Non è il fumo il principale fattore di rischio alimentare per la salute nel mondo: è ciò che mangiamo — o che non mangiamo abbastanza. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, condotto da oltre 130 ricercatori appartenenti a quasi 40 Paesi diversi e coordinati da Ashkan Afshin dell’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington, nel 2017 ben 11 milioni di decessi nel mondo erano riconducibili a un’alimentazione scorretta. Il tabacco, nello stesso periodo, causava circa 7 milioni di morti l’anno secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Una morte su cinque a livello globale, stando alle conclusioni dello studio, sarebbe dunque evitabile adottando abitudini alimentari più corrette. Un dato che, sottolineano gli stessi ricercatori, riguarda trasversalmente persone di ogni età, sesso e condizione economica.
Il sale: principale imputato, ma non l’unico
Tra i fattori analizzati, il consumo eccessivo di sodio si conferma come il principale «killer alimentare»: responsabile, secondo le stime, di circa 3 milioni di morti nel 2017 e della perdita di 70 milioni di anni di vita in buona salute. A livello globale, stando all’articolo pubblicato il 31 maggio 2026 dal Giornale a firma di Melania Rizzoli, si stima che l’eccesso di sodio causi fino a 1,89 milioni di decessi aggiuntivi ogni anno, principalmente per malattie cardiovascolari e ictus.
L’OMS raccomanda un consumo massimo di 5 grammi di sale al giorno — equivalente a un cucchiaino da caffè — corrispondenti a circa 2 grammi di sodio. In Italia, secondo i dati del Progetto Cuore dell’Istituto Superiore di Sanità, il consumo medio si attesta ancora tra i 4,5 e i 5 grammi di sodio giornalieri, ovvero più del doppio della soglia raccomandata, sebbene si registri una riduzione del 12-13% rispetto al decennio precedente.
Sul fronte dei meccanismi biologici, ogni molecola di sodio in eccesso trattiene due molecole d’acqua, aumentando il volume plasmatico, la pressione sanguigna e il carico sui reni. Ridurre il sodio totale giornaliero, compreso quello nascosto in pane, salse e alimenti processati, produrrebbe benefici paragonabili, secondo le fonti citate, a un dimagrimento di 10 chilogrammi o a 30 minuti quotidiani di camminata a passo sostenuto.
La vera sorpresa: quel che manca nel piatto
Un dato controintuitivo emerso dalla ricerca pubblicata su Lancet riguarda il peso relativo delle privazioni rispetto agli eccessi. Mangiare pochi cereali integrali — responsabile di circa 3 milioni di morti nel 2017 — risulta più pericoloso, in termini assoluti, del consumo eccessivo di carne rossa o di bevande zuccherate. La carenza di frutta ha provocato ulteriori 2 milioni di decessi. L’apporto insufficiente di omega-3, semi, frutta secca e verdura completa il quadro delle abitudini più dannose.
«Vogliamo evidenziare il problema del basso consumo di cibi sani rispetto all’eccessivo consumo di cibi malsani», ha dichiarato Afshin nel presentare lo studio. «Le politiche alimentari incentrate sulla promozione di una dieta sana possono avere un effetto più benefico rispetto a quelle basate sul contrasto ai cibi malsani».
Le malattie cardiovascolari rimangono la principale conseguenza di una dieta scorretta, responsabili di circa 10 milioni dei decessi totali attribuiti all’alimentazione, seguite dai tumori (circa un milione) e dal diabete di tipo 2 (oltre 330mila morti).
La situazione italiana: meglio della media, ma con margini di miglioramento
L’Italia si colloca tra i Paesi con le abitudini alimentari relativamente migliori: con 107 morti ogni 100mila abitanti attribuibili a diete scorrette, il nostro Paese si avvicina alle performance del Giappone — il migliore in classifica con 97 morti per 100mila — e si distanzia nettamente dall’Egitto, che registra il tasso più elevato con 552 decessi per 100mila abitanti.
Tuttavia, i dati dell’ISS sul rischio cardiovascolare restituiscono un quadro interno non privo di criticità: il 41% degli italiani tra i 18 e i 69 anni presenta almeno tre fattori di rischio cardiovascolare simultaneamente, e solo il 2% risulta completamente esente da rischi noti. Sovrappeso e obesità interessano circa il 43% degli adulti intervistati; meno di 7 persone su 100 consumano le cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate.
Il professor Rocco Bellantone, presidente dell’ISS, ha ricordato in occasione della Giornata Mondiale del Cuore come l’80% dei decessi cardiovascolari sarebbe potenzialmente evitabile agendo sui fattori di rischio modificabili: «Tutti possiamo fare molto per il nostro cuore, impegnandoci a prendere nelle nostre mani la nostra salute».
Sale necessario, non da demonizzare
Sul fronte scientifico si registra anche una voce più sfumata: il sodio è un elemento essenziale per l’organismo, indispensabile per la trasmissione degli impulsi nervosi, la contrazione muscolare e l’equilibrio elettrolitico. Non si tratta di eliminarlo, ma di ridurne l’eccesso — a partire da quello nascosto nei prodotti industriali, nel pane, nelle salse e nei cibi conservati, spesso più insidioso di quello aggiunto consapevolmente a tavola.
Ridurre l’intake di sodio resta dunque un obiettivo di salute pubblica prioritario, che secondo le stime potrebbe salvare ogni anno un milione e mezzo di vite nel mondo, senza tuttavia sostituire altri strumenti di prevenzione, controlli medici periodici e uno stile di vita complessivamente equilibrato.









