Mentre Bruxelles celebra decenni di libera circolazione come pilastro identitario del progetto europeo, la realtà racconta un’altra storia. Nella giornata di oggi, 2 giugno 2026, la Commissione europea ha reso noti i propri pareri riguardanti il ripristino dei controlli temporanei alle frontiere interne da parte di ben nove Paesi dell’area Schengen: Austria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Slovenia e Svezia.
Si tratta di un fatto che, per la sua portata numerica, merita attenzione: quasi la metà degli Stati che compongono lo spazio Schengen ha deciso, in modo più o meno contemporaneo, di reintrodurre misure di controllo alle proprie frontiere interne — quelle stesse frontiere che il Trattato di Schengen, firmato nel 1985 e pienamente operativo dal 1995, aveva idealmente cancellato per sempre.
Cosa prevede il meccanismo di Schengen
Il Codice frontiere Schengen consente agli Stati membri di ripristinare i controlli alle frontiere interne in via eccezionale e temporanea, qualora sussistano minacce serie all’ordine pubblico o alla sicurezza interna. La misura è soggetta a notifica alla Commissione, che può emettere un parere — non vincolante — sulla proporzionalità e sulla necessità della misura stessa.
Il punto critico è che, nel corso degli ultimi anni, queste deroghe “temporanee” si sono moltiplicate e prolungate nel tempo, trasformando l’eccezione in una prassi consolidata. Diversi governi le hanno rinnovate ripetutamente, invocando motivazioni che spaziano dalla pressione migratoria alle minacce terroristiche, fino alle preoccupazioni per la criminalità transfrontaliera.
Un’integrazione che scricchiola
L’immagine di un’Europa senza confini interni — a lungo presentata come conquista irreversibile e simbolo del “sogno europeo” — appare oggi sempre più incrinata. Non è paradossale che siano proprio i governi più fedeli al progetto europeista, da Parigi a Berlino, ad aver scelto di ripristinare i controlli? Francia e Germania, in particolare, sono tradizionalmente considerati il motore dell’integrazione europea, eppure figurano tra i Paesi che hanno deciso di rimettere mano ai propri confini.
Chi, negli anni scorsi, esprimeva riserve sull’integrazione a tutti i costi veniva spesso liquidato con l’etichetta di “sovranista” o nemico dell’Europa. Oggi, tuttavia, sono quegli stessi governi europeisti a comportarsi in modo non dissimile da quanto veniva loro rimproverato di teorizzare: chiudere i confini, difendere il perimetro nazionale, anteporre le esigenze interne alle norme comunitarie.
La posizione della Commissione
La Commissione europea, stando al comunicato diffuso in mattinata, si è limitata a emettere pareri — strumento che, come detto, non ha carattere cogente. Non risulta, allo stato attuale, che Bruxelles abbia contestato formalmente le misure adottate dai nove Paesi o avviato procedure di infrazione. Un atteggiamento che potrebbe essere interpretato come pragmatismo istituzionale, ma che apre interrogativi sulla capacità dell’Unione di far rispettare i propri principi fondanti quando sono i governi “amici” a violarli.
Prospettive
L’episodio si inserisce in un quadro più ampio di tensioni che attraversano l’architettura europea: dalla crisi del Patto di Migrazione e Asilo, ancora lontano dall’essere pienamente attuato, alle spinte centrifughe che emergono su temi di politica economica, difesa e stato di diritto. La questione che si pone non è se lo spazio Schengen sopravviverà formalmente, ma se conserverà qualcosa di sostanziale. I prossimi mesi, con l’attesa revisione del Codice frontiere da parte del Parlamento europeo, potrebbero offrire un primo banco di prova.
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