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  • Guerra nel Golfo: droni su Kuwait e Bahrain, raid Usa vicino a Hormuz

    Guerra nel Golfo: droni su Kuwait e Bahrain, raid Usa vicino a Hormuz

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    Golfo Persico, 3 giugno 2026 — Nuovi attacchi hanno squassato il Golfo Persico mercoledì, in quello che appare come un’ulteriore escalation di un conflitto che dura ormai da oltre tre mesi. Droni e missili iraniani hanno colpito l’aeroporto internazionale di Kuwait City, uccidendo almeno una persona e ferendone più di sessanta, mentre gli Stati Uniti hanno condotto nuovi raid «difensivi» nella parte meridionale dell’Iran, in prossimità dello Stretto di Hormuz.

    Un cessate il fuoco che non regge

    Il conflitto ha avuto inizio il 28 febbraio scorso, quando Washington e Tel Aviv hanno lanciato le prime offensive contro l’Iran. Un accordo di cessate il fuoco è stato raggiunto all’inizio di aprile, ma le ostilità continuano a divampare con regolarità. Secondo quanto riferito da Defense News e da Al Jazeera, nella giornata di mercoledì le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato attacchi contro la sede della Quinta Flotta americana a Bahrain e contro una base aerea Usa nella regione. Il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha tuttavia smentito di aver subito danni, affermando che i missili balistici iraniani non hanno raggiunto i bersagli. In risposta, le forze statunitensi hanno colpito siti di lancio missilistico e imbarcazioni iraniane impegnate a posare mine nei pressi dell’isola di Qeshm.

    L’aeroporto del Kuwait ha temporaneamente sospeso i voli prima di riprendere le operazioni dopo le verifiche di sicurezza. Strutture aeroportuali e rappresentanze diplomatiche hanno riportato danni. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha commentato su X che «l’aggressione non colpisce un solo Paese, ma tutti noi», invocando una risposta unitaria e ferma da parte del Golfo.

    La contraddizione Trump: il Nobel per la pace e le bombe

    È difficile non notare la profonda contraddizione politica che attraversa questa crisi. Donald Trump, che aveva apertamente ambito al Nobel per la pace e si era più volte vantato di essere sul punto di chiudere un accordo storico per fermare i combattimenti, si trova oggi a gestire una guerra nel Golfo che non riesce a contenere, con un cessate il fuoco violato quasi quotidianamente.

    In un’intervista podcast diffusa proprio mercoledì, Trump ha affermato che l’Iran «ha già accettato di non dotarsi di armi nucleari» e che l’ayatollah Khamenei sarebbe direttamente coinvolto nei negoziati. Ha anche ammesso di aver apostrofato il premier israeliano Benjamin Netanyahu come «pazzo» — in un’accesa telefonata — nel tentativo di farlo desistere dalle operazioni in Libano. «Ad un certo punto gli ho detto: Bibi, dobbiamo fermarci», ha dichiarato Trump nel podcast.

    Eppure, nonostante queste dichiarazioni distensive, Israele ha continuato a colpire il Libano meridionale: mercoledì almeno sei persone sono rimaste uccise in attacchi di droni israeliani, con un raid su un’automobile avvenuto a poca distanza da Beirut — l’attacco più vicino alla capitale libanese da quando Trump aveva chiesto a Israele di non colpirla nell’ambito di un parziale cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti e annunciato lunedì.

    Negoziati congelati, economia in difficoltà

    Sul fronte diplomatico, i segnali non sono incoraggianti. L’agenzia semi-ufficiale iraniana Tasnim ha riferito che Teheran non ha risposto alle ultime comunicazioni americane e che lo scambio di messaggi tramite intermediari è sospeso fino al soddisfacimento delle condizioni iraniane relative al Libano. L’Iran chiede, tra le altre cose, la fine dei combattimenti in Libano, l’accesso a miliardi di dollari di proventi petroliferi bloccati, la revoca delle sanzioni sulle esportazioni di greggio e la fine del blocco navale ai propri porti.

    Trump è intanto sotto pressione per far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti: lo Stretto di Hormuz — che prima del conflitto movimentava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto — è di fatto chiuso da oltre tre mesi. I prezzi del petrolio hanno reagito agli ultimi attacchi con un rialzo superiore al 2%.

    Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema iraniana, ha avvertito che qualsiasi tentativo di «sopravanzare» l’Iran nei negoziati o nelle disposizioni sul cessate il fuoco sarà accolto con «una raffica di missili e droni».

    Il conto umano ed economico

    Il conflitto ha causato migliaia di vittime, principalmente in Iran e in Libano, e sta producendo serie ripercussioni sull’economia globale attraverso la destabilizzazione delle rotte energetiche. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato al Congresso americano che «la guerra contro l’Iran è finita», ma quanto accaduto mercoledì racconta una storia assai diversa. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se le trattative riprenderanno o se la spirale violenta è destinata ad aggravarsi ulteriormente.


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  • Zanzare sterili contro dengue e Zika: il piano di Google divide la scienza

    Zanzare sterili contro dengue e Zika: il piano di Google divide la scienza

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    Verily, la divisione di scienze della vita di Alphabet — la società madre di Google — ha presentato alle autorità americane una richiesta per liberare 32 milioni di zanzare maschio nelle zone più calde e umide degli Stati Uniti, in particolare Florida e California. Il bersaglio è la Aedes aegypti, specie invasiva e principale vettore di malattie gravi come dengue, Zika, febbre gialla e chikungunya. Il programma si chiama «Debug» — termine informatico che indica l’eliminazione degli errori di sistema — e punta a ridurre drasticamente la popolazione di questa zanzara attraverso la manipolazione biologica della sua riproduzione.

    Il meccanismo è articolato in tre passaggi: in laboratorio vengono selezionati e allevati solo esemplari maschi, i quali non pungono l’uomo nutrendosi di linfa vegetale. Questi maschi vengono poi infettati con il batterio Wolbachia, un microrganismo presente in natura, che ha la proprietà di impedire la schiusa delle uova quando il maschio si accoppia con una femmina selvatica. Il rilascio continuativo di questi insetti per più generazioni consecutive dovrebbe, nelle intenzioni di Verily, far crollare la popolazione locale di Aedes aegypti in modo irreversibile. A supporto della strategia, i promotori citano i risultati ottenuti a Singapore, dove un approccio simile avrebbe ridotto la presenza della zanzara tra l’80 e il 90%, con un calo di oltre il 70% dei casi di dengue tra la popolazione. Il progetto attende ancora il via libera definitivo dell’EPA, l’Agenzia americana per la Protezione Ambientale.

    Le domande a cui la scienza non ha ancora risposto

    Al di là dell’efficacia tecnica della soluzione, sono almeno due le grandi questioni ecologiche che la comunità scientifica internazionale solleva e che, secondo molti esperti, non hanno ancora ricevuto risposta adeguata.

    La prima riguarda gli effetti su altre specie animali: le modifiche artificiali alle dinamiche riproduttive di una specie — anche se condotte attraverso un batterio «naturale» come la Wolbachia — alterano l’evoluzione biologica di quella specie in modo intenzionale e su scala potenzialmente massiva. Rimane aperta la domanda se questi cambiamenti possano avere ricadute imprevedibili su altri insetti, su predatori, o più in generale sull’equilibrio di habitat complessi come quelli delle zone umide della Florida.

    La seconda questione, forse ancora più dirompente, riguarda le conseguenze a cascata di una riduzione drastica della popolazione di zanzare. Le zanzare, pur essendo vettori di malattie, costituiscono una fonte di nutrimento fondamentale per numerose specie di uccelli, pipistrelli, anfibi e pesci. Una loro eliminazione massiccia — soprattutto se la tecnica dovesse rivelarsi così efficace da propagarsi su scala geografica vasta — potrebbe innescare una serie di reazioni a catena nell’ecosistema, difficili da prevedere e ancora più difficili da invertire.

    Non si tratta di timori astratti: la storia delle manipolazioni umane sull’ambiente è costellata di interventi che, partiti con intenzioni lodevoli, hanno prodotto effetti disastrosi.

    Quando l’uomo ha «aggiustato» la natura: i precedenti storici

    Il caso più emblematico — e più citato in questo contesto — è quello della campagna cinese contro i passeri lanciata da Mao Zedong nel 1958 nell’ambito del Grande Balzo in Avanti. Gli uccelli vennero sterminati a milioni perché mangiavano i raccolti. Il risultato fu l’opposto di quello sperato: privati del loro predatore naturale, le cavallette esplosero in numero incontrollabile, devastando i campi di grano e contribuendo in modo significativo a una delle peggiori carestie della storia moderna, con milioni di morti.

    Ancora più vicino al contesto americano è il caso delle carpe asiatiche, introdotte negli anni Settanta negli Stati Uniti per controllare la crescita delle alghe negli allevamenti ittici. Fuggite nei fiumi durante le piene, hanno invaso il bacino del Mississippi, eliminando specie native e alterando in modo permanente l’ecosistema di fiumi e laghi.

    In Australia, l’introduzione del rospo marino (Bufo marinus) negli anni Trenta per combattere i coleotteri della canna da zucchero si trasformò in un disastro ecologico tuttora irrisolto: il rospo, privo di predatori naturali, proliferò senza controllo, decimando serpenti, lucertole e persino cani domestici attraverso le sue ghiandole velenose.

    Più recentemente, anche interventi con organismi geneticamente modificati hanno sollevato preoccupazioni: nel 2021 la statunitense Oxitec ottenne l’autorizzazione per rilasciare zanzare Aedes aegypti geneticamente modificate in Florida, in una sperimentazione che ancora oggi viene monitorata con attenzione critica da diverse organizzazioni ambientaliste.

    Tecnologia contro biologia: chi valuta il rischio?

    Il nodo centrale del dibattito non è se le zanzare siano pericolose — lo sono — né se le malattie che diffondono debbano essere combattute — devono esserlo. La questione è se uno strumento di questa portata, progettato da un colosso tecnologico privato e fondato su intelligenza artificiale e biotecnologie avanzate, abbia alle spalle una valutazione ecologica abbastanza approfondita e indipendente.

    Molti scienziati ritengono di no. Il fatto che i pesticidi tradizionali si siano rivelati inefficaci non significa necessariamente che l’alternativa biologica sia priva di rischi: significa semplicemente che stiamo cambiando strumento. Le conseguenze a lungo termine di una riduzione verticale della Aedes aegypti in interi ecosistemi rimangono, per ammissione degli stessi esperti, «difficili da prevedere».

    L’EPA dovrà ora decidere se queste incertezze siano accettabili. Nel frattempo, la comunità scientifica chiede che la valutazione del rischio ecologico sia condotta in modo rigoroso, trasparente e svincolato dagli interessi commerciali di chi propone l’intervento.

  • La Camera approva la legge delega sul nucleare: 155 voti a favore

    La Camera approva la legge delega sul nucleare: 155 voti a favore

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    La discussione era stata anticipata grazie a una modifica del calendario dei lavori votata a Montecitorio con 68 voti di scarto, su richiesta del deputato di Fratelli d’Italia Gianluca Vinci.

    Cosa prevede il disegno di legge

    È importante chiarire subito cosa fa e cosa non fa questo testo: la legge delega non autorizza la costruzione di nuove centrali nucleari, né individua siti o tempi operativi. Si limita a delegare al Governo il potere di adottare, entro i termini stabiliti, i successivi decreti legislativi che costruiranno il quadro normativo necessario per il ritorno all’energia nucleare in Italia.

    Secondo quanto riportato nel testo depositato alla Camera, il provvedimento si propone di intervenire in modo organico sulla produzione di energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione. Gli ambiti che i futuri decreti dovranno disciplinare comprendono: le procedure autorizzative per la costruzione di impianti, i criteri di sicurezza, la gestione delle scorie radioattive, il regime delle responsabilità e i meccanismi di compensazione per i territori che ospiteranno gli impianti. In quest’ultimo punto, le Commissioni parlamentari — Ambiente e Attività produttive — hanno introdotto durante l’iter la possibilità per i Comuni di autocandidarsi ad accogliere le strutture, nonché disposizioni per valorizzare le filiere industriali nazionali ed europee del settore.

    L’obiettivo di lungo periodo indicato dal governo è raggiungere, entro il 2050, una capacità installata di circa 8 gigawatt, una quota che potrebbe soddisfare intorno all’11% del fabbisogno elettrico nazionale.

    Nel testo della relazione illustrativa si riconosce esplicitamente che l’energia nucleare è classificata tra le attività sostenibili dal regolamento europeo sulla tassonomia (UE 2020/852) e che genera emissioni di gas serra prossime allo zero nella fase di produzione.

    Small Modular Reactors e reattori navali: le tecnologie in campo

    Quando il governo fa riferimento al “nuovo nucleare”, la tecnologia principalmente indicata sono gli Small Modular Reactors (SMR): piccoli reattori modulari con capacità tipicamente compresa tra 50 e 300 megawatt elettrici, progettati per essere prodotti in serie in stabilimenti industriali e poi assemblati sul sito finale. Rispetto alle grandi centrali convenzionali, i sostenitori della tecnologia indicano tempi di realizzazione più brevi e minore complessità costruttiva. Gli SMR potrebbero essere utilizzati non solo per produrre elettricità, ma anche per alimentare reti di teleriscaldamento, fornire calore ai processi industriali e contribuire alla produzione di idrogeno a basse emissioni.

    Il provvedimento guarda anche agli Advanced Modular Reactors (AMR), reattori di quarta generazione che impiegano sistemi di raffreddamento alternativi — come sali fusi, sodio liquido o piombo — rispetto ai reattori tradizionali ad acqua.

    Nelle ultime settimane si è aggiunta un’ipotesi ulteriore: l’utilizzo di mini-reattori per la propulsione di navi mercantili. Pichetto Fratin, intervistato da Tgcom24, ha dichiarato che su questo tema esiste già un confronto con Fincantieri, e ha citato reattori da 10-15 megawatt. Si tratterebbe di una fase puramente esplorativa e tecnica: al momento non esistono decisioni operative né progetti esecutivi. Il ministro ha ricordato che la propulsione nucleare nei sommergibili militari è una tecnologia consolidata da decenni.

    Il nodo energetico: avere il nucleare o restarne circondati?

    Uno degli argomenti più rilevanti del dibattito riguarda la situazione attuale dell’Italia, che non produce energia nucleare dal 1990 — dopo i referendum del 1987 — ma che importa stabilmente quote significative di elettricità dall’estero, in particolare dalla Francia, il cui sistema energetico è basato per circa il 70% sul nucleare.

    Il testo della relazione governativa al ddl evidenzia un punto spesso sottovalutato: l’Italia dipende attualmente in misura rilevante dalle importazioni di energia elettrica, specialmente nelle ore notturne, quando le fonti rinnovabili — solare in primo luogo — non producono. La relazione avverte che l’invecchiamento del parco nucleare francese e la crescita della domanda nei Paesi attualmente esportatori potrebbero rendere meno affidabile questa fonte di approvvigionamento nel lungo termine.

    In termini concreti, la situazione attuale comporta che l’Italia acquisti energia prodotta con tecnologia nucleare da altri Paesi, rinunciando però ai vantaggi economici e occupazionali di produrla in proprio, e accettando i rischi legati alla dipendenza da decisioni politiche ed energetiche altrui. Secondo dati richiamati nel ddl, l’Italia è già circondata da centrali nucleari operative: in Francia, Svizzera e Slovenia. Eventuali incidenti in questi impianti avrebbero impatti ambientali sul territorio italiano indipendentemente dalle scelte energetiche nazionali.

    Il confronto con le rinnovabili: costi ed efficienza

    La relazione governativa riconosce le fonti rinnovabili come la priorità nella transizione energetica, ma evidenzia alcune limitazioni strutturali. L’energia solare e quella eolica sono per natura non programmabili: la loro produzione dipende dalle condizioni atmosferiche e non può essere regolata in base alla domanda. Questa caratteristica impone la necessità di sistemi di accumulo — come le batterie — o di fonti complementari in grado di garantire continuità di fornitura nelle ore in cui le rinnovabili non producono.

    Dal punto di vista dei costi, le rinnovabili hanno registrato una riduzione significativa negli ultimi anni: il fotovoltaico in particolare è oggi tra le fonti più economiche in fase di produzione. Tuttavia, i costi complessivi del sistema energetico non si misurano solo sull’energia prodotta, ma anche sulla necessità di garantire la cosiddetta “baseload” — la quota di produzione continua e stabile. È in questo segmento che i sostenitori del nucleare ritengono che la tecnologia sia competitiva, in quanto capace di produrre elettricità decarbonizzata 24 ore su 24, sette giorni su sette, indipendentemente dalle condizioni climatiche.

    Non adottare una fonte stabile e decarbonizzata come il nucleare, secondo la logica del ddl, significherebbe dover ricorrere a centrali a gas per coprire i picchi di domanda non coperti dalle rinnovabili, con conseguenti emissioni di CO₂ e dipendenza dalle forniture di gas naturale — prevalentemente importato.

    Le voci critiche, che il testo del ddl non riporta ma che animano il dibattito pubblico, riguardano invece i tempi di costruzione degli impianti nucleari (storicamente più lunghi del previsto), i costi di realizzazione (frequentemente superiori alle stime iniziali), la questione irrisolta dello stoccaggio definitivo delle scorie radioattive e i rischi residui di sicurezza.

    Le reazioni politiche

    Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha commentato positivamente il voto in commissione a metà maggio, definendo il ddl una scelta nella direzione di «una politica energetica più sicura, moderna e competitiva» e rivendicando per FI la primogenitura dell’iniziativa con una risoluzione presentata in precedenza dal deputato Luca Squeri.

    I prossimi passi

    Il testo approderà ora al Senato. Se l’iter rispetterà i tempi auspicati dall’esecutivo, la legge delega sarà definitivamente approvata entro l’estate, e i decreti legislativi attuativi — quelli che effettivamente disciplineranno le procedure e le condizioni per i nuovi impianti — potrebbero essere emanati entro la fine del 2026. Solo allora si potrà valutare in concreto quale forma assumerà il “ritorno al nucleare” italiano.


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  • Mosca contro l’Europa: “Il vostro sogno di pace è finito”.

    Mosca contro l’Europa: “Il vostro sogno di pace è finito”.

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    Nella primavera del 2026, la retorica del Cremlino verso l’Unione Europea ha subito una brusca escalation. Mosca ha iniziato a equiparare l’UE alla Germania nazista, un salto semantico che, dal punto di vista russo, non è privo di una logica strategica interna: alzare i toni contro Bruxelles potrebbe fornire al governo di Putin un pretesto per giustificare una nuova mobilitazione sul fronte interno, presentando l’Occidente come una minaccia esistenziale alla Russia e ai suoi valori.

    Quella che dall’Europa viene letta come propaganda aggressiva è, nella prospettiva di Mosca, una risposta a ciò che il Cremlino considera un’interferenza diretta nel conflitto ucraino da parte degli Stati membri dell’UE. I «sogni di pace» europei si scontrerebbero con la realtà di un’Europa che fornisce armi, addestramento e sostegno finanziario a Kiev, trasformandosi di fatto in un belligerante.

    La mossa all’ONU: Mosca chiede un Consiglio di Sicurezza sull’Europa

    In questo quadro si inserisce la richiesta russa di convocare una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per discutere delle presunte minacce alla pace provenienti dai Paesi dell’Unione Europea. La mossa sarebbe stata presentata come risposta speculare a un’analoga richiesta avanzata dagli “sponsor europei di Kiev”.

    Dal punto di vista di Mosca, la convocazione del Consiglio di Sicurezza ha un duplice valore: da un lato, riafferma il ruolo della Russia come membro permanente con diritto di veto, un attore che non può essere ignorato nell’architettura della sicurezza globale; dall’altro, porta sul piano multilaterale internazionale l’accusa che siano i Paesi europei a destabilizzare la pace, ribaltando la narrativa occidentale che indica la Russia come unico aggressore.

    L’iniziativa riflette la tesi russa secondo cui l’invio di armamenti e l’addestramento di truppe ucraine da parte di Paesi come Francia, Germania e altri Stati membri costituirebbe una violazione dei principi di neutralità e una minaccia concreta alla sicurezza regionale. Una posizione che Mosca porta avanti sistematicamente nei fori internazionali, anche se rigettata dalla quasi totalità dei Paesi occidentali.

    Mattarella: «Operazione diretta contro l’Occidente»

    Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non è nuovo a prese di posizione contro la Russia e in linea con la propaganda occidentale, invece di cercare toni distensivi, intervenendo alla Conferenza degli ambasciatori alla Farnesina, ha parlato apertamente di «un’operazione in atto, diretta contro il campo occidentale», volta a «separare i destini delle diverse nazioni» e ad allontanare le democrazie dai propri valori.

    Mattarella ha definito «singolare» che si assista a quella che ha chiamato «una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti dell’Unione europea», sottolineando come l’UE venga presentata — alterando la realtà — non come un’esperienza storica di successo democratico, ma come «un’organizzazione oppressiva se non addirittura nemica della libertà».

    Ci si potrebbe chiedere se la stessa cosa non possa valere a parti inverse. Ma evidentemente l’onestà intellettuale non è una priorità, quando ci si deve inserire un frame a supporto di una linea che arriva da Bruxelles e, più su ancora, da catene di potere d’oltreoceano che non si devono mettere in discsussione.

    Il presidente ha poi affrontato la questione della condanna russa al giudice italiano della Corte Penale Internazionale Salvatore Aitala, emessa in seguito al mandato di cattura spiccato dall’Aja contro Vladimir Putin. Mattarella ha definito queste condanne «pretese di un mondo volto pericolosamente indietro», richiamando il paradosso storico di un Paese che fu tra i promotori del processo di Norimberga e che oggi persegue i giudici dei tribunali internazionali.

    Certo, essere perseguitati dai giudici dei tribunali internazionali, forse, non aiuta a non sentire il desiderio di difendersi, perseguitandoli a propria volta. Ma anche questa è un’analisi che sfugge ai massimi vertici delle nostre istituzioni. In fondo, il popolo si governa con idee semplici, chiare, senza alimentare confusione. Il bianco è bianco, il nero è il nero, con buona pace della verità e del diritto dei cittadini ad essere trattati come creature senzienti, dotate di spirito critico.

    Il contesto: una guerra di narrazioni che affianca quella militare

    Il conflitto in Ucraina, avviato con l’invasione russa del 24 febbraio 2022, si combatte ormai su più fronti. Accanto a quello militare, si è consolidato nel tempo un fronte informativo e diplomatico nel quale Russia e Occidente si accusano reciprocamente di aggressione, disinformazione e responsabilità per l’escalation.

    La questione di chi abbia «cominciato» o chi sia il vero responsabile della crisi rimane al centro del dibattito internazionale. Dal punto di vista russo, l’espansione della NATO verso est e il sostegno occidentale alla «rivoluzione» del Maidan del 2014 hanno creato le premesse dell’attuale conflitto. Per l’Occidente, invece, si tratta di una guerra di aggressione in violazione del diritto internazionale.

    Nei prossimi mesi, con la prosecuzione del conflitto e l’avvicinarsi di possibili negoziati — più volte evocati ma mai concretizzati — la battaglia delle narrazioni tra Mosca e Bruxelles rischia di intensificarsi ulteriormente, rendendo sempre più difficile una mediazione credibile.

    Le esternazioni di Mattarella, tuttavia, non sono da sminuire: rappresentano una tendenza estremamente preoccupante verso la polarizzazione e la costruzione di totem e verità – feticcio. Le conseguenze sono l’inasprimento dei conflitti e le escalation militari, come la notizia, ormai confermata, del collocamento da parte della Nato di migliaia di bombe nucleari sul fronte dei confini ad est dell’Europa, a cominciare dalla Polonia.

    C’era un tempo in cui gli arsenali nucleari si smantellavano, e in cui Sting cantava “Russian” e sperava che russi e americani amassero i loro figli allo stesso modo. Oggi, sembra che dei nostri figli non interessi più niente a nessuno.

  • Strage di lupi nel Parco d’Abruzzo: veleno premeditato, metodi inaccettabili

    Strage di lupi nel Parco d’Abruzzo: veleno premeditato, metodi inaccettabili

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    Almeno 23 lupi appenninici, insieme a volpi e poiane, sono stati trovati morti tra la metà e la fine di aprile 2026 nel territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, nei Comuni di Alfedena, Villetta Barrea, Pescasseroli e nelle aree limitrofe della Marsica, in provincia dell’Aquila. Le cause? Esche avvelenate confezionate con cura, sigillate in sacchetti di plastica e disseminate sui sentieri montani: un metodo che esclude qualsiasi ipotesi di gesto impulsivo.

    L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo, con il supporto del Centro di Medicina Forense Veterinaria di Grosseto, ha confermato che il veleno impiegato è lo stesso per tutti gli animali trovati morti: si tratta di fitofarmaci agricoli, sostanze di vecchia generazione ancora reperibili in commercio ma dagli effetti letali. Secondo Giancarlo Scortichini dell’Istituto di Teramo, citato da TGCom24, si tratta di «sostanze che si trovano in commercio, di vecchia generazione, che non sono più usate in agricoltura ma circolano ancora».

    L’indagine: dai veleni ai fondi europei

    La Procura della Repubblica di Sulmona, guidata dal procuratore capo Luciano D’Angelo con i sostituti Stefano Iafolla ed Edoardo Mariotti, coordina un’inchiesta che si sta allargando in più direzioni. In parallelo, la Procura di Avezzano ha aperto un fascicolo separato per le carcasse rinvenute nell’area di Bisegna.

    Gli inquirenti stanno ricostruendo l’intera filiera di approvvigionamento dei fitofarmaci incriminati: alcune di queste sostanze possono essere acquistate soltanto da aziende iscritte in appositi registri regionali, rendendo teoricamente tracciabile chi le ha comprate. Il 3 giugno è stato ascoltato in Procura Dino Rossi, presidente del Cospa (Comitato agricoltori e allevatori d’Abruzzo), che avrebbe fornito indicazioni sulle sostanze più diffuse in ambito agricolo. Su almeno un’esca è in corso l’analisi del DNA per risalire direttamente al proprietario.

    Un secondo filone investigativo punta ai meccanismi legati ai fondi europei. Stando a quanto ricostruito da Il Fatto Quotidiano e da altre fonti locali, il Parco Nazionale avrebbe preso in affitto circa ventimila ettari di terreno da diversi Comuni, escludendo di fatto alcuni operatori agricoli dalla possibilità di accedere agli incentivi comunitari. Secondo gli inquirenti, questa circostanza potrebbe aver generato forti tensioni e, in qualche caso, potrebbe aver fornito un movente economico alla strage. Si fa strada anche l’ipotesi della cosiddetta “mafia dei pascoli”: soggetti esterni alla regione avrebbero tentato di acquisire alcuni terreni, ricevendo un diniego, e la violenza contro i predatori potrebbe configurarsi anche come un atto intimidatorio.

    Metodi feroci che non possono essere giustificati

    Pur comprendendo le difficoltà reali degli allevatori che operano in aree ad alta densità di grandi predatori — e le cui perdite di bestiame sono spesso insufficientemente coperte dagli indennizzi previsti — quanto avvenuto nel Parco d’Abruzzo rappresenta qualcosa di inaccettabile sul piano etico, giuridico e ambientale.

    L’avvelenamento con esche predisposte con meticolosità chirurgica non è una risposta alla convivenza difficile con il lupo: è uno sterminio pianificato. Non colpisce soltanto i predatori, ma l’intero ecosistema — come dimostrano le carcasse di poiane e volpi — e mette a rischio la popolazione umana, gli animali domestici e la fauna nella sua interezza. Lo stesso Comune di Pescasseroli ha ricordato pubblicamente che «l’uso di veleni è un reato grave» che «contamina il territorio».

    Quando si parla di gestione della fauna selvatica, esistono strumenti alternativi: la cattura e il trasferimento degli esemplari problematici, il rafforzamento delle misure di protezione del bestiame, il miglioramento dei sistemi di indennizzo. Quello che non è ammissibile, in nessuna circostanza, è ricorrere a metodi indiscriminati che portano alla morte di decine di animali protetti.

    Il lupo appenninico è una specie fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi montani. Non a caso, associazioni come WWF e Legambiente hanno chiesto l’apertura di un tavolo nazionale e un impegno diretto del Governo nella tutela della specie. Il WWF ha ricordato che un’ordinanza ministeriale del 2025 ribadisce il divieto assoluto di utilizzo e abbandono di esche e bocconi avvelenati.

    Un contesto politico che preoccupa

    La vicenda si inserisce in uno scenario già teso: nel 2025, su spinta dell’Unione europea e con il sostegno del governo Meloni, lo status di protezione del lupo è stato declassato da “rigorosamente protetto” a “protetto”, aprendo la strada agli abbattimenti legali. Il primo abbattimento ufficiale dopo cinquant’anni si è verificato in Alto Adige nell’agosto 2025. Secondo l’associazione Io non ho paura del lupo, tra il 2019 e il 2023 sono state censite 1.639 carcasse di lupo recuperate a livello nazionale, con una stima di oltre 300 morti per mano umana ogni anno.

    In questo contesto, come ha sottolineato il presidente del Parco Giovanni Cannata, «difendere il lupo oggi significa difendere la legalità, la credibilità delle istituzioni e il futuro stesso della cultura della conservazione».

    Le indagini sono ancora in corso. Nessuna contestazione formale di responsabilità è stata ancora notificata a carico di alcuno.


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  • OCSE taglia le stime: PIL italiano a +0,5% nel 2026 per lo shock energetico. Cosa significa davvero

    OCSE taglia le stime: PIL italiano a +0,5% nel 2026 per lo shock energetico. Cosa significa davvero

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    L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha presentato martedì 3 giugno 2026 a Parigi le sue Prospettive economiche, il rapporto semestrale con cui l’organismo — che riunisce 38 Paesi ad alto reddito — aggiorna le stime di crescita per le principali economie mondiali. Per l’Italia, la previsione di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) si ferma allo 0,5% per il 2026 e allo 0,6% per il 2027.

    Che cos’è il PIL e perché interessa a tutti

    Il PIL misura il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti in un Paese in un dato periodo. Quando cresce, tendenzialmente aumentano occupazione e redditi; quando ristagna o scende, le famiglie lo avvertono in termini di minori opportunità di lavoro, salari fermi e tagli alla spesa pubblica. Un +0,5% è una crescita molto contenuta: per confronto, la media dell’area euro è attesa, secondo le stesse stime, su livelli più sostenuti.

    Il nodo energetico: perché l’Italia è più esposta

    La principale causa del rallentamento individuata dall’OCSE è lo shock sui prezzi dell’energia, legato all’escalation del conflitto in Medio Oriente. L’organizzazione sottolinea che l’Italia dipende in misura maggiore rispetto ad altri grandi Paesi dell’eurozona dal petrolio raffinato e dal gas naturale, una quota significativa dei quali transita dallo Stretto di Hormuz — lo snodo marittimo tra il Golfo Persico e il Mare Arabico, attraverso cui passa una parte rilevante delle forniture energetiche globali.

    Secondo il rapporto, circa un quarto dell’offerta totale di energia italiana dipende dal petrolio raffinato e l’11% dal gas naturale veicolati su quella rotta. L’aumento dei prezzi che ne deriva colpisce su tre fronti simultaneamente: consumi delle famiglie, investimenti delle imprese ed esportazioni.

    Inflazione e salari: l’effetto più diretto sulla vita quotidiana

    L’OCSE avverte che il rialzo dei prezzi energetici spingerà l’inflazione — ovvero la crescita generalizzata dei prezzi al consumo — verso l’alto. Ad aprile 2026 il tasso di inflazione in Italia era già al 2,8%. La conseguenza diretta, scrive l’organizzazione, è che questo aumento “cancellerà la recente progressione dei salari reali”. In parole semplici: anche se le buste paga nominali crescono, il potere d’acquisto reale — cioè quante cose si riescono effettivamente a comprare con quello stipendio — rischia di erodersi.

    Qualche segnale positivo: PNRR, Olimpiadi e farmaceutica

    Il quadro non è privo di elementi incoraggianti. Nel primo trimestre del 2026 il PIL italiano è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, trainato dagli investimenti nel settore farmaceutico e dalle transizioni energetica e digitale. L’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il programma europeo da 191,5 miliardi di euro assegnati all’Italia) ha portato gli investimenti pubblici al 3,8% del PIL, il livello più elevato degli ultimi 35 anni. Anche i Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina hanno fornito un contributo temporaneo al settore dei servizi e alle esportazioni.

    I conti pubblici: deficit in calo, debito in salita

    Sul fronte fiscale, il deficit pubblico (la differenza tra quanto lo Stato spende e quanto incassa in un anno) dovrebbe ridursi dal 3,1% del PIL nel 2025 al 2,9% nel 2026 e al 2,8% nel 2027, avvicinandosi al limite del 3% fissato dalle regole europee. Il debito pubblico (il totale accumulato nel tempo) seguirà invece una traiettoria opposta: dal 137,1% del PIL nel 2025 salirebbe al 138,8% nel 2026, per poi scendere di poco al 138,6% nel 2027. L’OCSE attribuisce questo aumento parzialmente agli effetti del Superbonus edilizio, la misura di agevolazione fiscale che ha generato ingenti crediti d’imposta da onorare negli anni successivi.

    Le misure anticrisi per il caro-energia, segnala ancora il rapporto, risultano “limitate” per via delle scadenze temporali e dei finanziamenti contingentati, anche se in parte sostenute da una maggiore tassazione sulle società energetiche, da entrate IVA aggiuntive e dai proventi del sistema ETS (il mercato europeo delle quote di emissioni di CO₂).

    Due scenari per il mondo: guerra breve o conflitto prolungato

    Per la prima volta, l’OCSE ha scelto di presentare due scenari alternativi per l’economia mondiale, a causa dell’”eccezionale incertezza” generata dal conflitto mediorientale.

    Nello scenario base — quello che ipotizza turbative limitate nel tempo — il PIL mondiale scenderebbe dal 3,4% del 2025 al 2,8% nel 2026, per poi risalire al 3,1% nel 2027.

    Nello scenario avverso — con un conflitto prolungato senza accordo di pace per buona parte del 2026 — la crescita globale crollerebbe al 2,1% nel 2026 e all’1,8% nel 2027, trascinando diverse economie in recessione o ai suoi margini e facendo crescere la disoccupazione a livello mondiale.

    Le raccomandazioni: rinnovabili e riduzione del debito

    L’OCSE indica due direttrici prioritarie per l’Italia: accelerare la transizione verso le energie rinnovabili, per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati, e proseguire nel graduale risanamento del debito pubblico, considerato tra i più elevati dell’area euro. Il prossimo aggiornamento delle stime è atteso per il mese di settembre 2026, quando sarà più chiaro se lo scenario di “turbative limitate” si sarà effettivamente realizzato.

  • Russia espande la presenza militare dal Pacifico all’Artico: Europa e Giappone in allerta

    Russia espande la presenza militare dal Pacifico all’Artico: Europa e Giappone in allerta

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    Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sul conflitto in Ucraina, la Russia sta silenziosamente ridisegnando la propria postura militare su scenari geografici lontani ma altrettanto critici: l’Estremo Oriente e l’Artico. Due teatri distinti, una strategia che sembra rispondere a una logica unitaria di proiezione di potenza, e che preoccupa seriamente sia Tokyo che le capitali nordeuropee.

    Curili, Pacifico e la minaccia al Giappone

    Negli ultimi mesi, secondo quanto ricostruito da diverse fonti militari e rimbalzato anche sull’account X di NEXTA — osservatorio specializzato nelle attività delle forze armate russe — Mosca avrebbe intensificato in modo sensibile il proprio dispiegamento nell’Estremo Oriente. Nelle isole Curili meridionali, arcipelago conteso con il Giappone sin dalla fine della Seconda guerra mondiale e mai oggetto di un trattato di pace formale, sarebbero stati posizionati caccia Su-35 e sistemi missilistici antinave.

    In primavera sarebbero stati avvistati anche velivoli equipaggiati con missili ipersonici Kinzhal nelle acque circostanti il Giappone. A preoccupare ulteriormente Tokyo è però la presenza crescente, nel Mare di Ochotsk, dei sottomarini nucleari della classe Borei — piattaforme capaci di trasportare missili balistici a testata multipla e componente essenziale della triade atomica russa.

    Secondo analisti e osservatori, la base dei sottomarini nella penisola della Kamchatka sarebbe stata ampliata, e la Marina russa starebbe sviluppando nuove capacità operative sottomarine di profondità. In questo quadro si inserisce anche il sottomarino nucleare Khabarovsk, destinato alla Flotta del Pacifico e considerato uno degli assetti più avanzati dell’arsenale navale di Mosca.

    Il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi ha definito pubblicamente le attività militari russe nell’area come “motivo di seria preoccupazione”, collegandole alla crescente intesa strategica tra Mosca e Pechino. Russia e Cina hanno aumentato negli ultimi anni le esercitazioni congiunte nei cieli e nelle acque adiacenti al territorio giapponese, alimentando il timore di Tokyo di dover affrontare, in caso di crisi regionale, un coordinamento diretto tra le due potenze.

    La risposta del governo nipponico ha portato a una revisione della dottrina difensiva: pur vincolato dalla Costituzione pacifista, il Giappone sta sviluppando capacità di contrattacco a lungo raggio e ha aumentato significativamente il proprio budget per la difesa. Negli ultimi nove mesi i caccia giapponesi sarebbero decollati centinaia di volte per intercettare velivoli stranieri ai margini dello spazio aereo nazionale.

    Il Bear Gap e la minaccia all’Europa del Nord

    Parallelamente, sul fronte artico, il ministro della Difesa norvegese ha lanciato un avvertimento pubblico in merito al cosiddetto Bear Gap — il corridoio strategico che collega le acque artiche all’Atlantico del Nord, già noto durante la Guerra Fredda come linea di transito privilegiata per i sottomarini sovietici. Secondo Oslo, se la Russia dovesse acquisire il controllo operativo di questo corridoio, avrebbe la capacità concreta di minacciare il nord Europa con attacchi missilistici.

    La tesi del governo norvegese è che questo scenario non debba essere permesso, e che l’attenzione della NATO su questo fronte debba restare alta, indipendentemente dagli sviluppi nel teatro ucraino.

    Un quadro che l’Italia ignora

    Ciò che colpisce è il silenzio del dibattito pubblico italiano attorno a questi sviluppi. Mentre politica e media nazionali si concentrano quasi esclusivamente sui negoziati per il cessate il fuoco a est, la Russia sembra costruire — lontano dai riflettori — una nuova architettura di deterrenza e pressione su due fronti separati ma coordinati. Le implicazioni per la sicurezza europea e per gli equilibri del Pacifico potrebbero risultare durature, indipendentemente dall’esito del conflitto in corso.


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  • Canada chiede il rinnovo del USMCA: commercio nordamericano a un bivio

    Canada chiede il rinnovo del USMCA: commercio nordamericano a un bivio

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    Il Canada ha formulato ufficialmente, nella giornata di martedì 2 giugno 2026, la richiesta di rinnovare il USMCA – l’accordo di libero scambio che regola i rapporti commerciali tra Stati Uniti, Canada e Messico. Il ministro al Commercio e ai rapporti con gli Stati Uniti, Dominic LeBlanc, ha inviato una lettera formale ai suoi omologhi di Washington e Città del Messico, proponendo un rinnovo dell’intesa della durata di sedici anni.

    La mossa arriva in un momento di forte tensione commerciale: secondo quanto riportato da Al Jazeera, i negoziati bilaterali tra Canada e Stati Uniti erano di fatto congelati dalla fine del 2025. Una situazione di stallo che aveva generato incertezza per le imprese dei tre Paesi e alimentato timori di nuove guerre tariffarie tra i vicini nordamericani.

    Cos’è il USMCA e perché è importante

    Per capire la portata della notizia, è utile fare un passo indietro. Il USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement) è l’accordo commerciale che nel 2020 ha sostituito il vecchio NAFTA, in vigore dal 1994. Disciplina un mercato da oltre 1.300 miliardi di dollari di scambi annui e rappresenta il principale quadro normativo per il commercio tra le tre più grandi economie dell’America del Nord.

    L’accordo prevede una clausola di revisione ogni sei anni: la prima finestra si aprirà nel 2026, proprio l’anno in corso. I governi hanno quindi la facoltà di rinegoziarlo, modificarlo o, in extremis, abbandonarlo. È in questo contesto che si inserisce la lettera di LeBlanc.

    La proposta canadese: 16 anni di stabilità

    Ottawa propone un rinnovo lungo – sedici anni – che garantirebbe stabilità agli investitori e alle catene di fornitura integrate tra i tre Paesi. La richiesta include anche l’avvio di discussioni settoriali sulle tariffe, lasciando intendere che il Canada intende affrontare in modo strutturato le controversie aperte, in particolare quelle con gli Stati Uniti.

    La tempistica è però politicamente delicata. L’amministrazione americana, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte minacciato o applicato dazi su prodotti canadesi, in particolare acciaio, alluminio e prodotti agricoli. Le trattative si erano arenate, secondo le fonti, a fine 2025, senza che fosse fissata una data per la ripresa.

    Perché questa vicenda riguarda anche l’Italia e l’Europa

    A prima vista, potrebbe sembrare una questione esclusivamente nordamericana. Ma gli scambi commerciali transatlantici sono profondamente interconnessi: ciò che accade tra Washington, Ottawa e Città del Messico ha ricadute dirette sulle catene produttive globali, sui prezzi delle materie prime e sulle politiche tariffarie che l’Europa – e l’Italia in particolare – si trovano ad affrontare.

    Un eventuale deterioramento del USMCA, con nuove tariffe tra i Paesi firmatari, potrebbe ridisegnare i flussi commerciali mondiali, con effetti sulle esportazioni europee negli Stati Uniti e sui costi di importazione. L’Italia, tra i principali esportatori europei verso il mercato americano in settori come la meccanica, l’agroalimentare e il lusso, non è immune da questi scenari.

    I prossimi passi

    L’avvio formale della procedura di revisione del USMCA apre ora una fase negoziale il cui esito è tutt’altro che scontato. La risposta dell’amministrazione americana – e del Messico – alla proposta canadese sarà decisiva per capire se si andrà verso un rinnovo o verso una rinegoziazione più conflittuale dell’accordo.

    Stando a quanto emerso finora, non è ancora noto quando i tre Paesi si siederanno formalmente al tavolo. La questione resta aperta e i prossimi mesi saranno cruciali per il futuro del più grande blocco commerciale del continente americano.


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  • Clima 2026: temperature in rialzo, ma il dibattito scientifico resta aperto

    Clima 2026: temperature in rialzo, ma il dibattito scientifico resta aperto

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    Il sistema climatico globale ha chiuso un triennio inedito nella storia delle misurazioni strumentali. Secondo i dati elaborati dalla NASA, il 2023, il 2024 e il 2025 si collocano ai tre primi posti nella classifica degli anni più caldi degli ultimi 146 anni di osservazioni. Il 2024 in particolare ha segnato il superamento della soglia simbolica di +1,5°C rispetto all’era preindustriale, la linea di guardia fissata dall’Accordo di Parigi. Il 2025, pur leggermente più fresco per effetto del fenomeno La Niña, si è comunque attestato a +1,19°C rispetto alla media del periodo 1951-1980, stando ai dati del Met Office britannico.

    In questo contesto si inseriscono le rilevazioni di aprile 2026, pubblicate dal Servizio Copernicus per i Cambiamenti Climatici (C3S): il mese scorso è risultato il terzo aprile più caldo mai registrato, con una temperatura media di +14,89°C, superiore di +0,52°C rispetto alla media del trentennio 1991-2020. Il primato resta all’aprile 2024, seguito da quello del 2025. Tutti e dieci gli aprili più caldi della serie storica 1850-2026 si sono verificati dopo il 2016.

    Il ruolo dei cicli naturali: El Niño e la variabilità oceanica

    Un elemento che emerge con forza dall’analisi dei dati è il peso dei cicli naturali nell’amplificare — o attenuare — le anomalie termiche. La temperatura superficiale degli oceani extrapolar a livello globale ha raggiunto ad aprile 2026 una media di +21,00°C, seconda più alta mai misurata per quel mese. Questo dato riflette, secondo gli esperti del C3S, la transizione in corso da condizioni ENSO neutre verso un nuovo episodio di El Niño, atteso nella seconda metà del 2026.

    L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) stima molto elevate le probabilità che almeno uno degli anni tra il 2026 e il 2030 stabilisca un nuovo record di temperatura globale, superando il 2024. Il climatologo James Hansen — già noto per aver allertato il Congresso americano negli anni Ottanta sui rischi dei gas serra — ha dichiarato il 1° maggio 2026 che il 2026 potrebbe essere l’anno più caldo mai misurato, sospinto proprio dall’arrivo di un El Niño potente. Alcuni modelli ipotizzano addirittura un “super El Niño”, il più intenso nella storia delle rilevazioni.

    È utile ricordare che fluttuazioni termiche ampie si sono verificate in passato anche in assenza di attività industriale, legate a variabilità solare, eruzioni vulcaniche e cicli oceanici. Lo studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK), pubblicato su Geophysical Research Letters a marzo 2026, ha filtrato proprio questi effetti naturali a breve termine per isolare il segnale di riscaldamento di lungo periodo. I risultati indicano un’accelerazione del tasso di riscaldamento negli ultimi dieci anni: +0,35°C per decennio, contro una media di circa +0,2°C per decennio nel periodo 1970-2015.

    Il dibattito sugli scenari: l’addio a RCP8.5

    All’inizio di aprile 2026 una quarantina di ricercatori del World Climate Research Programme ha proposto di abbandonare lo scenario più pessimistico finora in uso, noto come RCP8.5, che prevedeva un incremento termico superiore a +4°C entro fine secolo. La revisione tiene conto del rallentamento nelle emissioni rispetto alle proiezioni degli anni Duemila e del boom delle energie rinnovabili: nel 2025 le installazioni fotovoltaiche hanno raggiunto una capacità totale installata di circa 2.800 gigawatt, rendendo il solare la tecnologia energetica con la maggiore capacità a livello globale.

    Il nuovo scenario pessimistico si attesta intorno a +3,5°C entro il 2100, circa un grado in meno rispetto al precedente. La notizia è stata tuttavia strumentalizzata in chiave negazionista, anche dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha accusato le agenzie ONU di aver «sbagliato». Come ha chiarito Il Post, la revisione non significa che le valutazioni precedenti fossero errate: RCP8.5 non era lo scenario più probabile, ma il riferimento per il caso peggiore, utile per calibrare tutti gli altri. La scienza, semplicemente, aggiorna i propri modelli in base ai nuovi dati disponibili.

    Tipping point e perdite economiche

    Il Global Tipping Points Report 2025, redatto da 160 autori di 87 istituzioni in 23 Paesi, segnala che alcuni ecosistemi potrebbero già trovarsi oltre soglie critiche irreversibili. Le barriere coralline tropicali stanno attraversando dal 2023 il peggior evento di sbiancamento di massa mai documentato, con oltre l’80% degli ecosistemi colpiti. Il riscaldamento attuale di circa +1,4°C avrebbe già superato la soglia termica critica per i reef, stimata a +1,2°C.

    Sul fronte AMOC — la circolazione atlantica meridionale che include la Corrente del Golfo — il dibattito scientifico rimane aperto: il rapporto 2025 segnala rischi di destabilizzazione sotto i 2°C, ma uno studio pubblicato su Nature nello stesso anno, basato su 34 modelli climatici, giudica un collasso dell’AMOC entro fine secolo come «improbabile». È il tipo di controversia che merita attenzione senza allarmismi né sottovalutazioni.

    Sul piano economico, la riassicuratrice Munich Re ha stimato per il 2025 danni complessivi da eventi climatici estremi pari a circa 224 miliardi di dollari, di cui 108 coperti da assicurazioni. Secondo Aon, il caldo estremo ha causato nel 2025 almeno 25.000 vittime globali.

    Prospettive: il 2026 e il prossimo quinquennio

    L’OMM giudica probabile che la temperatura media del quinquennio 2026-2030 si mantenga stabilmente oltre +1,5°C rispetto all’era preindustriale, anche in assenza di nuovi record annuali. Il ricercatore Stefan Rahmstorf del PIK ha avvertito che, se il tasso di riscaldamento dell’ultimo decennio dovesse mantenersi costante, il superamento stabile della soglia di Parigi potrebbe avvenire prima del 2030.

    L’IPCC sta lavorando al suo settimo rapporto di valutazione (AR7), la cui sintesi è attesa tra il 2028 e il 2029. Sarà il documento di riferimento con cui i governi dovranno confrontarsi per aggiornare le proprie politiche climatiche. Nel frattempo, i dati mensili del sistema Copernicus continuano a scattare istantanee di un pianeta in cui i cicli naturali e le pressioni antropogeniche si intrecciano in modo ancora largamente dibattuto dalla comunità scientifica.


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  • Pence: «Il secondo mandato Trump si è allontanato dall’agenda conservatrice»

    Pence: «Il secondo mandato Trump si è allontanato dall’agenda conservatrice»

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    L’ex vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence ha rilasciato il 2 giugno 2026 una lunga intervista al programma Meet the Press, in cui ha mosso critiche articolate nei confronti della seconda amministrazione Trump, pur riconoscendo all’ex presidente numerosi meriti. L’occasione è stata la pubblicazione del suo nuovo libro, intitolato What Conservatives Believe («Cosa credono i conservatori»), nel quale Pence delinea quella che considera una crisi d’identità del Partito Repubblicano.

    «La seconda amministrazione ha deviato dall’agenda conservatrice»

    Nel corso dell’intervista, Pence ha sostenuto che il secondo mandato di Donald Trump «si è allontanato dall’agenda conservatrice» che, a suo avviso, ha definito il Partito Repubblicano sin dall’era Reagan. L’ex vicepresidente ha elencato alcuni punti di rottura: l’introduzione di dazi commerciali su larga scala, il ridimensionamento del sostegno agli alleati europei di fronte all’aggressione russa in Ucraina e, soprattutto, quello che Pence ha descritto come un arretramento sul tema del diritto alla vita.

    Su quest’ultimo punto, Pence è stato particolarmente esplicito, affermando che l’attuale segretario alla Salute e ai Servizi Umani sarebbe favorevole all’aborto e non avrebbe adottato misure per limitare la distribuzione per posta della cosiddetta «pillola abortiva», resa disponibile a livello nazionale durante l’amministrazione Biden. La conduttrice ha precisato che su questi aspetti medici esiste un dibattito scientifico aperto.

    Riconoscimenti a Trump, ma con riserve

    Pur muovendo queste critiche, Pence ha voluto riconoscere all’attuale presidente diversi risultati positivi: il controllo del confine meridionale, la proroga dei tagli fiscali dell’era Trump-Pence, il sostegno a Israele e la linea dura verso l’Iran. «Gli do tutto il merito per come ha affrontato la sinistra radicale nei nostri quattro anni di governo», ha dichiarato l’ex vicepresidente.

    Tuttavia, Pence ha sottolineato come Trump non si sia mai definito un conservatore in senso stretto: nel libro racconta di aver perso il conto delle volte in cui, nel confrontarsi privatamente con Trump su una certa posizione politica, il presidente avrebbe risposto dicendo: «Non è conservatorismo, è buon senso».

    La minaccia del «populismo di destra»

    Il tema centrale del libro, e dell’intervista, è la denuncia di quella che Pence chiama la «destra populista», un movimento che – secondo lui – starebbe cercando di trasformare le deviazioni di Trump dall’agenda tradizionale in una nuova filosofia fondante del partito. Pence ha messo sullo stesso piano protezionismo economico, isolazionismo in politica estera e ridimensionamento delle battaglie pro-life come elementi di un’agenda incompatibile con il conservatorismo classico.

    «I leader scompaiono nella storia, ma i princìpi resistono», ha affermato Pence, richiamando anche una citazione biblica sul valore di un messaggio chiaro e coerente.

    Ken Paxton e il Senato texano

    L’intervista ha toccato anche la vittoria di Ken Paxton alle primarie repubblicane in Texas per il seggio senatoriale. Pence, incalzato sulla questione, ha evitato di esprimere un endorsement diretto a Paxton, che in passato è stato incriminato per frode finanziaria e messo sotto impeachment per presunta corruzione, ma ha dichiarato di non poter mai votare per il candidato democratico Talarico, descritto come «radicale di sinistra».

    Il fondo «anti-weaponization» e il 6 gennaio

    Su un altro tema caldo, il cosiddetto fondo da 1,8 miliardi di dollari istituito dall’amministrazione Trump per risarcire persone che ritengono di essere state perseguite ingiustamente dalla giustizia, Pence si è detto contrario. «È profondamente offensivo per me l’idea che un fondo possa anche solo potenzialmente risarcire chi ha aggredito agenti di polizia o vandalizzato il Campidoglio il 6 gennaio», ha dichiarato l’ex vicepresidente, invitando l’amministrazione ad abbandonare l’iniziativa.

    J.D. Vance e il 2028

    Quando la conduttrice gli ha chiesto se veda nel vicepresidente in carica J.D. Vance il potenziale erede del movimento conservatore, Pence ha preferito non esprimersi direttamente, limitandosi a osservare che Vance «si sta comportando in modo dignitoso e onorevole». Ha aggiunto che, in vista delle elezioni presidenziali del 2028, sarà più importante definire prima cosa si vuole sostenere, e solo dopo chi lo rappresenterà.

    Quanto a una sua eventuale ricandidatura, Pence ha escluso di avere «ambizioni attive di rientrare in politica», ma non ha posto un veto definitivo: «La mia vita non mi appartiene», ha detto, aggiungendo che pregherà sul futuro insieme alla moglie Karen. Citando ironicamente una canzone del cantante country Luke Combs, ha concluso: «Penso di aver cavalcato quel razzo fin dove poteva arrivare».


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