Il sistema di Orbán viene smontato pezzo dopo pezzo. Oggi il Parlamento ungherese, dove il partito Tisza del premier Péter Magyar controlla oltre due terzi dei seggi, ha approvato il 17° emendamento alla Legge Fondamentale: una modifica costituzionale che dichiara cessato il mandato del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, considerato troppo vicino a Viktor Orbán. I deputati di Fidesz hanno abbandonato l’aula in segno di protesta contro quello che definiscono “l’arbitrio”. E Orbán, in viaggio verso gli Stati Uniti, ha parlato senza mezzi termini di morte della democrazia ungherese.
Fermiamoci un attimo. Perché la notizia, raccontata così, sembra la solita favola a lieto fine: il cattivo se ne va, il buono ripulisce. Ma se si gratta la vernice, il quadro si fa parecchio più interessante.
La trappola perfetta per Sulyok
Il meccanismo è degno di un manuale di ingegneria del potere. Sulyok ha cinque giorni per controfirmare l’emendamento che lo destituisce. Se firma, si autoelimina. Se non firma, scatta la procedura di impeachment per “demerito”. Comunque vada, è fatto fuori. Una trappola a doppia mandata, congegnata da chi — sia detto per la cronaca — è salito al potere promettendo il ritorno dello Stato di diritto.
E non è tutto. L’emendamento introduce un limite di 70 anni per i giudici della Corte Costituzionale — guarda caso, quanto basta per mandare a casa il presidente della Corte e altri tre giudici nominati dai governi precedenti — e un tetto di 12 anni al mandato parlamentare, che secondo diversi osservatori ha uno scopo preciso: impedire a Orbán di tornare in Parlamento. Norme scritte su misura, con nome e cognome del destinatario stampati in filigrana. In giurisprudenza si chiamano leggi ad personam. Quando le faceva qualcun altro, ci si stracciava le vesti.
Il “Fuoco Purificatore” e le tv che si autosospendono
Magyar non ha nemmeno provato a mascherare l’intento. L’operazione l’ha battezzata lui stesso, il 22 giugno, “Fuoco Purificatore”. Un nome che dovrebbe far correre un brivido lungo la schiena a chiunque abbia letto un libro di storia del Novecento: le purificazioni, di solito, non finiscono bene. Il premier ha annunciato che “lo Stato si riprenderà tutto ciò che è stato rubato alla nazione”, istituendo un Ufficio nazionale per il recupero dei beni che indagherà sugli anni di Fidesz. Lotta alla corruzione, certo. Ma anche una formidabile arma legale nelle mani del governo per colpire, uno a uno, gli uomini del vecchio corso.
E poi c’è il dettaglio che nessuno sembra voler guardare troppo da vicino: la televisione pubblica MTVA si è scusata con i telespettatori per la “propaganda” degli anni di Orbán e ha sospeso le trasmissioni per consentire le riforme decise dal nuovo governo. Una tv di Stato che si spegne in attesa che il potere politico la riorganizzi. Chiamatelo come volete. A me viene in mente una parola sola, e non è “pluralismo”.
Quando persino Amnesty storce il naso
Non lo dice solo il sottoscritto, e nemmeno solo Fidesz, che pure ha convocato una manifestazione in difesa “della libertà e dello Stato di diritto” — sì, avete letto bene, oggi è Fidesz a invocare lo Stato di diritto, e c’è chi non coglie l’ironia della storia. Lo dicono organizzazioni non esattamente tenere con Orbán: Amnesty International e Human Rights Watch hanno criticato la rimozione del presidente tramite norma ad personam, e HRW ha osservato che queste strategie “ricordano l’era Fidesz”. Tradotto: si combatte il presunto autoritarismo con i metodi del presunto autoritarismo.
Lo stesso Sulyok, prima del voto, aveva richiamato l’attenzione “sul rispetto del principio dello Stato di diritto”, mettendo in guardia “contro l’esercizio arbitrario del potere pubblico e l’applicazione illimitata delle possibilità offerte dalla maggioranza parlamentare dei due terzi”. Parole che, se le avesse pronunciate un commissario europeo contro Orbán, avrebbero aperto i telegiornali. Pronunciate contro Magyar, scivolano in fondo ai pezzi. La Commissione di Venezia ha inviato i suoi osservatori a Budapest; c’è chi, come il giurista András Baka, difende il metodo in nome del rinnovamento istituzionale. Vedremo se il metro di giudizio sarà lo stesso usato per sedici anni con l’inquilino precedente. Permettetemi di dubitarne.
Due pesi, due misure
Ecco il punto che i grandi media evitano accuratamente. Per sedici anni ci hanno spiegato che il peccato mortale di Orbán era l’uso spregiudicato della maggioranza dei due terzi per riscrivere la Costituzione e occupare le istituzioni. Oggi un altro premier usa la stessa identica mannaia — modifica costituzionale lampo, consultazione pubblica di cinque giorni, destituzione del capo dello Stato, epurazione della Corte, azzeramento della tv pubblica — e improvvisamente si chiama “ritorno alla democrazia”. Magyar promette una nuova Costituzione l’anno prossimo, dopo “larga consultazione”. Nel frattempo, però, il fuoco purificatore brucia.
Sia chiaro: qui non si tratta di riabilitare nessuno, né di negare i problemi dell’Ungheria di ieri. Si tratta di applicare a Budapest oggi lo stesso rigore che si applicava a Budapest ieri. Perché se lo Stato di diritto vale solo quando a vincere è il candidato gradito a Bruxelles, allora non è Stato di diritto: è una clava a orologeria.
E allora la domanda, provocatoria quanto volete, è questa: se domani un governo italiano sgradito ai salotti buoni destituisse il presidente della Repubblica per legge, mandasse in pensione i giudici costituzionali scomodi e sospendesse la Rai “per riformarla”, quanti minuti passerebbero prima che scattasse la procedura d’infrazione? In Ungheria, invece, si applaude. Il fuoco purificatore, evidentemente, purifica solo in una direzione.











