Salgono in silenzio, uno sull’altro, sui crinali delle Alpi. Non camminano, non parlano, eppure si moltiplicano a vista d’occhio: sono gli uomini di pietra, le piccole torri di sassi che spuntano ormai a migliaia lungo i sentieri di montagna, dalle Dolomiti ai ghiacciai austriaci. E oggi, stando a quanto emerso dalle prese di posizione del club alpino austriaco Öav, riprese anche dal Cai altoatesino, questa moltiplicazione silenziosa è diventata un caso: il vicepresidente dell’Öav è arrivato a dire che questi ometti “fanno male alla natura”.
Un esercito che cresce a ogni escursione
Il fenomeno è sotto gli occhi di chiunque frequenti l’alta quota. Un tempo gli ometti di pietra erano rari, funzionali, quasi sacri: segnavano il percorso dove il sentiero svaniva tra le rocce, indicavano la via ai viandanti quando la nebbia inghiottiva ogni riferimento. Oggi, invece, sono diventati un tormentone di massa. Il Cai li paragona alle monetine lanciate nella Fontana di Trevi, e il club alpino austriaco li accosta anche alla mania dei lucchetti dell’amore agganciati ai ponti: un gesto che nasce come rito individuale e finisce per trasformarsi in fenomeno seriale, replicato da migliaia di escursionisti in cerca della foto perfetta.
Il problema, secondo l’Öav, non è estetico ma ecologico. Spostare i sassi — questo l’argomento del sodalizio austriaco — significa privare piante e piccoli animali del loro habitat. Sotto ogni pietra d’alta quota vive un microcosmo: licheni che impiegano decenni a colonizzare una superficie, insetti, microrganismi che in quegli anfratti trovano riparo dal gelo e dal vento. Sollevare una roccia per impilarla su un’altra, moltiplicato per decine di migliaia di gesti ogni estate, diventa — nella lettura dei club alpini — una forma di erosione dell’ambiente alpino. C’è poi la questione della sicurezza: un ometto costruito per gioco, fuori dal tracciato, può trarre in inganno chi negli ometti cerca ancora, come da tradizione, l’indicazione del sentiero giusto.
Tra leggenda e superstizione: i guardiani di sasso
Ma perché lo facciamo? Perché l’essere umano, arrivato in cima, sente il bisogno ancestrale di impilare pietre? Qui i fatti lasciano il passo al mito, ed è un mito antichissimo. Gli uomini di pietra abitano l’immaginario di quasi tutte le culture di montagna. Gli Inuit costruiscono da millenni gli inuksuit, figure antropomorfe di roccia che vegliano sulle distese artiche e “agiscono al posto dell’uomo”. In Tibet e in Mongolia i cumuli di pietre sono offerte agli spiriti dei valichi: ogni viandante aggiunge il suo sasso e con esso, si dice, lascia lì un peso dell’anima. Nelle saghe nordiche i troll sorpresi dalla luce dell’alba si pietrificavano, e ancora oggi in Islanda certe formazioni rocciose vengono indicate come giganti fossilizzati. Anche le Alpi hanno i loro: leggende di pastori impietriti per punizione divina, di anime dei camminatori custodite nei cumuli di sassi ai crocevia, dove un tempo si aggiungeva una pietra come preghiera per i morti senza sepoltura.
Visti così, gli ometti che oggi affollano i sentieri sembrano quasi una nuova specie che ha colonizzato la montagna: nata da un istinto arcaico, moltiplicata dall’epoca dei social, dove ogni torretta di sassi diventa uno scatto da condividere. L’antico rito propiziatorio si è trasformato in meme.
Due visioni a confronto
La questione, va detto, non è a senso unico. Da una parte c’è chi, come l’Öav e il Cai altoatesino, chiede di fermare la proliferazione in nome della tutela di flora, fauna e sicurezza dei sentieri. Dall’altra c’è chi vede in questo gesto una forma innocua di connessione con la montagna, l’eco di una tradizione che accompagna l’uomo da quando ha iniziato a camminare in alta quota — e ricorda che gli ometti “veri”, quelli segnavia, restano preziosi e legittimi. Il confine tra rito e vandalismo ambientale, tra memoria e moda, è la vera posta in gioco di questo dibattito.
Gli uomini di pietra, intanto, restano lì: muti testimoni di un’umanità che anche nell’era del GPS sente il bisogno di lasciare un segno sulla roccia. Che siano guardiani ancestrali o intrusi da smantellare, una cosa è certa: continueranno a interrogarci ogni volta che, dietro una curva del sentiero, li vedremo apparire come un piccolo popolo silenzioso in attesa.
C’è una frase, tra le mille scritte in questi giorni sul caso di Mario Roggero, che ha scatenato l’ennesima polemica in salsa green pass. L’ha scritta Enrico Ruggeri, ieri pomeriggio, in un post su X: «Il caso di Mario Roggero è complesso e controverso, qualsiasi opinione è lecita, anch’io ascolto e rifletto. Ma che quelli che difendevano il green pass si appellino allo “stato di diritto” mi sembra quantomeno ridicolo». Ventotto parole. Oltre 117 mila visualizzazioni, 2.500 like. E un fiume di bile da parte di chi si è sentito chiamato in causa. Perché Ruggeri non ha parlato della sentenza: ha parlato di loro. E loro se ne sono accorti.
Il fatto: 14 anni e 9 mesi al gioielliere di Grinzane Cavour
Partiamo dai fatti. Roggero, 72 anni, gioielliere di Grinzane Cavour, è stato condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori durante l’assalto al suo negozio nel 2021. È entrato nel carcere di Bollate. Ai cronisti che gli chiedevano se fosse pentito ha risposto: «Col senno di poi», aggiungendo che «bisogna trovarsi in questa situazione». Prima di varcare i cancelli aveva affidato a un video un messaggio semplice: «Sarete voi la mia voce».
In ogni caso, la voce invocata da Roggeri (perdonate il gioco di parole) è arrivata, fortissima, dal suo quasi omonimo Ruggeri. L’hashtag Io sto con Mario Roggero è esploso in poche ore. Matteo Salvini ha chiesto la grazia. Poi la valanga: Elisabetta Canalis, Elisabetta Gregoraci, Sabrina Salerno, Gino Sorbillo, Leonardo Bonucci, Emis Killa. Melissa Satta ha raccontato il furto subito in casa con il figlio piccolo — «ci ho messo anni per tornare a dormire serenamente» — e ha aggiunto parole che milioni di italiani sottoscriverebbero: «Siamo un Paese di pagliacci! Tutti sanno che in Italia possono venire e fare i delinquenti, sono più tutelati loro di noi bravi cittadini». Emanuele Filiberto di Savoia ha parlato di una sentenza «distante dal comune sentire di giustizia». Su Change.org le petizioni per la grazia al presidente della Repubblica avrebbero già superato le 260 mila firme, una rilanciata anche dall’attaccante della Lazio Mattia Zaccagni.
Ruggeri e il tabù del green pass
In mezzo a questo coro, Ruggeri ha fatto qualcosa di diverso. ha acceso la luce sull’ipocrisia. Perché in questi giorni, dall’altra parte della barricata, si agitalo «stato di diritto» come un crocifisso davanti al vampiro. Le sentenze si rispettano, la legge è uguale per tutti, guai a discutere i giudici e così via (che poi applicheranno la legge, per carità, ma comunque i modi – se si vuole – si trovano sempre).
In genere il principio è anche condivisibile (e si invoca di solito quando le sentenze ci compiacciono). Peccato che a pronunciare queste parole siano, in molti casi, gli stessi che tra il 2021 e il 2022 applaudivano un Paese diviso in cittadini di serie A e di serie B. Gli stessi che trovavano normale che milioni di persone non potessero lavorare, salire su un treno, entrare in un bar senza esibire un lasciapassare. Gli stessi che davano dei «sorci» e dei «no vax da lasciare fuori dalla società» a chiunque osasse porre una domanda. Gli stessi che non battevano ciglio quando Cazzola in prima serata su Rete4 invocava il piombo su cittadini che avevano pari diritti suoi e la stessa libertà di parola. Dov’era, allora, lo stato di diritto? Dov’erano i costituzionalisti da salotto quando i diritti fondamentali venivano sospesi a colpi di decreto e talk show? A nascondere la testa come gli struzzi sotto la sabbia, erano. Ecco dove.
Questo ha detto Ruggeri. Nient’altro. E infatti la risposta non è arrivata nel merito.
Costamagna risponde con lo sfottò, Ruggeri cala il carico
A raccogliere il guanto è stata Luisella Costamagna, che ha scelto la via più comoda: l’ironia sprezzante. «Se quelli che scrivono queste cose non avessero fatto Quello che le donne non dicono o Il mare d’inverno mi vergognerei per loro. O forse mi vergogno per loro lo stesso», ha scritto su X. Tradotto: non ti rispondo, ti derido. Il repertorio classico di chi non ha argomenti.
Ma stavolta il copione si è inceppato. Stamattina Ruggeri ha replicato, con la calma di chi non ha niente da nascondere: «Solita procedura, offese senza entrare nel merito. Comunque: io ho difeso le mie idee pagando un prezzo molto alto, mentre c’è chi per aver fatto da cassa di risonanza a quel sistema ha avuto in cambio ingaggi, trasmissioni, ospitate… siamo sicuri che devo vergognarmi io?».
Nient’altro da aggiungere. Negli anni della pandemia, chi si allineava veniva premiato: contratti, prime serate, poltrone. E tra i media, chi accettava di diffondere bollettini senza senso decine di volte al giorno riceveva milioni di euro dal Governo. Chi dissentiva — anche solo con un dubbio, anche solo con una domanda — veniva marchiato, insultato, cancellato. Ruggeri quel prezzo lo ha pagato sulla propria pelle, e non è l’unico (Byoblu ha pagato con la chiusura, in ultima analisi, lo stigma di avere difeso i cittadini che non avevano altri avvocati a difenderli). Milioni di italiani comuni, senza dischi d’oro né trasmissioni televisive, hanno perso lavoro, amicizie, dignità. E oggi si sentono fare la lezione sullo «stato di diritto» da chi quello stato di diritto lo ha calpestato applaudendo.
La vera domanda che nessuno vuole fare
Sul merito della sentenza si può discutere all’infinito. Lo stesso Enrico Ruggeri dice: «Ascolto e rifletto». Persino Emis Killa, pur solidale, ha messo in guardia dal far west: «Non si può legittimare il gesto». Io ho un’altra opinione. Ma il caso Roggero ha squarciato un velo che va oltre la vicenda giudiziaria: la percezione, diffusa e ormai radicata, di uno Stato che presenta il conto ai cittadini e fa lo sconto a chi delinque. Un Paese dove un commerciante di 72 anni, già rapinato e picchiato in passato, finisce in carcere per quasi quindici anni, mentre chi ha teorizzato e imposto la sospensione dei diritti di milioni di persone non ha mai chiesto scusa e nonostante una commissione parlamentare non avrà mai, probabilmente, neanche un buffetto sulla guancia. Anzi: pontifica.
Il tweet di Ruggeri non è offensivo, è semplicemente …vero! E la verità, per chi ha costruito carriere sulla «cassa di risonanza», è la cosa più insopportabile di tutte. Siamo sicuri, allora, che debba vergognarsi lui?
Mario Roggero si è costituito ieri pomeriggio nel carcere di Bollate. Alle 16.30, davanti ai cronisti, il gioielliere di Grinzane Cavour, 72 anni, ha varcato il portone dell’istituto milanese per iniziare a scontare la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi, confermata mercoledì dalla Cassazione, per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria del 28 aprile 2021. Prima di entrare, ha detto quello che pensava: «Mattarella ha graziato uno scafista che ha ammazzato 30 persone, ha graziato la Minetti. Io penso che dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza». E ancora: «Come si può sentire uno che entra per 15 anni a 72 anni? È un ergastolo. Viva la giustizia italiana».
Questa la cronaca. Adesso passiamo alle valutazioni.
Lo Stato che non protegge e poi presenta il conto
Iniziamo dalla prima, quella base (signora mia, non ci sono più le mezze stagioni). Milioni di italiani sentono sulla propria pelle che nelle grandi metropoli, così come a casa loro, sono vulnerabili di fronte a una criminalità che lo Stato non è in grado di tenere a bada. Roggero non è un criminale di professione: è un commerciante che nel 2015 aveva già subito una rapina violentissima, con il setto nasale fratturato, la figlia minacciata, un disturbo post traumatico da stress certificato dai giudici stessi nelle motivazioni della sentenza. Nel 2021 tre uomini tornano, legano e minacciano la moglie e la figlia. Lui reagisce. E lo Stato, che non era riuscito a proteggerlo, oggi lo manda in cella e — beffa nella beffa — gli chiede pure centinaia di migliaia di euro di risarcimento per le famiglie dei rapinatori.
Su questo punto, almeno, Giorgia Meloni è andata dritta: «Mi aggredisci, mi difendo. E dovrei risarcirti? Non è giusto». Che un cittadino aggredito debba indennizzare chi lo ha aggredito è una di quelle acrobazie giuridiche che allargano ogni giorno il fossato tra il Paese reale e i palazzi.
Il concetto di “vendetta” che non sta in piedi
Ora veniamo agli azzeccagarbugli, ai legulei. La Cassazione ha stabilito che quella di Roggero non fu legittima difesa: la rapina era finita, i banditi erano in fuga, e lui li inseguì sparando. Due morti, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, e un ferito. Nelle motivazioni i giudici hanno richiamato anche un precedente del 2005, quando Roggero minacciò con una pistola il fidanzato della figlia e i suoi genitori dopo che la figlia riferì di essere stata picchiata dall’allora fidanzato: finì con un patteggiamento e una multa da 2.280 euro, ma per la Corte dimostra una «modalità impulsiva di reazione» già presente in passato. Anche qui, sono pochi i padri che manterrebbero un perfetto uplomb quando la figlia torna a casa dopo essere stata presa a schiaffi. Certo, si può andare a denunciare. Diciamo che Roggero fa parte di quella categoria di persone che nei film, paradossalmente, ci piacciono tanto (presente Liam Neeson: “Io vi troverò”?). Ma nei film nessuno li denuncia mai per omicidio, né per violenza, né per danneggiamento di beni pubblici e privati.
Il presidente delle Camere penali, Francesco Petrelli, lo ha detto che «una domanda di grazia non può costituire né un ulteriore grado di giudizio né uno strumento per correggere politicamente una decisione definitiva». Ma soprattutto, ha aggiunto che «il diritto di difendersi” non può essere confuso con il diritto di vendicarsi».
Sul significato del termine “vendetta” però vale la pena spendere due parole. La vendetta, per definizione, è un piatto che si consuma freddo. Tu mi fai un torto, io ci medito su e, quando meno te lo aspetti, ti do il ben servito. Questa è inequivocabilmente vendetta. Gengis Khan era il numero uno: se lo insultavi a casa sua, ti sorrideva, ti trattava con tutti gli onori, ti riempiva di doni e poi ti lasciava andare. Mentre eri sulla via del ritorno, però, ti faceva raggiungere da due sgherri che non ti lasciavano neppure il tempo di dare l’addio al mondo.
Ora, un uomo aggredito (per la seconda volta), minacciato da un’arma che evidentemente non doveva sembrare giocattolo, con figlia e moglie legate a terra, vittima di violenze psicologiche che possiamo solo immaginare, pieno di adrenalina fino ai capelli, che mentre scappi dal negozio (quindi nell’ambito della stessa scena e a pochi minuti o secondi dall’aggressione), ti insegue e ti spara, si sta “vendicando”? Io non credo: sta ancora “reagendo”, perché abbiamo provato tutti a essere “arrabbiati”, e sappiamo tutti che “non ci passa a comando”. Non è un interruttore che si accende e si spegne. Specialmente quando è la nostra stessa vita ad essere minacciata: subentrano meccanismi ancestrali che prendono il controllo e il pilota automatico lo prende il più basso ed elementare dei nostri istinti: quello di sopravvivenza.
Quella non era vendetta perché il piatto non è stato servito freddo: era ancora bello bollente. Fumava e bruciava. Come si faccia a parlare di vendetta, è un fatto che possono capire solo i malati che con il VAR definiscono “fuori gioco” un’azione in cui un’attaccante ha i piedi ampiamente dietro la linea dell’ultimo difensore ma, nello slancio di proiettarsi in avanti, ha la spalla anteriore di qualche centimetro oltre. E’ ridicolo, antisportivo e contrario a qualsiasi buon senso, ma i burocrati onanisti regolamentatori annullano gol strepitosi perché non guardano al senso delle cose, ma all’applicazione di un cavillo millimetrico.
Lo stesso tipo di differenza lo si può apprezzare nella definizione di “vendetta” applicata a Roggero.
Il doppiopesismo del Colle e il circo della politica
Roggero con Mattarella non ha agito freddamente. Solo pochi giorni fa, il Presidente della Repubblica aveva richiamato il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per spiegargli classicamente che “non può essere tirato per la giacchetta“. Lo avevo raccontato più prosaicamente qui. E Nordio infatti oggi fa marcia indietro. Diciamo che se l’obiettivo è ottenere la grazia, allora fare pressioni, accuse e mettere all’angolo il Quirinale non è il modo migliore di raggiungerlo, perché da Archimede in poi si sa che un corpo immerso in un liquido reagisce con forza eguale e contraria (se non sono stato preciso, mi scuserete, ma il concetto è quello). Roggero però forse non se lo ricorda, il principio di Archimede, e allora passa all’attacco: “con quale coerenza il Quirinale, dopo avere concesso la clemenza a Nicole Minetti e una grazia parziale allo scafista Alaa Faraj, ora dovrebbe negarla a un commerciante incensurato — o quasi — che ha passato la vita dietro un bancone? Se la grazia è un atto di equità, l’equità non può funzionare a corrente alternata“. Messa così sembra sensata, ma non è furba, perché spinge il Quirinale a dover dimostrare che non si fa dettare legge da nessuno (mentre il silenzio avrebbe permesso al colle di mostrarsi magnanimo motu proprio). La moglie del gioielliere, Mariangela Sandrone, ha comunque depositato l’istanza. Il ministro Nordio (come volevasi dimostrare), dopo nuove interlocuzioni con il Colle, ha già frenato: l’iter «non è ancora partito». Traduzione: il Quirinale ha fatto sapere che non gradisce le pressioni.
Non è che ci volesse un abile spin doctor per prevederlo. E allora perché Roggero fa così? La spiegazione non è difficile da trovare. Dove c’è una notizia, la politica ci si infila per avere scatti gratis e prime pagine di giornali in omaggio. Che, in vista delle elezioni, è tutta campagna gratuita. Mentre un uomo di 72 anni passa la sua prima notte in cella — provato e in lacrime, secondo chi lo ha visto — c’è la Lega che «valuta la candidatura» di Roggero, poi ci sono i flash mob davanti al tribunale di Torino, la gara a intestarsi la vittima del giorno e via discorrendo. Probabilmente gli arrivano cattivi consigli, da parte di chi vuole strumentalizzarlo per alimentare il consenso intorno ai suoi temi. «L’ultima cosa a cui penso è candidarmi», ha detto il gioielliere, Bene, adesso applichi lo stesso buon senso alla richiesta di grazia e lasci sedimentare un po’ il polverone. La moglie ha già presentato richiesta. Lasci che siano gli altri a intestarsi l’iniziativa. Lui stia in disparte. È il miglior consiglio che gli si possa dare.
La radice del problema
In tutto questo, nessuno sembra domandarsi perché Roggero è diventato così popolare tra la gente. Eppure la risposta è così semplice. Perché siamo tutti Roggero. E non è un vuoto slogan. Siamo tutti Roggero perché ci sentiamo tutti minacciati, insicuri. Abbiamo paura di girare per strada la sera, e certe volte anche di giorno. Se abbiamo figli siamo terrorizzati. Rapine, furti, stupri sono all’ordine del giorno. Quante ragazze sono state stuprate a Milano, trascinate dietro una transenna di una stazione di metropolitana o dietro a un cespuglio in un parco? Quante finestre rotte, con i malviventi che entrano in casa, minacciano, rompono tutto e rubano tutto quello che trovano? Quante gang uccidono a sangue freddo? Quanti sbandati ti accoltellano per strada senza nessun motivo, e tu muori senza sapere perché? Basta leggerli, i giornali, almeno ogni tanto. Esci di casa ed è il far west. C’è da ringraziare il cielo se la sera torni a casa e nessun ubriaco ti ha investito, nessun ragazzino senza patente si è portato via la vita di tuo figlio, nessuna banda di violenti perdigiorno ti ha lasciato per terra in un lago di sangue, nessun drogato ha tirato fuori la siringa davanti ai tuoi bambini. Questo è il punto. Questo è il motivo per cui quando poi “uno di noi” reagisce e spara, la gente sta dalla sua parte e non capisce le questioni di lana caprina della vendetta calcolata sul filo del fuorigioco.
Serve una una riforma della legittima difesa, certo. Ma serve anche avere forze dell’ordine che pattugliano il territorio avanti e indietro, si fanno vedere ovunque, centrali che quando li chiami ti mandano immediatamente qualcuno. Serve sentire e percepire di essere sicuri. E invece? Sarò un semplice, ma spendere 17 miliardi in armamenti, più altri per sostenere paesi lontani e i loro problemi, quando a casa nostra non riusciamo a risolvere i nostri, è incomprensibile. La prima difesa è quella che garantisce la sicurezza del popolo nel suo stesso territorio. D’accordo gli alleati, d’accordo la geopolitica, d’accordo gli obblighi derivanti dagli accordi internazionali, ma forse per i cittadini italiani, che alla fine sono quelli che pagano (no, i politici non ci mettono i soldi di tasca loro: i politici se li prendono, casomai), si può fare di meglio che lasciare andare allo sfascio il paese per servire gli interessi di altri. E non venitemi a parlare dell’indotto dell’industria delle armi. Eccolo qui, l’indotto: quasi il 50% finisce nelle tasche dei produttori americani.
Se lo Stato pretende il monopolio legittimo dell’uso della forza (si chiama così, te lo insegnano al primo anno di Scienze Politiche), allora lo usi. Ma se non protegge i suoi cittadini, con quale coraggio poi li processa e li condanna quando si difendono da soli?
Bruxelles si è svegliata. Nel capitolo italiano del rapporto sullo Stato di diritto 2026, pubblicato oggi, la Commissione europea esprime “preoccupazioni” per i rischi che gravano sul “funzionamento indipendente” e sulla “sostenibilità finanziaria” della Rai, e invita l’Italia a tutelare la libertà di stampa. Fari accesi anche sul caso Paragon, lo spyware usato contro giornalisti italiani, e sulla mancata riforma della diffamazione.
Fermi tutti. Rileggiamo: l’Unione europea si accorge oggi, nel luglio del 2026, che la televisione pubblica italiana ha un problema di indipendenza dalla politica. Benvenuti nel mondo reale. Da queste parti lo diciamo da vent’anni, e non ci siamo limitati a dirlo: Byoblu, insieme a Generazioni Future, ha promosso una class action contro la Rai proprio per ottenere la fine della lottizzazione partitica e la restituzione ai cittadini dei canoni ritenuti illegittimi. Mentre a Bruxelles compilavano rapporti, qui si andava in tribunale.
Cosa dice il rapporto Ue sulla Rai
Il cuore dei rilievi è la governance. La Commissione registra che lo stallo sulla nomina del presidente del cda è stato letto da diverse parti interessate come “un esempio delle carenze delle norme attuali nel proteggere efficacemente la Rai dai rischi di influenze indebite”. Tradotto dal burocratese: i partiti si spartiscono viale Mazzini e le regole attuali glielo consentono. Chi l’avrebbe mai detto.
C’è poi il nodo dei soldi: il taglio di 10 milioni di euro ai finanziamenti pubblici per il 2026, che il governo motiva con la razionalizzazione dei costi e che la stessa Rai considera un rischio per la propria sostenibilità. E c’è la riforma all’esame del Senato, pensata per allineare l’Italia all’European Media Freedom Act (Emfa): per gli stakeholder va “nella giusta direzione”, ma “può essere migliorata”. Il commissario alla Giustizia Michael McGrath è stato chiaro: l’obiettivo è “garantire la piena attuazione” dell’Emfa, inclusa “la garanzia dell’indipendenza dei media di servizio pubblico”. E la vicepresidente Henna Virkkunen ha aggiunto che “l’indipendenza editoriale deve sempre essere salvaguardata”.
Stampa, Paragon e diritto di protesta
Il rapporto non risparmia il resto: nessun progresso sulla riforma della diffamazione e sulla tutela delle fonti giornalistiche, indagini ancora in corso sul caso Paragon per identificare i responsabili dell’uso del software spia contro i cronisti, e “preoccupazione” per i decreti sicurezza, tra reato di blocco stradale e fermo preventivo fino a 12 ore, per il loro possibile impatto sullo spazio civico.
Le reazioni sono arrivate puntuali. Il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli parla di criticità “certificate anche quest’anno” e chiede al legislatore di recepire le raccomandazioni. L’Usigrai invita ad “ascoltare l’allarme”. Dal Pd, l’eurodeputato Alessandro Zan attacca: “Il rapporto certifica il declino dello Stato di diritto sotto il governo Meloni”. Il governo, dal canto suo, rivendica che la riforma in Parlamento rafforzerà indipendenza e stabilità finanziaria della Rai. Ognuno recita il proprio copione, come da tradizione.
La lottizzazione non è nata ieri
La lottizzazione della Rai non è un’invenzione di questo governo né del precedente: è il sistema operativo di viale Mazzini da decenni, con tutti i colori politici al timone. Chi oggi si straccia le vesti citando il rapporto Ue, ieri nominava i propri direttori di rete. E chi oggi minimizza, domani griderà allo scandalo quando toccherà agli altri spartirsi le poltrone.
Per questo il punto non è il rapporto in sé, che fotografa l’ovvio con qualche anno di ritardo. Il punto è cosa si fa. Byoblu una strada l’ha indicata e percorsa: un’azione legale dei cittadini, per i cittadini, per chiedere che chi paga il canone in bolletta — obbligato per legge — abbia in cambio un servizio pubblico e non un megafono dei partiti di turno.
Quindi grazie, Bruxelles, per la diagnosi. Ma se qualcuno lassù vuole davvero l’indipendenza della Rai, non serve un altro rapporto: basta dare ragione a chi la lottizzazione l’ha portata davanti a un giudice. Noi il canone lo conosciamo bene. È il prezzo che i cittadini pagano per farsi raccontare dalla politica quanto è brava la politica.
C’è chi festeggia quando la giustizia rimette le cose a posto, e chi invece si indigna. Ieri mattina Francesca Donato, in un post su X, ha puntato il dito contro i vertici dell’Ordine dei medici, rei di essersi indignati perché «medici con competenze e condotte irreprensibili vengono reintegrati al lavoro, dopo essere stati illegittimamente radiati per ragioni politico-ideologiche e antiscientifiche». E chiosa: «Direi che i vertici dell’ordine presentano qualche problemino».
Il reintegro che non va giù all’Ordine dei medici
Ricapitoliamo, perché la memoria in questo Paese è merce rara. Parliamo di quei professionisti che, durante la stagione dell’obbligo vaccinale, furono sospesi o radiati non per aver sbagliato una diagnosi o avere danneggiato un paziente, ma per aver esercitato quel principio antico — scienza e coscienza — che dovrebbe essere la stella polare di ogni medico. Oggi che alcuni di loro tornano al lavoro, l’Ordine si scandalizza.
Che poi l’emendamento passato in Commissione Affari Sociali di Montecitorio, a firma Fratelli d’Italia, non “reintegra”, di fatto, ma pone una finestra di 60 giorni entro la quale i professionisti radiati, che abbiano presentato ricorso, e questo ricorso sia ancora impantanato, possono presentare “istanza di reiscrizione“. E non vale per le radiazioni scaturite da condanne penali. Ora questa istanza, ammesso che poi la riforma delle professioni sanitarie passi, a Montecitorio, chi la deve valutare? Sorge un legittimo sospetto che interverranno diversi ostacoli procedurali, se l’istanza la deve valutare proprio questo Ordine.
Ma se un medico è competente, se la sua condotta professionale è irreprensibile, su quale base lo si tiene fuori dalla corsia? La risposta dell’Ordine è “perché diffondeva teorie antiscientifiche” (tradotto: perché non si è allineato). Qualcuno mi dovrebbe infatti spiegare perché un medico che si è laureato (e quindi ha certificato un percorso professionale di studi portato a termine sotto la supervisione di cattedre e altri medici), dovrebbe diffondere teorie antiscientifiche, quando la sua formazione è stata proprio “scientifica” (non stiamo parlando di stregoni provenienti dai villaggi più remoti). Forse allora quello che non va giù è che ci siano stati medici con la schiena dritta che non hanno creduto agli studi finanziati dalle multinazionali del farmaco che hanno realizzato guadagni superiori al PIL di molti paesi del mondo. Non è deontologia, questa. È manicheismo di corporazione: o stai con noi, o sei fuori.
E i cittadini cosa ne pensano?
A giudicare dai commenti sotto al post di Francesca Donato, non ci sono dubbi: oltre mille like, più di trecento condivisioni e un centinaio di risposte in poche ore, di persone a cui questa reazione dell’Ordine dei Medici appare tutto fuorché legittima. La percezione diffusa è quella di un’istituzione che difende se stessa prima ancora dei cittadini e dei suoi stessi iscritti.
Un organismo che di fronte al possibile reintegro di professionisti mai messi in discussione sul piano clinico, sceglie l’indignazione invece dell’autocritica. Verrebbe da chiedersi cosa resti della funzione di garanzia di un ente che si arrocca per ragioni di corporativismo, mentre là fuori mancano medici negli ospedali e i pronto soccorso scoppiano. Questo dovrebbe preoccuparli sopra ogni altra cosa. Questo chiede la gente: ospedali, visite mediche, esami. Si chiede una sanità che funziona, e non solo quando c’è da pagare contratti miliardari per farmaci che spesso vengono in grande maggioranza buttati via.
Se questi medici erano così pericolosi, perché ora lo Stato consente che vengano riammessi al lavoro? E se non lo erano, chi risponderà degli anni di stipendio, della dignità e della professione che gli sono stati tolti? Ovviamente, dovrebbe risponderne chi li ha cacciati. Toc toc: c’è qualcuno in casa?
Ai vertici dell’Ordine, così pronti a indignarsi, suggeriamo un esercizio semplice: prima di radiare gli altri, provino a radiografare se stessi. Chissà che non trovino qualche macchiolina che necessita una bella radioterapia.
Le più grandi banche della Cina hanno tolto a milioni di risparmiatori la possibilità di fare trading sull’oro. La prima a muoversi è stata ICBC, l’istituto che gestisce più asset di qualsiasi altra banca al mondo, seguita a ruota da Postal Savings Bank, Ping An e China Guangfa. Tutte con la stessa mossa, tutte nello stesso periodo. A ricostruire la vicenda è un video del giovane divulgatore finanziario Nicolò, che sul suo canale YouTube mette in fila i pezzi di un puzzle che, guardato nel suo insieme, racconta molto più di una semplice decisione bancaria.
Cosa hanno chiuso davvero le banche cinesi
ICBC ha smesso di fare da intermediario per il trading sui metalli preziosi dei clienti privati sulla borsa dell’oro di Shanghai. A chi aveva posizioni aperte sono state offerte tre strade: vendere, chiudere la posizione o farsi consegnare l’oro fisico a casa. La versione ufficiale parla di tutela del risparmiatore, e una base c’è: dopo aver toccato il massimo storico a 5.600 dollari l’oncia, l’oro ha perso quasi il 30% in pochi mesi — il calo più violento dai tempi della crisi del 2008 — complice lo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, la corsa del petrolio e l’attesa di tassi alti più a lungo.
Ma c’è un dettaglio che stride con la narrazione protettiva: le banche cinesi hanno alzato i margini di garanzia fino al 140%. Tradotto: per operare a leva ti chiedono più soldi di quanto vale la posizione stessa. Nessuno fa una cosa del genere, se non per dirti di andartene. Attenzione però: a essere chiusa è solo la speculazione — leva e contratti differiti. Lingotti, monete, piani di accumulo ed ETF restano acquistabili come prima. Quello che sparisce è la carta.
L’oro di carta: il quadro che diventa dieci ricevute
A Londra e New York, dove si decide il prezzo dell’oro per tutto il pianeta, la stragrande maggioranza degli scambi avviene su contratti: diritti su lingotti che nessuno va mai a ritirare. E siccome nessuno ritira il metallo, si possono emettere molti più contratti di quanti lingotti esistano davvero. Quanti in più? Nessuno lo sa con precisione, ed è proprio questo il problema. Se il meccanismo funziona così, il prezzo dell’oro che vediamo oggi sarebbe tenuto artificialmente basso da tonnellate di metallo che esiste solo sulla carta.
Gli indizi non mancano. Sull’argento, per un breve periodo, il fisico è arrivato a costare fino al 40% in più del suo contratto: la gente ha pagato un premio per avere la cosa vera in mano. E poi c’è il comportamento di chi ha più informazioni di tutti: le banche centrali. Nell’ultimo trimestre rilevato hanno comprato 244 tonnellate nette di oro fisico, il ritmo più veloce da un anno, superando le 200 tonnellate in dieci degli ultimi undici trimestri — con una fetta enorme di acquisti non dichiarati, stimati per differenza dal World Gold Council. La domanda cinese di lingotti e monete ha toccato 207 tonnellate in un solo trimestre: un record assoluto che batte un primato tredicennale. E per comprare tutto questo oro, Pechino vende Treasury americani. La lezione l’hanno imparata tutti nel 2022, quando l’Occidente ha congelato circa 300 miliardi di riserve russe: i dollari sono al sicuro finché vai d’accordo con chi controlla il sistema. L’oro nel tuo caveau, invece, non lo tocca nessuno.
Shanghai, Hong Kong e la carta coperta dell’America
La borsa dell’oro di Shanghai funziona al contrario di Londra: compri un contratto, il lingotto esce fisicamente dal caveau. Niente ricevute moltiplicate, il prezzo racconta per forza la verità. E per aggirare i controlli sui capitali che tengono fuori gli stranieri, Pechino ha aperto a Hong Kong il suo primo caveau fuori dalla Cina continentale, con contratti in yuan e una stanza di compensazione statale a garantire gli scambi. L’obiettivo è costruire un ponte: mi paghi il petrolio in yuan, e quello yuan lo trasformi in oro. Una valuta di cui nessuno si fida, agganciata all’unico asset di cui tutti si fidano da cinquemila anni.
Dall’altra parte del Pacifico, intanto, circola una proposta che sarebbe la mossa monetaria più clamorosa dal 1971: gli Stati Uniti possiedono ufficialmente 8.133 tonnellate d’oro, ma per una legge del 1973 le contabilizzano a 42,22 dollari l’oncia, contro i circa 4.000 di mercato. Basterebbe aggiornare il prezzo ufficiale per far comparire a bilancio centinaia e centinaia di miliardi di dollari spendibili, senza vendere un grammo e senza nuovo debito. Il segretario al Tesoro lo ha detto: vuole “monetizzare il lato attivo del bilancio”. Con effetti a cascata: liquidità, inflazione, dollaro più debole.
La domanda che nessuno fa
Qui si ferma la ricostruzione tecnica e comincia la domanda scomoda, quella che riguarda la decisione cinese di chiudere il trading retail. Se le banche di Stato di Pechino spengono l’interruttore della speculazione proprio mentre il Paese accumula oro fisico a ritmi mai visti, un’ipotesi va almeno messa sul tavolo: la Cina potrebbe sapere — o temere — che l’oro sia destinato a essere scambiato a livelli elevatissimi. E storicamente c’è un contesto in cui gli Stati blindano il metallo e ne sottraggono il controllo ai privati: quando si preparano a uno scenario di conflitto, o quantomeno a una rottura dell’ordine finanziario esistente. Un’ipotesi che va letta insieme a un altro dato che Byoblu [3.0] documenta da mesi: la corsa europea alle spese per gli armamenti, con centinaia di miliardi dirottati sul riarmo. Da una parte l’Occidente si arma, dall’altra la Cina fa incetta di oro e chiude i rubinetti della carta. Due movimenti che, presi singolarmente, hanno ciascuno la propria spiegazione ufficiale. Presi insieme, disegnano il profilo di un mondo che si sta preparando a qualcosa.
Oggi pomeriggio Sergio Mattarella ha ricevuto al Quirinale il ministro della Giustizia Carlo Nordio per «puntualizzare i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al presidente della Repubblica, come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006». Così recita la nota ufficiale del Colle, diffusa poche ore dopo che il Guardasigilli aveva avviato d’ufficio – in base all’articolo 681, quarto comma, del codice di procedura penale – l’istruttoria per la grazia a Mario Roggero, il gioielliere 72enne di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto al suo negozio, nell’aprile 2021.
La giornata: istruttoria, firme e cartelli in Senato
La mattinata era stata tutta un crescendo. I capigruppo di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati hanno lanciato una raccolta firme tra i parlamentari per chiedere la grazia, sostenendo che una detenzione a quell’età «diventerebbe una condanna all’ergastolo». Matteo Salvini ha invocato «la giustizia con la G maiuscola», il ministro Guido Crosetto ha definito la vicenda «ingiusta, incomprensibile e difficile da accettare», Antonio Tajani ha parlato di un uomo che «merita il perdono da parte della società». In Senato i parlamentari leghisti hanno esposto cartelli con il volto di Roggero e la scritta «Libero subito», mentre il governatore del Piemonte Alberto Cirio ha presentato un ordine del giorno a sostegno della grazia. Dall’altra parte, le opposizioni: Fratoianni ha parlato di «idea pericolosissima», il M5S di «vergognosa operazione di propaganda». Poi, nel pomeriggio, la doccia fredda del Quirinale.
Il comunicato che non torna
Ed è qui che la versione ufficiale mostra la corda. Perché prendere per buono il testo dato in pasto alle agenzie significherebbe credere che Carlo Nordio – ex magistrato con decenni di toga alle spalle – non sappia chi firma i decreti di grazia in Italia, e che il Presidente della Repubblica lo abbia convocato al Colle per fargli ripetizioni di diritto costituzionale. Un’ipotesi semplicemente non credibile. E infatti, secondo un’approfondita analisi che circola in ambienti vicini al Quirinale, la formula scelta dal Colle non andrebbe letta come una lezione impartita al ministro, ma come «la traduzione pubblica e volutamente asettica di un richiamo politico-istituzionale assai più sostanzioso».
Il nodo non sarebbe la titolarità formale del potere, che nessuno discute. Il nodo sarebbe il metodo: annunciando pubblicamente un’istruttoria «finalizzata alla concessione della grazia», il ministero avrebbe dato l’impressione che la decisione politica fosse già stata presa dal governo, riducendo il Capo dello Stato al ruolo di notaio chiamato a ratificare. Da quel momento, ogni giorno di carcere in più per Roggero rischierebbe di essere imputato non alla sentenza, ma a un Presidente che non firma. Mattarella – è questa la lettura – avrebbe convocato Nordio per spezzare subito questa costruzione: non usate una mia prerogativa come ultimo passaggio di una vostra campagna, e non scaricate preventivamente sul Colle la responsabilità dell’esito.
È significativo che il colloquio, che poteva restare riservato, sia stato invece pubblicizzato con parole insolitamente nette. Nel linguaggio felpato del Quirinale, «puntualizzare i limiti delle attribuzioni» equivale quasi alla verbalizzazione pubblica di una censura. E il destinatario, formalmente Nordio, sarebbe politicamente l’intero governo. Non a caso, stando a quanto riferito dalle agenzie, Mattarella avrebbe citato al ministro le parole di Luigi Einaudi sul dovere del Presidente di trasmettere al successore «immuni da qualsiasi incrinatura» le facoltà che la Costituzione gli attribuisce.
La porta non è chiusa: «Non adesso, non così»
Ma attenzione a leggere il richiamo come un no alla grazia. Fonti del Colle precisano che non si tratta di una questione di merito, anche perché le motivazioni della Cassazione non sono ancora note. E la lettura più sofisticata che filtra è un’altra: Mattarella non avrebbe detto «mai», ma qualcosa di simile a «non adesso, non così e non sotto ricatto mediatico». Una grazia concessa il giorno dopo la sentenza apparirebbe come l’annullamento politico di una decisione giudiziaria; la stessa grazia, arrivata dopo una domanda formale, un’istruttoria completa e la valutazione dell’età e delle condizioni personali di Roggero, potrebbe invece essere presentata per ciò che è: un atto di clemenza individuale e umanitaria.
Tradotto: il richiamo sarebbe durissimo sul metodo, ma non necessariamente negativo sul merito. E questo, per chi da ieri tifa perché Mario Roggero torni a casa, è il dettaglio che conta davvero. Perché mentre i palazzi si contendono agende, prerogative e cornici narrative, in una cella ci potrebbe finire a brevissimo un uomo di 72 anni che per una vita ha lavorato dietro un bancone e che una sera si è trovato la violenza in casa. La Costituzione ha previsto la grazia esattamente per casi come questo: il punto di equilibrio, come ha detto Cirio, «tra il rigore della legge e la comprensione umana delle istituzioni». Il Presidente della Repubblica ha rivendicato, legittimamente, che quella firma è sua e soltanto sua. Ora che lo ha chiarito a tutti, il Paese che guarda si aspetta una sola cosa: che quella firma, alla fine, arrivi.
Roberta Pinotti l’ha detto senza troppi giri di parole: l’Italia è «pioniera dell’underwater» e «la ricerca non deve rimanere solo prototipo ma diventare mercato». Era l’11 luglio, e la dichiarazione dell’ex ministra della Difesa ha anticipato di pochi giorni la grande liturgia istituzionale andata in scena oggi al Senato, dove è stato presentato il primo Rapporto nazionale sulla Dimensione Subacquea Italiana, promosso dalla senatrice Simona Petrucci, presidente dell’Intergruppo parlamentare sull’Economia del Mare.
E lì, nella Sala degli Atti Parlamentari, si è consumato un coro pressoché unanime. Il ministro Adolfo Urso ha snocciolato i numeri: una filiera da 3,5 miliardi di euro di fatturato e oltre 25mila laureati, con l’Italia candidata alla «leadership europea». Guido Crosetto, in un messaggio, ha definito la dimensione subacquea «settore strategico per il futuro del Paese». Ignazio La Russa ha parlato di un ambito «sempre più rilevante per la tutela degli interessi nazionali». Nello Musumeci ha rivendicato il primato normativo italiano, senza il quale — parole sue — ci sarebbe «un far west». Petrucci ha ricordato che conosciamo appena il 2% dei fondali marini. Giovanni Acampora di Assonautica ha certificato che l’underwater economy «è già realtà industriale concreta», e Andrea Prete di Unioncamere ha sottolineato la centralità geografica dell’Italia nel Mediterraneo.
Tutto molto solenne. Tutto molto astratto. Ma nessuno, almeno sui giornali, ha spiegato ai cittadini che cosa significhi “sviluppare l’underwater”. Proo a farlo io.
Cosa vuol dire davvero “underwater”
“Underwater” è un’etichetta-ombrello che tiene insieme difesa, telecomunicazioni, energia, cantieristica, robotica e controllo dei fondali. In concreto, stando alle analisi di settore e ai bandi pubblici già attivi, significa almeno tre cose.
Primo: sorvegliare i cavi sottomarini. Sul fondo del mare passano i cavi internet, i collegamenti tra data center, gli elettrodotti, i gasdotti. Il sabotaggio del Nord Stream ha dimostrato quanto siano vulnerabili. L’obiettivo è una sorta di videosorveglianza permanente dei fondali, fatta però di sonar, idrofoni, sensori acustici, magnetici e sismici, perché sott’acqua le telecamere servono a poco. Fincantieri e Sparkle hanno già avviato una collaborazione dedicata proprio alla protezione dei cavi.
Secondo: costruire flotte di droni subacquei. Veicoli autonomi (AUV), robot filoguidati (ROV), minisommergibili, stazioni di ricarica sul fondale. Fincantieri ha presentato il sistema DEEP per la protezione delle infrastrutture critiche, mentre con Eni sta industrializzando Clean Sea, un robot a doppia funzione: monitoraggio ambientale e controllo delle strutture sommerse. Doppia funzione che è la parola chiave di tutto il progetto: dual use, civile e militare insieme.
Terzo: una rete permanente di sensori sui fondali. Non robot inviati quando serve, ma un sistema fisso di boe intelligenti, cavi sensorizzati, sonar ancorati, capaci di riconoscere navi, sommergibili, droni e sommozzatori. Una mappa in tempo reale di tutto ciò che accade sopra, dentro e sotto il mare. Il perno è il Polo nazionale della dimensione subacquea di La Spezia, inaugurato nel 2023, che lavora a stretto contatto con la Marina Militare e con il centro di ricerca marittima della NATO, guarda caso nella stessa città.
A questo si aggiungono le grandi opere energetiche — il Tyrrhenian Link di Terna, circa 970 chilometri di collegamenti tra Sicilia, Sardegna e Campania per 3,7 miliardi di investimento — e la parte più delicata e meno raccontata: la mappatura dei fondali in funzione di un possibile, futuro sfruttamento di minerali e terre rare abissali.
Il quinto dominio della guerra
Ed eccoci al punto che i comunicati stampa evitano accuratamente. La “dimensione subacquea” non è economia del mare né oceanografia: è un nuovo dominio strategico-militare, paragonabile allo spazio e al cyberspazio. Non a caso Musumeci ha accostato esplicitamente «underwater e spazio» come priorità del governo. E non a caso, nel gennaio 2025, Fincantieri ha rilevato da Leonardo il comparto di siluri, sonar e contromisure subacquee, per una valorizzazione fino a 415 milioni di euro.
Il disegno è chiaro: la Marina come coordinatore tecnico, La Spezia come hub, Fincantieri come campione nazionale, e la domanda militare a finanziare tecnologie poi rivendibili sul mercato civile. È esattamente la logica del riarmo europeo: i miliardi che la Commissione von der Leyen sta mobilitando con ReArm Europe e la strategia Readiness 2030 — si parla di un piano complessivo nell’ordine delle centinaia di miliardi (che in genere finiscono in gran parte negli USA) — cercano progetti “strategici” su cui atterrare. E l’underwater, con la sua ambiguità civile-militare, è il candidato perfetto: si può vendere all’opinione pubblica come protezione dei cavi internet, mentre si costruiscono capacità di guerra antisommergibile, intelligence acustica e neutralizzazione di ordigni.
Investire proprio adesso, in questo settore, è un segnale preciso sul futuro che ci viene preparato: un Mediterraneo militarizzato fin sul fondale, dove infrastrutture civili essenziali, raccolta di informazioni e capacità belliche condividono gli stessi mezzi e gli stessi dati. Chi controllerà quei dati? Quali tratti di mare saranno sorvegliati in permanenza? Dove finisce il monitoraggio ambientale e dove comincia l’intelligence? Sono le domande che al Senato nessuno ha posto.
E i fondali, chi li protegge?
C’è poi la domanda che non fa mai capolino nei convegni: tutto questo fa bene al mare? Stiamo parlando di ambienti in larghissima parte vergini — quel 98% di fondali sconosciuti citato dalla stessa Petrucci — su cui ci apprestiamo a posare migliaia di chilometri di cavi, sensori fissi, stazioni di ricarica, e a far circolare flotte di droni. Il governo stesso giustifica il nuovo quadro giuridico con la crescente «antropizzazione» dell’ambiente subacqueo: ammissione candida che il mare profondo sta per essere colonizzato.
In un oceano già saturo di microplastiche, dove l’inquinamento acustico disorienta i cetacei e le praterie di Posidonia arretrano, la corsa all’underwater rischia di trasformare l’ultimo ecosistema intatto del pianeta in un distretto industriale-militare. Anche il dato dei 3,5 miliardi, peraltro, va maneggiato con cautela: nasce da una perimetrazione statistica nuova, che raggruppa sotto un’unica etichetta imprese e attività molto diverse tra loro.
La ricerca «non deve rimanere prototipo ma diventare mercato», dice Pinotti. Sarebbe bello se qualcuno, prima di trasformare gli abissi in mercato, si chiedesse se gli abissi sono d’accordo. Ma quella, evidentemente, è una profondità che la politica non intende raggiungere.
Il tribunale di Genova ha condannato oggi Giovanni Castellucci, l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, a dodici anni di carcere per il crollo del ponte Morandi. La Procura ne aveva chiesti diciotto e mezzo. Quarantatré morti, il 14 agosto 2018, alle 11:36 del mattino. Fate voi la divisione: viene fuori poco più di tre mesi di pena per ogni vita spezzata.
Otto anni per arrivare qui
Ci sono voluti quasi otto anni e 284 udienze per arrivare a questa sentenza di primo grado. Quattro anni di processo, 282 testimoni, 57 imputati, 97 capi d’accusa — una parte dei quali, nel frattempo, si è comodamente prescritta. Perché in Italia funziona così: il tempo lavora sempre per gli stessi, e non sono mai le vittime.
Il giudice ha letto un dispositivo lungo e complesso: condanne per crollo e omicidio, ma anche diverse assoluzioni su alcuni capi di imputazione. Tra le condanne più rilevanti, cinque anni all’ex direttore della vigilanza del Ministero delle Infrastrutture, Coletta. Cinque anni per chi doveva vigilare per conto dello Stato su un ponte che si stava letteralmente sbriciolando. Perché non dimentichiamolo mai: quel ponte non è caduto per un fulmine a ciel sereno. I tiranti erano mangiati dalla salsedine, il difetto era noto, e — come ha detto il pm Walter Cotugno in requisitoria — della necessità di sostituirlo o demolirlo «se ne parlava fin dal 2010-2011». Il rischio si poteva eliminare, parole del pm, «con uno schiocco di dita».
Quello schiocco non arrivò mai. Arrivò invece il crollo.
La tesi dell’accusa: risparmiare sui controlli per pagare i dividendi
Secondo l’impianto accusatorio dei pm genovesi, Autostrade era consapevole del difetto di costruzione del viadotto, ma avrebbe risparmiato sulle manutenzioni per garantire dividendi più ricchi ai soci. Traduzione: i soldi che dovevano tenere in piedi il ponte finivano nelle tasche degli azionisti. E il ponte, un bel giorno d’agosto, è venuto giù con sopra le persone.
Ma chi ha incassato quei dividendi, ha mai restituito un euro? Aspi e Spea, le due società inizialmente indagate, sono uscite dal processo con un patteggiamento da trenta milioni di euro. Trenta milioni. Per una concessionaria autostradale, spiccioli trovati sotto il divano. Le persone fisiche a processo, i sistemi che hanno permesso tutto questo — la privatizzazione delle autostrade, i controlli affidati a una società controllata dallo stesso concessionario, lo Stato che dorme — quelli restano fuori dall’aula.
Le scuse respinte al mittente
Alla vigilia della sentenza, Aspi — tornata nel frattempo in mani pubbliche, ricomprata a caro prezzo dai contribuenti dopo essere stata venduta ai privati — ha pensato bene di scrivere una lettera di scuse ai familiari delle vittime. La risposta dei parenti è stata netta: «Siamo sbigottiti». Otto anni dopo. Le scuse, come i controlli sul ponte, sono arrivate fuori tempo massimo.
In aula, oggi, c’era Egle Possetti, che rappresenta il comitato dei parenti delle vittime. Nel crollo ha perso la sorella, il cognato e due nipoti. Una famiglia intera cancellata perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso che la manutenzione costava troppo. È a lei, e a chi come lei ha passato otto anni tra aule di tribunale e anniversari strazianti, che questa sentenza doveva dare una risposta. L’ha data solo a metà.
Il conto che non torna
Siamo chiari: dodici anni non sono un’assoluzione, e questa sentenza afferma comunque un principio di responsabilità. Ma guardiamo la realtà in faccia. Castellucci è già detenuto a Opera per la condanna definitiva a sei anni per la strage del bus di Avellino del 2013 — perché sì, non è la prima volta che il suo nome compare accanto a una strage. Nel 2029 compirà settant’anni e potrà chiedere misure alternative al carcere. E siamo solo al primo grado: davanti ci sono appello e Cassazione, con la prescrizione che continua a scorrere su ciò che resta.
La più giovane delle vittime si chiamava Samuele Robbiano. Aveva otto anni. La Procura aveva costruito la richiesta di pena partendo proprio da lui, dal massimo previsto per la sua morte. Il pm Cotugno lo aveva detto senza giri di parole: «Se non a Castellucci, quando, a chi bisognerebbe dare il massimo della pena?». Il tribunale ha risposto: a nessuno, evidentemente. Nemmeno stavolta.
Dove c’era il Morandi oggi c’è il ponte San Giorgio di Renzo Piano, con i suoi 43 lampioni, uno per ogni vittima. Bellissimo, per carità. Ma i lampioni illuminano la strada, non le coscienze. E finché in questo Paese chi privatizza i profitti e socializza i morti se la cava con pene scontate, patteggiamenti da saldo di fine stagione e lettere di scuse con otto anni di ritardo, quei 43 lampioni resteranno non risponderanno alla domanda delle domande: quanto vale, in Italia, la vita di un cittadino?
La Camera ha dato oggi il via libera in prima lettura alla nuova legge elettorale: 217 sì, 152 no, 2 astenuti, a scrutinio segreto come chiesto dalle opposizioni. Il testo passa ora al Senato. In Aula cartelli, urla di “buffoni”, una scheda elettorale gigante con la scritta “il tuo voto non conta” sventolata davanti ai banchi del governo, commessi che faticano a riportare l’ordine. Il solito spettacolo. Ma fermiamoci un attimo, perché qui non stiamo parlando di una legge qualsiasi.
Perché la legge elettorale è la madre di tutte le leggi
La legge elettorale è la legge che decide come si formano tutte le altre leggi. È il regolamento del gioco democratico: stabilisce chi entra in Parlamento e come. Se sbagli quella, hai sbagliato tutto quello che viene dopo. Per questo è una legge fondamentale dello Stato. E per questo ogni volta che i partiti ci mettono le mani, bisogna guardargli le dita, una per una.
Trent’anni senza scegliere nessuno
Facciamo un ripasso veloce, senza politichese. Dal 1993 al 2005 c’è stato il Mattarellum, il maggioritario dei collegi. Poi è arrivato il Porcellum, ribattezzato così dal suo stesso autore: liste bloccate, niente preferenze, premio di maggioranza senza soglia minima. Con quella legge abbiamo votato tre volte. Poi, nel 2014, la Corte Costituzionale l’ha dichiarata incostituzionale. Tradotto: i Parlamenti eletti con quella legge erano figli di un meccanismo illegittimo. E quei Parlamenti, nel frattempo, avevano fatto di tutto: leggi, governi, perfino l’elezione del Presidente della Repubblica. C’è chi sostiene, non senza argomenti, che atti così fondamentali compiuti da Camere elette con una legge incostituzionale avrebbero meritato ben altra sorte. Invece nulla: tutto convalidato, tutto sanato, avanti il prossimo.
Poi è arrivato l’Italicum di Renzi: incostituzionale pure quello, smontato dalla Consulta nel 2017 prima ancora di essere usato. Infine il Rosatellum, con cui votiamo oggi: liste bloccate, candidati decisi dalle segreterie di partito, l’elettore che mette una croce su nomi scelti da altri. Risultato: sono trent’anni che gli italiani non scelgono i propri parlamentari. Li ratificano.
Cosa è successo alla Camera, spiegato semplice
Veniamo alla cronaca di questi giorni. Martedì scorso la maggioranza è andata sotto per un solo voto — 188 no contro 187 sì — sull’emendamento a prima firma FdI, Noi Moderati e UdC che introduceva un sistema misto di capilista bloccati e preferenze. Voto segreto, franchi tiratori all’opera: il ministro Ciriani ne ha contati “20-25″, altri nella maggioranza dicono il doppio. Meloni aveva chiesto sui social un voto palese, un’”operazione verità” per capire chi le preferenze le vuole davvero e chi le sventola solo in campagna elettorale. Non è servito: le preferenze sono morte in Aula, e con loro anche l’ultimo emendamento sul tema, respinto ieri tra le urla dei vannacciani.
Cosa resta, quindi, nella legge approvata oggi? Un proporzionale con premio di maggioranza: 70 deputati e 35 senatori in più alla coalizione che raggiunge il 42% dei voti, e l’indicazione sul simbolo del nome che la coalizione proporrà come premier al Capo dello Stato. Liste bloccate, ovviamente: quelle non muoiono mai. In mezzo, un’unica nota positiva votata all’unanimità: il voto per i fuorisede, che finalmente potranno votare dove studiano o lavorano. E una riduzione delle circoscrizioni Estero che ha fatto infuriare le opposizioni.
Schlein ha parlato di tradimento della fiducia degli italiani, Conte di “legge truffa” fatta per “imbullonare” i partiti alle poltrone, promettendo che il Quirinale “non sarà mai Colle Oppio”. Dalla maggioranza sono arrivate dure repliche, accompagnate da applausi e da una standing ovation.
L’unica legge elettorale democratica ha un nome: proporzionale puro
Ora mettiamo da parte il tifo e ragioniamo. In democrazia il principio è uno solo, elementare: se un partito prende il 10% dei voti, deve avere il 10% dei seggi. Punto. Senza soglie di sbarramento che buttano nel cestino milioni di voti. Senza premi di maggioranza che regalano seggi a chi non li ha conquistati. Senza alambicchi per alterare il peso del voto. E con le preferenze, ovviamente: perché se il seggio è tuo, il nome di chi ci siede lo scegli tu, non il capocorrente. Il proporzionale puro è l’unica legge elettorale degna di chiamarsi democratica. Tutto il resto — premi, soglie, capilista bloccati, indicazione del premier sul simbolo — sono ingegnerie di partito per blindare quote di potere. Vale per questa legge, valeva per quelle di prima. Nessuno escluso.
I partiti, con le liste bloccate, intendono premiare i fedeli alla linea, o i candidati che portano voti sicuri. “Candidati fedeli alla linea” significa che così possono continuare a comandare sempre gli stessi, perché se ti regalo un posto in una lista, tu mi sei fedele e mi confermi nel mio ruolo direzionale. Ma non necessariamente questo coincide con quello che vogliono gli elettori.
Le dimissioni? Il teatrino della campagna elettorale
E veniamo al gran finale: le opposizioni che dopo la sconfitta della maggioranza sulle preferenze escono da Montecitorio e chiedono in piazza le dimissioni di Meloni. Le dimissioni di un governo per un voto perso su un emendamento, per giunta a scrutinio segreto? Questo lo capisce anche un bambino: non è una battaglia di principio, è il fischio d’inizio della campagna elettorale per le politiche dell’anno prossimo. Sono stati quattro anni a guardare, e ora, come per magia, iniziano a fare la voce grossa. Panem et circenses, come sempre.
Io in Parlamento ci sono stato, per un anno. So come funziona dietro le quinte, e non per sentito dire: è un grande teatrino di marionette e foche ammaestrate, dove le indignazioni si accendono a comando, a favore di telecamera, e si spengono così come sono arrivate. Tutto finisce a tarallucci e vino, davanti a uno spritz nel Transatlantico (la bouvette della Camera, ma ce ne è una anche al Senato). Chi oggi grida “legge truffa” ha votato o difeso a suo tempo altre leggi truffa, e chi oggi difende il premio di maggioranza lo definiva un furto quando lo incassavano gli altri.
Quindi il punto è: dopo Porcellum, Italicum e Rosatellum, quando torneremo a scegliere noi, con una matita e un nome, i nostri rappresentanti? Non trattenete il fiato mentre aspettate la risposta: vi si potrebbe bloccare la glottide.