    Ucraina: sostegno confermato, ma le forme sono ancora in valutazione

    Sul fronte ucraino, Meloni ha riferito di un bilaterale mattutino con il presidente Zelensky, definito «molto positivo». Alla domanda sull’invio di armamenti, la risposta è stata cauta ma non escludente: «L’Italia proseguirà» nel sostegno militare, ha detto, precisando che il ministro Crosetto sta conducendo una valutazione in merito. Ha anche spiegato che il focus italiano sulle forniture energetiche non è stato una scelta unilaterale, ma ha risposto a una «precisa richiesta ucraina», poiché alcune imprese italiane producono generatori di cui Kiev ha bisogno.

    Riguardo al pacchetto NATO da 70 miliardi per l’Ucraina, Meloni ha chiarito che le diverse opzioni di sostegno si escludono a vicenda e che il governo sta effettuando «una valutazione complessiva» prima di scegliere lo strumento più adatto.

    Iran: «Non parteciperemo agli attacchi»

    Interpellata sull’attacco americano all’Iran avvenuto nella notte, e sulla possibilità di utilizzo delle basi italiane per operazioni nel teatro iraniano, Meloni ha risposto con nettezza: «Abbiamo avuto una linea molto chiara dall’inizio del conflitto in Iran. Abbiamo rispettato i nostri impegni, ma abbiamo detto che non avremmo partecipato agli attacchi all’Iran e non stiamo partecipando e non parteciperemo». Sulla questione dell’utilizzo di Sigonella — sollevata da un giornalista — la premier ha confermato la linea già tenuta in passato, senza aggiungere elementi nuovi.

    Sulla crisi iraniana in senso più ampio, Meloni ha espresso preoccupazione per un possibile «contagio» agli altri quadranti della regione, e ha manifestato la preferenza per una soluzione negoziale: «L’opzione militare, in questo caso, non ha portato risultati così concreti».

    Truppe USA in Europa e fianco sud

    Alla domanda su un eventuale ridimensionamento della presenza militare americana in Italia e in Europa, Meloni ha risposto che il tema non è stato formalmente discusso durante il vertice e che «allo stato attuale non ci è stato comunicato alcun disimpegno formale». Ha però lasciato aperta la possibilità che il cosiddetto burden shifting — la progressiva assunzione di maggiori responsabilità da parte degli alleati europei — continui a evolversi, definendolo «un’occasione per l’Europa di assumere maggiormente il controllo della propria sicurezza».

    Sul fianco sud del Mediterraneo, tema sul quale l’Italia insiste da tempo, Meloni ha spiegato che le minacce ibride — migrazioni, attacchi alle infrastrutture, controllo delle materie prime, influenza in Africa — non provengono da un’unica direzione e richiedono un approccio a 360 gradi.

    Libano, Roma e il post-UNIFIL

    Meloni ha accolto come «un’ottima notizia» la possibilità che Roma ospiti il prossimo round negoziale diretto tra Israele e Libano, confermando per il 15 e 16 luglio. Ha attribuito la scelta della capitale italiana alla «credibilità costruita dai nostri uomini e donne in divisa in Libano da molto tempo» e ha ribadito l’impegno italo-francese per la costruzione di una coalizione che possa subentrare all’UNIFIL alla scadenza del suo mandato.

    Sul rapporto con Trump: «Non mi pento di nulla»

    A chi le ha chiesto se si pentisse dell’«investimento politico» sull’amministrazione Trump — alla luce di alcune frizioni recenti — Meloni ha risposto senza esitazioni: «Io non mi pento di nulla di quello che ho fatto. Ho fatto un investimento politico per convinzione sull’unità dell’Occidente». Ha sottolineato che quella strategia non è nata con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, ma è una scelta di lungo periodo dettata dalla «convinzione, non dalla convenienza». Ha poi ammesso che con Trump «c’erano e ci sono affinità su alcuni temi» (immigrazione, cultura woke…), ma ha chiarito che il suo orientamento non cambia al variare dei rapporti personali.

    Sulla partecipazione al prossimo vertice di lunedì a Parigi, Meloni ha annunciato che sarà rappresentata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, motivando la sua assenza con un carico di lavoro interno: «Al sesto vertice in tre settimane e mezzo passo».


    Fonti:

  • Arrestato Adinolfi: truffa ed evasione fiscale con la «scommessa collettiva». Ma recentemente si era esposto molto.

    Arrestato Adinolfi: truffa ed evasione fiscale con la «scommessa collettiva». Ma recentemente si era esposto molto.

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    Mario Adinolfi, giornalista, politico cattolico-conservatore e leader del Popolo della Famiglia, è stato posto agli arresti domiciliari stamane dalla Guardia di Finanza su ordine della Procura di Roma. Le accuse sono truffa aggravata ed evasione fiscale. Al centro dell’inchiesta c’è un meccanismo denominato «Scommessa Collettiva», attraverso cui sarebbero stati raccolti milioni di euro da privati con la promessa di rendimenti legati alle scommesse sportive. Secondo la Procura, il sistema avrebbe prodotto un danno complessivo prossimo ai cinque milioni di euro; altri 400mila euro sarebbero il frutto dell’evasione fiscale contestata dagli investigatori.

    Come funzionava la «Scommessa Collettiva»

    Il meccanismo, almeno nella sua veste pubblica, non era particolarmente sofisticato. I partecipanti versavano quote in un fondo comune. Adinolfi avrebbe gestito le decisioni sulle scommesse sportive da effettuare. Le vincite avrebbero alimentato il fondo, garantendo la restituzione del capitale e un rendimento. Un rendimento che, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, veniva prospettato fino al 40% annuo, con tanto di garanzia sul capitale investito.

    È qui che scatta il campanello d’allarme. Non si tratta di una schedina tra amici: è un circuito strutturato di raccolta di denaro privato con promesse di guadagno garantito. Un profilo che gli investigatori ritengono compatibile con uno schema Ponzi: i rimborsi ai partecipanti sarebbero stati finanziati non dalle vincite sportive, ma con i versamenti dei nuovi entranti, mentre solo una parte residuale delle somme sarebbe finita nelle giocate vere e proprie. Il resto, secondo la Procura, sarebbe stato usato per rimborsi selettivi, trasferimenti e spese di lusso. Tra le causali dei bonifici, riportano le ricostruzioni, compariva anche la formula «Cristo regna».

    Il sistema non era nato ieri. Già nel 2012 Adinolfi ne parlava pubblicamente sui social, presentandolo come un’attività avviata da anni, fondata su un «gioco razionale» orientato a «vincere poco e sempre». E in un testo pubblicato sul sito del Popolo della Famiglia si leggeva che la Scommessa Collettiva era attiva «da tredici anni» e aveva «fatto ricchi tutti i suoi soci».

    Le testimonianze e l’inchiesta delle Iene

    La vicenda era diventata pubblica soprattutto a partire dal settembre 2025, quando la trasmissione Le Iene aveva avviato una lunga serie di servizi con testimonianze di persone che sostenevano di aver perso i propri risparmi. I casi emersi sono emblematici: una donna di quasi settant’anni, invalida, che avrebbe versato 82mila euro — i risparmi di una vita — senza riaverli; un imprenditore che avrebbe investito oltre 200mila euro. Secondo il calcolo della trasmissione, basato sui soli casi esaminati, le persone ascoltate avrebbero versato complessivamente 971mila euro, ricevendone indietro poco più di 326mila. La Procura di Roma ha raccolto circa dieci testimonianze di persone che sostengono di non aver recuperato le somme investite.

    Adinolfi ha sempre respinto le accuse, parlando di ritardi burocratici e controlli antiriciclaggio. E soprattutto ha contrattaccato: ha annunciato denunce e querele contro la trasmissione e contro i vertici di Mediaset, avviando azioni legali per diffamazione.

    L’attacco a Mediaset e il tridente con Corona e Vannacci

    Nei mesi precedenti all’arresto, Adinolfi aveva condotto sui propri canali Instagram un attacco frontale e durissimo contro Mediaset, in relazione al caso Alfonso Signorini. Un attacco pubblico, virale, dal tono particolarmente aggressivo verso l’azienda e i suoi vertici.

    Oggi la Procura di Roma lo pone agli arresti domiciliari per truffa ed evasione fiscale, in un’inchiesta che — come documentano le fonti — era già nei cassetti degli investigatori da tempo, stimolata anche proprio dalle inchieste de Le Iene, trasmissione Mediaset. Senza contare le trattative con il generale Roberto Vannacci per l’uso del simbolo Il Popolo della Famiglia nella corsa alle politiche 2027, e il pieno sostegno dato ripetutamente a Fabrizio Corona, anche in relazione alle possibilità di una sua candidatura.

    I fatti sono fatti: l’indagine esiste, le testimonianze esistono, il provvedimento cautelare è reale. Senza nulla togliere alle carte processuali e alle future sentenze che accerteranno le responsabilità, certo è che quando si attacca il potere viene sempre spontaneo chiedersi se e in che misura i potenti abbiano la possibilità di influire, accelerare, imprimere una svolta.

    La giustizia fa il suo corso. E qualche volta sceglie il momento più opportuno, tanto che è invalso il termine “giustizia ad orologeria”. Ma ogni valutazione va rimandata all’esito della valutazione dei documenti.

    In ogni caso, nei prossimi giorni Adinolfi sarà presumibilmente sentito dalla Procura per il primo interrogatorio e dal gip per la convalida del fermo. La partita è dunque aperta, e dai giornali si sposta in aula. Sarebbe prudente, nel frattempo, evitare di alimentare il perverso meccanismo mediatico che passa sotto al nome di “sbatti il mostro in prima pagina“.