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  • Mario Roggero condannato in via definitiva: 14 anni e 9 mesi al gioielliere

    Mario Roggero condannato in via definitiva: 14 anni e 9 mesi al gioielliere

    È finita. La Cassazione ha messo il timbro definitivo: Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che il 28 aprile 2021 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo dopo l’assalto al suo negozio, sconterà 14 anni e 9 mesi di carcere. La prima sezione penale, dopo oltre cinque ore di camera di consiglio, ha rigettato il ricorso della difesa e confermato la sentenza d’appello del dicembre scorso. Roggero, 72 anni, si costituisce già oggi. Non aspetterà che vengano a prenderlo. Un uomo che ha lavorato una vita entra in cella da anziano, mentre là fuori chi rapina, spaccia e aggredisce troppo spesso non ci entra affatto.

    I fatti: la rapina, gli spari, il processo

    Riavvolgiamo il nastro. Aprile 2021, Gallo di Grinzane, provincia di Cuneo. Tre uomini assaltano la gioielleria di famiglia. Dentro ci sono anche la moglie e la figlia di Roggero. Non era la prima volta: il gioielliere aveva già subito una rapina violenta anni prima. Quando i banditi escono e cercano di fuggire, Roggero li insegue e spara con la sua pistola, legalmente detenuta. Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli muoiono. Alessandro Modica, l’autista, resta ferito.

    Per la giustizia italiana non è legittima difesa: al momento degli spari, dicono i giudici, «l’azione aggressiva da parte dei rapinatori era totalmente conclusa». Mancava l’attualità del pericolo prevista dall’articolo 52 del codice penale. La Procura parlò addirittura di «illegittima vendetta». Primo grado ad Asti: 17 anni. Appello a Torino: 14 anni e 9 mesi. Cassazione: confermato tutto, compreso il pagamento di provvisionali per 480mila euro. Sì, avete letto bene: il rapinato paga le famiglie dei rapinatori. Diecimila euro vanno anche al rapinatore superstite.

    «Questa attesa ci sta logorando»

    Alla vigilia della sentenza, Roggero aveva affidato ai social un appello che è un pugno nello stomaco: «Questa attesa ci sta logorando, non ne possiamo più. Da anni stiamo sopportando questo supplizio che non abbiamo voluto». E ancora: una vita di sacrifici, quattro figlie, otto nipoti, il sogno di vederli crescere. «L’idea di non poterci essere per colpa di un’ingiustizia mi fa stare veramente male». Se la condanna fosse confermata, aveva aggiunto, significherebbe anche la chiusura dell’attività di famiglia.

    I suoi legali si dicono «sorpresi e amareggiati» e annunciano che, lette le motivazioni, valuteranno il ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. L’avvocato Stefano Marcolini lo descrive «profondamente deluso, arrabbiato», ma «combattivo», convinto di essere «vittima di un’ingiustizia passata in giudicato, ma pur sempre un’ingiustizia».

    Salvini chiede la grazia a Mattarella

    La politica si è mossa a sentenza appena letta. Il vicepremier Matteo Salvini, in un video su Instagram, ha annunciato che chiederà la grazia al Presidente della Repubblica: «Una grazia per un uomo onesto, che a 72 anni non merita di condividere una cella con dei veri criminali». E ha promesso di allargare ancora «il sacrosanto diritto alla legittima difesa di chi viene aggredito». Vedremo se dalle parole si passerà ai fatti, o se anche questa resterà l’ennesima bandierina elettorale sventolata sul dolore altrui.

    La domanda che nessuno vuole fare

    Qui nessuno festeggia due morti, e la sentenza — sul piano tecnico — starà probabilmente applicando la legge così com’è scritta. Il punto è un altro, e riguarda la premessa che sta a monte di tutto: in che Paese vive un commerciante italiano nel 2026? Un Paese dove le rapine si susseguono, dove chi delinque troppo spesso esce prima ancora che la vittima abbia finito di sporgere denuncia, dove lo Stato non riesce a garantire sicurezza ma pretende che il cittadino aggredito mantenga la lucidità di un giurista mentre gli puntano un’arma davanti a moglie e figlia. Che poi fosse una pistola giocattolo, Roggero non poteva saperlo.

    Ed è per questo che l’opinione pubblica si è schierata in massa con lui: raccolte fondi, messaggi di solidarietà, migliaia di cittadini che — altro che carcere — dicono apertamente che a Roggero avrebbero dato una medaglia. Il Far West non è la soluzione, ma quella rabbia è il termometro di uno Stato che ha abdicato. Quando la gente comune arriva a considerare un eroe chi spara, il problema non è la gente: è chi ha lasciato i cittadini da soli.

    La soluzione esiste, e non è complicata: certezza della pena per chi delinque, presidi di sicurezza veri sul territorio, e una legittima difesa che tenga conto del terrore reale di chi viene aggredito, non solo dei manuali di diritto. Finché non accadrà, continueremo a contare le vittime due volte: prima alla rapina, poi in tribunale.

    Stasera Mario Roggero varcherà la soglia di un carcere: si costituirà egli stesso. I rapinatori che quel giorno entrarono armati nel suo negozio, se le cose fossero andate «bene», oggi sarebbero probabilmente liberi. Lui, che quel giorno stava semplicemente lavorando, ci resterà quasi quindici anni. Chiamatela pure giustizia. Il popolo, evidentemente, la chiama con un altro nome.

  • Contender riappare: lo squalo bianco più grande dell’Atlantico

    Contender riappare: lo squalo bianco più grande dell’Atlantico

    È tornato a farsi sentire uno degli abitanti più imponenti dell’oceano Atlantico. Contender, il più grande squalo bianco maschio mai marcato da OCEARCH nell’Atlantico settentrionale, ha inviato un nuovo segnale satellitare al largo della costa orientale degli Stati Uniti dopo mesi di assenza. L’esemplare misura circa 4,2 metri di lunghezza e pesa intorno ai 750 chilogrammi: una mole che gli esperti amano paragonare a quella di una piccola automobile.

    A rilevarne il ritorno è stata OCEARCH, l’organizzazione no-profit statunitense che studia i grandi predatori marini attraverso il tracciamento satellitare. Secondo quanto reso noto dai ricercatori, l’ultimo contatto risale ai primi giorni di luglio. Sulle date le fonti non concordano del tutto: alcune indicano il 25 giugno, altre l’11 luglio, altre ancora il 10 luglio. Ciò che è certo è che il segnale è stato classificato come “Z-ping”.

    Che cos’è uno Z-ping e perché la posizione resta incerta

    Il dispositivo applicato alla pinna dorsale di Contender è un tag di tipo SPOT (Smart Position and Temperature Tag). Non funziona come il GPS di uno smartphone: per comunicare con i satelliti la pinna deve emergere dall’acqua. Se lo squalo resta in superficie per un tempo sufficiente — dai dieci ai trenta secondi — il sistema Argos aggancia una posizione accurata. Se invece riemerge solo per un istante, si registra appunto uno Z-ping: un segnale brevissimo che conferma che l’animale è vivo e attivo, ma senza fornire coordinate precise.

    È per questo che, al momento, gli scienziati possono dire soltanto che Contender si trova “da qualche parte” lungo la costa orientale degli Stati Uniti.

    Il viaggio: dalla Florida al Canada

    Lo squalo era stato catturato, campionato e marcato il 17 gennaio 2025, a circa 72 chilometri dalla riva, al confine tra Florida e Georgia. In quell’occasione i biologi lo avevano avvicinato temporaneamente alla nave per raccogliere campioni biologici — tra cui materiale utile agli studi genetici — e applicare il trasmettitore.

    Da allora Contender ha percorso migliaia di chilometri lungo la costa nordamericana. Nell’estate del 2025 ha raggiunto il Golfo di San Lorenzo, in Canada, per poi invertire la rotta con il cambio di stagione. L’ultima posizione certificata prima del nuovo ping risaliva all’aprile scorso, al largo delle Outer Banks, in Carolina del Nord. Da lì avrebbe avviato la tipica migrazione estiva verso nord, in direzione di Cape Cod o del Canada atlantico, aree ricche di foche e grandi pesci.

    Stando ai dati raccolti da OCEARCH, l’88% degli squali bianchi marcati nel sud-est degli Stati Uniti finisce per raggiungere il Canada atlantico, considerato una zona chiave per l’alimentazione estiva.

    Perché i movimenti di un singolo squalo interessano la scienza

    Contender è un maschio adulto, stimato intorno ai trent’anni, e supera nettamente la taglia media degli esemplari maschi della specie, che di norma si aggirano tra i 3,7 e i 4 metri. I maschi maturi sono storicamente poco rappresentati nei dati scientifici della regione: seguire i loro spostamenti può quindi aiutare a individuare i siti di accoppiamento e riproduzione dei grandi bianchi dell’Atlantico, ancora in gran parte sconosciuti.

    Gli squali migrano essenzialmente per tre ragioni: cibo, riproduzione e ricerca di acque con temperatura favorevole. Ogni ping, anche minimo, contribuisce a comporre una mappa più precisa delle rotte stagionali e delle aree cruciali per la sopravvivenza della specie.

    C’è poi un aspetto culturale che alcune fonti indipendenti sottolineano. Se per decenni il grande bianco è stato raccontato quasi solo attraverso la paura, oggi una parte crescente del pubblico segue online la mappa di Contender come si fa con un pacco in consegna, in attesa del prossimo segnale. Secondo il fondatore di OCEARCH, Chris Fischer, il ritorno di molte popolazioni di squali è legato alle leggi di tutela ambientale degli ultimi trent’anni e al miglioramento delle condizioni ecologiche. Con l’estate e l’afflusso di bagnanti sulle spiagge, gli esperti prevedono un aumento degli incontri tra persone e squali — non perché i predatori pattuglino le coste, ma semplicemente perché sempre più persone entrano in acqua in zone che gli animali frequentano da sempre.


    Fonti:

  • Medaglia all’Ordine d’Europa” per Von der Leyen appuntata da Zelensky, dopo un altro miliardo per il Drone Deal

    Medaglia all’Ordine d’Europa” per Von der Leyen appuntata da Zelensky, dopo un altro miliardo per il Drone Deal

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    Oggi Ursula von der Leyen è tornata a Kiev — undicesima visita dall’inizio dell’invasione russa — e ne è ripartita con la prima medaglia dell’”Ordine d’Europa” appuntata al petto da Volodymyr Zelensky e con una penna ancora calda. Perché oggi la Commissione europea e l’Ucraina hanno firmato un nuovo partenariato industriale della difesa e lanciato il cosiddetto “EU-Ukraine Drone Deal”: joint venture tra imprese europee e ucraine per produrre insieme droni e sistemi anti-drone entro la fine del 2026, con l’obiettivo di allargare il gioco ai missili antibalistici entro il 2028. Nel pacchetto, tanto per non farsi mancare nulla, anche un ulteriore miliardo di euro erogato a Kiev per comprare droni, nell’ambito del maxi-prestito europeo da 90 miliardi.

    L’Ucraina “fornitore di sicurezza”. E noi il bancomat

    Le parole della presidente della Commissione meritano di essere ascoltate con attenzione, perché segnano un salto di paradigma. L’Ucraina, ha detto von der Leyen al fianco di Zelensky, «è passata dall’essere un acquirente a diventare un fornitore netto di sicurezza per l’Europa». E ancora: «Ogni giorno l’Ucraina rende l’Europa più forte». In un post su X ha rincarato: metteremo insieme «l’ingegno ucraino, testato ogni giorno sul campo di battaglia» e «la forza industriale dell’Ue, capace di produrre in fretta e su larga scala». E poi la chiosa che dovrebbe far drizzare le antenne a chiunque: «Riprodurremo lo stesso schema con i missili».

    Traduzione dal bruxellese: la guerra non è più un’emergenza da chiudere, è un modello industriale da replicare. Un settore economico. Un asset. Il campo di battaglia ucraino diventa il laboratorio di ricerca e sviluppo dell’industria bellica europea, e l’esperienza «unica» maturata da Kiev — radar, stazioni di terra, sensori, catene di approvvigionamento — la materia prima da valorizzare. Non si parla di pace nemmeno per sbaglio. Si parla di «investire»: «È il momento di investire in Ucraina, di investire in Europa, di investire nella nostra sicurezza comune», ha detto von der Leyen. Investire, investire, investire. Con i soldi di chi, però, non lo dice mai. E allora diciamocelo qui: soldi sono i nostri. I 15 miliardi di armamenti che l’Italia deve pagare nell’ambito del progetto SAFE (poi portati a 17 da Giorgia Meloni), sono da finanziarsi a debito! E chi li guadagna? L’indotto italiano? Sembrerebbe che ci siano altri avvoltoi sulla carcassa.

    I numeri della grande abbuffata

    Facciamo due conti, che a Bruxelles non piace farli davanti ai cittadini. Il miliardo di oggi è il secondo pagamento di una prima tranche da 6 miliardi destinata ai droni, dopo i 3,9 miliardi versati il 30 giugno. La Commissione ha inoltre approvato un piano di erogazioni da 10 miliardi per finanziare altri droni, missili e aerei da combattimento. Il tutto dentro il prestito europeo da 90 miliardi. E il tutto una settimana dopo il vertice NATO di Ankara, chiuso l’8 luglio con oltre 50 miliardi di dollari di nuove commesse militari e la conferma di 70 miliardi di euro all’Ucraina per il 2026, da mantenere «almeno allo stesso livello» anche nel 2027. A settembre, a Bruxelles, si riuniranno per la prima volta i 18 membri fondatori del Drone Deal. La macchina è partita, e nessuno ha chiesto il parere dei passeggeri.

    Nel frattempo i governi europei annaspano su sanità, salari e bollette, ma per il complesso militare-industriale il rubinetto è spalancato e il contatore gira. Chi paga lo abbiamo già detto.

    Il dettaglio che smonta la favola: i componenti cinesi

    Ma la perla vera arriva da un’inchiesta del Financial Times, secondo cui Kiev avrebbe ottenuto una deroga per spendere parte dei fondi del prestito Ue in componenti cinesi per droni. Avete letto bene: la stessa Unione europea che accusa Pechino di essere «il principale facilitatore» della guerra russa, in quanto fornitore chiave del complesso militare-industriale di Mosca, autorizzerebbe l’uso dei soldi europei per comprare pezzi cinesi. Perché? Perché — lo ammette il dossier stesso — l’industria della difesa europea, quella «enorme capacità tecnologica e industriale» sbandierata oggi a Kiev, quei pezzi non riesce a produrli. La Cina arma tutti e incassa da tutti, mentre a noi tocca la parte del finanziatore entusiasta che applaude pure.

    Profughi sì, ma solo se hai fatto il militare

    C’è poi un altro tassello passato quasi sotto silenzio: i Paesi Ue hanno concordato di prorogare fino al 4 marzo 2028 la protezione temporanea per chi fugge dalla guerra. Ma con una novità pesante: i nuovi richiedenti dovranno dimostrare di aver adempiuto agli obblighi militari previsti da Kiev, timbro di uscita legale sul passaporto o esenzione alla mano. Fuori dalla retorica: l’Europa dei diritti umani subordina la protezione umanitaria alla disponibilità a imbracciare un fucile. Se scappi dalla guerra senza il permesso del tuo governo, la porta si chiude. I 4 milioni di ucraini già presenti non saranno toccati, ma il principio è fissato — e fa una certa impressione.

    Tanti fornitori di armi, nessun fornitore di pace

    Sullo sfondo, la guerra continua a macinare vite: attacchi russi contro navi mercantili nel Mar Nero e nel porto di Odessa hanno ucciso ieri tre persone, mentre i droni ucraini hanno colpito venti navi russe, tra cui diciassette petroliere. Oltre quattro anni di conflitto, e la risposta di Bruxelles è istituzionalizzare l’economia di guerra, con tanto di medaglie, joint venture e cronoprogramma fino al 2028: date che, da sole, dicono quanto poco chi firma creda a una pace vicina. Anche perché Lavrov l’ha detto chiaramente. “l’Europa vuole la guerra entro il 2030“. Ma non serve che ce lo dica lui: lo dice l’Europa nel “Rearm Europe Plan-Readiness 2030“.

    A chi ancora crede nel progetto originario dell’Europa — quello nato per rendere la guerra impossibile sul continente — resta una domanda semplice semplice: se l’Ucraina è diventata un «fornitore di sicurezza» e la guerra un partenariato industriale, chi ci fornisce la pace? Perché quella non è in nessuna tranche. Non c’è un “Peace Deal” da firmare a favore di telecamere, non c’è un miliardo erogato per la diplomazia, non c’è nemmeno la parola. Quando il prodotto è la guerra, la pace diventa un danno d’impresa. Ed è esattamente per questo che non ve la venderanno mai.

  • Argentina-Inghilterra: la vicepresidente Villarruel “Gli inglesi pirati usurpatori”. Lo stesso copione di Francia-Spagna. Sorge un dubbio.

    Argentina-Inghilterra: la vicepresidente Villarruel “Gli inglesi pirati usurpatori”. Lo stesso copione di Francia-Spagna. Sorge un dubbio.

    Poche ore alla semifinale mondiale tra Inghilterra e Argentina, e a scaldare la vigilia non ci pensano i giocatori, ma la politica. La vicepresidente argentina Victoria Villarruel ha affidato a X un messaggio che ha fatto il giro del mondo in pochi minuti: “Giochiamo contro i pirati usurpatori. Non sarò politicamente corretta né fredda di cuore: contro gli inglesi è sempre qualcosa di più. Si tratta delle Falkland, si tratta di Diego, si tratta dell’ultima partita di Leo, e si tratta di fermare gli invasori. Forza Argentina! Perché fino al nostro ultimo respiro continueremo a rivendicare ciò che è nostro!”

    VictoriaVillarruel

    Tutto chiaro? Non proprio. Perché nella stessa Argentina, sulla stessa partita, il commissario tecnico Lionel Scaloni aveva detto l’esatto contrario: “È una partita di calcio, dobbiamo tenere separate le cose. Cosa c’entrano i giocatori di oggi con quello che è successo molti, molti anni fa? È stato un periodo triste, lo ricordiamo certamente, ma sarebbe sbagliato portarlo dentro la partita”. Due voci, due mondi. Da una parte chi rivendica la memoria come carburante, dall’altra chi chiede di lasciare la storia fuori dallo spogliatoio. Registriamo entrambe, senza sposarne nessuna: ciascuno tragga le sue conclusioni.

    Malvinas, Maradona e una rivalità mai spenta

    Il contesto lo conoscete: la guerra del 1982 per le Falkland, che a Buenos Aires chiamano Malvinas, costata la vita a circa mille persone e finita con l’arcipelago sotto sovranità britannica. Poi il calcio, che quattro anni dopo trasformò una ferita in leggenda: i quarti di finale del Mondiale 1986, la mano de Dios e il gol del secolo di Maradona, partito da metà campo per infilare l’Inghilterra. Lo stesso Scaloni, pur invitando alla calma, non ha rinnegato nulla: “Quel gol rimarrà per sempre nei nostri cuori. È stata solo una coincidenza che sia successo contro l’Inghilterra: se fosse stato contro qualsiasi altra squadra, sarebbe stato altrettanto bello”.

    Stasera in campo ci sono altre storie: l’Inghilterra di Tuchel che insegue un titolo che manca da 60 anni, l’Argentina di Scaloni che sogna il bis consecutivo, il possibile ultimo ballo mondiale di Messi contro la consacrazione di Bellingham. Per chi ama i numeri, i bookmaker vedono gli inglesi leggermente favoriti, ma è un equilibrio sottile: partita apertissima. Da Londra, al momento, non risultano repliche ufficiali alle parole di Villarruel: se arriveranno, sarà interessante misurarne il tono.

    Ma lo fanno apposta?

    Ecco però il punto che ci interessa davvero, e che va oltre questa singola partita. Perché il copione si ripete. Solo ieri sera, attorno a Spagna-Francia, la polemica èstata innescata da Mariano Rajoy, l’ex primo ministro spagnolo, che ha punzecchiato i cugini d’Oltralpe sostenendo che nella nazionale francese non giocherebbero i francesi. Un’uscita che ha acceso la vigilia esattamente come quella di Villarruel accende questa. Due semifinali, due dichiarazioni politiche, due incendi mediatici nel giro di ventiquattro ore.

    E allora la domanda sorge spontanea: è un caso, o lo fanno apposta? Un Mondiale è la platea più grande del pianeta. Miliardi di occhi puntati, emozioni a fior di pelle, identità nazionali già schierate in curva. Basta una frase, un tweet, e un politico ottiene in un’ora quello che una campagna elettorale non compra in un mese: titoli, indignazione, applausi della propria tifoseria. Che si parli di Malvinas o di composizione etnica delle nazionali, il meccanismo è identico. C’è chi lo considera legittima passione patriottica e chi lo giudica una strumentalizzazione dello sport: entrambe le letture sono in campo, e non tocca a noi assegnare il rigore.

    Ma c’è di più: in un mondo arroventato, dove la corsa agli armamenti divora centinaia miliardi sottratti dai debiti pubblici europei e trasferiti nelle casse private dei costruttori di armi americani, forse distrarre il popolo con il calcio funziona bene. Una riedizione del panem et circenses in salsa globalista.

    Una cosa però la possiamo dire: il pallone rotola, i politici parlano, e a fine partita in campo restano ventidue ragazzi che con le guerre di quarant’anni fa non c’entrano niente. Forse la vera semifinale, quella tra il calcio e chi lo usa come megafono, non si gioca stasera. E non è detto che a vincerla sia il calcio.

  • Milano e il nord oggi rischiano un forte temporale con grandine fino a 8 cm. Allerta livello 3: il massimo della scala.

    Milano e il nord oggi rischiano un forte temporale con grandine fino a 8 cm. Allerta livello 3: il massimo della scala.

    Oggi, mercoledì 15 luglio, tra il pomeriggio e la serata su Milano e su gran parte della Lombardia potrebbero abbattersi temporali di forte intensità, con grandine anche di grosse dimensioni e raffiche di vento violente. È l’effetto dello scontro tra l’aria rovente accumulata in giorni di canicola e una perturbazione in arrivo da ovest. La buona notizia è che questa fase segna anche l’inizio della fine dell’ondata di caldo: le temperature caleranno da domani, con un’ulteriore flessione attesa da domenica 19.

    L’atmosfera è una pentola a pressione: ecco perché

    Per capire cosa sta per succedere bisogna guardare la mappa. Il Nord Italia si trova esattamente sulla linea di confine tra l’anticiclone subtropicale, che da giorni cuoce il Mediterraneo, e un’area di bassa pressione che si sta approfondendo sull’Europa centrale. Da quest’ultima si stacca un fronte instabile che nelle prossime ore scenderà di latitudine, andando a impattare proprio sulle regioni settentrionali.

    È qui che entra in gioco la fisica. Giorni e giorni di caldo afoso hanno caricato la Pianura Padana di energia, sotto forma di calore e umidità. I meteorologi la misurano con un parametro chiamato CAPE: più è alto, più violente possono diventare le correnti ascendenti dentro un temporale. «In questi giorni la Pianura Padana ha accumulato una grande quantità di energia a causa del caldo e dell’umidità», ha spiegato Francesco Nucera di 3Bmeteo. «Più energia è disponibile, più le correnti ascendenti possono diventare intense. L’energia, però, da sola non basta».

    Wind shear e supercelle: la ricetta della grandine gigante

    Il secondo ingrediente è il vento. Oggi cambierà sensibilmente in velocità e direzione salendo di quota: un fenomeno chiamato wind shear, che — sempre secondo Nucera — «separa le correnti ascendenti da quelle discendenti, impedendo ai temporali di collassare rapidamente e permettendo loro di organizzarsi e durare più a lungo». È il meccanismo che può dare vita alle supercelle, i temporali più potenti e strutturati che esistano.

    Dentro una supercella le correnti ascensionali sono così forti da tenere sospesi i chicchi di grandine nella nube per lungo tempo: a ogni giro accumulano un nuovo strato di ghiaccio e crescono di dimensione, prima di precipitare al suolo. Ecco perché le simulazioni non escludono grandine di grosso calibro.

    Cosa dicono le allerte: numeri da non sottovalutare

    A prendere sul serio lo scenario è stato l’Estofex, lo European Storm Forecast Experiment che monitora gli eventi estremi a livello continentale: ieri ha emesso, per la prima volta quest’anno, un bollettino di allerta di livello 3, il massimo della scala, per la Pianura Padana tra Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. Secondo i suoi modelli non si può escludere grandine fino a 8 centimetri e raffiche di vento distruttive.

    Anche i documenti previsionali della Protezione civile lombarda parlano chiaro: dal pomeriggio rovesci e temporali in sviluppo da Alpi e Prealpi, in estensione alla pianura in movimento da ovest verso est, con possibili raffiche fino a 110-145 km/h e picchi di pioggia tra 40 e 70 millimetri in sei ore. In provincia di Sondrio è già scattata l’allerta gialla per rischio idrogeologico su Valchiavenna e Media e Bassa Valtellina, la terza in meno di una settimana. In tarda serata e nella notte verso giovedì è atteso un secondo impulso, meno intenso. Va detto con chiarezza: la localizzazione dei fenomeni più violenti ha ancora un ampio margine di incertezza, e il Centro Funzionale regionale sta rivalutando in queste ore i codici colore validi per la seconda parte della giornata. Su Milano, al momento, non è stata diramata alcuna allerta specifica.

    Come proteggersi

    I consigli sono quelli di sempre, ma vale la pena ripeterli: evitare spostamenti non indispensabili nelle ore serali, non sostare sotto alberi, impalcature o dehors, mettere al riparo l’auto se possibile (la grandine di grosse dimensioni può sfondare parabrezza e lunotti), fissare o ritirare oggetti da balconi e terrazzi, tenersi lontani da sottopassi e corsi d’acqua in caso di piogge intense e seguire gli aggiornamenti delle autorità.

    Un Nord Italia sempre più “tropicale” d’estate

    Chi vive in Lombardia da qualche decennio lo ha notato: le estati sono cambiate. Le ondate di caldo si sono fatte più lunghe e intense, lo zero termico staziona ormai a quote un tempo eccezionali — oggi è previsto intorno ai 4.300-4.400 metri, più alto del Monte Bianco — e i temporali, quando arrivano, trovano un’atmosfera carica di energia come mai in passato. È il copione che si è ripetuto più volte negli ultimi anni sulla Pianura Padana: contrasti termici sempre più marcati tra masse d’aria roventi e irruzioni fresche da nord, che si traducono in grandinate record, raffiche lineari e nubifragi concentrati in poche ore. Un’estate padana che alterna canicola e violenza atmosferica, dove la “tregua” dal caldo arriva sempre più spesso sotto forma di tempesta.

    E dopo? Il caldo molla la presa

    Passata la nottata, domani il sole tornerà a splendere su Milano con temperature in lieve calo, salvo qualche rovescio residuo sui monti. Venerdì una seconda finestra di instabilità, favorita dall’afflusso di correnti più fresche settentrionali, porterà nuovi temporali da Alpi e Prealpi verso le pianure, con massime in discesa verso i 32-33 gradi sul capoluogo. Nel weekend prevarrà il sole, con possibili temporali di calore serali, e da domenica 19 è atteso un ulteriore calo termico.

    La canicola, insomma, ha le ore contate. Ma il conto, come spesso accade, potrebbe presentarlo il cielo: stasera tenete d’occhio l’orizzonte a ovest.

  • Mariano Rajoy: “La Francia? Ottima squadra, senza giocatori francesi”. Scoppia la bufera poco prima della semifinale con la Spagna.

    Mariano Rajoy: “La Francia? Ottima squadra, senza giocatori francesi”. Scoppia la bufera poco prima della semifinale con la Spagna.

    «Se il calcio serve a qualcosa, serve per integrare, per la società. E non ci sono esempi migliori della Francia e di noi». È la risposta di Lamine Yamal a Mariano Rajoy, arrivata oggi, nel giorno della semifinale mondiale tra Spagna e Francia in programma alle 21 ora italiana. Il diciannovenne del Barcellona, stella delle Furie Rosse, ha chiuso così – almeno sul piano sportivo – la polemica innescata dall’ex presidente del governo spagnolo, che in una rubrica sul quotidiano digitale conservatore El Debate aveva definito i Bleus «una squadra di prim’ordine» nella quale però «non ci sono giocatori francesi».

    La frase di Rajoy e la reazione a catena

    Rajoy, notoriamente appassionato di calcio, firma durante il torneo una serie di commenti sulle partite della nazionale spagnola. Nell’ultimo editoriale, intitolato «Oggi arriva la rivincita», ha riconosciuto la forza della Francia – che ha vinto tutte le partite di questo Mondiale e quattro anni fa arrivò in finale – aggiungendo però quella frase sui «giocatori francesi» che è stata letta come un riferimento alle origini africane di molti componenti della rosa.

    La replica più puntuale è arrivata dall’ambasciata francese a Madrid, che si è limitata ai numeri: tutti i 26 convocati sono cittadini francesi, 23 sono nati in Francia e anche i tre nati all’estero hanno la nazionalità francese.

    Sul piano politico, invece, i toni si sono alzati rapidamente. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato che «la Francia non ha colore della pelle» e che qualsiasi affermazione contraria è «stupidità, razzismo o una combinazione di entrambi». La portavoce del governo Maud Bregeon ha parlato di dichiarazioni «ignobili» e «chiaramente razziste», mentre il ministro dell’Interno Laurent Nuñez le ha definite «assolutamente inaccettabili». Per il presidente della federcalcio francese Philippe Diallo le parole di Rajoy contengono un «intollerabile sentore di razzismo».

    Madrid prende le distanze, il PP nel mirino

    Anche il governo spagnolo ha condannato l’ex premier. Pedro Sánchez ha scritto su X: «La Spagna appartiene a chi la ama e lavora per essa. Non a chi la disonora con dichiarazioni xenofobe. Francia, ci vediamo in semifinale. Che vinca la squadra migliore e che il razzismo perda». Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha chiesto al leader del Partito Popolare Alberto Núñez Feijóo di prendere formalmente le distanze da Rajoy e di ottenere il ritiro dell’articolo.

    Il caso si innesta su una tensione preesistente: la settimana scorsa il PP aveva bloccato in Senato, con un ricorso di incostituzionalità, la ratifica del trattato di amicizia e cooperazione ispano-francese firmato nel 2023. E la tempesta scoppia proprio mentre Sánchez vola a Parigi per la riunione dei Paesi che sostengono l’Ucraina e per le celebrazioni del 14 luglio.

    Dallo spogliatoio spagnolo, oltre a Yamal, sono intervenuti Borja Iglesias («il multiculturalismo è una risorsa, siamo tutti diversi ed è questo che ci rende ricchi», pur riconoscendo che Rajoy potrebbe non aver parlato «con cattive intenzioni») e Pau Cubarsí: «Se giocano nella nazionale francese sono francesi, a prescindere dal colore della pelle».

    E l’Italia? Una domanda che ci riguarda

    Senza entrare nel merito della polemica, che si commenta da sé nelle sue dimensioni, c’è un aspetto che dovrebbe interrogare anche noi. I calciatori della Francia, comunque la si pensi, sono cittadini francesi: cresciuti nei vivai francesi, formati dal sistema calcistico francese, e infatti quella nazionale vince.

    In Italia il problema è di segno opposto. Nei nostri club milita una stragrande maggioranza di calciatori che italiani non sono nemmeno sulla carta: li facciamo crescere, li ricopriamo di ingaggi milionari, e quando poi tocca alla nazionale scopriamo che i campioni italiani non li abbiamo formati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dai Mondiali gli Azzurri mancano ormai da diverse edizioni.

    La questione, insomma, non è il colore della pelle di chi indossa una maglia. È chiedersi se un sistema calcistico – e un Paese – investa nella formazione dei propri cittadini, chiunque essi siano, o si limiti a comprare talento altrove. Su questo, più che su una battuta da rubrica, varrebbe la pena aprire un dibattito. Anche a casa nostra.

  • Ecco dove vanno i soldi del riarmo europeo. Altro che “indotto”. Lo scrivono nero su bianco.

    Ecco dove vanno i soldi del riarmo europeo. Altro che “indotto”. Lo scrivono nero su bianco.

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    C’è un documento che ogni cittadino europeo dovrebbe leggere. Non è un dossier segreto, non è un’inchiesta: è un articolo pubblicato oggi su Defense News, firmato da Jovita Neliupšienė, ambasciatrice dell’Unione Europea negli Stati Uniti. Un pezzo trionfale, quasi commovente, in cui l’UE chiede agli “amici americani” di giudicarla “non dalle vecchie convinzioni, ma dai risultati che stiamo costruendo insieme”. E i risultati, in effetti, ci sono. Solo che bisogna capire per chi.

    I numeri del riarmo europeo

    Riassumo, perché i numeri qui parlano da soli. L’Europa nel 2025 ha speso il 2,1% del PIL in difesa, sopra la soglia NATO. Polonia e Paesi Baltici corrono verso il 5%. Diciotto Stati membri hanno aderito al nuovo programma di finanziamento della difesa da 200 miliardi di dollari, e i primi 6 miliardi sono già stati sganciati. Il tutto dentro la cornice di Readiness 2030, la tabella di marcia da quasi mille miliardi di dollari per comprare armi e tecnologia militare.

    Mille miliardi. Teneteli a mente, la prossima volta che vi diranno che non ci sono soldi per la sanità, per le pensioni, per le bollette.

    Chi incassa davvero

    Ma il passaggio più istruttivo dell’articolo dell’ambasciatrice è un altro. Lo cito, perché è una confessione in piena regola: gli europei restano i più grandi clienti dell’industria bellica statunitense, con quasi il 40% dell’export di armi americano — un valore di 130 miliardi di dollari. E ancora: più della metà degli acquisti europei nel settore difesa continua ad arrivare da fornitori americani.

    Traduco dal diplomatichese: noi paghiamo, loro producono. Il “riarmo europeo” che ci viene venduto come emancipazione strategica, come autonomia, come l’Europa che finalmente “si prende cura del proprio giardino”, è in larghissima parte un gigantesco trasferimento di risorse dai contribuenti europei ai bilanci di Lockheed Martin e soci. Lo dice l’ambasciatrice stessa, nero su bianco, con l’entusiasmo di chi presenta un ottimo affare. E infatti lo è. Per loro.

    Non a caso, il fiore all’occhiello citato nell’articolo è l’accordo tra Lockheed Martin e Rheinmetall per produrre missili ATACMS in un nuovo stabilimento in Germania: la prima volta che il sistema viene fabbricato fuori dagli Stati Uniti. Presentato come un successo dell’industria europea. In realtà, tecnologia americana su suolo tedesco, con royalties e controllo che restano dove sono sempre stati.

    L’Ucraina come vetrina

    Poi c’è il capitolo Ucraina: oltre 300 miliardi di dollari mobilitati dall’UE e dagli Stati membri, che fanno dell’Europa il primo finanziatore del conflitto. E anche qui, ammissione candida: una quota significativa del sostegno militare viene spesa presso aziende della difesa statunitensi. Il cerchio si chiude: l’Europa paga la guerra, l’America vende le armi, e il tutto viene celebrato come “rafforzamento della base industriale transatlantica”.

    Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, citato nel pezzo, ha persino coniato una metafora: l’Europa produce “missili di alta moda”, sofisticati e costosi, ma ora deve imparare a sfornare armi “abbastanza buone” su scala industriale. Droni, sistemi rapidi, quantità. Non lasciare che l’ottimo sia nemico del bene, dice l’ambasciatrice. Applicato ai missili, è un aforisma che gela il sangue.

    Lo stesso copione, su tutti i fronti

    Tutto questo avviene mentre lo scenario internazionale viene tenuto in ebollizione permanente: il vertice NATO che ridefinisce la sicurezza europea, la guerra che l’Ucraina porta sempre più in profondità dentro la Russia, il Medio Oriente dove la tregua tra Stati Uniti e Iran scricchiola e lo Stretto di Hormuz torna epicentro dello scontro dopo la morte di Khamenei. Ogni crisi alimenta le altre, e ogni crisi giustifica nuovi ordinativi. Da trent’anni ci ripetono che l’invasione è dietro l’angolo, e da trent’anni l’unica cosa che avanza davvero sono i fatturati.

    Sia chiaro: che uno Stato pensi alla propria difesa è legittimo, ed è comprensibile che chi vive al confine orientale dell’Alleanza si senta esposto. Ma un conto è la sicurezza, un altro è una corsa al riarmo da mille miliardi decisa sopra le teste dei cittadini, mai passata per un voto popolare, mai discussa nei suoi costi sociali, e che — per ammissione dei suoi stessi promotori — arricchisce soprattutto l’industria americana.

    A fine anno l’UE presenterà la sua nuova Strategia di Sicurezza Europea. “Restate sintonizzati, siamo solo all’inizio”, promette l’ambasciatrice. Ecco, appunto: siamo solo all’inizio. E allora una domanda, semplice semplice, da girare a Bruxelles: se l’Europa si sta davvero “prendendo cura del proprio giardino”, come mai il giardiniere ha l’indirizzo a Washington e il conto corrente pure? Quando avranno finito di comprare missili d’alta moda, qualcuno si ricorderà di chiedere ai cittadini se volevano pagarli?

  • Diarrea esplosiva negli USA: il parassita Cyclospora e i tagli al CDC

    Diarrea esplosiva negli USA: il parassita Cyclospora e i tagli al CDC

    Negli Stati Uniti è in corso un aumento dei casi di ciclosporiasi, l’infezione intestinale causata dal parassita Cyclospora cayetanensis, il cui sintomo più riconoscibile è una diarrea acquosa, frequente e in alcuni casi descritta come “esplosiva”. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), al 9 luglio risultavano confermati 843 casi di origine nazionale in 31 Stati, con 86 ricoveri e nessun decesso registrato. Lo stesso CDC precisa però di essere a conoscenza di oltre 1.500 casi ancora da confermare, e che il numero reale è “probabilmente molto più alto”.

    Il dato è provvisorio per una ragione tecnica: molte persone guariscono senza rivolgersi a un medico e non vengono mai sottoposte al test. I conteggi statali, aggiornati più rapidamente, offrono un quadro parziale ma più ampio. Il Michigan è lo Stato più colpito: al 10 luglio segnalava 1.562 casi e decine di ricoveri. Seguono, stando ai dati raccolti dalle autorità dei singoli Stati, Ohio, New York e Illinois. Il totale nazionale riportato dalla stampa statunitense la scorsa settimana superava i 2.900 casi, contro i circa 2.700 registrati nell’intero 2025.

    Perché si parla di epidemia

    Alcuni lettori hanno obiettato che poche migliaia di casi su una popolazione di oltre 300 milioni di persone non giustifichino l’allarme. Gli epidemiologi rispondono che il criterio non è il rapporto tra casi e popolazione totale, ma l’aumento anomalo e concentrato nel tempo: registrare in poche settimane un numero di infezioni paragonabile a quello di un intero anno è ciò che, tecnicamente, definisce un focolaio. Va detto che il CDC considera la finestra tra il 1° maggio e il 31 agosto come stagione di sorveglianza, periodo in cui i casi crescono fisiologicamente con l’aumento del consumo di prodotti freschi.

    La fonte resta sconosciuta

    Il nodo centrale è che le autorità non hanno ancora individuato l’alimento o il fornitore all’origine dei focolai. La rete della Food and Drug Administration incaricata di rispondere alle epidemie sta analizzando cipolle, cipollotti, cetrioli e coriandolo come possibili vettori, ma la ricostruzione è complessa.

    Ci sono due ostacoli tecnici. Il primo è l’incubazione lunga: tra il consumo dell’alimento contaminato e la comparsa dei sintomi possono passare da due giorni a oltre due settimane. Difficile, per chi si presenta al pronto soccorso, ricordare cosa e dove ha mangiato quindici giorni prima. Il secondo è la natura del parassita: Cyclospora è un protozoo che si riproduce sessualmente, quindi il suo DNA si rimescola a ogni generazione, rendendo più difficile la tipizzazione genetica utile a collegare i casi.

    Stando a quanto riferito da esperti citati dalla stampa statunitense, come il professore emerito David Freedman della University of Alabama, nessuno ha ancora identificato una fonte precisa, “ma qualcosa sta succedendo”. Il focolaio potrebbe essere legato a un alimento a distribuzione locale o regionale, e non è detto che l’epicentro reale coincida con lo Stato che oggi conta più casi.

    Come si trasmette e come ci si difende

    La ciclosporiasi si contrae ingerendo cibo o acqua contaminati da materiale fecale contenente il parassita. Il contagio diretto da persona a persona è considerato improbabile: dopo essere stata espulsa con le feci, l’oocisti deve trascorrere una o due settimane nell’ambiente prima di diventare infettiva. Per questo l’attenzione si concentra sulla filiera: acqua di irrigazione contaminata, lavaggio con acqua non sicura, o l’assenza di servizi igienici adeguati per chi lavora nei campi.

    In passato i focolai statunitensi sono stati collegati a insalate confezionate, coriandolo, basilico, lamponi, taccole e cipollotti. Le autorità raccomandano di lavare accuratamente frutta e verdura sotto acqua corrente, strofinare i prodotti a buccia dura come meloni e cetrioli, ed eliminare gli strati esterni di lattuga e cipollotti. La FDA avverte però che il solo risciacquo può ridurre la carica del parassita senza eliminarla del tutto: la cottura, quando possibile, resta la misura più efficace.

    Il sintomo principale è la diarrea acquosa, spesso accompagnata da crampi, gonfiore, nausea, perdita di appetito e stanchezza. Senza trattamento la malattia può durare da pochi giorni a oltre un mese, con andamento intermittente. Il trattamento di riferimento è l’antibiotico trimetoprim-sulfametossazolo (TMP-SMX), da prescrizione medica. La diagnosi richiede un test specifico sulle feci, non sempre incluso negli esami standard, e talvolta più campioni raccolti in giorni diversi.

    Il fronte politico: i tagli alla sanità federale

    All’aspetto sanitario se ne affianca uno politico. L’aumento dei casi arriva mentre negli Stati Uniti si discute dell’indebolimento della sorveglianza federale. Nel luglio 2025, nell’ambito di una riorganizzazione del Foodborne Diseases Active Surveillance Network (FoodNet) motivata dalla mancanza di fondi, il CDC aveva reso facoltativa la segnalazione dei casi di ciclosporiasi. Alcuni esperti si chiedono se questa scelta abbia rallentato la capacità di individuare i primi focolai.

    In Italia, l’infettivologo Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie Infettive del San Martino di Genova, ha chiaramente attribuito parte della responsabilità al segretario alla Salute statunitense Robert F. Kennedy Jr., accusandolo di aver sciolto la divisione del CDC dedicata alle malattie parassitarie: “Dopo questa decisione geniale, un parassita sta causando enormi problemi di diarrea in tutti gli Stati Uniti”, ha scritto sui social. Va ricordato che per Bassetti l’attacco a Kennedy, considerato un NoVax, va ovviamente inquadrato in una battaglia di tipo ideologico/politico, più che giustificato sul fronte della mera oggettività scientifica.

    Sul versante americano, secondo quanto documentato da testate e osservatori statunitensi, altri esperti hanno espresso preoccupazioni analoghe sulla tenuta dei laboratori federali. L’amministrazione Trump e lo stesso Kennedy Jr. hanno rivendicato le misure di contenimento della spesa come una razionalizzazione necessaria. Il punto di equilibrio, tra chi vede nei tagli un rischio concreto per la salute pubblica e chi li considera una riorganizzazione, resta oggetto di dibattito aperto.

    Cosa significa per l’Italia

    Per chi vive in Italia il rischio diretto è considerato basso. L’episodio riguarda la filiera alimentare statunitense e non indica una minaccia per la popolazione europea. Chi rientra da un viaggio negli USA e presenta diarrea acquosa persistente farebbe bene, comunque, a segnalare al medico sia il soggiorno sia l’eventuale consumo di prodotti freschi crudi: due dettagli che possono orientare verso il test corretto.

  • Droni navali kamikaze: primo attacco USA colpisce Bandar Abbas

    Droni navali kamikaze: primo attacco USA colpisce Bandar Abbas

    Per la prima volta nella storia militare americana, droni navali di superficie sono stati impiegati in combattimento come armi d’attacco. È accaduto domenica scorsa, quando tre imbarcazioni autonome Corsair hanno raggiunto il porto della base navale iraniana di Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz, colpendo un impianto per la manutenzione di navi e sottomarini. La conferma è arrivata ieri dal CENTCOM, il Comando centrale statunitense, che ha diffuso anche il filmato dell’operazione.

    Nel video si vedono i mezzi avvicinarsi ai moli prima dell’impatto. Su una struttura di sollevamento si distingue quello che, secondo diversi analisti, sarebbe un mini-sottomarino della classe Ghadir: l’identificazione si baserebbe su dettagli caratteristici come le pale dell’elica a forma di sciabola e la configurazione delle superfici di coda. Le immagini si interrompono dopo le esplosioni e non consentono di valutare l’entità dei danni.

    Cosa dice (e cosa non dice) il CENTCOM

    Il comando americano parla di obiettivi “colpiti con successo”, ma non dichiara che il sottomarino sia stato distrutto o affondato. Non sono stati resi noti né la presenza di equipaggio a bordo, né le conseguenze per il personale della base, né il livello di supervisione umana durante l’attacco. Da Teheran, al momento, non risultano versioni ufficiali circostanziate sull’accaduto.

    L’operazione si inserisce nell’escalation in corso tra Stati Uniti e Iran attorno allo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale. Nei giorni precedenti il CENTCOM aveva dichiarato di aver colpito più di 80 obiettivi e oltre 60 piccole imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di minacciare la navigazione commerciale. Teheran, dal canto suo, non ha mancato di rispondere agli attacchi.

    Il Corsair: dal salvataggio in mare alla missione suicida

    Protagonista del raid è il Corsair, mezzo navale autonomo sviluppato dalla texana Saronic Technologies: 7,3 metri di lunghezza, oltre 35 nodi di velocità dichiarata, più di mille miglia nautiche di autonomia e fino a 450 chilogrammi di carico utile. La sua architettura modulare gli consente di svolgere ricognizione, guerra elettronica, trasporto logistico o, come a Bandar Abbas, di trasformarsi in una munizione: il CENTCOM ha definito i mezzi impiegati “one-way attack surface drones”, droni destinati a una missione senza ritorno.

    Il percorso operativo della piattaforma è emblematico. Il 9 giugno un Corsair aveva recuperato in mare i due membri dell’equipaggio di un elicottero Apache caduto nei pressi di Hormuz: primo caso noto di un’imbarcazione senza equipaggio impiegata per il soccorso di personale. Poco più di un mese dopo, tre esemplari della stessa famiglia sono stati sacrificati contro un obiettivo iraniano. Sorveglianza, salvataggio e attacco: la stessa macchina, tre missioni radicalmente diverse.

    Va precisato che autonomia non significa libertà di decidere l’uso della forza. Il produttore parla di “mission-level autonomy”: l’operatore stabilisce obiettivi e regole, il sistema gestisce navigazione e comportamento. Non è stato divulgato come sia avvenuta la selezione del bersaglio a Bandar Abbas, e non ci sono elementi per sostenere che sia stato un algoritmo a decidere quando colpire.

    Il bersaglio: i sottomarini tascabili che presidiano Hormuz

    Il Ghadir è un sottomarino tascabile progettato per le acque poco profonde del Golfo Persico: circa 125 tonnellate di dislocamento, 29 metri di lunghezza, due tubi lanciasiluri da 533 millimetri. L’Iran ne avrebbe costruiti fino a una ventina, e questi mezzi sono da anni indicati come uno degli strumenti con cui Teheran potrebbe ostacolare il traffico navale nello Stretto. Colpire le gru e il bacino usati per vararli e mantenerli potrebbe avere effetti più duraturi della perdita di una singola unità.

    Un test in condizioni reali, dopo la lezione ucraina

    Secondo diversi osservatori militari, l’impiego di tre Corsair contro un obiettivo relativamente limitato avrebbe avuto soprattutto il valore di un test operativo: gli Stati Uniti dispongono di missili da crociera e bombe guidate capaci di colpire lo stesso bersaglio. La dimostrazione tecnologica conta quanto il danno inflitto. Il precedente è quello ucraino nel Mar Nero, dove piccoli mezzi esplosivi senza equipaggio hanno costretto la flotta russa a ripensare le proprie difese.

    Il concetto chiave è quello dell’assetto “attritable”: abbastanza economico e numeroso da poter essere perduto. Il Corsair, stimato attorno al milione di dollari, resta però molto più sofisticato dei barchini d’attacco iraniani, il cui costo si collocherebbe tra le decine e poche centinaia di migliaia di dollari. E non è invulnerabile: jamming, spoofing, radar costieri e cannoni automatici possono neutralizzarlo. Il successo contro un approdo apparentemente non contrastato non garantisce lo stesso risultato contro una base ben difesa.

    Resta il dato di fondo: dopo il cielo, anche il mare entra nell’epoca delle munizioni autonome. Per l’Iran il problema, d’ora in poi, non sarà solo intercettare i prossimi Corsair, ma proteggere ogni porto, ogni pontile e ogni nave alla fonda da mezzi piccoli, veloci e difficili da distinguere dal traffico civile. Un onere che, chiunque lo sostenga, costa molto più di uno scafo da sette metri.

  • Ungheria: il sistema di Orbán smontato pezzo dopo pezzo. Ma a parti inverse, …sarebbe un Golpe!

    Ungheria: il sistema di Orbán smontato pezzo dopo pezzo. Ma a parti inverse, …sarebbe un Golpe!

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    Il sistema di Orbán viene smontato pezzo dopo pezzo. Oggi il Parlamento ungherese, dove il partito Tisza del premier Péter Magyar controlla oltre due terzi dei seggi, ha approvato il 17° emendamento alla Legge Fondamentale: una modifica costituzionale che dichiara cessato il mandato del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, considerato troppo vicino a Viktor Orbán. I deputati di Fidesz hanno abbandonato l’aula in segno di protesta contro quello che definiscono “l’arbitrio”. E Orbán, in viaggio verso gli Stati Uniti, ha parlato senza mezzi termini di morte della democrazia ungherese.

    Fermiamoci un attimo. Perché la notizia, raccontata così, sembra la solita favola a lieto fine: il cattivo se ne va, il buono ripulisce. Ma se si gratta la vernice, il quadro si fa parecchio più interessante.

    La trappola perfetta per Sulyok

    Il meccanismo è degno di un manuale di ingegneria del potere. Sulyok ha cinque giorni per controfirmare l’emendamento che lo destituisce. Se firma, si autoelimina. Se non firma, scatta la procedura di impeachment per “demerito”. Comunque vada, è fatto fuori. Una trappola a doppia mandata, congegnata da chi — sia detto per la cronaca — è salito al potere promettendo il ritorno dello Stato di diritto.

    E non è tutto. L’emendamento introduce un limite di 70 anni per i giudici della Corte Costituzionale — guarda caso, quanto basta per mandare a casa il presidente della Corte e altri tre giudici nominati dai governi precedenti — e un tetto di 12 anni al mandato parlamentare, che secondo diversi osservatori ha uno scopo preciso: impedire a Orbán di tornare in Parlamento. Norme scritte su misura, con nome e cognome del destinatario stampati in filigrana. In giurisprudenza si chiamano leggi ad personam. Quando le faceva qualcun altro, ci si stracciava le vesti.

    Il “Fuoco Purificatore” e le tv che si autosospendono

    Magyar non ha nemmeno provato a mascherare l’intento. L’operazione l’ha battezzata lui stesso, il 22 giugno, “Fuoco Purificatore”. Un nome che dovrebbe far correre un brivido lungo la schiena a chiunque abbia letto un libro di storia del Novecento: le purificazioni, di solito, non finiscono bene. Il premier ha annunciato che “lo Stato si riprenderà tutto ciò che è stato rubato alla nazione”, istituendo un Ufficio nazionale per il recupero dei beni che indagherà sugli anni di Fidesz. Lotta alla corruzione, certo. Ma anche una formidabile arma legale nelle mani del governo per colpire, uno a uno, gli uomini del vecchio corso.

    E poi c’è il dettaglio che nessuno sembra voler guardare troppo da vicino: la televisione pubblica MTVA si è scusata con i telespettatori per la “propaganda” degli anni di Orbán e ha sospeso le trasmissioni per consentire le riforme decise dal nuovo governo. Una tv di Stato che si spegne in attesa che il potere politico la riorganizzi. Chiamatelo come volete. A me viene in mente una parola sola, e non è “pluralismo”.

    Quando persino Amnesty storce il naso

    Non lo dice solo il sottoscritto, e nemmeno solo Fidesz, che pure ha convocato una manifestazione in difesa “della libertà e dello Stato di diritto” — sì, avete letto bene, oggi è Fidesz a invocare lo Stato di diritto, e c’è chi non coglie l’ironia della storia. Lo dicono organizzazioni non esattamente tenere con Orbán: Amnesty International e Human Rights Watch hanno criticato la rimozione del presidente tramite norma ad personam, e HRW ha osservato che queste strategie “ricordano l’era Fidesz”. Tradotto: si combatte il presunto autoritarismo con i metodi del presunto autoritarismo.

    Lo stesso Sulyok, prima del voto, aveva richiamato l’attenzione “sul rispetto del principio dello Stato di diritto”, mettendo in guardia “contro l’esercizio arbitrario del potere pubblico e l’applicazione illimitata delle possibilità offerte dalla maggioranza parlamentare dei due terzi”. Parole che, se le avesse pronunciate un commissario europeo contro Orbán, avrebbero aperto i telegiornali. Pronunciate contro Magyar, scivolano in fondo ai pezzi. La Commissione di Venezia ha inviato i suoi osservatori a Budapest; c’è chi, come il giurista András Baka, difende il metodo in nome del rinnovamento istituzionale. Vedremo se il metro di giudizio sarà lo stesso usato per sedici anni con l’inquilino precedente. Permettetemi di dubitarne.

    Due pesi, due misure

    Ecco il punto che i grandi media evitano accuratamente. Per sedici anni ci hanno spiegato che il peccato mortale di Orbán era l’uso spregiudicato della maggioranza dei due terzi per riscrivere la Costituzione e occupare le istituzioni. Oggi un altro premier usa la stessa identica mannaia — modifica costituzionale lampo, consultazione pubblica di cinque giorni, destituzione del capo dello Stato, epurazione della Corte, azzeramento della tv pubblica — e improvvisamente si chiama “ritorno alla democrazia”. Magyar promette una nuova Costituzione l’anno prossimo, dopo “larga consultazione”. Nel frattempo, però, il fuoco purificatore brucia.

    Sia chiaro: qui non si tratta di riabilitare nessuno, né di negare i problemi dell’Ungheria di ieri. Si tratta di applicare a Budapest oggi lo stesso rigore che si applicava a Budapest ieri. Perché se lo Stato di diritto vale solo quando a vincere è il candidato gradito a Bruxelles, allora non è Stato di diritto: è una clava a orologeria.

    E allora la domanda, provocatoria quanto volete, è questa: se domani un governo italiano sgradito ai salotti buoni destituisse il presidente della Repubblica per legge, mandasse in pensione i giudici costituzionali scomodi e sospendesse la Rai “per riformarla”, quanti minuti passerebbero prima che scattasse la procedura d’infrazione? In Ungheria, invece, si applaude. Il fuoco purificatore, evidentemente, purifica solo in una direzione.