Se stai pianificando un soggiorno e stai cercando un hotel o un B&B su Booking.com, leggi prima questo articolo. Perché potrebbe salvarti il conto in banca.
Tiberio Cosmin — comico e creator (lo trovate sul sul sito web e sul suo profilo Instagram) ha raccontato in un video la sua esperienza diretta con una truffa architettata nei minimi dettagli, che sta colpendo turisti italiani e stranieri in tutta Roma (ma potenzialmente ovunque). Una storia che fa paura proprio perché parte da dentro la piattaforma stessa.
Come funziona: semplice, elegante, devastante
I truffatori non creano profili falsi dal nulla. Hackerano profili reali già presenti su Booking.com, quelli con recensioni positive, foto belle, storico credibile. Ci inseriscono annunci di strutture, o camere o B&B inesistenti, con prezzi competitivi e immagini attraenti. Il fatto che ci troviamo su un profilo rodato, su Booking.com, non fa scattare nessun campanello d’allarme.
Tu prenoti. Paghi. Ricevi conferma.
Fin qui tutto normale. Il problema arriva subito dopo: attraverso la chat ufficiale di Booking.com — sì, quella vera, quella con il bollino della piattaforma — ti arriva un messaggio. Ti chiedono di cliccare su un link per “confermare i dati della carta” e garantire il soggiorno. Il link è di phishing (un’esca che porta a una truffa). Se ci clicchi e inserisci i numeri della tua carta, quei soldi spariscono. Non li rivedi più.
Cosmin si è salvato per un pelo: il sistema di sicurezza del suo iPhone ha bloccato il link prima che potesse aprirsi. Non tutti hanno avuto la stessa fortuna. Tuttavia, non si è salvato da un viaggio a vuoto che raccontiamo qui di seguito.
All’indirizzo indicato c’è un negozio di riparazioni
Sì, perché quando è arrivato all’indirizzo indicato dalla prenotazione — una zona vicino al Colosseo, piena di turisti — al posto del B&B ha trovato un negozio di riparazioni elettroniche. Il proprietario del negozio, a quel punto, non si è nemmeno stupito. Gli ha detto che nelle ultime 48 ore si erano presentate alla sua porta oltre 200 persone con la stessa storia. Duecento persone. In due giorni. In un solo indirizzo.
Capite la scala del problema?
Booking rimborsa la prenotazione. Ma non i soldi rubati.
Ecco il punto più amaro di tutta la vicenda. Booking.com rimborsa il costo della prenotazione — quella che hai fatto sulla piattaforma — perché tecnicamente il servizio non è stato erogato. Corretto.
Ma i soldi sottratti tramite phishing? Quelli che ti hanno sfilato dal conto bancario dopo che hai inserito i dati della carta sul link truffaldino? Su quelli Booking non può fare nulla. Non è una questione di volontà: il furto avviene fuori dai sistemi della piattaforma, attraverso un sito esterno. A quel punto entrano in gioco la tua banca, la polizia postale, e tanta, tanta sfortuna.
Come difendersi: le regole d’oro
La buona notizia è che difendersi è possibile, se sai cosa cercare.
* Non cliccare mai su link ricevuti via chat, nemmeno se sembrano arrivare dalla piattaforma ufficiale. Booking.com non ti chiederà mai di reinserire i dati della carta dopo una prenotazione già completata.
* Verifica sempre l’indirizzo della struttura su Google Maps prima di partire. Se al posto del B&B c’è un negozio o un ufficio, lascia perdere, o chiedi maggiori informazioni.
* Attiva i blocchi di sicurezza sul tuo smartphone per i link sospetti.
* Se ricevi richieste anomale, contatta direttamente il supporto Booking tramite il sito ufficiale, non tramite i link che ti arrivano in chat.
* In caso di truffa, chiama subito la tua banca per bloccare la carta e sporgi denuncia alla Polizia Postale.
Il sistema che non protegge chi dovrebbe proteggere
Ma come fanno i truffatori a far partire così tante prenotazioni contemporaneamente, per le stesse date, e a inviare così tanti messaggi di phishing dalle chat di Booking.com? Vuol dire che hanno accesso a profili reali, verificati, attivi. ma vuole anche dire che il sistema di controllo della piattaforma potrebbe fare onestamente di meglio. Nessun allarme può proteggerti se sei tu a fare entrare il ladro in casa, ma una volta che è dentro, si potrebbe riconoscere dei pattern di comportamento e sollevare perlomeno degli alert. Se 200 persone si sono recate nel giro di 48 ore allo stesso indirizzo della stessa struttura fantasma, significa che sono state raccolte centinaia di prenotazioni per le stesse date, con un artifizio che è necessario comprendere, ma che rappresenta oggettivamente una lacuna dei sistemi di controllo interni del sito.
Booking.com è una multinazionale da miliardi di euro. I turisti truffati a Roma sono persone comuni che hanno perso i risparmi di una vacanza — quando va bene. Qualcuno forse ha perso molto di più.
La domanda finale è semplice: quando una piattaforma viene usata come veicolo per frodare i propri utenti, chi paga il conto? Sempre e solo noi. Come al solito.
Il Sudafrica è sotto shock. Jayden Adams, 25 anni, trequartista del Mamelodi Sundowns e della nazionale Bafana Bafana, è stato trovato senza vita sabato mattina nella sua abitazione a Schotschekloof, quartiere nel centro di Città del Capo. Era rientrato da pochi giorni dagli Stati Uniti, dove aveva disputato i Mondiali in corso. Secondo i media locali sudafricani, tra cui il Sunday World, il giovane calciatore soffriva di depressione e si sarebbe tolto la vita. La polizia del Capo Occidentale ha confermato di aver aperto un’indagine, precisando che “le circostanze relative a questo incidente sono oggetto di indagine”.
Un talento cresciuto dallo Stellenbosch ai palcoscenici mondiali
Nato nel 2001, Adams aveva mosso i primi passi nello Stellenbosch, mettendosi in luce nel campionato sudafricano fino al trasferimento, a gennaio 2025, al Mamelodi Sundowns, il club più titolato del Paese e uno dei più forti del continente africano. Con i Sundowns aveva collezionato 37 presenze nell’ultima stagione, contribuendo alla conquista del campionato e della CAF Champions League. In estate 2025 aveva già assaporato il palcoscenico mondiale con il Mondiale per Club, sempre da titolare nelle partite del girone.
Ai Mondiali 2026, quelli in corso in Nord America, aveva giocato tutte e tre le partite della fase a gironi: titolare e sostituito nell’intervallo contro Messico e Repubblica Ceca, subentrato negli ultimi dieci minuti con la Corea del Sud. Era rimasto in panchina nel sedicesimo di finale perso di misura contro il Canada, gara che aveva segnato l’eliminazione del Sudafrica — ma anche, per la prima volta nella storia, la conquista della fase a eliminazione diretta da parte dei Bafana Bafana. Un risultato storico, a cui Adams aveva contribuito.
Il lutto durante il Mondiale, poi il silenzio
Quella che sembrava una storia di riscatto sportivo nascondeva un dolore profondo. Il 17 giugno, un giorno prima della partita contro la Repubblica Ceca ad Atlanta, Adams aveva perso la nonna Marianna, 72 anni, a cui era legatissimo. Nonostante il lutto, era sceso in campo dal primo minuto, venendo poi sostituito all’intervallo dal commissario tecnico Broos. Una scelta di cuore, o forse l’unico modo che conosceva per reggere.
Una mentore del giocatore, Brendine Johnson, ha parlato a nome della famiglia: «In questo momento è tutto ancora molto doloroso. Ho parlato a lungo con lui giovedì, era positivo riguardo al suo ritorno. Non perdeva tempo lontano da casa, era a casa con la sua famiglia. Nessuno se lo aspettava».
Il ministro dello Sport sudafricano Gayton McKenzie ha espresso il cordoglio della nazione: «Il calcio sudafricano ha perso uno dei suoi giovani talenti più brillanti». Il presidente della FIFA Gianni Infantino ha scritto sui social di essere «incredibilmente triste» per la scomparsa di un giocatore che aveva appena vissuto «la storica partecipazione della sua nazionale ai Mondiali».
Il Sindacato dei Calciatori Sudafricani (SAFPU) ha pubblicato un comunicato che vale come epitaffio: «La morte ci ha crudelmente strappato uno dei nostri. Non potrà mai cancellare l’eredità che Jayden Adams ci lascia. Ricorderemo per sempre la sua umiltà, il suo straordinario talento e l’orgoglio con cui ha rappresentato il Sudafrica».
Una morte che dice qualcosa che il calcio non vuole sentire
Venticinque anni, un Mondiale appena disputato, una carriera che si stava dischiudendo. E una fragilità interiore che nessuna maglia, nessun campo, nessun risultato riesce a contenere.
La storia di Jayden Adams ricorda, con brutalità, che dietro ogni calciatore c’è una persona. Il tema della salute mentale nello sport professionistico continua ad essere trattato come un tabù scomodo: si celebrano i gol, si analizzano le prestazioni, si contano le presenze. Ma il peso specifico di certi dolori — un lutto in pieno Mondiale, il ritorno a casa dopo il clamore, il silenzio improvviso — resta spesso invisibile, fino a quando non è troppo tardi.
Adams lascia una nazione in lutto e un profondo interrogativo che soprattutto il mondo del calcio, con le enormi pressioni che schiacciano i giocatori, sia quelli ricchi che quelli poveri, sia quelli europei che quelli africani, farebbe bene a non ignorare.
L’assegno unico universale di luglio 2026 è in arrivo per oltre 6 milioni di famiglie italiane. L’INPS ha già comunicato le date ufficiali dell’accredito: lunedì 20 e martedì 21 luglio per chi non ha registrato variazioni rispetto al mese precedente. Chi invece ha presentato una nuova domanda o ha comunicato modifiche — nascita di un figlio, cambio dell’ISEE, variazioni nel nucleo familiare — dovrà attendere l’ultima settimana del mese, e comunque entro il 31 luglio, il tempo necessario all’Istituto per aggiornare la posizione e ricalcolare l’importo.
Chi riceve i 20-21 luglio e chi aspetta di più
La distinzione è semplice. Se la tua pratica è attiva e non hai segnalato nulla di nuovo all’INPS nell’ultimo periodo, il bonifico arriverà tra il 20 e il 21. Se invece hai fatto domanda per la prima volta a giugno, o hai comunicato variazioni, il pagamento slitterà a fine mese. Stessa tempistica anche per eventuali conguagli, a credito o a debito.
Per verificare lo stato della propria domanda e i tempi esatti dell’accredito, l’INPS mette a disposizione il Fascicolo previdenziale del cittadino, accessibile sul portale dell’Istituto con SPID, CIE o CNS. Tramite il Centro Notifiche è possibile controllare quando arriva l’assegno.
Gli importi: rivalutazione dell’1,4% per il 2026
Per chi ha già presentato l’ISEE aggiornato al 2026, gli importi riflettono la rivalutazione annuale dell’1,4% prevista dalla normativa. Nel dettaglio:
– Importo massimo: 203,80 euro per figlio, per le famiglie con ISEE fino a 17.468,51 euro
– Importo minimo: 58,30 euro per figlio, per chi supera la soglia di 46.582,71 euro o non ha presentato l’ISEE
A questi importi base si aggiungono maggiorazioni per situazioni specifiche — figli con disabilità, famiglie numerose, madri under 21 — anch’esse rivalutate annualmente.
Nei primi quattro mesi del 2026 l’INPS ha già erogato 6,6 miliardi di euro a oltre 6 milioni di nuclei, per un totale di 9,5 milioni di figli beneficiari. L’importo medio a marzo è stato di 173 euro per figlio, comprensivo delle maggiorazioni.
Attenzione: chi non ha aggiornato l’ISEE ha perso gli arretrati
C’è una scadenza che vale la pena ricordare, anche se ormai è passata. Chi non ha presentato la nuova Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU) entro il 30 giugno ha perso definitivamente il diritto agli arretrati da marzo in poi. Da marzo, chi non aveva aggiornato l’ISEE ha ricevuto solo l’importo minimo: quei mesi — marzo, aprile, maggio e giugno — non sono più recuperabili.
Chi si trova in questa situazione non perde però il diritto all’assegno: continuerà a riceverlo, ma con l’importo minimo, finché non presenterà l’ISEE aggiornato. Da quel momento l’INPS adeguerà il pagamento alla situazione economica reale del nucleo, senza effetto retroattivo.
Il calendario completo fino a dicembre
L’INPS ha già reso noto il programma dei pagamenti per tutto il secondo semestre. Le date seguono lo stesso schema: accredito attorno al giorno 20 del mese per le pratiche senza variazioni, fine mese per le novità. Un riferimento utile da tenere a portata di mano.
Una raccomandazione pratica: verificare che l’IBAN comunicato all’INPS sia corretto e intestato al richiedente. Un dato bancario errato è tra le cause più comuni di ritardo nell’accredito.
Il lago Maggiore è sceso due centimetri sotto il livello toccato durante la grande siccità del 2022. Non è un dato simbolico: è la fotografia di un sistema idrico settentrionale che si sta sgretolando con una velocità preoccupante. L’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi) ha diffuso mercoledì scorso un rapporto che non lascia spazio all’ottimismo: i grandi laghi del Nord si stanno svuotando a ritmo accelerato, i fiumi sono ridotti a ruscelli, e la crisi — avverte il presidente Francesco Vincenzi — diventerà problema di tutti solo quando toccherà l’acqua potabile.
Il lago Verbano (Maggiore), con afflussi inferiori dell’82% rispetto alla media, è passato in due settimane da un riempimento del 61% all’attuale 30,3%. Il Lario (Como) è crollato dal 62,9% al 31,2%, l’Iseo dal 71,4% al 22,9%. Il Po a Pontelagoscuro scorre a 323 metri cubi al secondo: oltre il 70% in meno rispetto alla media, lontanissimo dai 450 mc/s necessari per tenere a bada la risalita del cuneo salino nel delta.
Un’estate di record, ma la siccità è un ciclo antico
Le temperature hanno giocato un ruolo determinante. In Valle d’Aosta, a giugno, alcune stazioni di bassa quota hanno registrato massime di 35 gradi per quindici giorni consecutivi. A Prey, a 935 metri di altitudine, il termometro ha toccato i 41,6°C, nuovo record regionale assoluto. Le piogge, mediamente inferiori del 25% rispetto alla norma, si sono concentrate quasi esclusivamente sulle zone di confine e sui rilievi, lasciando i fondovalle all’asciutto.
Ma chi conosce la storia idrologica italiana sa che non si tratta di un fenomeno inedito. L’estate del 2003 fu devastante: il Po raggiunse livelli minimi storici, la produzione agricola padana subì danni stimati in miliardi di euro, e in diverse città del Nord scattarono le ordinanze di razionamento. Nel 1988-1990 si registrò una siccità pluriennale che colpì duramente il Centro-Sud. Nel 2017 una siccità primaverile-estiva di eccezionale intensità interessò l’intero bacino padano, con il Po che in certi tratti risultò quasi in secca. La siccità del 2022, quella con cui oggi si confrontano i livelli del Lago Maggiore, è ancora fresca nella memoria collettiva.
Siamo quindi di fronte a un ciclo naturale periodico, che l’Italia conosce da secoli, scandito dall’alternanza tra anni piovosi e anni aridi, dall’oscillazione delle precipitazioni nivali sulle Alpi e Appennini, e dalla variabilità delle correnti atlantiche che determinano il regime delle piogge sul Mediterraneo. La differenza — e qui sta il vero problema — è che ogni volta ci troviamo impreparati.
Le nostre colpe: cinquant’anni di invasi non costruiti
Se la siccità è un fenomeno naturale ricorrente, la gestione dell’acqua è una responsabilità umana, e su questo fronte l’Italia ha un conto in sospeso pesantissimo.
Oggi l’Italia trattiene appena il 10% delle acque piovane grazie alle sue infrastrutture di accumulo. La media europea supera il 20%, alcuni paesi mediterranei come la Spagna arrivano al 40%. Per raggiungere una soglia di sicurezza minima bisognerebbe arrivare almeno al 30%, secondo Coldiretti e Anbi. Questo richiederebbe decenni di investimenti continui e sistematici.(capite perché poi se spendiamo 17 miliardi in armamenti non sono felice?).
Il problema è che di invasi in Italia non se ne costruiscono di nuovi dal 1976. Mezzo secolo di immobilismo infrastrutturale, in un paese che ogni anno vede miliardi di metri cubi d’acqua piovana scivolare verso il mare senza essere intercettati. Il direttore generale di Anbi, Massimo Gargano, osserva che: “i miliardi di metri cubi di acqua rilasciati a mare nei mesi scorsi nel Nord del Paese erano una ricchezza, che oggi rimpiangiamo“.
La quota di acqua persa è strutturale, non emergenziale. Con la progressiva riduzione dei ghiacciai alpini — che per millenni hanno funzionato da serbatoi naturali rilasciando acqua gradualmente durante l’estate — i fiumi si trasformano sempre più in “grondaie”: ricevono pioggia, la scaricano rapidamente, poi si svuotano. Senza invasi distribuiti lungo i bacini, questo schema diventa ogni estate più devastante.
Il Piano Invasi esiste, ma la politica manca di continuità
Non è che le soluzioni manchino sulla carta. Anbi e Coldiretti hanno presentato un Piano Invasi Multifunzionali con 266 progetti concordati con le regioni, di cui 74 riguardano la realizzazione o la manutenzione di invasi esistenti. Il costo complessivo supererebbe i 7 miliardi di euro (e se spendessimo solo 10 miliardi in armamenti, anziché 17? Che ne dite, avremmo risolto uno dei problemi che affliggono questo paese?). Il commissario straordinario per la scarsità idrica, istituito dal governo Meloni nel 2023, ha avviato una serie di interventi, e il Piano nazionale infrastrutturale per la sicurezza idrica ha già finanziato 75 progetti per circa un miliardo nel 2025 (ok, possiamo aggiungere 1 miliardo in armamenti, anche se ancora non abbiamo affrontato ospedali, scuole che cadono a pezzi e senza sistemi di raffrescamento, strade e così via).
Ma Vincenzi mette in guardia: non bisogna confondere l’emergenza con la pianificazione. Serve un piano decennale, almeno un miliardo all’anno per dieci anni, e soprattutto continuità politica che nessun governo finora ha saputo garantire. “La crisi idrica la dobbiamo vedere con una visione temporale che non è quella della campagna elettorale o della durata di un governo”, dice il presidente di Anbi.
Nel frattempo, in Veneto si comincia già a parlare di dissalatori locali. Il Tanaro in Piemonte a Montecastello trasporta 2,6 metri cubi al secondo invece dei 40 abituali: un deficit del 93,5%. L’Adige si avvicina alla soglia critica sotto cui le barriere antisale diventano inutili. E il Po continua a svuotarsi.
Cosa si può fare, subito e nel tempo
Le colpe dell’Italia sul fronte idrico sono chiare e documentate. In sintesi:
* Nessun nuovo grande invaso costruito da cinquant’anni, con una capacità di accumulo tra le più basse d’Europa
* Reti irrigue obsolete con perdite stimate tra il 30 e il 40% dell’acqua distribuita
* Assenza di pianificazione a lungo termine, sostituita da interventi emergenziali post-disastro
* Urbanizzazione del suolo che riduce la capacità di infiltrazione delle piogge nelle falde
* Mancata manutenzione di molti invasi esistenti che operano ben al di sotto della capacità originale
Le soluzioni esistono e sono note: costruire nuovi invasi distribuiti sul territorio, riqualificare le reti di distribuzione, incentivare il recupero delle acque piovane a livello locale, e proteggere le aree di ricarica delle falde. Quello che manca è la volontà politica di investire su orizzonti temporali che vanno ben oltre la prossima scadenza elettorale.
La siccità è un ciclo naturale. La nostra incapacità di prepararci è una scelta. E permettetemi un commento in generale: l’umanità ha avviato un percorso di avvitamento su se stessa, per cui si spendono risorse infinite in sistemi che producono morte, invece di spendere una frazione infinitesimale di queste risorse per vivere bene, in prosperità, pace e benessere. Non si può sottolineare mai abbastanza, anche se qualcuno storce il naso, altri pensano che è solo così che può andare, altri ancora non capiscono, e solo una sparuta minoranza sembra in grado di cogliere il senso di queste banalità. A volte, l’ovvio è invisibile alla ragione.
A margine del vertice NATO di Ankara, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha annunciato di aver siglato un accordo con Washington per l’acquisto di missili da crociera Tomahawk a raggio intermedio. I missili saranno acquistati direttamente dalla Germania — non più dispiegati dagli USA come unità proprie — e stazionati sul suolo tedesco. Stando a fonti governative tedesche, Washington avrebbe già firmato una lettera d’intenti martedì scorso, impegnandosi ad approvare la vendita entro agosto, inclusi i relativi lanciatori terrestri Typhon. Il numero esatto di missili e lanciatori è classificato.
“Colmiamo così una significativa lacuna strategica nella nostra difesa”, ha dichiarato Merz ai parlamentari tedeschi, aggiungendo che i colloqui di Ankara “hanno superato le sue aspettative”.
Il voltafaccia di maggio e il senso di questo accordo
Solo pochi mesi fa, a maggio, sembrava tutto tramontato. Dopo che Trump aveva annunciato la riduzione della presenza militare americana in Germania, Merz aveva lasciato intendere che il dispiegamento dei Tomahawk — previsto dall’amministrazione Biden come deterrente temporaneo contro la Russia — fosse di fatto sospeso. La motivazione ufficiale? Gli stessi americani non ne avevano abbastanza, impegnati sui fronti iraniano e ucraino.
Ora, improvvisamente, l’accordo c’è. E cambia forma: non più missili americani gestiti da soldati americani in Germania, ma missili americani comprati dalla Germania. Sfumatura enorme.
Perché è importante capire dove puntano questi missili
Il Tomahawk ha una gittata che arriva fino a 2.500 chilometri. I missili Taurus tedeschi, per confronto, coprono al massimo 500 chilometri. Significa che, piazzati in Germania, i Tomahawk possono raggiungere profondamente il territorio russo — ben oltre i confini dell’Europa orientale.
Berlino giustifica l’acquisto come risposta ai missili Iskander che la Russia ha schierato nell’enclave di Kaliningrad, capaci di colpire obiettivi europei. Argomento comprensibile. Ma la deterrenza ha due facce: una difensiva e una offensiva. E un missile da 2.500 km di gittata stazionato in Germania non è solo un scudo.
Questo è il punto che i media mainstream tendono a glissare: stiamo parlando di un’arma che, nelle mani tedesche o in quelle americane di stanza in Europa, allunga il braccio della NATO fino a Mosca. Non è fantapolitica: è geometria balistica.
Il cerchio si chiude: i miliardi europei e gli F-35 americani
C’è un secondo elemento che non va trascurato. Ursula von der Leyen ha più volte sbandierato la cifra dei 100 miliardi destinati al riarmo europeo, con accordi già chiusi con dieci stati membri. Ma chi produce i Tomahawk? Chi costruisce i lanciatori Typhon? Industrie americane. Chi incassa?
Trump ha sempre spinto perché gli alleati europei comprassero armamenti americani — e questa è esattamente la direzione imboccata da Berlino. Il «pagare per la propria difesa» tanto invocato da Washington si traduce, concretamente, in contratti miliardari per l’industria bellica a stelle e strisce. Le pressioni di Trump sull’Europa non erano solo geopolitica: erano anche business.
War2030: la roadmap verso lo scontro
Se si guarda al quadro complessivo — riarmo accelerato, missili a lungo raggio in Europa, NATO sempre più orientata a est, Anti-NATO sempre più compatta tra Russia, Cina e Iran — il percorso ha una direzione precisa. Stiamo solo leggendo i fatti. Lavrov l’ha detto: “L’Europa punta alla guerra con la Russia entro il 2030“.
L’acquisto dei Tomahawk da parte tedesca non è un atto isolato. È un tassello di una strategia che porta l’Europa a dotarsi di capacità di attacco profondo verso Est, dove la Russia si è saldata con la Cina, mentre Washington ci guadagna in termini di ordini industriali e influenza strategica. Del resto, se i Tomahawk non servono per difendersi dagli Iskander di Kaliningrad — che sono già coperti da altri sistemi — dove sono realmente destinati?
Non serve essere fini analisti di geopolitica bellica per rispondere. Ma i cittadini stanno ancora aspettando che i giornali glielo spieghino.
Mario Adinolfi è agli arresti domiciliari dal 8 luglio con l’accusa di truffa aggravata ed evasione fiscale. Oggi, attraverso il suo pool difensivo, affida alla stampa una nuova dichiarazione che è, nei fatti, un attacco diretto al sistema mediatico e giudiziario italiano. Il bersaglio scelto è preciso: il confronto con Valter Lavitola, l’imprenditore indagato come presunto mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci.
«Invidio Valter Lavitola», scrive Adinolfi, «accusato di un reato lievissimo — mandante di strage — è lasciato tranquillamente a piede libero dalla procura di Roma, anche se avrebbe fatto scappare il suo complice factotum in Camerun ed era pronto a fuggire lui stesso». Il sarcasmo è pesante e consapevole. Adinolfi aggiunge che Lavitola «può giocare la carta jolly: il suo amico Sigfrido Ranucci». Risultato, secondo lui: «per lui sui giornali scattano i condizionali, mentre il pm lo ascolta a piede libero e quello si avvale pure della facoltà di non rispondere».
Per sé, invece, un trattamento opposto: «Io, evidentemente accusato di reati più gravi di strage, sono stato arrestato e mi mettono il braccialetto elettronico. Ai giornali sono state passate istantaneamente e illegalmente tutte le carte, sempre dalla procura di Roma. Quotidiani e tg emettono sentenze già definitive di condanna, per me niente uso del condizionale».
La chiusura è una provocazione esplicita al lettore: «Quando notate i due pesi e le due misure così plateali, chiedetevi almeno il perché».
La vicenda: cosa è successo dall’8 luglio
Per capire il peso di queste parole, è utile ricapitolare i fatti. L’8 luglio la Guardia di Finanza, su richiesta della Procura di Roma, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari nei confronti di Adinolfi. Le accuse, coordinate dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, comprendono truffa aggravata, evasione fiscale per circa 400mila euro, esercizio abusivo della raccolta del risparmio e abusivismo finanziario.
Al centro dell’inchiesta c’è la cosiddetta «Scommessa Collettiva»: un sistema attraverso cui Adinolfi avrebbe raccolto — nell’arco di un quinquennio — oltre 4,7 milioni di euro da privati, con la promessa di rendimenti garantiti fino al 40% annuo grazie a scommesse sportive gestite tramite algoritmi e un «team di esperti». I versamenti avvenivano sui conti personali di Adinolfi, senza contratti scritti. La quota standard andava dai 3mila ai 10mila euro, ma in alcuni casi i singoli investitori avrebbero affidato somme superiori ai 100mila euro.
Secondo la Procura, solo una piccola parte del denaro sarebbe effettivamente confluita in scommesse sportive. Il resto sarebbe stato usato per spese personali: barche, orologi di lusso, quadri, lingotti, monete straniere, viaggi. Uno schema che gli inquirenti ritengono compatibile con un meccanismo di tipo Ponzi: i rimborsi ai partecipanti più datati sarebbero stati finanziati con i versamenti dei nuovi entranti, non con le vincite reali. Il gip Giulia Arcieri, nell’ordinanza, parla di «scaltrezza, pervicacia e spregiudicatezza» e di «spiccata propensione all’occultamento dei flussi reddituali». Aggiunge anche che Adinolfi sarebbe già pronto a replicare lo schema con una nuova sigla, «Cristo Regna».
L’inchiesta è stata in parte alimentata dai servizi de Le Iene, che tra il 2025 e il 2026 hanno raccolto testimonianze di presunti truffati. Tra i casi più emblematici, una donna di quasi settant’anni, invalida, che avrebbe versato 82mila euro — i risparmi di una vita — senza mai riaverli.
La difesa di Adinolfi: «Vivo da monaco»
Già il 9 luglio Adinolfi aveva rotto il silenzio con una lunga lettera affidata al suo avvocato Riccardo Di Lorenzo. «Sono totalmente innocente», aveva scritto, smontando punto per punto le accuse di vita lussuosa: «Ma è davvero tanto difficile verificare che alle Maldive o in Egitto non sono mai stato in vita mia? Che non solo non posseggo ma non sono mai salito in vita mia su uno yacht? Che mai e poi mai ho posseduto quadri o lingotti?». E ancora: «I poveri finanzieri sono andati via con due fogli di carta e un bancomat. Vivo da monaco».
Sul piano giuridico, ha annunciato ricorso al Tribunale del Riesame, sostenendo che non sussistano le condizioni per la misura cautelare: «Reiterazione del presunto reato, rischio di inquinamento delle prove e pericolo di fuga evidentemente non sussistono».
Ha anche attaccato la fuga di notizie: «Affronterò la violazione istantanea del segreto istruttorio con la diffusione ai media di ogni dettaglio delle carte che dovrebbero essere secretate». E ha corretto quella che ritiene un errore nei resoconti giornalistici: «I tg dicono che l’associazione Cristo Regna ha raccolto 3 milioni di euro — leggetele almeno bene le carte che vi hanno passato, c’è scritto 3mila euro».
Il confronto Lavitola-Adinolfi: una domanda che merita risposta
Il punto sollevato oggi da Adinolfi non è difensivo nel senso stretto: è una denuncia di sistema. E, al netto delle responsabilità individuali che solo un processo potrà accertare, merita almeno di essere preso sul serio.
Lavitola è indagato come presunto mandante di un attentato — reato ben più grave, almeno sulla carta, della truffa — eppure è rimasto a piede libero, ascoltato dalla Procura di Roma, con ampio uso del condizionale nei resoconti giornalistici. Adinolfi, indagato per frode finanziaria, è finito ai domiciliari con braccialetto elettronico, le sue carte diffuse in tempo reale ai media, e la copertura mediatica che lo trattava già da condannato prima di qualsiasi sentenza.
Si può sostenere che le misure cautelari dipendono da valutazioni tecniche sui rischi di reiterazione del reato, di fuga o di inquinamento delle prove — criteri diversi per reati diversi. Può essere. Ma la differenza nel trattamento mediatico — condizionale per uno, sentenza definitiva per l’altro — è difficile da spiegare solo con la logica processuale.
La vicenda Adinolfi è seria, i presunti danneggiati esistono, e le carte processuali pure. Nessuno ha interesse a minimizzare la sofferenza di chi sostiene di aver perso i propri risparmi. Ma questo non esime dall’osservare che il metro con cui il sistema mediatico misura i propri protagonisti non è sempre lo stesso. E quella domanda finale di Adinolfi — «Quando notate i due pesi e le due misure così plateali, chiedetevi almeno il perché» — rimane sospesa in attesa di una risposta che i giornali mainstream non sembrano avere fretta di dare.
Il 9 luglio il Parlamento europeo ha votato — per la terza volta — su una delle proposte legislative più controverse degli ultimi anni: la proroga della cosiddetta Chat Control 1.0, cioè la deroga temporanea alle norme europee sulla privacy che consente ad alcune piattaforme di scansionare volontariamente le comunicazioni degli utenti alla ricerca di materiale pedopornografico. La deroga era scaduta il 3 aprile senza rinnovo, per via di uno scontro durissimo tra Parlamento e Consiglio Ue. Stavolta, grazie a una procedura parlamentare raramente utilizzata — promossa dal Partito Popolare Europeo — e a una soglia di voto più alta per il rigetto (maggioranza assoluta, 361 voti, mai raggiunta), la proroga è passata. L’estensione dura fino al 3 aprile 2028.
Il Parlamento ha però approvato un emendamento importante: le comunicazioni protette da crittografia end-to-end — WhatsApp, Signal, Telegram nelle chat private — vengono escluse dall’ambito di applicazione. Ora il testo passa al Consiglio Ue, che ha tre mesi per approvarlo o respingerlo. Se lo respinge, si apre la procedura di conciliazione.
Fin qui i fatti. Ma per capire perché questa vicenda preoccupa così tanto, bisogna fare un passo indietro — e guardare al quadro completo.
Due dossier, non uno: la mappa del caos normativo
La confusione nasce dal fatto che si parla spesso di “Chat Control” come se fosse una sola cosa. In realtà sono due dossier distinti, a diversi stadi di avanzamento.
Chat Control 1.0 è la deroga temporanea al regolamento ePrivacy, introdotta nel 2021. Non obbliga nessuno a fare nulla: permette alle piattaforme che già scansionano volontariamente i contenuti di continuare a farlo, entro certi limiti. È una norma transitoria, nata per evitare un vuoto mentre si negozia la soluzione definitiva.
Chat Control 2.0 è il vero nodo. Si tratta del regolamento permanente contro gli abusi sessuali sui minori online (CSAM), proposto dalla Commissione europea nel maggio 2022. Questo non è ancora approvato — è ancora in negoziato tra Parlamento, Consiglio e Commissione — ma nella sua forma originaria prevedeva l’obbligo per tutte le piattaforme di monitorare ogni messaggio, audio, foto o video scambiato dagli utenti. Non su richiesta dell’autorità giudiziaria, non in casi specifici: automaticamente, su tutti.
Nel 2025 il testo è stato modificato: l’obbligo è diventato facoltà. Ma secondo i critici il risultato pratico non cambia: le piattaforme che non adotteranno sistemi di scansione rischiano di non riuscire a dimostrare di aver fatto abbastanza per ridurre i rischi, e di essere sanzionate. Un obbligo mascherato da libertà di scelta.
Come funziona tecnicamente: tre casi molto diversi
Per capire le preoccupazioni, bisogna capire come funzionano concretamente gli strumenti in gioco. Non sono tutti uguali, e il livello di invasività varia enormemente.
Caso 1 — Il materiale già noto. Se un’immagine è già catalogata come materiale di abuso sessuale su minori, il sistema può riconoscerla tramite una sorta di “impronta digitale” del file (hash). È il caso tecnicamente meno controverso: il sistema non deve “capire” il contenuto, solo confrontare un’impronta. Se c’è corrispondenza, segnala.
Caso 2 — Il materiale nuovo. Se l’immagine non è mai stata catalogata prima, il sistema deve utilizzare un classificatore automatico basato su intelligenza artificiale. L’algoritmo lavora per probabilità: valuta se un’immagine assomiglia a materiale illecito. Qui il margine di errore esiste ed è documentato. Un falso positivo significa che una foto innocua — un genitore che fotografa il figlio in spiaggia, un’immagine medica — viene segnalata alle autorità come sospetta.
Caso 3 — Il grooming. Per individuare tentativi di adescamento online, il sistema dovrebbe analizzare il contenuto e il contesto delle conversazioni: le parole usate, la sequenza dei messaggi, i pattern di comportamento. Questo non è confronto di file, è analisi semantica delle comunicazioni private. Cioè: qualcuno o qualcosa ti legge le chat e capisce cosa stai dicendo, prima di decidere se vada bene o no. Ed è qui che le preoccupazioni diventano più concrete e fondate.
Il problema della crittografia: backdoor di fatto
La crittografia end-to-end funziona così: il messaggio viene cifrato sul dispositivo del mittente e può essere decifrato solo sul dispositivo del destinatario. Il fornitore del servizio — WhatsApp, Signal, chiunque — non può leggerlo. Nemmeno volendo.
Questo è un problema strutturale per qualsiasi sistema di scansione dei contenuti. L’unica soluzione tecnica possibile è intervenire prima che il messaggio venga cifrato, cioè direttamente sul dispositivo dell’utente, mentre il testo viene scritto o la foto viene selezionata. Si chiama “client-side scanning” — scansione lato client — e in sostanza significa installare su ogni smartphone un sistema che legge i contenuti prima che partano.
L’emendamento approvato dal Parlamento il 9 luglio esclude le comunicazioni end-to-end dall’ambito di Chat Control 1.0. Ma tutti i commentatori concordano: è un emendamento che vale poco nella pratica (le piattaforme non possono comunque scansionare quei messaggi), e moltissimo politicamente, perché pone un paletto in vista di Chat Control 2.0, dove il problema si porrebbe eccome.
Il Comitato europeo per la protezione dei dati e il Garante europeo della protezione dei dati, nel loro parere congiunto, hanno usato parole nette: alcune previsioni della proposta rischiano di creare la base per una scansione“generalizzata e indiscriminata” di quasi tutte le comunicazioni elettroniche degli utenti europei. E hanno chiesto esplicitamente che la crittografia end-to-end non venga né indebolita né degradata.
Il precedente: oggi i minori, domani chi?
Qui si entra nel territorio che dovrebbe preoccupare chiunque, e non solo chi giustamente vuole combattere la pedopornografia.
Il problema del precedente giuridico è reale e documentato. Se si stabilisce che la tutela dei minori giustifica la sorveglianza preventiva e automatica delle comunicazioni private di 450 milioni di persone, lo stesso argomento può essere replicato per il terrorismo, per il traffico di droga, per l’evasione fiscale, per la corruzione. E, come sottolineano le organizzazioni per i diritti digitali come l’Electronic Frontier Foundation, anche per il dissenso politico.
Una volta costruita l’infrastruttura tecnica — i sistemi di scansione, le backdoor sui dispositivi, i canali di segnalazione — essa esiste indipendentemente dalla legge che la istituisce. Può essere ampliata, modificata, riutilizzata. Governi diversi, con priorità diverse, potrebbero usarla per sorvegliare attivisti, giornalisti, oppositori. Non è fantascienza: è la logica elementare di qualsiasi sistema di controllo.
C’è poi il rischio tecnico, spesso sottovalutato. Un sistema di client-side scanning installato su centinaia di milioni di dispositivi diventa automaticamente un bersaglio di enorme valore per attori ostili — stati stranieri, criminalità organizzata, chiunque voglia accedere a dati sensibili su scala industriale. Un’eventuale violazione di quel sistema non sarebbe una fuga di dati: sarebbe una catastrofe per la sicurezza nazionale.
Chat Control e le lobby: chi c’è dietro le pressioni per attivarlo
Il dossier Chat Control non è nato nel vuoto. Un’analisi del servizio studi del Parlamento europeo ha documentato attività di lobbying significative intorno alla proposta.
Una delle organizzazioni più attive è Thorn, fondata negli Stati Uniti nel 2012 da Ashton Kutcher e Demi Moore. Thorn sviluppa strumenti tecnologici per rilevare materiale di abuso sessuale su minori — in particolare il prodotto Safer, lanciato nel 2018, usato dalle piattaforme per la scansione dei contenuti. Il Parlamento europeo segnala partnership di Thorn con Google, Intel e Palantir. Thorn ha partecipato alla consultazione pubblica della Commissione chiedendo certezza giuridica per poter operare nel mercato europeo.
Non si tratta di ostacolare chi combatte la pedopornografia. Si tratta di notare che le stesse aziende che sviluppano e vendono gli strumenti di scansione hanno un interesse economico diretto nell’approvazione di leggi che rendono obbligatorio — o anche solo legale — l’uso di quegli strumenti. E che questo interesse si esercita attraverso canali di lobbying documentati nelle istituzioni europee.(a differenza delle istituzioni nazionali, a Bruxelles le lobby e le attività di pressione sono tracciate in appositi registri).
C’è un altro paradosso, segnalato da più parti: alcune delle big tech americane che si presentano come paladine della tutela dei minori in Europa hanno al contempo subìto condanne o cause legali negli Stati Uniti proprio per non aver protetto i minori sulle loro piattaforme. Meta, per citare il caso più recente, è stata condannata dal tribunale del New Mexico a 375 milioni di dollari per non aver tutelato i giovani dallo sfruttamento sessuale. In Europa la stessa Meta si candida a fare da guardiana.
Dove siamo adesso e cosa succederà
Il quadro attuale è questo. Chat Control 1.0 — la deroga temporanea — è stata prorogata fino al 3 aprile 2028, con l’esclusione delle comunicazioni end-to-end. Il Consiglio ha tre mesi per rispondere. Se non accetta gli emendamenti, si apre la conciliazione.
Chat Control 2.0 — il regolamento permanente — è ancora in negoziato. Il prossimo trilogo è previsto a settembre. Sotto la presidenza cipriota del primo semestre 2026 si sarebbe raggiunto un accordo “sulla maggior parte degli aspetti”, ma restano punti aperti.
L’Italia è l’unico Stato membro ufficialmente contrario al regolamento permanente. Sul fronte parlamentare europeo, le posizioni trasversali non mancano: Fratelli d’Italia, Lega e Verdi hanno tutti espresso contrarietà alla sorveglianza delle comunicazioni cifrate, per ragioni diverse ma convergenti sul punto della privacy.
La domanda che nessuno vuole fare
Tutti concordano sull’obiettivo: proteggere i bambini dagli abusi online è un imperativo morale e giuridico, non negoziabile. Il dibattito vero è un altro: questi strumenti funzionano davvero? E a quale prezzo?
Le autorità europee per la protezione dei dati hanno risposto con chiarezza: gli strumenti basati su intelligenza artificiale per rilevare materiale nuovo e adescamento sono probabilistici, cioè sbagliano. I falsi positivi non sono un’eccezione teorica: sono una certezza statistica applicata a centinaia di milioni di utenti. E ogni falso positivo significa una persona innocente segnalata alle autorità per conversazioni private.
Nessuna legge seria si valuta solo dalle intenzioni dichiarate. Si valuta dagli strumenti che usa, dai rischi che crea, dai precedenti che stabilisce. Su tutti e tre questi piani, Chat Control — nella sua versione più ambiziosa — crea più problemi di quanti dichiara di volerne risolvere.
Dal 7 luglio 2026, ogni auto o furgone che ottiene la targa per la prima volta in un Paese dell’Unione Europea deve essere dotato di una serie di sistemi di sicurezza avanzati, indipendentemente da quando il modello è stato progettato o omologato. È l’ultimo tassello del Regolamento generale sulla sicurezza dei veicoli adottato dall’UE nel 2019, che compie così un passaggio cruciale: non più solo i nuovi modelli approvati dalle autorità, ma ogni singola nuova immatricolazione.
Chi compra un’auto nuova oggi — anche se si tratta di un modello già sul mercato da anni — si porta a casa un veicolo che queste tecnologie le ha di serie, per obbligo di legge.
Cosa deve avere ogni nuova auto da adesso
Le novità più rilevanti riguardano quattro aree principali.
Frenata automatica d’emergenza con rilevamento di pedoni e ciclisti. Non si tratta di un semplice avviso acustico: il sistema usa radar, telecamere e sensori per identificare persone o biciclette davanti al veicolo e, se il conducente non reagisce in tempo, interviene autonomamente per frenare o ridurre la velocità.
Sistema avanzato anti-distrazione. Un dispositivo monitora costantemente il livello di attenzione del guidatore — attraverso la telecamera interna, la posizione del volante, la traiettoria del veicolo — e segnala cali di concentrazione o segnali di stanchezza, invitando a fare una pausa.
Stop lampeggianti di emergenza (ESS). Quando il veicolo supera i 50 km/h e subisce una decelerazione brusca, le luci posteriori iniziano a lampeggiare rapidamente per avvisare chi segue. Il cervello umano percepisce un segnale intermittente molto prima di uno fisso: questo guadagno nei tempi di reazione può valere circa 4,5 metri di spazio in meno prima dell’impatto.
Modifiche costruttive passive. Le nuove auto devono garantire una visibilità anteriore migliorata — meno angoli ciechi davanti al guidatore, particolarmente rilevanti in città — e una superficie dei vetri di sicurezza più ampia, studiata per ridurre le lesioni ai pedoni in caso di urto. Aggiornati anche i test per gli pneumatici usurati.
La differenza con il 2024: perché questo passaggio è importante
Una prima tornata di obblighi era già entrata in vigore il 7 luglio 2024, ma solo per i modelli di nuova omologazione: in pratica, per le vetture che in quel momento ottenevano per la prima volta il via libera alla commercializzazione in Europa.
La svolta del 7 luglio 2026 è che l’obbligo si estende a tutte le nuove immatricolazioni, senza eccezioni legate all’anzianità del progetto del veicolo. Un modello omologato nel 2020, se venduto come nuovo oggi, deve comunque rispettare questi standard. È questo il punto che trasforma la norma da regola per i costruttori a requisito di mercato generalizzato.
E la mia auto attuale?
Nessun obbligo di retrofit, nessun adeguamento obbligatorio, nessuna scadenza da rispettare per chi ha già un veicolo. Le nuove regole valgono esclusivamente per le immatricolazioni successive al 7 luglio 2026. Il parco auto circolante in Europa cambierà in modo graduale, seguendo il naturale ricambio generazionale dei veicoli.
La Commissione Europea inquadra queste misure nell’obiettivo di lungo periodo denominato Vision Zero: zero vittime sulle strade europee entro il 2050. Le strade del Vecchio Continente sono già tra le più sicure al mondo, ma il bilancio annuale di morti e feriti gravi rimane, secondo Bruxelles, inaccettabilmente alto.
Il regolamento disciplina anche il quadro per i veicoli a guida autonoma di livello 3 e 4 — dalle auto che si guidano da sole in autostrada fino ai robotaxi urbani — ma queste norme seguono tempi e procedure separate.
Ciò che è certo è che l’auto che compri oggi non è più quella di cinque anni fa: è, per legge europea, un oggetto significativamente più complesso, più connesso e — almeno nelle intenzioni del legislatore — più difficile da usare per farsi del male.
Oltre 550 soldati cinesi hanno completato programmi di addestramento presso istituti militari russi. In senso inverso, più di 180 militari russi hanno seguito corsi analoghi in Cina nel solo novembre 2025. Lo ha reso noto l’intelligence militare ucraina (HUR), che ha confermato come questi scambi non siano episodici ma rappresentino ormai una «pratica consolidata» di internship bilaterali tra le forze armate delle due potenze.
I dati sono stati resi pubblici nei giorni scorsi e fotografano una realtà che molti governi occidentali hanno preferito a lungo minimizzare: Russia e Cina non stanno semplicemente cooperando in campo economico o diplomatico. Stanno costruendo un sistema militare integrato, con formazione congiunta, dottrina condivisa e trasferimento sistematico di know-how operativo. Una contro-Nato che già ora preme alle porte dell’Europa dell’est. E che, tra le altre cose, sta pianificando la distruzione di Starlink.
Cosa si insegna, e dove
I dettagli dei programmi fanno capire di cosa si tratta davvero. I soldati russi formati in Cina hanno studiato l’uso dei droni, la guerra elettronica, la difesa aerea, l’ingegneria militare e persino la protezione radiologica, chimica e biologica. I cinesi formati in Russia hanno acquisito l’esperienza di combattimento che Mosca ha maturato sul campo in Ucraina: tattiche di fanteria corazzata, uso dei droni FPV a fibra ottica, tecniche anti-drone, costruzione di mine e sminamento.
Non è teoria militare. È la guerra che si combatte adesso, travasata direttamente da un esercito all’altro.
Un accordo bilaterale firmato il 2 luglio 2025 da alti ufficiali russi e cinesi a Pechino ha formalizzato parte di questi scambi, vietando esplicitamente qualsiasi copertura mediatica e stabilendo che nessuna terza parte dovesse essere informata. Il programma è stato approvato personalmente dal ministro della Difesa russo Andrei Belousov con un decreto interno dell’agosto 2025. La delegazione russa era guidata da un generale colonnello, vicecomandante delle forze di terra.
L’Alta Rappresentante UE per la politica estera Kaja Kallas ha dichiarato a metà giugno che Bruxelles ha verificato in modo indipendente che l’addestramento ha effettivamente avuto luogo. La Germania ha convocato l’ambasciatore cinese. Pechino ha risposto definendo le accuse «del tutto infondate» e ribadendo la propria «neutralità».
La contro-NATO che si forma a est
Proviamo a guardare il quadro nella sua interezza, perché i media mainstream tendono a presentare ogni singolo episodio come un fatto isolato, quando invece si tratta di tessere di un mosaico preciso.
Dall’altro lato sta emergendo qualcosa di speculare e opposto: un blocco informale ma sempre più operativo, composto da Russia e Cina — con Iran come satellite produttore di droni — che spinge da est verso ovest. La Cina ha già installazioni e presenze militari in diversi paesi dell’Europa orientale, attraverso accordi di cooperazione, infrastrutture portuali e logistiche, e ora programmi di addestramento militare condivisi con la Russia che combatte proprio su quel confine.
Come ha osservato Christopher Walker del Center for European Policy Analysis, questi regimi «non hanno bisogno di una struttura formale come la NATO per cooperare efficacemente». Si forniscono reciprocamente capacità di supporto su base continuativa — in campo economico, energetico, militare e informativo — con una flessibilità che paradossalmente li rende più agili di un’alleanza burocratizzata.
L’assenza di un Trattato del Nord Atlantico firmato a Pechino non deve ingannare: la sostanza c’è. Putin e Xi si sono incontrati, in persona o virtualmente, circa 70 volte dall’inizio del mandato del leader cinese nel 2012. La loro non è un’intesa tattica. È una visione condivisa del mondo, orientata a indebolire gli Stati Uniti e l’Occidente.
L’elefante nella stanza: la Cina non è neutrale
Pechino continua a presentarsi come mediatore di pace nel conflitto ucraino. Ma i fatti raccontano un’altra storia: droni cinesi disponibili per i russi e per nesun altroi, linee di produzione di droni sul territorio russo con tecnici cinesi presenti, fornitura sistematica di beni a doppio uso che alimentano la macchina bellica di Mosca, e ora centinaia di soldati che si formano vicendevolmente sulle tecnologie di guerra più avanzate.
Un funzionario europeo ha detto con chiarezza che l’UE deve smettere di guardare alla Cina «esclusivamente attraverso la lente economica», definendola un «abilitatore decisivo della guerra della Russia».
Scenario: se si arrivasse allo scontro totale
Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se questa logica di escalation arrivasse al punto di rottura. Da un lato, la NATO con le sue basi sparse dall’Atlantico ai Paesi baltici. Dall’altro, un blocco Russia-Cina con arsenali nucleari combinati tra i più potenti del pianeta, un esercito cinese che ha triplicato le proprie capacità negli ultimi vent’anni, esperienza di combattimento reale acquisita in Ucraina, tecnologia dei droni all’avanguardia, e una sponda iraniana già collaudata nella fornitura di armamenti.
Non si tratterebbe di una guerra convenzionale. Si tratterebbe di uno scontro tra le due coalizioni più armate della storia umana, su un teatro — l’Europa orientale — già devastato da anni di conflitto. Il termine «apocalisse» non è retorica: è la valutazione sobria di cosa succederebbe se i meccanismi di deterrenza cedessero.
Eppure l’Occidente continua a ragionare per comparti stagni: la Cina è una questione commerciale, la Russia è una questione militare, l’Iran è una questione regionale. Walker ha ragione quando dice che questa frammentazione analitica è un lusso che le democrazie non possono più permettersi.
L’asse che preme da est verso ovest esiste. Si addestra. Si coordina. E aspetta.
Nell’autunno del 2023, mentre l’Ucraina dipendeva da Starlink per coordinare evacuazioni, correggere il tiro dell’artiglieria e pilotare droni in tempo reale, ingegneri cinesi provenienti dalle principali istituzioni spaziali e della difesa di Pechino si riunivano in segreto a Guangzhou per discutere come abbattere quella stessa rete. Lo rivelano documenti ottenuti da The Insider, Der Spiegel e Le Monde nell’ambito di un’indagine investigativa congiunta pubblicata giovedì scorso.
I materiali — quattro presentazioni riservate consegnate in novembre al Terzo Forum sino-russo di cooperazione militare-tecnica di Guangzhou e un protocollo di lavoro firmato a Mosca il 5 giugno 2023 — tracciano il perimetro di un programma di cooperazione bilaterale che copre cinque domini: armi spaziali e abbattimento di satelliti, difesa aerea e antimissile integrata, munizioni autonome a sciame, veicoli corazzati di nuova generazione e aviazione militare. L’esistenza di questo forum, ricorrente e bilaterale, non era mai stata resa pubblica.
Il piano in tre fasi contro Starlink
La presentazione dedicata interamente a Starlink è stata preparata dalla parte cinese — lo tradiscono i numerosi errori nel testo in russo — e firmata da due ricercatori della China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC), il principale appaltatore spaziale statale cinese. Il documento, classificato ad uso interno, inquadra la rete di SpaceX non come un’infrastruttura civile o militare avversaria, bensì come un «blocco spaziale» che occupa le orbite basse e le bande elettromagnetiche in modo da escludere la concorrenza. Una cornice che trasforma ogni azione contro Starlink in legittima difesa.
La risposta proposta dai ricercatori CASC si articola in tre livelli. Il primo è diplomatico-legale: pressione internazionale coordinata tra Russia e Cina all’interno degli organismi regolatori, con la presentazione di richieste sulle bande di frequenza e sulle posizioni orbitali necessarie all’espansione di Starlink, al fine di ostacolarne la crescita attraverso i canali normativi. Il secondo è elettronico: un sistema congiunto di contromisure per il disturbo selettivo delle comunicazioni Starlink in specifiche aree geografiche. Il terzo è cinetico: lo sviluppo di «contromisure a basso costo» secondo il principio «uno contro molti», ovvero intercettori abbastanza economici da distruggere i satelliti più velocemente di quanto SpaceX riesca a lanciarne di nuovi.
I documenti invitano esplicitamente i due paesi ad allargare la coalizione, coinvolgendo altri «paesi interessati» in quella che viene definita un’alleanza tecnica contro Starlink.
Esperienza di combattimento russa, tecnologia cinese
Cinque mesi prima del forum di Guangzhou, una delegazione militare cinese guidata da un colonnello della Commissione militare centrale aveva trascorso nove giorni a Mosca, avviando trattative riservate con Almaz-Antey, il principale produttore russo di sistemi di difesa aerea. Il risultato fu un contratto. Il protocollo di lavoro ottenuto dai giornalisti, corroborato dai dati di volo dei partecipanti nominati nel documento, descrive un programma strutturato per lo sviluppo congiunto di sistemi di difesa aerea a bassa quota in grado di intercettare missili ipersonici, balistici e testate manovranti.
L’asse della cooperazione funziona come uno scambio: la Russia porta l’esperienza accumulata sul campo di battaglia ucraino, la Cina mette a disposizione le sue capacità tecnologiche, l’intelligenza artificiale e la capacità di produzione di massa. Stando a quanto riportato dall’indagine, questo scambio avrebbe già prodotto risultati concreti: il drone autonomo V2U, sviluppato in parte con componenti cinesi incluso un modulo di intelligenza artificiale.
Sul fronte russo, i servizi di intelligence NATO starebbero monitorando un concetto operativo basato sul rilascio di nuvole di piccoli frammenti nell’orbita della costellazione per distruggere i pannelli solari dei satelliti — un approccio che metterebbe a rischio anche i satelliti cinesi. Un dispositivo più mirato, identificato con il nome in codice «Volna Kupol Garant», sarebbe invece in grado di disturbare i ricevitori Starlink al suolo entro un raggio di circa 16 chilometri.
Le implicazioni geopolitiche
Le rivelazioni rimettono in discussione la narrativa della neutralità cinese rispetto alla guerra in Ucraina. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha definito i risultati dell’indagine «estremamente preoccupanti», avvertendo che quanto emerso «viola il nucleo assoluto degli interessi di sicurezza europei». La Cina ha finora smentito qualsiasi forma di sostegno militare a Mosca.
Dal fronte americano, un alto funzionario dell’intelligence statunitense ha confermato che la perdita di Starlink «ridurrebbe chiaramente le nostre capacità difensive», colpendo le operazioni anti-drone, le comunicazioni e i droni d’attacco a lungo raggio. Un ufficiale dell’esercito statunitense che ha operato in Medio Oriente nell’ambito dell’Operazione Epic Fury ha riferito che i terminali Starlink commerciali acquistati a Dubai erano «critici al cento percento» per lo sforzo bellico, applicati «a praticamente ogni drone» impiegato nelle operazioni contro obiettivi iraniani.
I documenti non contengono alcun riferimento alle conseguenze umanitarie di un’eventuale disabilitazione di Starlink, una rete su cui si appoggiano organizzazioni di soccorso, ospedali remoti, giornalisti in zone di conflitto e flotte di pesca in decine di paesi. Un dettaglio che, da solo, dice molto sulla natura del progetto.