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  • Russia, 26 miliardi per rallentare l’invecchiamento: biostampa 3d dei tessuti, xenotrapianto e longevità.

    Russia, 26 miliardi per rallentare l’invecchiamento: biostampa 3d dei tessuti, xenotrapianto e longevità.

    Mosca, 29 maggio 2026 — La Russia ha un piano ambizioso per combattere il decadimento biologico e prolungare la vita umana: si chiama «Nuove Tecnologie per la Conservazione della Salute», è stato lanciato nel 2024, vale circa 26 miliardi di dollari e si propone di salvare 175.000 vite entro il 2030. A riportarlo è il Wall Street Journal, che ha ricostruito nei dettagli l’iniziativa, confermando quanto già anticipato da testate russe indipendenti come Meduza e Novaya Gazeta nei mesi scorsi.

    Il programma comprende diversi filoni di ricerca all’avanguardia: la biostampa 3D di tessuti viventi, lo xenotrapianto tramite maialini nani geneticamente modificati per far crescere organi compatibili con l’organismo umano, terapie geniche per rallentare l’invecchiamento cellulare e persino l’esposizione controllata al freddo estremo come strumento di rigenerazione. Secondo i ricercatori coinvolti, sono già stati ottenuti risultati preliminari nella stampa di cartilagine umana e di una ghiandola tiroidea murina, con l’obiettivo dichiarato di arrivare alla sostituzione completa di organi entro la fine del decennio.

    Chi guida il progetto

    A coordinare l’iniziativa sarebbero figure di primo piano della scienza russa. Secondo quanto riportato dal Moscow Times e confermato da altre fonti, il fisico Mikhail Kovalchuk, direttore dell’Istituto Kurchatov — il principale centro di ricerca nucleare russo — e amico di lunga data del presidente russo, sarebbe uno dei principali ideologi del programma. Kovalchuk ha dichiarato pubblicamente che la scienza si avvicina alla possibilità di «riparare l’uomo» in modo sempre più sofisticato.

    Tra i nomi citati figura anche Maria Vorontsova, endocrinologa indicata da alcune fonti come figlia di Vladimir Putin, che già in passato aveva ricevuto finanziamenti statali per ricerche nel campo della medicina rigenerativa e della genetica. La Fondazione Russa per la Scienza (RSF), istituita nel 2013, ha finanziato 43 progetti sull’invecchiamento tra il 2021 e il 2025, un aumento significativo rispetto ai sette approvati nel quinquennio precedente.

    Il contesto: una crisi demografica reale

    Ciò che viene spesso tralasciato nella narrazione mediatica occidentale è che la Russia affronta una crisi demografica strutturale. L’aspettativa di vita maschile nel paese si attesta intorno ai 68 anni, contro i 75 degli Stati Uniti e gli oltre 80 dell’Europa occidentale. Un divario che pesa sul sistema sanitario, sulla produttività e sulla coesione sociale del paese. In questo senso, un investimento massiccio nella ricerca sulla longevità risponde a un’esigenza collettiva reale e misurabile, non semplicemente al capriccio di un leader.

    La stampa italiana — da Il Tempo a diversi altri quotidiani — ha scelto di inquadrare l’intera iniziativa come «il piano segreto di Putin per vivere per sempre», una narrazione che, pur avendo presa sul pubblico, finisce per sminuire e distorcere la portata reale del programma. Presentare un investimento in salute pubblica come un progetto personale del Cremlino significa, di fatto, fare propaganda per omissione: si ignora che le tecniche di biostampa e xenotrapianto, se sviluppate con successo, avrebbero ricadute universali sulla medicina mondiale.

    Cosa ha detto Putin

    Il tema è emerso pubblicamente in modo inatteso lo scorso maggio, durante la parata militare a Pechino per l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Un microfono aperto ha catturato una conversazione tra Putin e il presidente cinese Xi Jinping, nel corso della quale il leader russo ha affermato che biotecnologie e trapianti di organo permetteranno in futuro di «sentirsi sempre più giovani», evocando persino la possibilità dell’immortalità. Xi avrebbe risposto che entro fine secolo si potrebbe aspirare a vivere fino a 150 anni.

    In conferenza stampa, Putin è tornato sull’argomento con toni più sobri, parlando di come la medicina moderna stia offrendo «all’umanità la speranza che l’aspettativa di vita aumenti significativamente» e invitando a considerarne le «conseguenze sociali, politiche ed economiche».

    Cosa dice la scienza

    Gli scienziati invitano alla prudenza. Secondo quanto riportato da Today.it, che ha approfondito lo stato dell’arte della ricerca, nessuna delle tecnologie citate è oggi prossima a un’applicazione clinica su larga scala. Gli xenotrapianti con organi suini hanno prodotto risultati promettenti ma ancora sperimentali, con pazienti sopravvissuti al massimo pochi mesi. La biostampa di organi complessi rimane, per il momento, un obiettivo a lungo termine.

    Lo scienziato Alexander Ostrovskiy, il cui lavoro è stato citato nell’inchiesta del WSJ, ha sottolineato che senza pubblicazioni su riviste internazionali sottoposte a revisione paritaria — un punto debole dell’attuale fase del progetto russo — «non ci sono risultati concreti» e molte delle dichiarazioni andrebbero considerate più come «aspirazioni, per non dire sogni».

    Uno studio pubblicato nel 2021 su Nature Communications ha stimato che il limite biologico della vita umana si collochi tra i 120 e i 150 anni, ma ha anche chiarito che la stragrande maggioranza degli individui è destinata a raggiungere quella soglia molto prima, per via dell’accumulo di danni a livello cellulare e genetico.

    Prospettive

    Il programma russo, al netto delle semplificazioni narrative, rappresenta uno dei più grandi investimenti pubblici al mondo nella ricerca sulla longevità. I prossimi anni diranno se le promesse scientifiche si tradurranno in risultati peer-reviewed e, soprattutto, in benefici concreti per la popolazione russa — e potenzialmente per quella globale. La scadenza dichiarata del 2030 per la sostituzione di organi è considerata da molti esperti ottimistica, ma il percorso avviato potrebbe comunque contribuire ad accelerare una ricerca che interessa tutta l’umanità.

  • Italia fuori dai Mondiali: Baldini accusa i dirigenti, ma il nodo è anche l’esclusione dei giovani!

    Italia fuori dai Mondiali: Baldini accusa i dirigenti, ma il nodo è anche l’esclusione dei giovani!

    Tre qualificazioni consecutive ai Mondiali sfumate. Un primato negativo che pesa come un macigno sul calcio italiano e che il commissario tecnico ad interim Silvio Baldini, intervenuto oggi 29 maggio a Coverciano in conferenza stampa, ha scelto di affrontare senza giri di parole: «Il calcio italiano è in mano a dei dirigenti che pensano ai propri interessi e non alla crescita del gioco». Parole nette, che fotografano una crisi strutturale ben oltre il campo.

    Baldini guida una Nazionale che si appresta a disputare due amichevoli: mercoledì 3 giugno contro il Lussemburgo allo Stade de Luxembourg, e domenica 7 giugno contro la Grecia al Pankritio Stadium di Heraklion. Per l’occasione ha convocato in blocco i ragazzi dell’Under 21, con la sola aggiunta del capitano Gianluigi Donnarumma. L’età media del gruppo sfiora i 20 anni e 6 mesi, la più bassa di sempre nella storia della Nazionale maggiore.

    Il problema non è la Federazione, sono i club

    La diagnosi di Baldini è chirurgica e punta il dito non sulla Federazione, bensì direttamente sui club: «Dov’è il vantaggio nel comprare un giocatore di 39 anni invece che trovarne uno nel vivaio?». Il ct ad interim descrive un meccanismo perverso in cui le società preferiscono investire su nomi noti — spesso stranieri o a fine carriera — perché questo favorisce gli interessi economici a breve termine di chi decide, a scapito della valorizzazione dei talenti italiani.

    È qui che si innesta la questione più spinosa, e su cui la redazione di Byoblu ritiene necessario un approfondimento critico: l’enorme presenza di calciatori stranieri nei campionati italiani, in particolare in Serie A, riduce di fatto lo spazio disponibile per i giovani italiani. Un giocatore che non accumula minuti nelle prime squadre non cresce, non acquisisce quella esperienza di alto livello che solo il campo sa dare. «L’esperienza la fai giocando — ha precisato Baldini —. Se è limitata a poche partite, il tuo valore rimane ingabbiato».

    Il paradosso strutturale: stranieri abbondano, italiani arrugginiscono

    Secondo i dati di Lega Serie A delle ultime stagioni, la percentuale di minuti giocati da calciatori italiani nei campionati di vertice è tra le più basse d’Europa — un dato che si scontra con il presunto serbatoio di talenti che le giovanili italiane, storicamente competitive a livello UEFA, continuano a produrre. A livello Under 21 le Nazionali azzurre hanno ottenuto risultati apprezzabili: il salto alla Nazionale maggiore, però, rimane un ostacolo che troppo spesso si rivela insormontabile.

    Baldini lo sintetizza con brutalità: «A livello giovanile le Nazionali sono andate bene. Poi il problema è sempre stato il passaggio alla Nazionale maggiore». Il meccanismo è chiaro: i ragazzi crescono in strutture federali d’eccellenza, ma quando si trovano a dover competere per un posto in squadra si scontrano con rose già affollate di calciatori stranieri, lasciati liberi di occupare ogni slot disponibile da un sistema che non prevede — a differenza di altri paesi europei — vincoli significativi sulle presenze di giocatori formati in Italia.

    I «lestofanti» e la politica dei mercati

    Baldini non ha usato mezze misure nemmeno nel descrivere il profilo morale di chi governa il sistema: la parola «lestofanti», riportata da La Stampa, racchiude la sua visione di una classe dirigente che «punta a fare mercato con giocatori anziani» per ragioni di interesse personale, non sportivo. «Finché non ci saranno persone serie a capo delle squadre italiane — ha concluso il ct —, sarà un problema».

    I prossimi passi

    Nelle due amichevoli di giugno si vedrà se questa generazione di Under 21 saprà dimostrare di meritare il palcoscenico della Nazionale maggiore. Ma la vera partita si gioca altrove: nella revisione delle regole sui «giocatori formati in Italia», nel coraggio dei club di puntare sui propri vivai, e nella volontà della Federazione di imporre standard più stringenti alle società. Senza interventi strutturali, il rischio concreto è quello di mancare anche il quarto Mondiale di fila.

  • Safe, l’Italia non firma: Meloni vuole prima risposte sull’energia

    Safe, l’Italia non firma: Meloni vuole prima risposte sull’energia

    Mentre cinque Paesi dell’Unione Europea — Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio — hanno già siglato i contratti per accedere ai prestiti del programma Safe (Security Action for Europe), l’Italia rimane fuori. Lo ha confermato il portavoce della Commissione europea per la Difesa, Thomas Regnier, nel corso del briefing con la stampa a Bruxelles nella giornata del 29 maggio. La scadenza formale per la firma è fissata al 30 maggio, ma il governo italiano ha già deciso di lasciarla trascorrere.

    Roma aveva “prenotato” la quota più consistente tra i Paesi aderenti: 14,9 miliardi di euro a tassi agevolati, su un totale di 150 miliardi messi a disposizione dalla Commissione. Una cifra considerevole, che tuttavia — come sottolineato più volte dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti — andrebbe comunque ad aggravare il debito pubblico italiano.

    La scelta di Meloni: prima i cittadini, poi le armi

    Dietro la decisione di non firmare c’è una strategia precisa, ribadita dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista a Mattino Cinque: «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa». Una frase che fotografa con chiarezza la posizione del governo: nessun impegno aggiuntivo sui fondi militari europei senza che Bruxelles garantisca prima margini di bilancio adeguati per affrontare la crisi energetica.

    La scelta appare tanto più significativa se si considera il contesto: il 18 maggio Meloni ha scritto una lettera a Ursula von der Leyen per chiedere risorse e flessibilità fiscale a sostegno delle famiglie e delle imprese italiane colpite dal caro energia. La risposta della presidente della Commissione è attesa per il 3 giugno, insieme al cosiddetto “pacchetto di primavera” che includerà le nuove Raccomandazioni Paese e la valutazione finale sui conti 2025.

    Un governo diviso, ma una linea che tiene

    Secondo quanto ricostruito da più fonti, mercoledì 27 maggio a Palazzo Chigi si è tenuta una riunione ristretta alla quale hanno partecipato i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro Giorgetti, il titolare della Difesa Guido Crosetto e il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. In quella sede sarebbe stata confermata la scelta di rinviare l’adesione al Safe, con l’argomento che — nella lettura del governo — il 31 maggio non rappresenterebbe una scadenza perentoria ai sensi del regolamento.

    Tajani ha ipotizzato pubblicamente una soluzione intermedia: chiedere all’Europa non i 14,9 miliardi originari, ma una somma ridotta — intorno ai 4-5 miliardi — limitata ai soli progetti già coperti da contratti esistenti. Un’ipotesi che, stando alle fonti citate dal Sole 24 Ore, genera qualche perplessità tecnica e ha riacceso le tensioni con Crosetto, da settimane favorevole a un’adesione piena al programma.

    Il nodo politico: miliardi per i cannoni, briciole per i cittadini

    La vicenda solleva una domanda che va oltre i tecnicismi di bilancio: come mai l’Europa riesce a mobilitare 150 miliardi di euro in tempi rapidi per finanziare armamenti e spese militari degli Stati membri, mentre la stessa capacità di intervento risulta assai più faticosa quando si tratta di energia, sanità o infrastrutture sociali?

    È un interrogativo che riguarda in modo particolare i Paesi del Sud Europa, dove la spesa pubblica per i servizi essenziali è sotto pressione da anni. In Italia, secondo i dati Istat, una quota crescente di famiglie rinuncia alle cure mediche per ragioni economiche: nel 2024, oltre 4,5 milioni di italiani avrebbero rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici a causa dei costi. Le liste d’attesa nel Servizio Sanitario Nazionale si allungano, i pronto soccorso sono saturi, e la spesa sanitaria pro capite italiana rimane al di sotto della media europea.

    Nel frattempo, le grandi infrastrutture del Paese — strade, ferrovie, ospedali pubblici, scuole — mostrano i segni di decenni di sotto-investimento. Un paradosso che stride con la velocità con cui Bruxelles ha costruito il meccanismo Safe: 150 miliardi di prestiti a tassi favorevoli, pronti in pochi mesi, per riarmare il continente.

    Il “metodo Fitto” e il 3 giugno come data chiave

    Nel mezzo di questa partita, il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto — uomo di Fratelli d’Italia a Bruxelles e fedelissimo di Meloni — ha proposto un percorso di rimodulazione delle risorse già disponibili, sul modello di quanto sperimentato con il PNRR e i fondi di Coesione (dei 35 miliardi riprogrammati per l’Italia, 7 sono di competenza italiana). Una soluzione che il governo di Roma considera un passo avanti, ma ancora insufficiente rispetto alle aspettative.

    Il 3 giugno sarà la data spartiacque. La risposta di von der Leyen alla lettera di Meloni dirà molto non solo sulle relazioni tra Roma e Bruxelles, ma sul tipo di Europa che le istituzioni comunitarie intendono costruire: una capace di investire nei cittadini tanto quanto nei carri armati, oppure una che tutela la sicurezza militare lasciando indietro quella sociale.

  • Salute mentale in Italia: pochi accedono alle cure, allarme dipendenze digitali

    Salute mentale in Italia: pochi accedono alle cure, allarme dipendenze digitali

    L’Italia del 2026 presenta un paradosso difficile da ignorare: da un lato cresce la consapevolezza dell’importanza della salute mentale, dall’altro i numeri raccontano una realtà ben diversa. Secondo quanto riportato dall’ultimo Rapporto sulla Salute Mentale del Ministero della Salute, le percentuali di presa in carico dei pazienti rimangono molto basse. A fare eco a questi dati, le dichiarazioni rilasciate in questi giorni da esperti del settore, che parlano apertamente di un’emergenza culturale prima ancora che sanitaria.

    Quindici milioni di italiani senza cure adeguate

    Stando a quanto dichiarato da fonti della Società Italiana per il Trattamento delle Dipendenze (Sitd), sarebbero circa 15 milioni gli italiani che avrebbero bisogno di cure per problematiche legate alle dipendenze — da sostanze, gioco d’azzardo o comportamenti digitali — ma soltanto l’8% di questi accede effettivamente ai servizi disponibili. Un dato che fotografa un divario enorme tra bisogno reale e risposta concreta.

    Tra le preoccupazioni emergenti, esperti del settore segnalano le dipendenze digitali tra i più giovani. Il primo accesso ai social network avverrebbe oggi, in media, prima dei sei anni di età: una soglia che solleva interrogativi sull’impatto a lungo termine sullo sviluppo psicologico dei minori.

    L’analisi degli specialisti: non basta l’offerta di servizi

    Vincenzo Barretta, psichiatra e psicoterapeuta nonché Direttore Scientifico del Centro Noesis di Napoli, ha commentato i dati del Ministero sottolineando che la situazione non sorprende chi lavora quotidianamente sul campo. Secondo Barretta, il problema centrale non è soltanto la disponibilità di servizi, ma la scarsa percezione collettiva dell’urgenza psichiatrica.

    «Se qualcuno avverte un dolore al petto, sa che deve chiamare il 118», ha dichiarato lo specialista, «per la salute mentale questa consapevolezza non esiste». L’esperto evidenzia come molte persone tendano ad autodiagnosticarsi o a rimandare la richiesta di aiuto fino a quando il disagio non è già grave.

    A supporto di questa lettura, Barretta cita due ricerche condotte da Ipsos negli anni 2024 e 2025, secondo cui gli italiani collocano la salute mentale al secondo posto tra le proprie preoccupazioni — una posizione diversa rispetto alla maggior parte degli altri paesi — pur ritenendo, in larga misura, di poter gestire autonomamente i propri disturbi. Un atteggiamento che, con la diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale per l’auto-consulenza, desta secondo lo specialista «enorme preoccupazione».

    Tre livelli di intervento secondo gli esperti

    Barretta individua tre aree su cui intervenire in modo strutturato. Il primo livello è quello istituzionale: le risorse previste dalla legge di Bilancio — 80 milioni di euro per il 2026, destinati a crescere fino a 90 milioni nel 2028 — vengono giudicate un segnale positivo, ma insufficienti se non accompagnate da investimenti in formazione e comunicazione pubblica.

    Il secondo livello riguarda la scuola e la comunità: portare l’educazione al benessere psicologico in contesti quotidiani come scuole, luoghi di lavoro e aggregazioni sociali, senza attendere che il disagio si manifesti in forme conclamate.

    Il terzo livello, considerato il più urgente dallo specialista, è quello della conoscenza: diffondere la consapevolezza dei segnali d’allarme e dei percorsi di accesso ai servizi, compresa l’esistenza del pronto soccorso psichiatrico e dei Centri di Salute Mentale. Una lacuna che, secondo Barretta, riguarda tanto i pazienti quanto i loro familiari, spesso i primi a osservare cambiamenti nel comportamento di una persona cara ma privi degli strumenti per interpretarli.

    Il contesto del Piano Nazionale

    Il quadro si inserisce nel Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, avviato dal governo per affrontare strutturalmente il tema. Gli esperti concordano sull’importanza dell’iniziativa, ma sollecitano che alle misure operative si affianchi una campagna culturale capace di modificare la percezione sociale del disagio psicologico. I prossimi mesi diranno se le risorse stanziate si tradurranno in interventi concreti o resteranno, come teme parte della comunità scientifica, inattuate.

  • Spagna, inchieste a valanga sui socialisti: Sánchez si difende e accusa

    Spagna, inchieste a valanga sui socialisti: Sánchez si difende e accusa

    Madrid, 29 maggio 2026. La Spagna si trova alle prese con una stagione giudiziaria senza precedenti che coinvolge esponenti del Partido Socialista Obrero Español (Psoe) e, in alcuni casi, persone vicine al presidente del governo Pedro Sánchez. Il fronte delle indagini si allarga giorno dopo giorno, mentre l’esecutivo respinge le accuse e contrattacca sul piano politico.

    Il processo a David Sánchez e le indagini in corso

    Il 28 maggio si è aperta a Badajoz la prima udienza del processo a carico di David Sánchez, fratello del premier, soprannominato hermanísimo nelle chat finiti sotto la lente degli investigatori. L’accusa sostiene che nel 2017 gli sarebbe stato ritagliato un posto da coordinatore delle attività musicali e dei conservatori provinciali costruito, a detta dei pubblici ministeri, «ad personam». La difesa ha chiesto l’annullamento del procedimento, mentre la Procura ha sollecitato l’archiviazione. Partido Popular e Vox, costituitisi parti civili, chiedono fino a tre anni di reclusione.

    Parallelo e potenzialmente più pesante è il filone istruito dall’Audiencia Nacional sotto la guida del giudice Santiago Pedraz, che ipotizza l’esistenza di una struttura interna al Psoe finalizzata a ostacolare o influenzare procedimenti giudiziari sensibili per la cerchia del premier. Tra le figure al centro di questa indagine compare l’ex segretario organizzativo Santos Cerdán, già coinvolto in altri procedimenti. Stando agli atti dell’inchiesta, la cosiddetta «facilitatrice» socialista Leire Díez Castro avrebbe detto in un’intercettazione: «Vado urgentemente a Madrid. Santos mi ha mandato. Abbiamo informazioni che potrebbero aiutare il presidente».

    L’avvocato che si dimette e il contratto con Huawei

    Nella giornata del 29 maggio è emerso un ulteriore elemento: il professor Bernardo del Rosal ha rinunciato alla difesa di Julio Martínez Martínez, amico dell’ex premier José Luis Rodríguez Zapatero e figura chiave nelle indagini su quella che i commentatori spagnoli chiamano la paella connection. Stando a quanto riportato da Il Giornale, l’abbandono dell’incarico sarebbe legato alla percezione che l’indagine a carico del Psoe non riguardi una corruzione ordinaria, bensì un sistema articolato di interferenze nella giustizia.

    Sempre nella stessa giornata è emerso che la Gazzetta Ufficiale spagnola aveva pubblicato, alla vigilia di Natale, un contratto con il colosso tecnologico cinese Huawei. Secondo gli inquirenti, importo e nome dell’azienda comparirebbero in un’agenda sequestrata a dicembre a Martínez. Il nesso con il caso Zapatero è ancora oggetto di indagine.

    La risposta del governo: «Complotto antidemocratico»

    Il Psoe respinge ogni «coinvolgimento in condotte illecite». Il ministro dei Trasporti Óscar Puente, considerato tra i più fedeli collaboratori di Sánchez, ha parlato di «una manovra orchestrata» per «abbattere il governo con metodi non democratici», indicando nelle molteplici inchieste — tra cui quella sulla moglie del premier Begoña Gómez — un disegno unitario finalizzato a sconfiggere l’esecutivo «fuori dalle urne».

    Puente ha anche invocato un «doppio standard», richiamando il caso Kitchen: un’indagine su una presunta struttura para-poliziesca che sarebbe stata creata all’interno del ministero dell’Interno durante il governo del popolare Mariano Rajoy nel 2013, con l’obiettivo di condurre dossieraggi e attività di spionaggio. Gli ex vertici del dicastero, per i quali la Procura chiede condanne fino a 15 anni, hanno negato ogni responsabilità personale.

    Alleati scettici, opposizione all’attacco

    La pressione non arriva solo dall’opposizione. Il Partito Nazionalista Basco, che fa parte della coalizione di governo, ha dichiarato che «data la situazione, il mandato legislativo è giunto al termine». Pp e Vox continuano a chiedere elezioni anticipate. La presidente della comunità di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, ha invocato un voto di fiducia, affermando che «quello che stiamo vivendo non si è mai visto in Occidente».

    Sottopresso dagli alleati, Sánchez sarà chiamato a riferire al Parlamento, anche se l’intervento nell’aula del Congresso non avverrà prima del Consiglio Europeo del 18 e 19 giugno.

    Contesto

    La crisi politico-giudiziaria in Spagna si trascina da mesi. Le indagini sui socialisti si sovrappongono a quelle sui conservatori, alimentando una percezione diffusa di vulnerabilità delle istituzioni. Secondo gli osservatori, la fiducia dei cittadini spagnoli nello Stato è messa alla prova da un susseguirsi di inchieste che coinvolgono trasversalmente quasi tutte le forze politiche di rilievo.

  • PMI senza manager: un problema reale, ma chi paga la soluzione?

    PMI senza manager: un problema reale, ma chi paga la soluzione?

    Le imprese emiliano-romagnole — e italiane in generale — soffrono di una cronica carenza di figure manageriali esterne alla famiglia proprietaria. È la fotografia scattata da Manageritalia in un’analisi pubblicata nella mattina del 29 maggio 2026, che mette in fila numeri difficili da ignorare: in Emilia-Romagna il 94,1% delle imprese è classificabile come microimpresa, le grandi rappresentano appena lo 0,1% del tessuto produttivo, le piccole il 5% e le medie lo 0,7%.

    In questo contesto, i dirigenti presenti sul territorio regionale ammontano a 10.854 — di cui circa il 16,4% donne, una quota cresciuta del 78,9% negli ultimi sedici anni — distribuiti su sole 22.485 imprese con più di nove dipendenti, su un totale di 383.434 aziende censite. In altri termini, la stragrande maggioranza delle PMI italiane opera senza manager non appartenenti al nucleo familiare: secondo i dati riportati da Manageritalia, solo il 30% delle piccole e medie imprese italiane si avvale di figure manageriali esterne, contro circa l’80% di Germania, Francia e Spagna.

    Il divario con l’Europa e le sfide aperte

    Il confronto con i principali partner europei è impietoso. Laddove economie come quella tedesca o francese hanno saputo integrare competenze manageriali diffuse anche nelle imprese di medie dimensioni, l’Italia — e l’Emilia-Romagna non fa eccezione, nonostante la sua tradizione manifatturiera — rimane indietro. Secondo Manageritalia, questa debolezza strutturale rende le aziende meno attrezzate ad affrontare sfide epocali come la transizione energetica, la digitalizzazione e le turbolenze del commercio internazionale.

    L’analisi è condivisibile nei dati e rilevante nella diagnosi. Ma è proprio sul piano delle soluzioni che emergono le domande più scomode.

    La domanda che l’analisi non risponde: chi finanzia i manager nelle microimprese?

    Se il problema è che le PMI — e soprattutto le microimprese, che in Emilia-Romagna rappresentano oltre nove aziende su dieci — non hanno manager, la soluzione apparentemente logica sarebbe favorirne l’ingresso. Ma qui si scontra con una realtà economica difficilmente eludibile: le microimprese, per definizione, operano con risorse limitate, margini spesso risicati e una lotta quotidiana per la sopravvivenza sul mercato.

    Assumere un manager senior ha un costo significativo — raramente inferiore ai 60-80 mila euro annui lordi — che la maggior parte delle piccole realtà produttive semplicemente non può sostenere. Dire che le imprese sono “sottomanagerializzate” senza affrontare il nodo del finanziamento rischia di trasformare una diagnosi corretta in una prescrizione inapplicabile.

    Una strada che meriterebbe di essere esplorata con più coraggio è quella degli incentivi pubblici strutturati: fondi destinati alla formazione manageriale interna, voucher per l’ingaggio temporaneo di manager esperti, o sgravi contributivi per le PMI che assumono figure dirigenziali. Strumenti simili esistono in altri Paesi europei e hanno prodotto risultati misurabili. In Italia, esperienze come il programma “Temporary Manager” o alcuni bandi regionali hanno mostrato potenziale, ma restano episodici e sottofinanziati.

    Un cambio di paradigma necessario

    Finché il dibattito sulla managerializzazione delle PMI rimarrà confinato alla denuncia del problema senza affrontare concretamente il tema delle risorse, il divario con l’Europa difficilmente si ridurrà. Politica industriale e fondi strutturali europei potrebbero rappresentare una leva decisiva: la questione è se ci sia la volontà politica di utilizzarli in questa direzione, mettendo davvero le piccole imprese nella condizione di accedere a competenze manageriali oggi riservate di fatto solo a chi se le può permettere.

  • Drone russo colpisce edificio civile in Romania: due feriti nel Paese NATO

    Drone russo colpisce edificio civile in Romania: due feriti nel Paese NATO

    Nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2026, un drone di fabbricazione russa ha colpito un edificio civile in Romania, causando il ferimento di due persone. L’episodio rappresenta un fatto di eccezionale gravità: la Romania è membro sia dell’Unione Europea sia della NATO, e un attacco — anche indiretto — sul suo territorio apre scenari geopolitici di notevole rilevanza.

    Le circostanze precise dell’accaduto non sono ancora del tutto chiarite: non è ancora stato reso noto se si sia trattato di un colpo intenzionale o di un drone fuori controllo disperso durante operazioni belliche condotte nelle aree di confine ucraine. Rimane il dato oggettivo: un manufatto militare russo ha raggiunto suolo di un Paese alleato, ferendo due civili.

    Le reazioni del governo italiano

    La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilasciato una dichiarazione ufficiale nella mattinata del 29 maggio, definendo l’accaduto un «atto gravissimo» e sottolineando come la guerra in corso stia mettendo a rischio la sicurezza dell’intero continente europeo. Meloni ha espresso solidarietà alle persone ferite, al governo e al popolo romeno.

    Sulla stessa linea il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha parlato di «intollerabile escalation» e ha condannato con fermezza quanto accaduto. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha a sua volta condannato l’episodio e ha rivolto la propria solidarietà al governo di Bucarest e alla ministra degli Esteri romena Oana Toiu, chiedendo che Mosca si impegni concretamente per la pace.

    Von der Leyen: «Mosca ha superato un altro limite»

    Anche la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha commentato l’accaduto, affermando che la Russia avrebbe «superato un altro limite». La reazione delle istituzioni comunitarie rispecchia un quadro di crescente preoccupazione per la tenuta della sicurezza ai confini orientali dell’Unione.

    Un conflitto che si allarga oltre l’Ucraina

    L’episodio va inserito in un contesto più ampio. Il conflitto ucraino — che dura ormai dal febbraio 2022, ma con radici geopolitiche ben più profonde legate all’espansione della NATO verso est e alle tensioni nel Donbas già dal 2014 — ha progressivamente assunto una dimensione che travalica i confini tra Russia e Ucraina. Non è la prima volta che droni e detriti bellici finiscono su territorio romeno o moldavo, ma l’episodio di questa notte sembra più diretto e significativo dei precedenti.

    Mentre i governi occidentali reagiscono con toni di condanna, rimane aperta la questione di fondo: il conflitto non accenna a de-escalare, e nessuno dei principali attori internazionali sembra aver imboccato con decisione la strada del negoziato. Le pressioni militari si moltiplicano, le spese per gli armamenti crescono, ma una soluzione diplomatica appare sempre più lontana dall’agenda dei leader europei.

    Prossimi sviluppi

    Nelle prossime ore è attesa una riunione in sede NATO per valutare l’accaduto e la risposta dell’Alleanza. Bucarest potrebbe richiedere consultazioni urgenti ai sensi dell’articolo 4 del Trattato Atlantico, che prevede il diritto di ogni membro di richiedere consultazioni quando si ritiene minacciata la propria integrità territoriale. Se l’incidente venisse classificato come attacco deliberato, le implicazioni potrebbero essere ben più serie.

  • Rapporto Eurispes 2026: l’Italia è un paese dimezzato, sei famiglie su dieci in difficoltà

    Rapporto Eurispes 2026: l’Italia è un paese dimezzato, sei famiglie su dieci in difficoltà

    È stato presentato il 27 maggio 2026 il 38° Rapporto Italia dell’Eurispes, giunto alla sua edizione più severa degli ultimi anni. Il titolo scelto dal presidente dell’istituto, Gian Maria Fara, è programmatico: «Un Paese dimezzato. Rigenerare lo spirito di comunità e il senso dello Stato». La metafora calviniana del Visconte Dimezzato non è ornamentale: descrive una nazione che avanza con due metà che tirano in direzioni opposte, senza trovare una sintesi.

    La pressione economica sulle famiglie

    I dati economici sono il cuore del rapporto. Il 62,1% delle famiglie italiane arriva a fine mese con difficoltà, e un ulteriore 33,1% è costretto ad attingere ai risparmi accumulati per farcela. Soltanto una famiglia su quattro riesce ancora a mettere qualcosa da parte. La voce di spesa più gravosa rimane l’affitto, che pesa sul 45,6% delle famiglie che devono sostenerlo. Seguono le utenze domestiche (28,7%), il mutuo (27,2%) e le spese mediche (25,5%).

    Le strategie difensive si moltiplicano: il 60,2% degli italiani rinvia acquisti ritenuti necessari, il 54,1% riduce le uscite fuori casa, il 52,1% taglia viaggi e vacanze. Il 38% ricorre al pagamento in nero per servizi domestici, ripetizioni scolastiche o piccole riparazioni.

    La rinuncia alla salute: un segnale d’allarme

    Particolarmente preoccupante è la tendenza crescente a rinunciare alle cure mediche per ragioni economiche. Il 34,6% degli intervistati dichiara di aver rinunciato ai controlli periodici — erano il 27,2% nel 2025 — e il 32,1% alle cure odontoiatriche, in aumento rispetto al 28,2% dell’anno precedente. Seguono le rinunce a visite specialistiche (23,4%), spese veterinarie (20,4%), terapie o interventi medici (19,8%) e acquisto di medicinali (15,7%).

    Inflazione percepita e rincari

    L’82% dei cittadini afferma di aver percepito un aumento dei prezzi nel corso dell’ultimo anno, con quasi il 39% che stima un rialzo superiore all’8%. Le categorie più colpite dai rincari sono i generi alimentari (93,3%), i carburanti (91,2%), i pasti fuori casa (83,4%) e i viaggi e le vacanze (82,2%). Il potere d’acquisto del ceto medio è sceso di circa il 7,5% dal 2021, secondo i dati OCSE citati nel rapporto.

    La disuguaglianza strutturale aggrava il quadro: il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale, mentre la metà più povera ne controlla appena il 7,4%.

    Il pessimismo sul futuro e la sfiducia nelle istituzioni

    Il 47,8% dei cittadini prevede un peggioramento della situazione economica del paese nei prossimi dodici mesi, dato in crescita di oltre dieci punti rispetto al 2025. Eurispes segnala che dal 2021 si è consolidata una sorta di «normalizzazione del pessimismo».

    Sul fronte istituzionale, il Presidente della Repubblica si conferma l’unica figura a raccogliere ampia fiducia (61,8%), mentre Parlamento e Governo si fermano rispettivamente al 26,1% e al 32,1%. Le forze dell’ordine e le forze armate restano le istituzioni più apprezzate: i Vigili del Fuoco raggiungono l’85,8%, l’Aeronautica Militare il 74%, la Guardia di Finanza il 71,7%.

    Tre scenari per il futuro

    Il rapporto delinea tre possibili traiettorie per l’Italia: lo scenario dell’inerzia, con una lenta erosione della base produttiva e del welfare; quello della frammentazione, con l’acuirsi delle divisioni territoriali e sociali; e infine quello della rigenerazione, l’unica via d’uscita praticabile, fondata su un cambio di paradigma capace di valorizzare le risorse del PNRR e l’innovazione tecnologica.

    Fara ha ricordato che l’Italia è la terza economia dell’area euro, eppure «uno dei Paesi sviluppati con la crescita più lenta, con il più alto debito pubblico tra le democrazie avanzate, con il più basso tasso di natalità d’Europa». Ogni anno, secondo le stime più recenti, il paese perde almeno 34.700 giovani che emigrano all’estero.

    «Siamo sempre più consapevoli del fatto che oggi quella visione manca», scrive Fara. E senza una visione condivisa, le due metà del paese continueranno a procedere separate, ciascuna nella propria direzione.

  • BCE verso altri rialzi mentre l’economia frena: l’Europa insegue la “piena disoccupazione”?

    BCE verso altri rialzi mentre l’economia frena: l’Europa insegue la “piena disoccupazione”?

    Mentre il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta avverte che il PIL italiano «ha meno slancio» e che nei peggiori scenari si rischia la stagnazione o addirittura la contrazione, le previsioni degli analisti indicano che la Banca Centrale Europea si appresta a un nuovo rialzo dei tassi d’interesse — un +0,25%, cui potrebbero seguirne altri entro fine anno. Una scelta che lascia aperti interrogativi difficili da ignorare: a chi serve, esattamente, questa politica monetaria?

    Il paradosso transatlantico

    Il confronto con gli Stati Uniti è, a dir poco, stridente. L’inflazione nell’eurozona si attestava intorno al 3% in aprile — secondo i dati riportati da Il Giornale — mentre oltre Atlantico sfiora il 4%. Eppure è la Federal Reserve americana, non la BCE, a valutare con cautela ulteriori strette, tanto che alcuni analisti non escludono addirittura tagli ai tassi. Nel frattempo, il PIL dell’eurozona per il 2026 è atteso a un magro +0,8%, contro il +2,1% stimato per gli USA (fonte Bloomberg, citata da Il Giornale).

    In altre parole: più inflazione, ma più crescita e più prudenza monetaria a Washington. Meno inflazione, meno crescita e più rigore a Francoforte. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti.

    C’è chi, tra gli osservatori, ha iniziato a chiedersi se la BCE stia in qualche modo perseguendo — involontariamente o meno — la piena disoccupazione, esattamente l’opposto dell’obiettivo dichiarato dalla Federal Reserve, il cui mandato istituzionale prevede esplicitamente la tutela dell’occupazione accanto alla stabilità dei prezzi. Il mandato della BCE, eredità del modello della Bundesbank tedesca, punta invece quasi esclusivamente alla lotta all’inflazione. Una differenza di DNA che si traduce oggi in scelte opposte con conseguenze concrete sulla vita di milioni di europei.

    Panetta: «Ricalibrazione possibile, ma senza legarsi le mani»

    Anche Panetta, nella Relazione annuale della Banca d’Italia presentata oggi, 29 maggio, ha accennato alla possibilità di una «ricalibrazione» dei tassi BCE, precisando però che occorre procedere «senza legarsi le mani». Un linguaggio prudente, che non smentisce la direzione ma non la certifica nemmeno — e che, alla luce dei dati macroeconomici, suona più come un’apertura futura che come una svolta imminente.

    Il governatore ha inoltre messo in guardia su rischi concreti per l’economia italiana: il conflitto in corso nel Golfo potrebbe aggravare le prospettive già deboli di crescita, con scenari di stagnazione o contrazione nei casi peggiori. Ha invitato le banche alla prudenza nel credito, ma ha anche avvertito di evitare «una stretta generale» che penalizzerebbe famiglie e imprese già sotto pressione.

    Il ceto medio che scompare e l’Italia del malessere

    A fare da sfondo a questo dibattito sui tassi c’è una fotografia sociale preoccupante. Secondo il Rapporto Eurispes 2026 pubblicato oggi, quasi metà degli italiani si dichiara pessimista riguardo al proprio futuro economico. Il ceto medio è in progressiva erosione, le disuguaglianze crescono, le famiglie faticano a far fronte alle spese ordinarie, e cresce la preoccupazione per pensioni e denatalità.

    Alzare ulteriormente i tassi in questo contesto significa, concretamente, rendere più cari i mutui, i prestiti alle imprese, il credito al consumo. Significa — per dirla senza troppi giri di parole — sottrarre risorse a chi già ne ha poche.

    La Fed di Warsh e i condizionamenti politici

    Val la pena notare che la Fed opera in un contesto istituzionale diverso. Il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, è in carica solo dal 22 maggio scorso, e come primo atto difficilmente sceglierà un rialzo — mossa che l’amministrazione Trump considera inaccettabile. La BCE, invece, è formalmente indipendente da qualsiasi governo, al servizio di 21 nazioni e dunque, paradossalmente, priva di un interlocutore politico che possa frenarne gli eccessi restrittivi.

    Nei prossimi giorni di giugno si capirà se Francoforte sceglierà davvero di stringere ancora, o se prevarrà una lettura più attenta alla realtà economica di un continente che fatica a crescere. Per milioni di italiani, la risposta non è accademica.

  • Sechi rimosso dalla direzione di Libero nel giorno in cui è finito sotto scorta

    Sechi rimosso dalla direzione di Libero nel giorno in cui è finito sotto scorta

    Sechi ha reso nota la vicenda direttamente, senza attendere comunicazioni ufficiali da parte dell’editore. Il tono delle sue dichiarazioni, riprese da Repubblica e La Stampa, lascia trasparire amarezza per la coincidenza dei due eventi: da un lato la tutela dello Stato che gli viene accordata per le minacce ricevute, dall’altro la perdita del ruolo professionale di vertice nella testata che dirigeva.

    Le ragioni della decisione di Angelucci non risultano al momento dettagliate in comunicati ufficiali. Non è noto, sulla base delle fonti disponibili, se la rimozione sia frutto di un contrasto editoriale, di una scelta strategica dell’editore o di altri fattori.

    Chi è Mario Sechi

    Giornalista di lungo corso, Sechi ha diretto in passato diverse testate, tra cui Il Tempo. Era alla guida di Libero da alcuni anni. La sua figura è nota anche per i frequenti interventi nel dibattito pubblico su temi politici e di attualità.

    Il contesto delle minacce

    Le minacce che hanno portato all’assegnazione della scorta sarebbero riconducibili, secondo quanto riferito dalle due testate, ad ambienti anarco-insurrezionalisti. Non sono disponibili al momento ulteriori dettagli sulla natura specifica delle minacce né sul procedimento che ha portato alla misura di protezione.

    Prossimi sviluppi

    Non è ancora noto chi subentrerà alla direzione di Libero. La vicenda è destinata ad alimentare il dibattito sul clima in cui opera la stampa italiana e sui rapporti tra editori e direttori. Ulteriori dichiarazioni da parte delle parti coinvolte sono attese nelle prossime ore.