Chi combatte sa bene come stanno le cose. Tre soldati israeliani intervistati dall’agenzia Associated Press e riportati dal Sole 24 Ore il 30 maggio 2026 hanno usato parole nette per descrivere il cessate il fuoco a Gaza vigente dallo scorso ottobre: «Chiamarlo cessate il fuoco è uno scherzo». Una testimonianza diretta che riflette quanto sia lontana dalla realtà l’immagine di una tregua autentica nel territorio palestinese.
Quelle parole trovano una conferma drammatica in quanto sta accadendo simultaneamente in Libano, dove le operazioni militari israeliane non solo non si sono fermate, ma si sono intensificate in modo significativo.
I carri armati a 60 chilometri da Beirut
Stando a quanto riportato il 30 maggio 2026 dal Fatto Quotidiano, le Forze di Difesa israeliane (IDF) hanno attraversato il fiume Litani — considerato tradizionalmente una soglia simbolica e strategica nel sud del Libano — raggiungendo la periferia di Nabatieh, città simbolo della comunità sciita libanese, distante circa 60 chilometri dalla capitale Beirut.
Secondo una fonte citata dall’agenzia di stampa turca Anadolu, le forze israeliane avrebbero preso il controllo di diversi villaggi e centri abitati a nord del Litani, tra cui Zawtar al-Sharqiyah e Shqif Arnoun. L’esercito libanese avrebbe evacuato le proprie posizioni in quelle zone per tutelare l’incolumità dei militari, alcuni dei quali sarebbero stati uccisi. «Non c’è presenza dell’esercito libanese nelle aree occupate del Libano meridionale», si legge nella dichiarazione della fonte.
Al fianco dei tank israeliani avanzerebbero anche bulldozer impiegati per abbattere edifici, tanto civili quanto militari — un dettaglio che rafforza la lettura di un’occupazione territoriale sistematica, ben oltre le logiche di un’operazione militare mirata contro Hezbollah.
L’UNICEF: 77 bambini morti o feriti
I dati umanitari aggravano ulteriormente il quadro. Secondo quanto riporta l’UNICEF, dall’inizio dell’invasione israeliana in Libano sarebbero 77 i bambini morti o feriti. Un bilancio che pesa sulla credibilità delle giustificazioni ufficiali di Tel Aviv, che continua a inquadrare le proprie azioni come misure preventive contro possibili attacchi di Hezbollah.
Netanyahu e i negoziati: un intralcio da sabotare
Mentre a Washington si svolgevano colloqui tra delegazioni israeliana e libanese — descritti dal vicesegretario di Stato americano Elbridge Colby come «costruttivi» — sul terreno le operazioni militari israeliane proseguivano senza sosta. Funzionari libanesi citati dai media arabi si sarebbero detti delusi dall’esito dell’incontro, in netto contrasto con la lettura ottimistica di Washington.
Il premier libanese Nawaf Salam ha denunciato in un discorso televisivo quella che ha definito «un’escalation israeliana pericolosa e senza precedenti», chiedendo un cessate il fuoco immediato e avvertendo che una «politica della terra bruciata» non garantirebbe la sicurezza di Israele. Dichiarazioni che testimoniano l’estrema debolezza negoziale di Beirut di fronte agli enormi squilibri di forza con Tel Aviv.
Il portavoce dell’esercito israeliano Avichay Adraee ha nel frattempo diffuso un avviso urgente su X intimando ai residenti di diversi villaggi libanesi — tra cui Marwaniyah, Lubya, Meidoun e Ansariyah — di evacuare immediatamente verso nord, adducendo «violazioni» dell’accordo da parte di Hezbollah.
Un silenzio occidentale sempre più difficile da giustificare
Il quadro complessivo che emerge dalle due fonti è quello di un governo israeliano che usa i tavoli negoziali come copertura diplomatica per guadagnare tempo sul campo. La responsabilità del governo Netanyahu nell’alimentare questa spirale appare difficile da contestare: le tregue vengono proclamate e smentite dai fatti nel giro di ore, mentre la comunità internazionale — Occidente in testa — fatica a tradurre le dichiarazioni di preoccupazione in azioni concrete.
Nei prossimi giorni si attende una risposta formale da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dei partner europei. La pressione diplomatica su Tel Aviv resta, per ora, insufficiente a invertire la rotta.









