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  • Ungheria: il sistema di Orbán smontato pezzo dopo pezzo. Ma a parti inverse, …sarebbe un Golpe!

    Ungheria: il sistema di Orbán smontato pezzo dopo pezzo. Ma a parti inverse, …sarebbe un Golpe!

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    Il sistema di Orbán viene smontato pezzo dopo pezzo. Oggi il Parlamento ungherese, dove il partito Tisza del premier Péter Magyar controlla oltre due terzi dei seggi, ha approvato il 17° emendamento alla Legge Fondamentale: una modifica costituzionale che dichiara cessato il mandato del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, considerato troppo vicino a Viktor Orbán. I deputati di Fidesz hanno abbandonato l’aula in segno di protesta contro quello che definiscono “l’arbitrio”. E Orbán, in viaggio verso gli Stati Uniti, ha parlato senza mezzi termini di morte della democrazia ungherese.

    Fermiamoci un attimo. Perché la notizia, raccontata così, sembra la solita favola a lieto fine: il cattivo se ne va, il buono ripulisce. Ma se si gratta la vernice, il quadro si fa parecchio più interessante.

    La trappola perfetta per Sulyok

    Il meccanismo è degno di un manuale di ingegneria del potere. Sulyok ha cinque giorni per controfirmare l’emendamento che lo destituisce. Se firma, si autoelimina. Se non firma, scatta la procedura di impeachment per “demerito”. Comunque vada, è fatto fuori. Una trappola a doppia mandata, congegnata da chi — sia detto per la cronaca — è salito al potere promettendo il ritorno dello Stato di diritto.

    E non è tutto. L’emendamento introduce un limite di 70 anni per i giudici della Corte Costituzionale — guarda caso, quanto basta per mandare a casa il presidente della Corte e altri tre giudici nominati dai governi precedenti — e un tetto di 12 anni al mandato parlamentare, che secondo diversi osservatori ha uno scopo preciso: impedire a Orbán di tornare in Parlamento. Norme scritte su misura, con nome e cognome del destinatario stampati in filigrana. In giurisprudenza si chiamano leggi ad personam. Quando le faceva qualcun altro, ci si stracciava le vesti.

    Il “Fuoco Purificatore” e le tv che si autosospendono

    Magyar non ha nemmeno provato a mascherare l’intento. L’operazione l’ha battezzata lui stesso, il 22 giugno, “Fuoco Purificatore”. Un nome che dovrebbe far correre un brivido lungo la schiena a chiunque abbia letto un libro di storia del Novecento: le purificazioni, di solito, non finiscono bene. Il premier ha annunciato che “lo Stato si riprenderà tutto ciò che è stato rubato alla nazione”, istituendo un Ufficio nazionale per il recupero dei beni che indagherà sugli anni di Fidesz. Lotta alla corruzione, certo. Ma anche una formidabile arma legale nelle mani del governo per colpire, uno a uno, gli uomini del vecchio corso.

    E poi c’è il dettaglio che nessuno sembra voler guardare troppo da vicino: la televisione pubblica MTVA si è scusata con i telespettatori per la “propaganda” degli anni di Orbán e ha sospeso le trasmissioni per consentire le riforme decise dal nuovo governo. Una tv di Stato che si spegne in attesa che il potere politico la riorganizzi. Chiamatelo come volete. A me viene in mente una parola sola, e non è “pluralismo”.

    Quando persino Amnesty storce il naso

    Non lo dice solo il sottoscritto, e nemmeno solo Fidesz, che pure ha convocato una manifestazione in difesa “della libertà e dello Stato di diritto” — sì, avete letto bene, oggi è Fidesz a invocare lo Stato di diritto, e c’è chi non coglie l’ironia della storia. Lo dicono organizzazioni non esattamente tenere con Orbán: Amnesty International e Human Rights Watch hanno criticato la rimozione del presidente tramite norma ad personam, e HRW ha osservato che queste strategie “ricordano l’era Fidesz”. Tradotto: si combatte il presunto autoritarismo con i metodi del presunto autoritarismo.

    Lo stesso Sulyok, prima del voto, aveva richiamato l’attenzione “sul rispetto del principio dello Stato di diritto”, mettendo in guardia “contro l’esercizio arbitrario del potere pubblico e l’applicazione illimitata delle possibilità offerte dalla maggioranza parlamentare dei due terzi”. Parole che, se le avesse pronunciate un commissario europeo contro Orbán, avrebbero aperto i telegiornali. Pronunciate contro Magyar, scivolano in fondo ai pezzi. La Commissione di Venezia ha inviato i suoi osservatori a Budapest; c’è chi, come il giurista András Baka, difende il metodo in nome del rinnovamento istituzionale. Vedremo se il metro di giudizio sarà lo stesso usato per sedici anni con l’inquilino precedente. Permettetemi di dubitarne.

    Due pesi, due misure

    Ecco il punto che i grandi media evitano accuratamente. Per sedici anni ci hanno spiegato che il peccato mortale di Orbán era l’uso spregiudicato della maggioranza dei due terzi per riscrivere la Costituzione e occupare le istituzioni. Oggi un altro premier usa la stessa identica mannaia — modifica costituzionale lampo, consultazione pubblica di cinque giorni, destituzione del capo dello Stato, epurazione della Corte, azzeramento della tv pubblica — e improvvisamente si chiama “ritorno alla democrazia”. Magyar promette una nuova Costituzione l’anno prossimo, dopo “larga consultazione”. Nel frattempo, però, il fuoco purificatore brucia.

    Sia chiaro: qui non si tratta di riabilitare nessuno, né di negare i problemi dell’Ungheria di ieri. Si tratta di applicare a Budapest oggi lo stesso rigore che si applicava a Budapest ieri. Perché se lo Stato di diritto vale solo quando a vincere è il candidato gradito a Bruxelles, allora non è Stato di diritto: è una clava a orologeria.

    E allora la domanda, provocatoria quanto volete, è questa: se domani un governo italiano sgradito ai salotti buoni destituisse il presidente della Repubblica per legge, mandasse in pensione i giudici costituzionali scomodi e sospendesse la Rai “per riformarla”, quanti minuti passerebbero prima che scattasse la procedura d’infrazione? In Ungheria, invece, si applaude. Il fuoco purificatore, evidentemente, purifica solo in una direzione.

  • Morto a 38 anni l’arbitro Rob Dieperink, escluso dai Mondiali. Le accuse mai provate e una riflessione per tutti.

    Morto a 38 anni l’arbitro Rob Dieperink, escluso dai Mondiali. Le accuse mai provate e una riflessione per tutti.

    Rob Dieperink, arbitro olandese di 38 anni, è morto oggi. Lo ha confermato nel pomeriggio la federazione calcistica olandese (KNVB) con un comunicato ufficiale. Dieperink era stato selezionato dalla FIFA come Video Assistant Referee per il Mondiale 2026 in corso tra Stati Uniti, Canada e Messico, ma a maggio era stato rimosso dalla lista degli ufficiali di gara in seguito a una vicenda giudiziaria nel Regno Unito, conclusasi con un’archiviazione per insufficienza di prove. La causa della morte non è stata resa pubblica e, secondo la stampa olandese, la polizia avrebbe avviato accertamenti dopo il ritrovamento di una persona deceduta nella strada in cui l’arbitro abitava.

    L’arresto, l’indagine, l’archiviazione

    Ricostruiamo i fatti. Lo scorso 9 aprile Dieperink si trovava in Inghilterra per dirigere il quarto di finale di Conference League tra Crystal Palace e Fiorentina. Al termine della trasferta era stato arrestato dalla Metropolitan Police con l’accusa di aggressione sessuale ai danni di un minore, per fatti che sarebbero avvenuti a Croydon, nella zona sud di Londra. L’arbitro ha sempre negato ogni addebito.

    La polizia britannica ha condotto un’indagine approfondita: filmati delle telecamere di sorveglianza, analisi dei dispositivi digitali. La conclusione è stata che la soglia probatoria non era stata raggiunta. Il caso è stato archiviato senza alcuna incriminazione formale.

    Nonostante l’archiviazione, la FIFA ha confermato la rimozione di Dieperink dalla lista degli arbitri del Mondiale. L’olandese si era detto grato per il sostegno ricevuto dalla propria federazione, ma aveva espresso delusione per la scelta dell’organo di governo del calcio mondiale di non reintegrarlo.

    Quando l’accusa pesa più della sentenza

    La notizia ha acceso una discussione molto ampia sui social, in particolare su Reddit, Che cosa resta della vita di un uomo dopo un’accusa infamante che non ha retto alla prova dei fatti?

    Molti osservano che un’accusa di questo tipo, anche quando viene archiviata, lascia un marchio difficilmente cancellabile: la carriera compromessa, la reputazione segnata, il nome per sempre associato a un sospetto. Altri ricordano che un’archiviazione per insufficienza di prove non equivale a una dichiarazione di innocenza, e che organismi come la FIFA hanno margini di discrezionalità per tutelare l’immagine di una competizione, a prescindere dall’esito penale.

    È un nodo che il diritto conosce bene e che la piazza digitale ripropone con forza: la presunzione di innocenza vale nei tribunali, ma fatica a valere nel tribunale dell’opinione pubblica e in quelli, ancora più opachi, delle decisioni istituzionali e sportive. Qui non si tratta di stabilire chi avesse ragione — le indagini si sono chiuse senza accuse, e la verità dei fatti di Croydon non è stata accertata in alcuna direzione — ma di registrare che la vita professionale di Dieperink è cambiata radicalmente sulla base di un procedimento che non è mai arrivato a processo.

    Una carriera lunga quindici anni

    Dieperink era un professionista di lungo corso: oltre quindici anni di attività, quasi trecento partite dirette come arbitro principale, il debutto in Eredivisie nel 2017 e un’esperienza internazionale consolidata come VAR, con una partecipazione anche agli Europei del 2024. Al Mondiale avrebbe dovuto affiancare il connazionale Danny Makkelie.

    La KNVB si è detta “sconvolta e profondamente rattristata” e lo ha ricordato come “un arbitro di grande valore, con esperienza internazionale, e soprattutto un collega eccellente e dedito al lavoro”, esprimendo vicinanza alla famiglia e agli amici.

    Sulle cause della morte, al momento, nessuna conferma ufficiale. Qualunque collegamento tra il decesso e la vicenda giudiziaria e sportiva degli ultimi mesi resta, allo stato attuale, una speculazione. Ma in un’epoca in cui l’accusa viaggia alla velocità di un titolo e l’archiviazione arriva, quando arriva, a bassa voce, quali garanzie restano per chi viene indagato e poi prosciolto? È una domanda che riguarda tutti, e alla quale né i tribunali né le federazioni sportive hanno ancora dato una risposta convincente.


    Fonti:

  • Attacchi hacker russi: la UE sanziona, mentre Parigi e Berlino convocano gli ambasciatori. Ma ecco lo spin.

    Attacchi hacker russi: la UE sanziona, mentre Parigi e Berlino convocano gli ambasciatori. Ma ecco lo spin.

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    L’Unione Europea ha annunciato ieri mattina, lunedì 13 luglio, un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia per una presunta campagna di cyberspionaggio e sabotaggio informatico che durerebbe dal 2010. Nel mirino di Bruxelles c’è il 16° Centro dell’FSB, il Servizio federale di sicurezza russo, che secondo l’UE dirigerebbe il gruppo hacker noto come Turla. Colpiti nove individui e quattro entità, tra cui le aziende tecnologiche Advanced System Technology e NPP Gamma, con divieti di viaggio, congelamento dei beni e interdizione dagli affari in Europa. In parallelo, il Regno Unito ha sanzionato 24 tra persone ed entità legate all’intelligence di Mosca.

    La Francia ha alzato ulteriormente il tiro: il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha annunciato la convocazione dell’ambasciatore russo Alexeï Mechkov al Quai d’Orsay. Anche la Germania ha convocato il rappresentante diplomatico di Mosca, in quella che si presenta come una risposta europea coordinata.

    Le accuse: ministeri, ferrovie e centrali nel mirino

    Secondo la ricostruzione francese, Turla avrebbe compromesso nel 2017 i sistemi di posta elettronica non classificati del Ministero della Difesa, violato l’anno successivo l’ambasciata francese a Mosca e sottratto, nel 2025, segreti industriali a un’azienda high-tech impegnata in tecnologie sensibili per la difesa. Parigi accusa inoltre il gruppo di aver dirottato infrastrutture di terzi — comprese capacità cyber offensive ricondotte all’Iran — per mascherare l’origine delle proprie operazioni.

    «Queste operazioni prendono di mira militari, aziende e operatori, e mirano a intercettare le comunicazioni o a sabotare il funzionamento, per esempio, delle infrastrutture ferroviarie, come è avvenuto in Polonia», ha dichiarato Barrot. L’UE cita anche sabotaggi contro centrali di cogenerazione polacche e attività ostili in almeno nove Paesi, tra cui Francia, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Austria e Finlandia.

    Un dettaglio, però, merita attenzione: nel comunicato del Consiglio europeo i nomi degli individui sanzionati non sono stati resi pubblici. Le prove tecniche delle attribuzioni, come sempre in questi casi, restano negli archivi riservati delle agenzie di intelligence. Al cittadino europeo si chiede, ancora una volta, un atto di fede.

    Il tempismo perfetto: Zelensky a Parigi e la parata del 14 luglio

    Ed è qui che la cronaca lascia spazio alla politica. L’annuncio delle sanzioni arriva esattamente nel giorno in cui Volodymyr Zelensky sbarca all’Eliseo per il vertice della Coalizione dei Volenterosi, dove si discute di scudo balistico comune, produzione di armamenti e persino delle esercitazioni di una futura forza multinazionale da schierare dopo un eventuale cessate il fuoco. E arriva alla vigilia della parata del 14 luglio, che Macron ha voluto dedicare al “risveglio strategico dell’Europa”, con i soldati ucraini a sfilare in testa sugli Champs-Élysées insieme ai contingenti dei Paesi volenterosi, Italia compresa.

    Difficile credere a una coincidenza. La regia è evidente: costruire, nel giro di ventiquattro ore, il palcoscenico emotivo e mediatico su cui l’Europa si presenta come fortezza assediata, bisognosa di riarmo, di scudi missilistici e di nuove commesse per l’industria bellica. Il nemico informatico, per sua natura invisibile e non verificabile dall’opinione pubblica, è perfetto per la parte.

    Un copione già visto

    Sia chiaro: che i servizi segreti facciano spionaggio — tutti, russi, americani, francesi e britannici — è la scoperta dell’acqua calda. Il regime di sanzioni cyber dell’UE nacque nel 2020 proprio contro ufficiali del GRU per il malware NotPetya e l’attacco al Bundestag, e da allora la lista si è allungata a ritmo costante, di pari passo con il deterioramento dei rapporti con Mosca. Ma trasformare ogni dossier di intelligence in un caso diplomatico da prima pagina, con convocazioni di ambasciatori a raffica e sanzioni annunciate in conferenza stampa, risponde a una logica precisa: alimentare il clima di mobilitazione permanente che giustifica il riarmo europeo e allontana ogni ipotesi di distensione.

    Mosca, prevedibilmente, respingerà le accuse. E l’escalation verbale proseguirà, mentre di negoziati di pace, nei comunicati di Bruxelles, non c’è traccia. A chi giova tutto questo? Non certo ai cittadini europei, che pagano le sanzioni in bolletta e il riarmo in welfare tagliato. Il “risveglio strategico dell’Europa”, a guardarlo da vicino, somiglia sempre di più a un sonnambulismo inconsapevole del destino che stiamo costruendo. E i sonnambuli, almeno nell’immaginario, già dai cornicioni alla fine cadono da soli.

  • Verso il divieto dei social ai minori di 16 anni. Von der Leyen per una volta ne dice una giusta

    Verso il divieto dei social ai minori di 16 anni. Von der Leyen per una volta ne dice una giusta

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    Non capita spesso di trovarsi d’accordo con Ursula von der Leyen. Anzi, a memoria di chi scrive, non è mai capitato. Parliamo della stessa presidente della Commissione europea che ha messo sul piatto 800 miliardi per riarmare l’Europa e che ancora deve spiegare fino in fondo il contenuto degli sms scambiati con l’amministratore delegato di Pfizer durante la stagione dei vaccini. Eppure oggi, 13 luglio, da Bruxelles arriva una proposta che merita di essere sostenuta: un’età minima per l’iscrizione ai social media e un accesso graduale alle piattaforme per i minori. La proposta legislativa arriverà dopo l’estate.

    “I social non sono un giocattolo”

    La questione non è se i bambini possano accedere ai social, ma se e quando i social possano accedere ai nostri figli“, ha dichiarato von der Leyen durante un panel sulla tutela dei minori online, affiancata dalla ricercatrice Maria Melchior e dallo psichiatra infantile Jörg Fegert. E ancora: “In Europa crediamo che siano i genitori a crescere i figli, non algoritmi predatori. I social media non sono un giocattolo“.

    Il paragone scelto è efficace: “Non diamo ai bambini le chiavi dell’auto prima della patente e non consentiamo loro di acquistare alcolici prima dell’età legale. Allo stesso modo dobbiamo stabilire l’età alla quale i minori possono accedere legalmente ai social”.

    Lo schema delineato prevede un avvicinamento progressivo agli schermi: niente fino ai tre anni; fino ai 13 anni esposizione solo sotto la supervisione di genitori, tutori o insegnanti ed entro limiti di tempo; dai 13 in poi accesso graduale, subordinato alla capacità delle piattaforme di dimostrare la propria adeguatezza e sicurezza per gli adolescenti. È allo studio anche un’applicazione europea open source per la verifica dell’età, progettata — assicurano — per tutelare la privacy.

    I danni sono documentati: non è moralismo, è scienza

    Qui non siamo davanti a un panico morale da salotto televisivo. La letteratura scientifica sugli effetti dell’esposizione precoce e prolungata a smartphone e social è ormai un fiume in piena, e converge su un quadro allarmante: disturbi del sonno, perché la luce degli schermi e la stimolazione continua interferiscono con i ritmi circadiani; ansia e depressione in aumento tra gli adolescenti, con una correlazione documentata con le ore trascorse sui social; dipendenza comportamentale, alimentata da meccanismi progettati apposta per catturare l’attenzione; calo dell’attenzione e delle capacità di concentrazione, con ricadute dirette sul rendimento scolastico; cyberbullismo, esposizione a contenuti inappropriati, distorsione dell’immagine corporea — con effetti particolarmente pesanti sulle ragazze — e impoverimento delle relazioni sociali reali. Tutto questo mentre il cervello è ancora in piena fase di sviluppo.

    Gli stessi dati citati dalla Commissione fotografano la situazione: i giovani europei trascorrerebbero dalle 4 alle 6 ore al giorno davanti agli schermi — l’equivalente, proiettato su una vita, di circa vent’anni — e quasi il 60% dei bambini avrebbe già sperimentato problemi emotivi e psicosociali online. Non a caso Bruxelles ha già avviato procedimenti contro TikTok e Meta per il design delle loro piattaforme: scorrimento infinito, riproduzione automatica, notifiche push, raccomandazioni personalizzate. Un’architettura costruita scientificamente per creare compulsione, per mettere il cervello in “modalità pilota automatico“. Chiamiamole con il loro nome: slot machine tascabili per minorenni.

    Chi si è già mosso: dall’Australia all’Europa

    L’Europa, per una volta, non è nemmeno la prima della classe. L’Australia ha aperto la strada, approvando per prima una legge che vieta i social ai minori di 16 anni — e Bruxelles dichiara di voler tenere conto proprio dei riscontri arrivati da Canberra. Il Regno Unito di Keir Starmer ha annunciato il mese scorso l’intenzione di seguirla: nel mirino TikTok, Instagram, Facebook, Threads, X, Snapchat, Reddit e YouTube, con possibile estensione ai chatbot di intelligenza artificiale a sfondo romantico o sessuale e limiti alle chat tra minori e sconosciuti nei videogiochi online.

    Dentro e attorno all’Unione, Francia, Spagna, Portogallo e Danimarca intendono avviare un iter legislativo per vietare i social sotto i 16 anni, mentre Norvegia, Austria, Germania e Brasile stanno studiando misure analoghe. In Italia, il 90% delle persone è favorevole a vietare l’uso dei social ai minori di 16 anni, ma l’iter della legge è bloccato in commissione al Senato, nell’attesa dei pareri tecnici. Il vento, insomma, è cambiato ovunque.

    Un sì vigile, non una cambiale in bianco

    Resta un punto da sorvegliare come il latte sul fuoco: la verifica dell’età non dovrà trasformarsi nel cavallo di Troia dell’identità digitale obbligatoria per navigare, con buona pace dell’anonimato online degli adulti. Su questo ci sarà da vigilare, riga per riga, quando il testo arriverà sul tavolo dopo l’estate.

    Ma il principio è sacrosanto. Per vent’anni abbiamo consegnato i nostri figli, senza contratto e senza garanzie, a corporation che hanno monetizzato la loro attenzione e la loro fragilità. Se persino Ursula von der Leyen se n’è accorta, significa che il problema è diventato impossibile da negare. Speriamo solo che a Bruxelles la volontà politica resista alle lobby delle Big Tech. Perché stavolta, almeno, la direzione è quella giusta.

  • Terrorismo rosso, esiste un allarme? L’Italia al vertice di Washington, per “prendere nota”

    Terrorismo rosso, esiste un allarme? L’Italia al vertice di Washington, per “prendere nota”

    L’Italia sarà presente al vertice internazionale sul cosiddetto terrorismo rosso organizzato a Washington dal segretario di Stato americano Marco Rubio. A rappresentare Roma non sarà un ministro, ma un sottosegretario: una scelta, a quanto si apprende, maturata su impulso diretto della premier Giorgia Meloni, che avrebbe superato le resistenze della Farnesina. Fonti dell’esecutivo parlano di una partecipazione “per prendere nota”, una presenza a bassa intensità pensata per non lasciare vuota la sedia italiana senza però esporsi politicamente. Le opposizioni, intanto, chiedono al governo di ripensarci e di chiarire “cosa andrà a dire”.

    Cos’è (stato) il terrorismo rosso in Italia

    Per capire il peso simbolico dell’espressione, bisogna fare un passo indietro. In Italia “terrorismo rosso” evoca una stagione precisa: gli anni di piombo, quando organizzazioni armate di matrice marxista-leninista — le Brigate Rosse su tutte, ma anche Prima Linea e decine di sigle minori — insanguinarono il Paese tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. Il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro nel 1978 ne resta il punto più drammatico. Sul fronte opposto agiva il terrorismo nero, di matrice neofascista, responsabile tra l’altro delle grandi stragi. Fu una guerra interna che lo Stato vinse con leggi speciali, pentiti e una lunga scia di sangue: magistrati, poliziotti, giornalisti, sindacalisti.

    Quella stagione si è chiusa da decenni. Negli anni successivi il concetto stesso di terrorismo è cambiato radicalmente: prima l’eversione interna residuale, poi, dopo l’11 settembre 2001, la minaccia jihadista ha monopolizzato per vent’anni l’agenda della sicurezza occidentale. Il “pericolo rosso” era sostanzialmente uscito dal vocabolario dell’antiterrorismo.

    Perché Washington rilancia l’allarme

    A riportarlo al centro della scena è stata l’amministrazione americana. Secondo il Dipartimento di Stato, negli Stati Uniti starebbe riemergendo un “terrorismo transnazionale di estrema sinistra”, con nuovi legami internazionali che richiederebbero la cooperazione degli alleati. Dopo l’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che designa il movimento Antifa come “organizzazione terroristica interna”: una decisione che ha sollevato perplessità anche dentro l’amministrazione, dove alcuni funzionari temono che gli strumenti antiterrorismo possano finire per colpire semplicemente l’attivismo di sinistra.

    Il summit convocato da Rubio dovrebbe riunire i ministri degli Esteri di oltre 60 Paesi, inclusi i principali Stati latinoamericani e diversi asiatici come India, Indonesia e Singapore. Le cancellerie europee, però, hanno accolto l’invito con evidente freddezza: i dubbi riguardano tanto gli obiettivi politici dell’iniziativa quanto la reale consistenza della minaccia rappresentata dai movimenti Antifa sul suolo europeo.

    La linea di Meloni e le accuse dell’opposizione

    In questo quadro si inserisce la scelta italiana. Secondo la ricostruzione di Ilario Lombardo su La Stampa, Meloni avrebbe imposto l’invio del sottosegretario anche in chiave di rapporto strategico con Rubio, in vista del dopo-Trump: l’europarlamentare di FdI Carlo Fidanza, di ritorno da un viaggio del partito negli Usa, ha parlato di “rapporti con l’Italia al di là del leader”. Una presenza calibrata, dunque, per non incrinare l’asse con Washington dopo le recenti tensioni tra la premier e il presidente americano, senza però sposare formalmente la tesi del vertice.

    Le opposizioni, a partire da Alleanza Verdi e Sinistra, hanno evocato le “peggiori stagioni del maccartismo e della caccia alle streghe ideologica”, avvertendo che assecondare la Casa Bianca rischia di “trasformare l’antifascismo e il dissenso sociale in un problema di ordine pubblico”. Il segretario di Più Europa Riccardo Magi ha chiesto al governo di chiarire i contorni della partecipazione, perché “oggi non esiste un pericolo rosso transnazionale” mentre “per le democrazie liberali è ben più forte il pericolo eversivo rappresentato dall’involuzione illiberale degli Usa di Trump“.

    Da un lato c’è chi quindi chi vede nel vertice un’operazione ideologica dell’amministrazione Trump, che riesuma una categoria storica per colpire l’attivismo di sinistra. Dall’altro chi ritiene doveroso, per un alleato, sedersi al tavolo e ascoltare. Ma esistono dati concreti su una minaccia terroristica di estrema sinistra in Europa? Il sottosegretario italiano volerà a Washington, dicono dall’esecutivo, “per prendere nota”. Attendiamo di leggere le note, dunque, che avrà preso.

  • Morsa da una zecca, muore per encefalite: cosa sapere davvero

    Morsa da una zecca, muore per encefalite: cosa sapere davvero

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    È morta a distanza di un mese dal morso di una zecca. Gianna Sommavilla, 76 anni, originaria di Moena e residente a Ziano di Fiemme, in Trentino, è deceduta ieri all’ospedale Santa Chiara di Trento per un’encefalite da zecca. Il morso, secondo quanto ricostruito, risale allo scorso 8 giugno, in un prato attorno alla sua abitazione.

    I primi malesseri sono comparsi poche ore dopo. I familiari l’hanno accompagnata all’ospedale di Cavalese, dove i medici avrebbero subito avviato la profilassi. Ma il quadro clinico non è migliorato: il 20 giugno il trasferimento d’urgenza in elicottero a Trento, il ricovero in terapia intensiva e infine il decesso, provocato da danni cerebrali irreversibili.

    Un caso che ha colpito la Val di Fiemme e riacceso i timori sull’estate delle zecche. Proviamo allora a mettere in fila, con calma, tutto quello che serve sapere. Senza allarmismi e senza minimizzare.

    Cosa sono le zecche e dove si prendono

    Le zecche sono piccoli parassiti che appartengono agli aracnidi, la stessa classe di ragni e acari. Non volano e non saltano: aspettano il passaggio della preda appoggiate sull’erba alta o nascoste tra i cespugli. Misurano da pochi millimetri fino a circa un centimetro, e spesso sono quasi invisibili.

    Si nutrono esclusivamente di sangue, di animali e di esseri umani. Il loro habitat preferito sono i terreni incolti, l’erba alta, i pascoli, le stalle e le aree ricche di vegetazione. Ma attenzione: non sono più soltanto un problema di chi ama i boschi. Con i cambiamenti climatici, la loro presenza si è estesa anche a parchi cittadini e zone periurbane. In Trentino l’Azienda sanitaria le definisce ormai “presenti ovunque”.

    Esistono diverse specie. La più comune è la zecca del cane (Rhipicephalus sanguineus), considerata meno pericolosa. Quella più temuta è la Ixodes ricinus, la cosiddetta zecca del capriolo, che può trasmettere la malattia di Lyme e altre infezioni. Si trova spesso su cinghiali e roditori.

    Il morso non si sente: ecco perché

    Il morso della zecca è indolore. Il parassita rilascia una sostanza anestetizzante e, con una bocca seghettata, penetra la pelle e resta ancorato per ore o addirittura giorni, nutrendosi di sangue. Ecco perché spesso ci si accorge di averla addosso solo controllando con attenzione, magari in zone nascoste del corpo.

    Attenzione: il morso non è una malattia

    È il punto più importante, e va detto chiaro. La puntura di una zecca non equivale a una malattia. Le zecche possono trasmettere batteri o virus solo se sono a loro volta infette. Nella maggior parte dei casi il morso non provoca conseguenze rilevanti. Il vero compito, dopo un morso, è osservare la comparsa di eventuali sintomi nei giorni e nelle settimane successive.

    Quali malattie possono trasmettere

    In Italia le due infezioni più note sono la malattia di Lyme e l’encefalite da zecca (Tbe).

    La malattia di Lyme è di origine batterica. Il segno caratteristico è l’eritema migrante: una chiazza rossastra che, dopo giorni o settimane, si allarga progressivamente, spesso con un aspetto ad anello dal centro più chiaro. Possono comparire febbre, stanchezza, dolori muscolari e articolari. Se riconosciuta subito, si cura con antibiotici. Se trascurata, può evolvere e coinvolgere il sistema nervoso, le articolazioni o l’apparato cardiovascolare.

    L’encefalite da zecca (Tbe) è invece un’infezione virale del sistema nervoso centrale. È quella che ha causato la morte in Trentino. Viene trasmessa soprattutto dalle “zecche dei boschi”, ma anche dal consumo di latte crudo non pastorizzato. In Italia è endemica soprattutto nel Nord-Est: Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Fu identificata per la prima volta nel Bellunese, nel 1994.

    Più rare sono le rickettsiosi, tra cui la “febbre bottonosa” del Mediterraneo, che possono provocare febbre e una lesione scura e crostosa nel punto del morso.

    Quanto è davvero pericolosa la Tbe

    Qui servono i numeri, per orientarsi senza panico. L’incubazione dell’encefalite da zecca varia da pochi giorni fino a quattro settimane, ma di solito i primi sintomi arrivano entro una settimana.

    Nel 70% dei casi l’infezione è asintomatica o dà disturbi lievi. Circa tre persone su dieci sviluppano sintomi simil-influenzali: febbre alta, mal di testa, dolori muscolari e articolari, stanchezza, che poi regrediscono senza conseguenze. Solo in una quota minore la malattia entra in una seconda fase, con coinvolgimento neurologico: meningite, encefalite, paralisi. La mortalità riportata oscilla tra l’1 e il 5%. Nei bambini la malattia tende a essere più lieve; la gravità aumenta con l’età.

    Non esiste una cura antivirale specifica: il trattamento è di supporto. Per questo la prevenzione è centrale.

    Il quadro trentino

    Dall’inizio del 2026 in Trentino sono state registrate sette infezioni da Tbe, due delle quali hanno richiesto il ricovero. Due si sono manifestate come encefaliti, e una ha portato al decesso. Numeri che, secondo Maria Grazia Zuccali, direttrice del Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari, sono in linea con quelli degli ultimi anni.

    “Tutto il Trentino è ormai interessato dalla loro diffusione. Il cambiamento climatico ha favorito una proliferazione del parassita”, ha spiegato Zuccali. In Trentino il vaccino contro la Tbe è offerto gratuitamente: dall’inizio dell’anno sono state distribuite 18mila dosi agli adulti e 4mila ai bambini.

    Come proteggersi durante escursioni e passeggiate

    Le regole sono semplici. Restare sui sentieri, evitare l’erba alta e il contatto diretto con la vegetazione. Indossare pantaloni lunghi, scarpe chiuse, cappello e abiti chiari, che rendono più facile individuare le zecche. Infilare i calzini sopra i pantaloni. Usare repellenti a base di DEET sulla pelle scoperta.

    Utile anche la manutenzione di giardini e terreni incolti nei pressi delle abitazioni, per limitare la proliferazione del parassita.

    Come controllarsi al rientro (e i bambini)

    Dopo ogni escursione conviene controllare tutto il corpo, non solo le zone scoperte: pieghe della pelle, cuoio capelluto, dietro le ginocchia, l’inguine. Per i bambini l’attenzione va raddoppiata, perché non sempre segnalano il fastidio e il morso è indolore.

    Come togliere una zecca (senza farsi male)

    Se si trova una zecca attaccata, va rimossa il prima possibile: per la malattia di Lyme, in particolare, il rischio di trasmissione aumenta con il tempo di permanenza. Le indicazioni ufficiali sono chiare.

    – Afferrarla con una pinzetta (ne esistono di apposite, in farmacia) il più vicino possibile alla pelle, senza schiacciarla.

    – Tirare delicatamente, senza strappi, fino al distacco.

    – Disinfettare la ferita con un prodotto non colorante, oppure lavare con acqua e sapone.

    – Rendere inoffensiva la zecca estratta (bruciarla o incollarla su nastro adesivo). Alcuni esperti consigliano di conservarla in alcol al 70% per un’eventuale identificazione.

    Da evitare i rimedi fai-da-te: olio, alcol o creme applicati sul parassita. Possono provocarne il rigurgito, aumentando il rischio di contaminazione. Se il rostro, l’organo con cui la zecca si ancora, resta nella pelle, può essere estratto in un secondo momento e di per sé non rappresenta un pericolo.

    Un punto rassicurante: non è necessario correre al pronto soccorso. Basta una pinzetta e attenzione.

    Cosa controllare dopo

    Per il mese successivo va osservata ogni giorno la zona del morso. Se compare una macchia rossa che si allarga, o se arrivano febbre, mal di testa, dolori articolari, ingrossamento dei linfonodi, bisogna rivolgersi subito al medico, ricordando data e luogo del morso. In generale la profilassi antibiotica di routine dopo un morso non è raccomandata: la decisione spetta al medico, caso per caso.

    Un morso di zecca, insomma, nella stragrande maggioranza dei casi non ha conseguenze. Ma conoscere i segnali, sapere cosa fare e non farsi prendere dal panico resta la migliore forma di prevenzione.

  • Rottamazione quinquies: cosa fare per uscire dalle cartelle

    Rottamazione quinquies: cosa fare per uscire dalle cartelle

    Chi ha un debito con il fisco lo sa: il problema, spesso, non è tanto la somma originaria quanto tutto quello che ci si accumula sopra negli anni. Sanzioni, interessi di mora, aggio di riscossione. La rottamazione quinquies, introdotta dalla Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025), serve esattamente a questo: permette di chiudere i conti con l’Agenzia delle Entrate-Riscossione pagando solo il capitale del debito e le spese di notifica o delle procedure esecutive. Tutto il resto viene cancellato. E in questi giorni la misura entra nel vivo, su due binari paralleli: quello nazionale, con la prima rata in scadenza il 31 luglio, e quello dei Comuni, come Borore, in provincia di Nuoro, che giovedì scorso ha annunciato la propria adesione.

    Il binario nazionale: prima rata entro il 31 luglio

    Partiamo da chi ha già presentato domanda. Chi ha aderito entro lo scorso 30 aprile ha ricevuto — o può recuperare — la comunicazione delle somme dovute, che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha reso disponibile entro il 30 giugno. Dentro c’è tutto: l’esito della domanda, l’elenco dei carichi ammessi, l’importo complessivo, il piano delle rate e i moduli di pagamento.

    La prima scadenza è il 31 luglio: entro quella data va versata l’unica rata, per chi ha scelto di pagare tutto subito, oppure la prima del piano rateale, che può arrivare fino a 54 rate bimestrali in 9 anni, con un importo minimo di 100 euro a rata.

    Attenzione a un dettaglio che cambia rispetto alla rottamazione quater: la tolleranza di 5 giorni sul ritardo vale solo per chi paga in un’unica soluzione (e, a fine percorso, per l’ultima rata). D’altro canto, la decadenza non è più immediata: si perde il beneficio solo dopo due mancati pagamenti, anche non consecutivi. In pratica, saltare la prima rata non fa uscire subito dalla sanatoria. Ma chi decade paga un prezzo più salato di prima: il debito residuo non potrà più essere rateizzato con i piani ordinari fino a 120 rate, possibilità che invece restava aperta con la quater. E chi aveva già una rateizzazione in corso sui debiti rottamati se la vedrà revocare automaticamente dal 31 luglio.

    I servizi online: comunicazione e ricalcolo delle rate

    Per chi non ha Spid o altre credenziali digitali, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha attivato un servizio nell’area pubblica del sito che consente di richiedere la copia della comunicazione delle somme dovute: bastano il codice fiscale, un documento d’identità e un indirizzo email dove ricevere lettera e bollettini. È pensato soprattutto per chi aveva presentato domanda dall’area pubblica e ha ricevuto la risposta per raccomandata o Pec.

    Sempre dall’area pubblica, come segnalato dal Commercialista Telematico, è disponibile il servizio Paga Online che ricalcola le rate: inserendo codice fiscale, numero della cartella e numero di rate da versare, il sistema propone l’importo aggiornato, al netto dei carichi già oggetto di definizione agevolata. Utile per non pagare più del dovuto.

    Il binario dei Comuni: la finestra di ottobre

    E qui arriva la parte che interessa chi ha debiti con il proprio Comune: IMU, TARI, multe stradali, sanzioni amministrative. La rottamazione quinquies è stata infatti estesa anche agli enti locali, che hanno tempo fino al 31 luglio (dopo la proroga dal 30 giugno) per deliberare l’adesione.

    Borore ha scelto di aderire: la definizione agevolata riguarderà i carichi affidati alla riscossione tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2023, con abbattimento totale di sanzioni amministrative, interessi di mora e di dilazione. Stesso percorso per Monserrato, nel Cagliaritano, e per Sommacampagna, nel Veronese, dove sul piatto ci sono oltre 4,2 milioni di euro di vecchi crediti.

    Per il cittadino, il calendario è questo: dal 15 ottobre l’Agenzia delle Entrate-Riscossione metterà a disposizione, nell’area riservata del portale, i dati dei carichi comunali definibili. La domanda di adesione va presentata dal 16 ottobre al 15 dicembre, esclusivamente online sul sito di AdER: gli uffici comunali non c’entrano, la procedura è tutta in mano all’agente della riscossione. Entro il 28 febbraio 2027 arriverà la comunicazione con le somme dovute, ed entro il 31 marzo 2027 andrà versata l’unica soluzione o la prima rata.

    Un’avvertenza importante: per le multe del codice della strada lo sconto è più limitato. La sanzione resta dovuta; a cadere sono interessi, maggiorazioni e aggio.

    Una misura che divide

    Come ogni sanatoria, anche la quinta rottamazione porta con sé una discussione che va oltre i numeri. Nel consiglio comunale di Sommacampagna il tema è emerso con chiarezza: da una parte chi vede nella misura un’occasione per chi non è riuscito a pagare in momenti difficili della vita, dall’altra chi — come il consigliere Gianfranco Dal Forno, che ha votato contro — la considera un torto verso chi ha sempre pagato, «anche a fatica». Il vicesindaco Trivellati ha ricordato che si tratta della quinta rottamazione, varata da governi di diverso colore, e che le somme eventualmente recuperate andranno comunque a beneficio della comunità.

    Sta ai cittadini, ora, decidere se cogliere l’occasione. Il consiglio pratico è semplice: chi ha cartelle vecchie con il proprio Comune verifichi se l’ente ha aderito, si segni la finestra 16 ottobre–15 dicembre e prepari per tempo l’accesso ai servizi online di AdER. Chi invece è già dentro la rottamazione nazionale ha una sola data da cerchiare in rosso: il 31 luglio. Perché stavolta le regole del gioco, sui ritardi, sono cambiate.

  • Piemonte: “Catastrofe ecologica!” Incendi estesi 900 ettari in fumo ancora non domati: serviranno 80 anni per recuperare.

    Piemonte: “Catastrofe ecologica!” Incendi estesi 900 ettari in fumo ancora non domati: serviranno 80 anni per recuperare.

    Il Piemonte fa i conti con una delle più gravi emergenze incendi degli ultimi anni. Secondo una prima stima diffusa ieri dalla Regione, sono andati distrutti circa 900 ettari di vegetazione e 700mila alberi, in quella che le stesse istituzioni piemontesi hanno definito «una vera e propria catastrofe ecologica». Il fronte più critico si concentra tra la Val d’Ossola e il Parco Nazionale della Val Grande, nel Verbano-Cusio-Ossola, dove le fiamme, divampate negli ultimi giorni e alimentate da settimane di caldo anomalo e siccità, hanno costretto all’evacuazione precauzionale della frazione di Colloro, nel comune di Premosello-Chiovenda. Roghi anche in Sardegna, dove l’aeroporto di Olbia è rimasto chiuso per alcune ore.

    Dove bruciano i boschi e da quanto tempo

    La situazione meteo-climatica che investe l’intera Pianura Padana dura ormai da settimane: temperature ben oltre la media stagionale e precipitazioni quasi assenti hanno trasformato i boschi in materiale altamente infiammabile. È in questo contesto che si sono sviluppati i diversi fronti di incendio piemontesi, seguiti — hanno fatto sapere il presidente della Regione Alberto Cirio e gli assessori Marco Gabusi (Protezione civile) e Matteo Marnati (Ambiente) — «con il massimo impegno, con uomini e mezzi», in un quadro che «implica la prosecuzione della massima allerta per il rischio incendi». Per domani è stato convocato anche il tavolo per l’emergenza idrica.

    Sul campo sono state impiegate circa 500 persone e 60 mezzi tra Vigili del Fuoco, volontari antincendio boschivo e Protezione civile, con il supporto determinante della flotta aerea: Canadair ed elicotteri pesanti, tra cui l’Erickson S-64.

    incendi piemonte

    Il fronte della Val Grande: territorio impervio e senza comunicazioni

    Le operazioni più complesse riguardano l’interno del Parco Nazionale della Val Grande, l’area selvaggia più estesa d’Italia. In un video che documenta le attività di spegnimento, il comandante dei Vigili del Fuoco Onofrio Lorusso conferma un miglioramento della situazione, favorito dall’azione combinata dei mezzi aerei statali e regionali e dall’umidità portata da un recente temporale, che ha abbassato le temperature. Il tenente colonnello Andrea Baldi, nello stesso video, sottolinea però la complessità delle operazioni: il parco è privo di strade e di copertura telefonica, e le pattuglie monitorano i fronti attivi esclusivamente via radio. Il presidente del Parco, Luigi Spadone, evidenzia il ruolo strategico dell’elicottero Erickson nel contenere le fiamme in prossimità delle creste e nel proteggere l’abitato di Colloro, finora preservato dall’avanzata del fuoco. Rino Porini, per la Provincia del VCO, avverte che, nonostante la situazione sia sotto controllo, l’allerta resta alta per intervenire tempestivamente sui focolai residui.

    I danni a flora e fauna: decenni per ricostruire gli ecosistemi

    È sul fronte ambientale che i numeri pesano di più. Secondo la Regione, le fiamme hanno compromesso la biodiversità locale: serviranno dai 2 ai 5 anni perché tornino le prime specie vegetali, ma occorreranno dai 50 ai 70 anni perché gli ecosistemi di querce, faggi e conifere d’alto fusto colpiti riacquistino la loro struttura originaria. Un danno che va ben oltre il conteggio degli ettari: la perdita di habitat colpisce inevitabilmente anche la fauna che in quei boschi vive. Sulla qualità dell’aria nelle valli interessate dai fumi non risultano al momento bollettini ufficiali di dettaglio: un aspetto che meriterà attenzione nei prossimi giorni.

    Sardegna: sette roghi e l’aeroporto di Olbia chiuso per ore

    Anche la Sardegna ha vissuto una giornata difficile: circa sette incendi, di dimensioni ridotte o contenute, hanno impegnato elicotteri, Canadair e centinaia di operatori a terra. Per precauzione, e in alcuni casi per consentire l’intervento dei soccorsi, sono stati chiusi tratti di strade statali e provinciali. L’aeroporto di Olbia è rimasto chiuso fino alle 19 di ieri, con i voli dirottati su Cagliari e Alghero, prima della riapertura.

    Le previsioni: caldo fino a 43 gradi e temporali violenti

    L’attenzione resta altissima per i prossimi giorni. Le previsioni indicano punte di 43 gradi in alcune località della Sardegna e di 40 in Pianura Padana, con valori di 7-8 gradi oltre le medie storiche del periodo. Preoccupa anche la temperatura superficiale del mare, che in alcune zone tocca i 28-29 gradi, con un’anomalia di 4-5 gradi: un enorme accumulo di energia potenziale in grado di alimentare fenomeni estremi. Sono infatti attesi temporali di forte intensità su Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Marche, con raffiche di vento, grandinate locali e intensa attività elettrica. Piogge che potrebbero dare una mano contro i roghi, come già accaduto ieri sera, ma che portano con sé rischi di altro tipo. Il quadro, insomma, resta sospeso tra due estremi: il fuoco che non è ancora del tutto domato e l’acqua che rischia di arrivare tutta in una volta.

  • Ue, stop ai finanziamenti da 2 milioni alla Biennale per il padiglione della Russia. Un intollerabile ricatto. Che se li tengano!

    Ue, stop ai finanziamenti da 2 milioni alla Biennale per il padiglione della Russia. Un intollerabile ricatto. Che se li tengano!

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    Alla fine l’hanno fatto davvero. Oggi la Commissione europea ha raccomandato ufficialmente all’Eacea, l’agenzia che gestisce i fondi per l’istruzione e la cultura, di revocare il finanziamento da 2 milioni di euro alla Biennale di Venezia. La colpa? Aver permesso alla Russia di riaprire il proprio padiglione ai Giardini, chiuso dal 2022. Ad annunciarlo, via social, è stata la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen: la decisione, ha spiegato, arriva dopo «un’attenta valutazione delle risposte fornite dalla Biennale» per giustificare la riapertura. Valutazione attenta, esito scontato.

    La cultura coi soldi dei contribuenti, ma solo quella giusta

    Virkkunen ha aggiunto che la cultura in Europa, «finanziata con i soldi dei contribuenti», deve promuovere i valori democratici, che a suo dire «non sono rispettati nella Russia di oggi». Traduzione: la cultura va bene, purché sia quella approvata da Bruxelles. Se una delle massime istituzioni artistiche del pianeta, con oltre 130 anni di storia, decide di non selezionare gli artisti in base al passaporto, si taglia il rubinetto. Punto.

    Riavvolgiamo il nastro. Il padiglione russo, che è di proprietà di Mosca e sorge sul suolo dei Giardini per accordi che risalgono a più di un secolo fa, è stato riaperto per l’esposizione inaugurata lo scorso maggio, con il via libera del presidente Pietrangelo Buttafuoco. Le regole della Biennale, peraltro, parlano chiaro: qualsiasi Paese riconosciuto dall’Italia può esporre. Non c’è nessuna norma violata, e infatti la Biennale lo ha ribadito nero su bianco: è «certa di non aver violato alcuna norma» e di aver agito «in stretta osservanza delle leggi nazionali e internazionali vigenti». Ma a Bruxelles le leggi contano meno delle linee politiche.

    Un iter che sapeva di sentenza già scritta

    La procedura era partita l’11 aprile scorso, con la comunicazione formale il 23 aprile e i canonici trenta giorni concessi all’ente per «cambiare idea» o spiegarsi. Un meccanismo che ricorda da vicino certe proposte che non si possono rifiutare: o fai retromarcia, o perdi due milioni per il triennio. La Biennale non ha fatto retromarcia, e oggi è arrivata la mazzata. Nel frattempo perfino la giuria della 61esima Esposizione, come ha riferito il sindaco Luigi Brugnaro, ha annunciato che ignorerà i padiglioni di Russia e Israele nell’assegnazione dei premi, perché i rispettivi governi sono sotto la lente della Corte penale internazionale. Scelta autonoma dei giurati, rispettata dall’istituzione. Perché questo fa un’istituzione libera: rispetta le scelte, non le impone a colpi di tagli.

    La politica italiana, per una volta, si è fatta sentire. Matteo Salvini ha parlato di «volgare ricatto da parte della burocrazia europea nei confronti di uno degli enti culturali più importanti e liberi del mondo». Il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini ha definito la mossa «un atto grave e arrogante», un’ingerenza politica sull’autonomia culturale degli italiani «espressa con il linguaggio dei burocrati». E Angelo Bonelli di Avs ha messo il dito nella piaga: il doppio standard. Perché sul padiglione russo Bruxelles minaccia e taglia, mentre su quello israeliano — presente anch’esso, con un governo pure oggetto di procedimenti internazionali — non ha sollevato alcuna criticità. Due pesi, due misure, una sola morale: quella di chi paga detta la linea.

    Il precedente che dovrebbe spaventarci tutti

    Sia chiaro: qui non si discute la posizione sulla guerra in Ucraina, né si fa l’apologia di Mosca. Si discute un metodo. Un’istituzione comunitaria che usa i finanziamenti come clava per punire un ente culturale sovrano di uno Stato membro, colpevole di non voler discriminare l’arte in base alla nazionalità, non sta difendendo i valori democratici: li sta calpestando\\. Le epurazioni culturali su base etnica e nazionale le abbiamo già viste nel Novecento\\, e non è un capitolo che l’Europa dovrebbe avere voglia di ripassare. Chi mette al bando gli artisti per il loro passaporto non è mai passato alla storia dalla parte giusta.

    E allora la domanda è una sola: se la Commissione europea si sente in diritto di strangolare finanziariamente la Biennale di Venezia perché non obbedisce, cosa ci fa nella parola «Europa» la parola «cultura»? Forse la soluzione, alla fine, è più semplice di quanto sembri: che la Biennale rinunci a quei due milioni e se li tenga Bruxelles. La libertà, quella vera, non si compra a rate triennali. E soprattutto: se questa è la loro idea di valori democratici, teniamoci stretta la nostra idea di arte. Che, da Venezia, parla al mondo intero da prima che esistesse la Commissione europea. E continuerà a farlo quando la Commissione sarà solo una nota a piè di pagina.

  • Meloni nella lista nera iraniana per la morte di Khamenei: appare nel manifesto dei nemici da colpire pubblicato dal Comune di Teheran.

    Meloni nella lista nera iraniana per la morte di Khamenei: appare nel manifesto dei nemici da colpire pubblicato dal Comune di Teheran.

    Giorgia Meloni è finita sulla lista nera di un quotidiano iraniano come uno dei presunti responsabili della morte dell’ayatollah Ali Khamenei. La premier italiana è ritratta in uniforme arancione da detenuta — la stessa degli ospiti di Guantánamo — insieme a Donald Trump e Benjamin Netanyahu, entrambi con un mirino rosso disegnato sulla fronte. L’immagine, pubblicata oggi dal quotidiano Hamshari, di proprietà del comune di Teheran, porta un titolo esplicito: «La vendetta è inevitabile».

    Chi c’è nella lista e cosa significa

    Non si tratta di una lista breve. Accanto a Meloni, Trump e Netanyahu compaiono il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz. E poi una lunga serie di figure militari e diplomatiche statunitensi e israeliane: il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth, il comandante del Centcom Brad Cooper, l’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee, i ministri israeliani della Difesa Israel Katz e degli Esteri Gideon Sa’ar, il capo di stato maggiore delle IDF Eyal Zamir.

    Titolo del manifesto: «La vendetta è certa»

    Sottotitolo: «I criminali assaporeranno una morte lenta e dolorosa»

    Dall’alto verso il basso, da sinistra a destra:

    * Benjamin Netanyahu

    * Donald Trump

    * Israel Katz — ministro della Difesa israeliano

    * Brad Cooper — comandante del CENTCOM

    * Pete Hegseth — ministro/segretario della Difesa degli Stati Uniti

    * Marco Rubio — ministro/segretario di Stato degli Stati Uniti

    * Mike Huckabee — ambasciatore statunitense in Israele

    * Eyal Zamir — capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano

    * Giorgia Meloni — presidente del Consiglio italiana

    * Gideon Sa’ar — ministro degli Esteri israeliano

    * Friedrich Merz — cancelliere tedesco

    * Emmanuel Macron — presidente della Repubblica francese

    * Keir Starmer — primo ministro britannico

    La pubblicazione avviene in coincidenza con un messaggio attribuito a Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah ucciso e nuova Guida Suprema dell’Iran dal marzo scorso. «La vendetta è il volere della nostra Nazione e deve assolutamente avere luogo», recita il testo diffuso dall’agenzia iraniana Fars. «Promettiamo di vendicare il tuo sangue puro e il sangue di tutti i martiri di queste due guerre». E ancora, con un avvertimento diretto a chi è in lista: «Questi criminali si porteranno nella tomba il desiderio di una morte tranquilla».

    Hamshahri è uno dei principali quotidiani generalisti in lingua persiana ed è di proprietà della municipalità di Teheran: non è quindi una testata indipendente né, formalmente, l’organo ufficiale del governo iraniano. Fondato nel 1992 dall’allora sindaco Gholamhossein Karbaschi, nacque con un’impostazione urbana e relativamente pragmatica; oggi, rispecchiando l’amministrazione conservatrice della capitale, mantiene una linea istituzionale e vicina all’area principalista della Repubblica islamica, soprattutto sui temi di politica estera, Israele e rapporti con l’Occidente. È comunque uno dei giornali più letti del paese.

    vendetta teheran meloni

    Il contesto: una guerra, una tregua traballante e una Guida nell’ombra

    Ali Khamenei è stato ucciso alla fine di febbraio, nel primo giorno di raid condotti congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica. Da allora l’Iran vive una situazione interna avvolta nel mistero: Mojtaba Khamenei, 56 anni, non si è mai mostrato in pubblico né in video da quando ha assunto la guida del Paese. Si dice che sia rimasto ferito nei primi bombardamenti. Circolano solo messaggi scritti a suo nome.

    Intanto la tregua tra Iran e Stati Uniti scricchiola. Washington sostiene che sia già finita; Teheran afferma di aver rispettato gli impegni presi. Delegazioni di entrambi i Paesi si sono recate in Oman per riprendere i negoziati tramite mediatori, ma l’atmosfera è tutt’altro che distesa. Trump ha già fatto sapere che, in caso di attentato alla sua persona, gli Stati Uniti avrebbero «annientato completamente» l’Iran, con «1000 missili pronti al lancio». L’Iran, dal canto suo, avverte che non si sentirà più vincolato dagli accordi se Washington continuerà a violarli.

    Perché Meloni? Una domanda non scontata

    L’Italia non ha partecipato militarmente ai raid contro l’Iran. Meloni non figura tra i principali artefici della strategia militare che ha portato alla morte di Khamenei. Eppure è lì, in quella lista, in tuta arancione. La sua presenza dice qualcosa su come Teheran legge l’Occidente: come un blocco compatto, dove chi sta con Washington e Tel Aviv — anche solo politicamente — è considerato corresponsabile.E c’è la questione dei 500 aerei che secondo Mark Rutte sarebbero decollati proprio dall’Italia nell’ambito della campagna militare denominata Epic Fury, di cui vi avevo parlato qui.

    Sarà anche propaganda. Ma la propaganda, quando viene da chi ha già dimostrato di saper colpire, non è mai solo un manifesto. È un messaggio.

    E il messaggio, stavolta, contiene il volto di Giorgia Meloni. Una escalation che non può che protare male ai processi di distensione, e che rischia solo di surriscaldare animi già di per sé roventi, ampliando il consenso dei cittadini occidentali verso un conflitto che si pensava chiuso dopo l’annuncio degli accordi di pace.