Mentre i riflettori internazionali restano puntati sull’asse Washington-Gerusalemme e sulla risposta dell’Iran, un altro attore ha assunto un ruolo da protagonista nel conflitto in corso: gli Emirati Arabi Uniti. Stando a quanto ricostruito dal Wall Street Journal — che cita fonti qualificate a conoscenza dei fatti — Abu Dhabi avrebbe condotto decine di attacchi aerei contro obiettivi militari ed energetici iraniani, in pieno coordinamento con Stati Uniti e Israele, che avrebbero fornito intelligence e supporto operativo.
Tra i bersagli colpiti vi sarebbero infrastrutture lungo lo Stretto di Hormuz e, secondo quanto riferito dalla stessa fonte, una raffineria sull’isola iraniana di Lavan nel Golfo Persico, bombardata ad aprile. Se queste informazioni fossero confermate, si tratterebbe di uno degli sviluppi strategicamente più rilevanti dell’intero conflitto: per la prima volta, un Paese arabo del Golfo avrebbe agito come parte belligerante diretta contro Teheran.
La smentita di Abu Dhabi e le ambiguità della postura emiratina
La ricostruzione del WSJ non è rimasta senza risposta. Il ministero degli Esteri degli Emirati ha definito le notizie «fake news», precisando che il Paese «non cerca un’escalation» pur riservandosi «il pieno diritto» di difendere la propria sicurezza. Ali Rashid Al Nuaimi, presidente della commissione difesa del Consiglio nazionale federale, è stato ancora più esplicito: «Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo», ha scritto su X.
La smentita, tuttavia, non dissolve i dubbi. La postura ufficiale di Abu Dhabi appare costruita con cura per mantenere una dose di ambiguità strategica: né conferma né nega operazioni specifiche, ma ribadisce con forza la propria volontà di rispondere a qualsiasi minaccia.
Oltre 2.800 missili e droni: la pressione iraniana che ha cambiato tutto
Il contesto spiega molto. Dall’inizio del conflitto, l’Iran ha preso di mira gli Emirati con un’intensità sproporzionata rispetto agli altri Paesi coinvolti: secondo i dati diffusi dal governo emiratino e citati da più fonti, Teheran avrebbe lanciato contro il territorio degli EAU oltre 2.800 tra missili e droni — più di quanti ne siano stati diretti contro qualunque altro Stato, incluso Israele.
Gli attacchi hanno causato quattro morti tra i lavoratori stranieri, oltre 112 feriti, e pesanti ricadute economiche: traffico aereo in tilt, turismo in calo, mercato immobiliare sotto pressione, licenziamenti e sospensioni dal lavoro. Un episodio fresco riguarda il rimorchiatore Musaffah 2, battente bandiera emiratina, affondato nello Stretto di Hormuz dopo un’esplosione: tre membri dell’equipaggio risultano dispersi.
Queste pressioni avrebbero prodotto «un cambiamento fondamentale nella prospettiva strategica» del Paese, stando a quanto riferito da funzionari del Golfo citati dal WSJ: gli Emirati considerano ormai l’Iran un attore intenzionalmente ostile, determinato a minare il modello di sviluppo emiratino fondato su sicurezza, stabilità e attrazione di capitali e talenti internazionali.
Il Golfo si divide: Arabia Saudita più cauta, Emirati più aggressivi
La scelta emiratina non è condivisa da tutti i partner regionali. L’Arabia Saudita ha mantenuto una linea più prudente, preoccupata dalle conseguenze di una guerra totale: la distruzione degli impianti petroliferi sulla costa orientale, il blocco dei progetti Vision 2030, i rischi per la stagione del pellegrinaggio alla Mecca — quest’anno frequentata anche da circa diecimila iraniani. Turki al-Faisal, ex ambasciatore saudita a Washington, ha avvertito che un coinvolgimento militare diretto di Riad finirebbe per avvantaggiare Israele, lasciandolo «unico attore in gioco» nella regione.
La tensione tra i due principali poli del mondo arabo sunnita — Abu Dhabi e Riad — si innesta su rivalità preesistenti che la guerra ha esacerbato: la competizione per l’influenza nel Mar Rosso, nello Yemen e nel Corno d’Africa.
“È significativo che un Paese arabo del Golfo abbia colpito direttamente l’Iran”, ha dichiarato Dina Esfandiary, analista del Medio Oriente e autrice di un recente volume sugli Emirati, aggiungendo che “Teheran cercherà di acuire ulteriormente le tensioni tra gli EAU e gli altri Paesi arabi che stanno tentando di mediare”.
L’architettura economica anti-Iran e il rafforzamento dell’asse con Israele
Oltre all’azione militare, gli Emirati hanno adottato misure economiche significative: hanno chiuso a Dubai scuole e strutture legate a Teheran, negato visti a cittadini iraniani e rivelato alle autorità americane l’esistenza di beni iraniani custoditi nel sistema finanziario emiratino. Per anni Dubai aveva rappresentato una valvola di sfogo fondamentale per l’economia iraniana colpita dalle sanzioni occidentali. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, intervistato da Fox News, ha descritto questo cambio come il risultato di un “grave errore” commesso dall’Iran quando ha deciso di colpire i propri vicini del Golfo.
Sul piano strategico-militare, il conflitto ha accelerato il consolidamento dell’alleanza tra Emirati e Israele, nata formalmente con gli Accordi di Abramo del 2020. Israele ha contribuito alla difesa dello spazio aereo emiratino; il dialogo tra i vertici dei due Paesi è diventato, secondo le fonti del WSJ, pressoché continuo.
I negoziati procedono a rilento, l’Iran non si fida
Sullo sfondo, i tentativi di trovare un accordo diplomatico restano in stallo. Secondo quanto riferito dal New York Times citando tre funzionari americani, il presidente Donald Trump avrebbe inasprito le condizioni della proposta americana a Teheran — confermando le sue linee rosse sul nucleare iraniano e sulla libera navigazione nello Stretto di Hormuz — rinviando il testo all’Iran per una nuova valutazione. “I negoziati procedono lentamente, ci vuole molto tempo. Non ho fretta”, ha dichiarato Trump.
Da Teheran, il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf ha risposto con fermezza: “Per noi contano solo i risultati concreti e tangibili. Fino a quando non saremo certi di aver ottenuto i diritti del popolo iraniano, non approveremo alcun accordo”. L’agenzia Tasnim, vicina alle Guardie Rivoluzionarie, ha intanto anticipato che l’Iran intende presentare propri emendamenti alla bozza.
Il Medio Oriente che emerge da questa crisi è profondamente mutato rispetto a pochi anni fa. La vecchia frattura tra mondo arabo e Israele conta meno di un tempo; a ridefinire alleanze e ostilità è oggi la postura nei confronti dell’Iran. In questo quadro, la catastrofe umanitaria che si consuma a Gaza — con le sue migliaia di vittime civili e la responsabilità schiacciante del governo Netanyahu — rimane sullo sfondo di una regione che si riorganizza militarmente attorno a nuovi assi di potere, senza che siano ancora visibili sbocchi diplomatici credibili.
Fonti:
- https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/26_giugno_01/guerra-parallela-arabi-usa-israele-teheran-0ccb3816-94a8-43a7-bc59-f527e36bdxlk.shtml
- https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/iran-i-raid-segreti-degli-emirati-come-il-golfo-rischia-di-essere-trascinato-in-guerra_6gSqqbnZlgEGPqfK6K3kwl
- https://tg24.sky.it/mondo/2026/05/31/trump-iran-usa-guerra-israele-diretta
- https://lespresso.it/c/mondo/2026/3/8/guerra-iran-primo-attacco-emirati-arabi-abu-dhabi/60493









