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  • Zelensky scrive a Putin: «Incontriamoci». Il Cremlino: «Benvenuto a Mosca»

    Zelensky scrive a Putin: «Incontriamoci». Il Cremlino: «Benvenuto a Mosca»

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    Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha indirizzato il 4 giugno 2026 una lettera aperta al presidente russo Vladimir Putin, chiedendogli esplicitamente un incontro diretto. La risposta da Mosca non si è fatta attendere: secondo quanto riportato dai media statali russi, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha dichiarato che Zelensky è «benvenuto a Mosca in qualsiasi momento» per incontrare Putin.

    L’iniziativa rappresenta un passaggio inedito nel conflitto in corso: per la prima volta il leader ucraino si rivolge pubblicamente e direttamente al capo dello Stato russo con una proposta di colloquio, e Mosca risponde con un’apertura formale, per quanto condizionata.

    La posizione russa: sì al dialogo, no alla tregua

    Putin, stando a quanto riportato dalle fonti, si è detto disponibile a «una soluzione pacifica», ma ha precisato che a suo avviso non sarebbe necessaria una tregua preventiva. Una distinzione non secondaria: da parte ucraina e dei suoi alleati occidentali, la sospensione delle ostilità è tradizionalmente considerata un prerequisito per qualsiasi negoziato credibile.

    Il Cremlino avrebbe inoltre rilancito il nome dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder come possibile mediatore, una figura che negli anni ha mantenuto rapporti personali con Putin e che era già stata evocata in passato in analoghi tentativi di dialogo.

    Trump si unisce al coro: «Sarebbe bellissimo»

    Dall’altra parte dell’Atlantico, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato la vicenda affermando che Putin e Zelensky «devono incontrarsi», definendo un eventuale faccia a faccia «bellissimo». Washington, nel frattempo, si sarebbe detta pronta a inviare nuovi pacchetti di aiuti militari a Kiev, confermando un doppio binario — sostegno militare e pressione diplomatica — che caratterizza l’approccio americano.

    Un contesto più ampio: il ponte sotto lo Stretto di Bering

    In questo clima di caute aperture, va segnalato anche un altro segnale di potenziale distensione tra le grandi potenze: secondo quanto riferisce La Stampa citando il consigliere del Cremlino Dmitriev, starebbe riprendendo quota il progetto di collegamento sottomarino tra Russia e Stati Uniti attraverso lo Stretto di Bering. Un’intesa per realizzarlo sarebbe in fase di firma, a indicare che, almeno su alcuni dossier economici e infrastrutturali, i canali tra Mosca e Washington non sono del tutto chiusi.

    Cosa succede adesso

    Resta da chiarire se la lettera di Zelensky e la risposta del Cremlino possano tradursi in un incontro reale, e a quali condizioni. Le posizioni di partenza rimangono distanti su questioni fondamentali come il cessate il fuoco, i territori occupati e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Nessuna data né sede per un eventuale summit è stata indicata da nessuna delle parti. Gli sviluppi delle prossime ore e dei prossimi giorni diranno se si tratta di un’apertura sostanziale o di una mossa dal valore prevalentemente comunicativo.

  • L’ex ambasciatore a Pechino: «L’Italia è un protettorato, non una colonia»

    L’ex ambasciatore a Pechino: «L’Italia è un protettorato, non una colonia»

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    In un’intervista pubblicata il 5 giugno 2026 sul canale YouTube di Ottolina TV, Alberto Bradanini — già ambasciatore italiano a Teheran e successivamente a Pechino, nonché presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea — ha articolato una lettura critica e radicale della posizione geopolitica dell’Italia nel sistema internazionale. L’intervista è condotta dal giornalista Giuliano Marrucci, già firma di Report.

    La «doppia subordinazione»

    Secondo Bradanini, l’Italia si troverebbe intrappolata in quello che definisce un «doppio livello di asservimento». Il primo sarebbe di natura politico-militare, nei confronti degli Stati Uniti: nel video ricorda che l’Italia figura tra i quattro paesi al mondo con la più alta presenza di militari americani sul proprio territorio, insieme a Corea del Sud, Giappone e Germania. Sottolinea anche la presenza di testate nucleari americane nelle basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia), ritenuta dal diplomatico una «liability», ovvero un rischio concreto in caso di escalation militare con la Russia.

    Il secondo livello di subordinazione sarebbe invece economico-monetario, esercitato — sempre secondo la ricostruzione dell’ex ambasciatore — dalle élite del Nord Europa, a loro volta strutturalmente intrecciate con la City di Londra e con Wall Street. In questa visione, la legge finanziaria italiana non potrebbe nemmeno essere discussa senza il preventivo via libera della Commissione europea, privando di fatto i cittadini di uno strumento democratico fondamentale.

    «Protettorato, non colonia»

    Bradanini distingue nettamente tra i concetti di «colonia» e «protettorato». Le colonie, spiega nel video, erano governate da figure apertamente straniere, il che spingeva le popolazioni locali a organizzarsi per cacciarle. Il protettorato funzionerebbe invece attraverso il controllo e la selezione della classe dirigente locale, che formalmente appare autonoma ma sostanzialmente opera all’interno di perimetri stabiliti altrove. «Chiunque si presenti con un programma politico che possa mettere a repentaglio questa postura», afferma nel video, «viene ostacolato sul nascere».

    Bradanini fa riferimento, tra gli esempi, all’episodio del memorandum sulla Via della Seta firmato dal primo governo Conte, definito «un pezzo di carta che non comportava nessun impegno né da parte nostra né da parte cinese». Nel video sostiene che a creare le difficoltà politiche fu proprio la decisione dell’allora presidente del Consiglio Giorgia Meloni di recarsi a Washington nell’autunno del 2023 per chiedere il permesso di rinnovarlo: «È più facile essere perdonati che autorizzati», commenta l’ex diplomatico.

    Il declino industriale e il confronto con il passato

    Bradanini ricorda che il 16 maggio 1991 il Corriere della Sera titolava sull’Italia quarta potenza economica mondiale, davanti a Francia e Gran Bretagna. Attribuisce il successivo declino alla perdita della sovranità monetaria e all’ingresso nell’architettura dell’Unione Europea, descrivendo le piccole e medie imprese italiane degli anni Ottanta come soggetti capaci di «conquistare mercati in tutto il mondo». Un recente interlocutore cinese — che nel video non viene identificato per nome ma indicato come «viceministro» — gli avrebbe detto: «Ambasciatore, cosa possiamo comprare ancora dall’Italia che non compriamo già? Voi non producete più nulla».

    L’ipotesi di uscita dall’euro e dall’Unione Europea

    Nel corso dell’intervista si affronta anche lo scenario, definito dallo stesso Bradanini «nel mondo dei sogni» e «de jure condendo», di una eventuale uscita dell’Italia dall’Eurozona. L’ex ambasciatore sostiene che una tale mossa potrebbe paradossalmente trovare il sostegno degli Stati Uniti, interessati a indebolire l’architettura tedesca dell’Eurozona. Allo stesso tempo riconosce che le prime settimane di transizione potrebbero essere «delicate» e che si renderebbe necessaria la nazionalizzazione di alcune banche. Tuttavia, a suo avviso, la «drammatizzazione» di questi rischi farebbe parte di una «macchina della menzogna» tesa a rendere tabù qualsiasi discussione sull’argomento.

    Marrucci, dal canto suo, pone obiezioni: porta l’esempio della Brexit, osservando che il Regno Unito, dopo l’uscita dall’Unione Europea, non sembra aver recuperato autonomia sostanziale nei confronti delle oligarchie finanziarie statunitensi. Bradanini concede il punto — «continua ad essere un paese vassallo» — ma distingue tra sovranità nei confronti dell’Europa e sovranità nei confronti degli Stati Uniti, ritenendo che la prima possa essere recuperata prima della seconda.

    La questione della classe dirigente

    Sul piano interno, Bradanini esprime un giudizio netto: definisce quella italiana una «finta democrazia» in cui la selezione della classe politica avverrebbe prima del voto, attraverso meccanismi che escludono chiunque rappresenti un rischio per gli interessi della potenza egemone. Si dice «molto pessimista» sulle possibilità di un cambiamento a breve termine, ma afferma di voler offrire «la testimonianza di un’opposizione alla violenza della sopraffazione». Cita la rivoluzione russa del 1917 come esempio storico di come condizioni apparentemente inamovibili possano cambiare in modo imprevedibile quando si aggravano oltre una soglia critica.

    Prospettive

    L’intervista non contiene proposte operative nel breve periodo, e lo stesso Bradanini riconosce più volte di muoversi nell’ambito dell’analisi e della testimonianza piuttosto che della proposta politica concreta. Le sue tesi — che attribuiscono all’Italia uno status di paese subordinato a una doppia gerarchia di potere — rimangono oggetto di dibattito e richiedono una valutazione critica delle fonti e del contesto in cui vengono espresse.


    Fonti:

  • Netanyahu: «I leader europei non hanno il fegato di combattere i barbari»

    Netanyahu: «I leader europei non hanno il fegato di combattere i barbari»

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    Mentre Washington e Teheran sembrano avvicinarsi a un’intesa — il presidente Donald Trump ha dichiarato il 4 giugno che i negoziati stanno andando «molto bene» e potrebbero concludersi «questo fine settimana» — il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha sferrato un attacco durissimo contro i leader europei, accusandoli di non avere il coraggio di schierarsi dalla parte giusta nella lotta contro quello che chiama il «barbarismo» islamista.

    «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari», ha dichiarato Netanyahu in un’intervista all’emittente americana Cnbc, rivolgendosi esplicitamente ai leader europei — tra cui il presidente francese Emmanuel Macron — che hanno criticato le operazioni militari di Israele. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha aggiunto il premier.

    Trump scarica gli alleati europei

    Alle accuse di Netanyahu si somma la frustrazione di Trump verso i partner del Vecchio Continente. Interpellato dai giornalisti nello Studio Ovale, il presidente americano ha affermato con nettezza: «Non abbiamo bisogno dell’aiuto degli europei. Abbiamo dato loro la possibilità di aiutarci, ma hanno scelto di non farlo». Secondo Trump, questa scelta avrà ripercussioni economiche: «Per loro sarà una questione costosa, perché non avrebbero dovuto comportarsi così».

    Il tycoon ha comunque ribadito la supremazia militare statunitense, ricordando i raid aerei condotti contro i siti nucleari iraniani — che avrebbero causato, secondo la sua descrizione, danni «irreversibili» sotto intere montagne — e aggiungendo che solo Usa e Cina dispongono delle attrezzature necessarie per estrarre l’uranio sepolto nelle strutture colpite. Un dato che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica avrebbe, a suo dire, sostanzialmente confermato, ritenendo «estremamente difficile» il recupero del materiale.

    L’Europa, tra critica e inerzia

    La risposta europea alle accuse appare finora più istituzionale che politica. L’Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera, Kaja Kallas, ha proposto di affidare all’operazione navale europea Aspides un ruolo centrale nelle operazioni di sminamento dello Stretto di Hormuz, come contributo a una coalizione ad hoc guidata da Francia e Gran Bretagna. La proposta, anticipata dall’agenzia Reuters, prevede tempi di attuazione di quattro-sei settimane, subordinati a un potenziamento delle capacità militari attualmente disponibili. I ministri della Difesa dei 27 si riuniranno informalmente a Cipro la prossima settimana per esaminare l’ipotesi.

    Una risposta tecnica, dunque, mentre sul piano politico le capitali europee restano in silenzio di fronte agli attacchi sia di Trump che di Netanyahu. Non una parola di risposta pubblica alle accuse del premier israeliano è giunta, almeno fino alla sera del 4 giugno, da Parigi, Berlino o Bruxelles.

    La trattativa con Teheran e i nodi aperti

    Il quadro diplomatico resta comunque fluido e pieno di contraddizioni. Trump ha dichiarato di essere «molto vicino alla firma delle carte» con Teheran e ha aperto alla possibilità di incontrare di persona la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei per discutere i termini della crisi. Ha anche ribadito che lo Stretto di Hormuz riaprirà «appena sarà firmato il Memorandum d’Intesa».

    Ma dalla parte iraniana filtra una versione ben diversa. L’agenzia di stampa Tasnim, vicina alle Guardie Rivoluzionarie, ha smentito l’ottimismo di Washington: secondo la fonte, «negli ultimi giorni l’Iran non ha fornito alcuna risposta agli americani in merito al testo dell’accordo» e avrebbe sospeso lo scambio di documenti tramite intermediari fino al soddisfacimento di condizioni legate alla situazione in Libano.

    A complicare ulteriormente il quadro, la Camera dei Rappresentanti americana ha approvato — con 215 voti contro 208, grazie a quattro repubblicani che si sono uniti ai democratici — una risoluzione che limita il potere del presidente di proseguire le ostilità contro l’Iran senza l’approvazione del Congresso. Nel frattempo, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato davanti al Congresso che l’operazione militare contro Teheran «si è conclusa» e che eventuali futuri attacchi sarebbero «esclusivamente di natura difensiva».

    Un cessate il fuoco de facto con l’Hezbollah libanese sembrerebbe in vigore da due giorni, ma Netanyahu ha dichiarato che le forze israeliane stanno verificando presunte violazioni da parte della milizia sciita. La complessità del quadro regionale — con le sorti di Iran, Libano e Stretto di Hormuz intrecciate — rende ogni previsione sull’esito dei negoziati ancora prematura.

  • FdI presenta i dati sull’immigrazione: -43% sbarchi nel 2026, rimpatri in crescita

    FdI presenta i dati sull’immigrazione: -43% sbarchi nel 2026, rimpatri in crescita

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    Mercoledì 3 giugno, nella sala Tatarella di Montecitorio, Fratelli d’Italia ha organizzato una conferenza stampa per illustrare quelli che il partito definisce i risultati del governo Meloni sul contrasto all’immigrazione irregolare. Il documento presentato — definito dai promotori un «pamphlet» — è stato elaborato dal dipartimento immigrazione del partito e raccoglie dati, provvedimenti e comparazioni statistiche riferite all’arco temporale che va dal 2022 a oggi.

    I numeri presentati da FdI

    Secondo i dati illustrati durante la conferenza, negli ultimi anni si registrerebbe un calo consistente degli sbarchi sulle coste italiane: -43% nei primi cinque mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2022, e -57% negli anni 2024-2025 rispetto al 2023. Sul fronte dei rimpatri, FdI cita un incremento del 50% nel 2025 rispetto al 2022, con circa 2.967 rimpatri effettuati tra gennaio e aprile 2026 (+28% di rimpatri forzati e +69% di rimpatri volontari assistiti rispetto allo stesso periodo del 2025).

    Va segnalato che si tratta di dati presentati in una sede politica da un partito di maggioranza: la loro attendibilità complessiva andrebbe verificata con le fonti ufficiali del Ministero dell’Interno e di Frontex.

    Le dichiarazioni dei protagonisti

    All’incontro sono intervenuti i capogruppo di FdI Galeazzo Bignami (Camera) e Lucio Malan (Senato), insieme al responsabile organizzazione Giovanni Donzelli, al responsabile programma Francesco Filini e alla responsabile del dipartimento immigrazione Sara Kelany.

    Kelany ha affermato che «non possiamo più nasconderci sotto il buonismo immigrazionista e l’Europa ce lo sta dimostrando», aggiungendo che «un lungo filo rosso ideologico ha tentato di dare delle spallate alle politiche migratorie del governo». Donzelli ha respinto le critiche delle opposizioni, sostenendo che «la sinistra è un po’ confusa: a volte ci accusa di non aver fatto abbastanza, altre di essere razzisti», e rivendicando un approccio che avrebbe bilanciato contrasto all’immigrazione irregolare e apertura ai canali legali.

    Bignami ha invece richiamato il recente accordo tra il Parlamento europeo e gli Stati membri sulle nuove norme in materia di rimpatri, sottolineando come il Commissario europeo agli Affari interni Magnus Brunner abbia pubblicato una foto insieme alla presidente Meloni definendo l’intesa «un elemento chiave per una politica europea più efficace». Rispondendo a chi sollevava il tema della cosiddetta «remigrazione», Bignami ha distinto tra chi ne parla e chi, secondo lui, la attua concretamente attraverso le espulsioni.

    Il Piano Mattei e la dimensione africana

    Malan ha difeso il Piano Mattei come strumento di «cooperazione non predatoria con l’Africa», finalizzato ad affrontare le cause strutturali delle migrazioni piuttosto che limitarsi a gestire i flussi in arrivo. Filini ha insistito sull’influenza esercitata dall’Italia nel ridefinire l’agenda europea, sostenendo che «la vittoria politica in Europa è la più importante».

    Il CdM e il recepimento del Patto UE

    Il giorno successivo, il Consiglio dei ministri ha avviato l’esame di un decreto legge per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo del 14 maggio 2024. All’ordine del giorno figurava anche il recepimento di una direttiva europea contro la tratta di esseri umani, in un quadro normativo che il governo presenta come coerente con la propria linea politica.

    Il contesto: l’intervista di Byoblu a Edi Rama

    Nel dibattito sull’approccio italiano ai flussi migratori attraverso il Mediterraneo centrale, merita attenzionel’intervista che Byoblu ha realizzato direttamente a Tirana, nel Palazzo del Governo, al premier Edi Rama, che ha risposto alle domande di Claudio Messora e Virginia Camerieri. L’Albania è uno degli attori chiave nei nuovi equilibri della politica migratoria italiana, e la voce diretta di Rama offre un punto di vista prezioso — e spesso trascurato nel dibattito pubblico — su come il paese balcanico vive la propria collaborazione con Roma. Chi volesse approfondire, l’intervista integrale è disponibile su YouTube.

    Le opposizioni e i prossimi sviluppi

    Le forze di opposizione non hanno partecipato alla conferenza di FdI e non risultano, dalle fonti disponibili al momento della pubblicazione, dichiarazioni di risposta diretta ai dati presentati. Considerato che la notizia risale al 3 giugno, potrebbero esserci stati sviluppi nel dibattito politico nelle ore successive.

  • Vannacci difende Pozzolo: “Qual è la definizione di ubriaco?”. Ma la definizione di «ubriaco» la dà il Codice della strada

    Vannacci difende Pozzolo: “Qual è la definizione di ubriaco?”. Ma la definizione di «ubriaco» la dà il Codice della strada

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    Roberto Vannacci, presidente e fondatore di Futuro Nazionale, ha preso pubblicamente le difese del deputato Emanuele Pozzolo, coinvolto in un incidente stradale dopo essere stato trovato con un tasso alcolemico superiore al limite consentito dalla legge. Lo ha fatto oggi, 4 giugno 2026, a margine della kermesse «La mia patria è un’idea», svoltasi al Salone delle Fontane dell’Eur a Roma — primo evento pubblico del movimento nella capitale.

    «Non abbandono nessuno. Nessuno rimane indietro di quelli che sono stati con me in mille campi di battaglia», ha dichiarato l’ex generale della Folgore davanti ai giornalisti, aggiungendo che Pozzolo resterà nel partito salvo casi di «dolo, colpa grave o menefreghismo».

    Il ragionamento di Vannacci: superare lo 0,5 non significa essere ubriachi

    Il punto più controverso della conferenza stampa non è però la fedeltà al deputato, ma la distinzione che Vannacci ha tentato di introdurre tra «superare il limite alcolemico» ed «essere ubriaco». L’ex generale ha sfidato i giornalisti presenti con una domanda retorica — «Mi date una definizione di ubriaco?» — per poi fornire la propria: «Ubriaco è una persona incapace di intendere e di volere. Lo 0,5 del tasso alcolemico è un limite tecnico del Codice della strada, non una definizione di ubriachezza».

    Il ragionamento, però, sconta una confusione di piani giuridici che è utile chiarire.

    Cosa dice davvero il Codice della strada

    Il Codice della strada — il decreto legislativo 285 del 1992 e successive modifiche — non si limita a fissare un «limite tecnico» astratto. L’articolo 186 disciplina espressamente la «guida in stato di ebbrezza» e individua tre fasce di gravità crescente in base al tasso alcolemico rilevato: da 0,5 a 0,8 g/l (illecito amministrativo), da 0,8 a 1,5 g/l (reato penale), oltre 1,5 g/l (reato penale aggravato). Il legislatore ha quindi operato una scelta precisa: la soglia dello 0,5 g/l non è un mero parametro burocratico, ma il confine legale al di sopra del quale lo Stato ritiene che il conducente non sia in condizioni sicure per guidare. Il termine «ebbrezza» — sinonimo giuridico di ubriachezza alla guida — è la parola testualmente usata dalla norma.

    Vannacci ha dunque ragione nel dire che il Codice non usa la parola «ubriaco» come sostantivo descrittivo di uno stato psicofisico in senso assoluto. Ma ha torto nel suggerire che la soglia legale sia irrilevante sul piano della valutazione dello stato del conducente: quella soglia è la definizione operativa che il legislatore ha scelto, e la norma la chiama esplicitamente «stato di ebbrezza».

    La versione di Pozzolo e i precedenti

    Il deputato Pozzolo, stando a quanto riportato dalle fonti, avrebbe attribuito l’incidente a una pozzanghera e all’effetto aquaplaning, ammettendo tuttavia di aver bevuto prima di mettersi al volante. La polizia stradale gli ha ritirato la patente. Secondo fonti stampa, Pozzolo stesso avrebbe osservato che «con le leggi attuali bastano due bicchieri di vino» per superare la soglia di legge — un’affermazione che suona più come critica alla norma che come difesa del proprio comportamento.

    Non si tratta del primo episodio che mette Pozzolo sotto i riflettori: il deputato è già stato condannato in primo grado dal Tribunale di Biella a un anno e tre mesi di reclusione per porto abusivo di arma da fuoco, in relazione a un fatto avvenuto il Capodanno 2024 da cui sarebbe partito un colpo che ferì alla gamba un uomo di nome Luca Campana.

    Vannacci rovescia il confronto: «E se fosse capitato a un chirurgo?”

    Per sminuire il peso politico della vicenda, Vannacci ha ripetuto più volte la stessa domanda provocatoria: se l’incidente fosse capitato a un cardiochirurgo o a un professore universitario, si sarebbe chiesta la loro testa? L’argomento, sul piano retorico, punta a denunciare una presunta disparità di trattamento mediatico nei confronti dei politici. Tuttavia, il paragone regge fino a un certo punto: un medico o un docente che guidasse in stato di ebbrezza incorrerebbe nelle medesime sanzioni previste dal Codice della strada, senza che ciò implicasse necessariamente la sospensione dall’attività professionale — a meno di specifiche disposizioni deontologiche. Un parlamentare non ha obblighi deontologici formali analoghi, ma risponde davanti all’opinione pubblica.

    Futuro Nazionale cresce: 90mila iscritti e nuovi ingressi

    A margine del caso Pozzolo, Vannacci ha colto l’occasione per rivendicare la crescita del suo movimento. «Abbiamo raggiunto 90mila iscritti», ha dichiarato, definendo Futuro Nazionale «l’unica vera novità politica degli ultimi quindici anni in Italia». Secondo fonti vicine al partito, sarebbero in arrivo nuovi ingressi da altri gruppi parlamentari: i nomi circolati sono quelli dei deputati di Forza Italia Maurizio Pierro e Davide Bergamini, e dei leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof. Vannacci non ha confermato né smentito, limitandosi a sorridere: «Non metto limiti alla provvidenza».

    Il partito punta anche alle prossime tornate elettorali: Vannacci ha annunciato lavori in corso per un candidato sindaco a Roma, una presenza alle comunali di Milano e alle regionali siciliane, pur senza escludere future alleanze con forze «che non attraversino le linee rosse» già definite.

  • Trump contro i media: dalla CNN alle licenze TV, guerra ai giornalisti «corrotti»

    Trump contro i media: dalla CNN alle licenze TV, guerra ai giornalisti «corrotti»

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    Washington, 4 giugno 2026. Nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito la CNN «un’organizzazione molto corrotta», con giornalisti che — a suo dire — sarebbero stati consapevoli di notizie false e avrebbero scelto di non correggerle. Poche ore prima, sempre via social, aveva puntato il dito anche contro ABC e NBC, evocando la possibilità di revocare le loro licenze trasmissive attraverso la FCC, la Federal Communications Commission.

    «Il ‘giornalismo’ corrotto non dovrebbe essere premiato, dovrebbe essere interrotto», ha scritto Trump, sostenendo che le due reti producono il 97% di copertura negativa nei suoi confronti e opererebbero di fatto come «un braccio del Partito Democratico».

    Il caso Iran: informazioni contrastanti

    L’attacco più recente riguarda la copertura degli attacchi militari statunitensi agli impianti nucleari iraniani, in particolare a Fordow. Sia la CNN che il New York Times avrebbero riportato in modo prominente una valutazione preliminare della Defense Intelligence Agency (DIA) secondo cui il programma nucleare iraniano sarebbe stato rallentato solo di qualche mese. Trump ha paventato licenziamenti per i giornalisti coinvolti, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha accusato queste testate di aver amplificato «in modo servile» quel rapporto, ignorando valutazioni contrarie: quella dell’agenzia israeliana per l’energia atomica, che parla di impianto «reso inoperativo», e quella dell’AIEA, che ha certificato «danni enormi». Il direttore della CIA John Ratcliffe, dal canto suo, ha dichiarato che fonti ritenute storicamente affidabili confermerebbero la distruzione di «diversi impianti nucleari iraniani chiave».

    Le valutazioni restano dunque contrastanti e non definitivamente verificabili dall’esterno. Il punto critico non è tanto chi abbia ragione sui danni a Fordow — questione ancora aperta — quanto il modo in cui media diversi scelgono quale fonte privilegiare e perché.

    La deriva delle licenze: uno spettro incostituzionale

    La minaccia di revocare le licenze ad ABC e NBC è, sul piano giuridico, priva di fondamento nell’attuale assetto normativo: la FCC non può togliere concessioni per ragioni editoriali o politiche senza violare il Primo Emendamento della Costituzione americana. Tuttavia, la pressione politica sull’agenzia — sempre più soggetta all’influenza dell’esecutivo — è un segnale che diversi analisti e organizzazioni per la libertà di stampa leggono come preoccupante. Anche il Partito Democratico italiano ha commentato la vicenda: «Un attacco diretto al pluralismo», ha dichiarato Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale del PD.

    Il punto che Trump non dice, e che però esiste

    Eppure, al netto delle forme — spesso aggressive, a tratti intimidatorie — c’è un nodo che l’attacco di Trump porta in superficie e che sarebbe disonesto ignorare. Il concetto classico di giornalismo come «cane da guardia del potere» presuppone un’equidistanza che, nelle grandi redazioni americane, è diventata sempre più rara. Studi indipendenti sul framing mediatico, ricerche sulla composizione politica delle redazioni e la stessa autocritica interna a testate come il New York Times documentano una tendenza alla copertura orientata, non sempre distinguibile da una presa di posizione partigiana.

    Il problema non è che i media critichino Trump — è loro diritto e dovere. Il problema è quando la critica sistematica sostituisce il racconto dei fatti, quando le fonti vengono selezionate in base alla narrativa preferita e quando il cittadino smette di essere il destinatario dell’informazione per diventare il bersaglio di una persuasione.

    In quel caso, il «cane da guardia del potere», cioè che difende “dal” potere, si trasforma nel cane da guardia “del” potere, cioè che appartiene al potere: non quello che abbaia contro chi comanda, ma quello che abbaia contro chi vuole sapere.

    Un invito, non solo una polemica

    Le parole di Trump vanno lette nel loro contesto: vengono da un presidente che ha tutto l’interesse a delegittimare chi lo controlla, e che usa la retorica delle «fake news» in modo strumentale e selettivo. Non è giornalismo critico negargli copertura; è propaganda negare che il problema che solleva esista.

    La vera sfida, per chi fa informazione, è restare equidistante dai fatti quando tutti — politici, inserzionisti, algoritmi e lettori affezionati — spingono nella direzione opposta. Una sfida che vale in America come in Italia. E a cui non si risponde con le licenze revocate, né con l’applauso a chi le minaccia. Una sfida che Byoblu accoglie ogni giorno.

  • Ecco cosa è successo al Consiglio dei Ministri di oggi, su lavoro in carcere, riforma asilo e GIP collegiale: i temi centrali

    Ecco cosa è successo al Consiglio dei Ministri di oggi, su lavoro in carcere, riforma asilo e GIP collegiale: i temi centrali

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    Si è tenuta oggi, 4 giugno 2026, la conferenza stampa successiva al Consiglio dei Ministri numero 176. A illustrare i provvedimenti approvati sono stati il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Di seguito una sintesi ragionata di quanto emerso, con il contesto necessario a comprendere le ricadute concrete per i cittadini.

    Lavoro e formazione professionale per i detenuti

    Nordio ha aperto la conferenza descrivendo quello che ha definito il provvedimento «che mi sta particolarmente a cuore»: uno schema normativo destinato a potenziare la formazione professionale all’interno delle carceri e a favorire l’inserimento lavorativo dei detenuti, sia durante la pena sia dopo il rilascio.

    Cosa prevede. Il decreto disciplina convenzioni tra istituti penitenziari e soggetti pubblici e privati per creare percorsi formativi e lavorativi concreti. L’obiettivo dichiarato è ridurre la recidiva: secondo Nordio, una quota significativa di chi torna a delinquere lo fa perché, una volta uscito, si trova privo di occupazione, reddito e spesso anche di un’abitazione. Il ministro ha citato esperienze internazionali a supporto della tesi che un’occupazione stabile dopo la liberazione tende ad azzerare il rischio di recidiva.

    Impatto sui cittadini. Un sistema carcerario che riduce la recidiva produce benefici diretti sulla sicurezza pubblica e sui costi sociali legati alla criminalità. Il provvedimento è in parte già esecutivo, in parte diventerà operativo successivamente.

    GIP collegiale e custodia cautelare: attuazione rinviata a febbraio 2027

    Nordio ha illustrato un aggiornamento relativo a una riforma già approvata circa due anni fa: la devoluzione delle ordinanze di custodia cautelare (la cosiddetta carcerazione preventiva) a un GIP collegiale, composto da tre giudici anziché uno solo.

    Il contesto. La riforma prevede anche l’obbligo di interrogatorio preventivo dell’indagato prima dell’emissione della misura cautelare. La ratio, ha spiegato il ministro, è garantire maggiore ponderazione in un atto che incide profondamente sulla libertà personale e armonizzarlo con il principio di presunzione di innocenza. Il riferimento alla prassi attuale è che il Tribunale del Riesame — organo già collegiale — libera frequentemente persone in precedenza incarcerate da giudici monocratici.

    Perché il rinvio. Nordio ha chiarito che la norma è già legge, ma che difficoltà tecniche legate alla digitalizzazione e alla gestione telematica degli atti ne impediscono al momento l’applicazione concreta. L’entrata in vigore effettiva è stata quindi spostata alla fine di febbraio 2027.

    Impatto sui cittadini. La riforma, una volta operativa, potrebbe incidere sulla popolazione carceraria riducendo il numero di persone in custodia cautelare poi non condannate, con effetti sul sovraffollamento delle carceri.

    Riforma dell’esame di abilitazione forense

    Il ministro della Giustizia ha annunciato il ripristino del modello tradizionale per l’accesso alla professione di avvocato, su richiesta del Consiglio Nazionale Forense. Secondo Nordio, la struttura dell’esame era stata modificata nel corso degli anni in modo tale da abbassare il livello di accesso alla professione. La nuova disciplina prevede prove scritte e orali più rigorose.

    Impatto sui cittadini. Una selezione più severa all’ingresso nella professione forense è presentata dal governo come una garanzia per i cittadini che si rivolgono a un avvocato.

    Sezioni specializzate in materia di asilo: tornano ai Tribunali circondariali

    Sempre Nordio ha comunicato il trasferimento della competenza delle sezioni specializzate in materia di asilo e immigrazione dalle Corti d’Appello ai Tribunali circondariali. La decisione, ha spiegato, è maturata dopo confronti con l’Associazione Nazionale Magistrati e con i presidenti delle Corti d’Appello, e tiene conto degli organici disponibili.

    Impatto sui cittadini. La modifica incide sui tempi e sulle sedi in cui vengono trattati i ricorsi in materia di protezione internazionale, con possibili riflessi sulle tempistiche di definizione delle pratiche.

    Responsabilità civile dei magistrati e responsabilità disciplinare

    In risposta a una domanda della giornalista Barbara Acquaviti (Asca News), sollevata in seguito all’archiviazione dei processi sulle stragi del 1993 per i cosiddetti «mandanti occulti» e alle dichiarazioni del vicepremier Salvini sulla responsabilità civile dei giudici, Nordio ha espresso una posizione netta.

    Il ministro ha affermato di ritenere «inutile» la responsabilità civile diretta dei magistrati come strumento sanzionatorio, poiché questi sono «ampiamente assicurati» e il risarcimento non avrebbe effetto deterrente. Ha sostenuto invece che il magistrato inadeguato debba essere sanzionato «nella carriera», attraverso la sezione disciplinare del CSM. Ha aggiunto che su eventuali ulteriori riforme in materia è in corso un confronto con i capigruppo di maggioranza, e che le conclusioni saranno rese note martedì prossimo.

    Il Patto europeo sulla migrazione: procedure accelerate di frontiera dal 13 giugno

    Il passaggio più articolato della conferenza è toccato al ministro Piantedosi, che ha illustrato il decreto legislativo di recepimento del Patto europeo per la migrazione e l’asilo, il cui corpus di regolamenti entra in vigore il 12 giugno 2026.

    La filosofia del provvedimento. Piantedosi ha sostenuto che negli anni il diritto d’asilo — definito «nobilissimo strumento» — è stato utilizzato in maniera «strumentale» per accedere e permanere sul territorio europeo, con iter amministrativi e giudiziari che si protraevano fino a tre o quattro anni. Il nuovo impianto normativo europeo fissa in 12 settimane il termine massimo complessivo per l’espletamento delle procedure, dalla fase amministrativa a quella giudiziaria.

    Le procedure accelerate di frontiera. Il decreto stabilisce chi è soggetto alle procedure obbligatorie: persone pericolose per la sicurezza nazionale, provenienti da paesi con tasso di accoglimento delle domande inferiore al 20%, o che abbiano fornito documenti o informazioni false. Per questi soggetti è previsto l’invio in luoghi di «provvisoria dimora» sul territorio nazionale — una misura che il ministro ha definito come una «limitata e temperata limitazione della libertà di circolazione» — per tutta la durata delle 12 settimane, previa convalida dell’autorità giudiziaria.

    Il primo trattenimento a 72 ore. Il decreto introduce anche la copertura normativa per il primo trattenimento nei luoghi di primo ingresso (come Lampedusa): fino a 72 ore, con convalida del giudice, per consentire lo screening e la prima identificazione delle persone che sbarcano senza documenti.

    Cosa rimane nel disegno di legge in Parlamento. Piantedosi ha precisato che altre norme — tra cui la disciplina del trattenimento nei CPR, il cosiddetto «blocco navale», le nuove ipotesi di espulsione ordinate dal giudice, le norme sui minori stranieri non accompagnati, la protezione speciale e il ricongiungimento familiare — restano nel disegno di legge immigrazione già all’esame del Parlamento.

    I dati sugli sbarchi citati dal ministro. Piantedosi ha ricordato che gli arrivi via Mediterraneo centrale sono passati, secondo le sue cifre, da 156.000 nel primo anno di governo agli attuali livelli, con una riduzione del 50% circa nei primi cinque mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il ministro ha attribuito questo calo a una serie di accordi con paesi di origine dei flussi (Bangladesh, Pakistan, Costa d’Avorio) e a iniziative di cooperazione internazionale.

    I controlli al confine con la Slovenia. Piantedosi ha confermato l’intenzione di proseguire con i controlli rafforzati alla frontiera orientale, già notificando un ulteriore semestre di proroga. In risposta alle osservazioni della Commissione Europea — che ha invitato i paesi membri a ripristinare la libera circolazione Schengen — il ministro ha sottolineato che misure analoghe sono adottate anche da Francia, Austria e Germania, e che l’obiettivo non è la «chiusura» dei confini ma un controllo «mirato e professionale».

    Impatto sui cittadini. Le nuove norme di frontiera riguardano direttamente le procedure a cui sono sottoposti i richiedenti asilo e i migranti irregolari in arrivo in Italia. Per i cittadini italiani, il governo prospetta tempi più rapidi di definizione delle pratiche e una gestione più ordinata dei flussi, con possibili riflessi sul sistema di accoglienza territoriale.

    Il caso Minetti e la grazia presidenziale

    In chiusura, Nordio ha commentato la conferma da parte del Quirinale della grazia a Nicole Minetti, dopo gli approfondimenti condotti dalla Procura Generale di Milano. Il ministro ha ringraziato il Presidente della Repubblica e la magistratura milanese per la «tempestività e professionalità» delle indagini, affermando che queste hanno confermato «l’assoluta infondatezza» delle notizie critiche circolate sulla stampa. Nordio ha dichiarato il caso «chiuso» e ha invitato l’opposizione — che aveva chiesto le sue dimissioni — a distinguere tra critica politica legittima e «credulità» verso notizie rivelatesi infondate.


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  • Guerra nel Golfo: droni su Kuwait e Bahrain, raid Usa vicino a Hormuz

    Guerra nel Golfo: droni su Kuwait e Bahrain, raid Usa vicino a Hormuz

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    Golfo Persico, 3 giugno 2026 — Nuovi attacchi hanno squassato il Golfo Persico mercoledì, in quello che appare come un’ulteriore escalation di un conflitto che dura ormai da oltre tre mesi. Droni e missili iraniani hanno colpito l’aeroporto internazionale di Kuwait City, uccidendo almeno una persona e ferendone più di sessanta, mentre gli Stati Uniti hanno condotto nuovi raid «difensivi» nella parte meridionale dell’Iran, in prossimità dello Stretto di Hormuz.

    Un cessate il fuoco che non regge

    Il conflitto ha avuto inizio il 28 febbraio scorso, quando Washington e Tel Aviv hanno lanciato le prime offensive contro l’Iran. Un accordo di cessate il fuoco è stato raggiunto all’inizio di aprile, ma le ostilità continuano a divampare con regolarità. Secondo quanto riferito da Defense News e da Al Jazeera, nella giornata di mercoledì le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato attacchi contro la sede della Quinta Flotta americana a Bahrain e contro una base aerea Usa nella regione. Il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha tuttavia smentito di aver subito danni, affermando che i missili balistici iraniani non hanno raggiunto i bersagli. In risposta, le forze statunitensi hanno colpito siti di lancio missilistico e imbarcazioni iraniane impegnate a posare mine nei pressi dell’isola di Qeshm.

    L’aeroporto del Kuwait ha temporaneamente sospeso i voli prima di riprendere le operazioni dopo le verifiche di sicurezza. Strutture aeroportuali e rappresentanze diplomatiche hanno riportato danni. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha commentato su X che «l’aggressione non colpisce un solo Paese, ma tutti noi», invocando una risposta unitaria e ferma da parte del Golfo.

    La contraddizione Trump: il Nobel per la pace e le bombe

    È difficile non notare la profonda contraddizione politica che attraversa questa crisi. Donald Trump, che aveva apertamente ambito al Nobel per la pace e si era più volte vantato di essere sul punto di chiudere un accordo storico per fermare i combattimenti, si trova oggi a gestire una guerra nel Golfo che non riesce a contenere, con un cessate il fuoco violato quasi quotidianamente.

    In un’intervista podcast diffusa proprio mercoledì, Trump ha affermato che l’Iran «ha già accettato di non dotarsi di armi nucleari» e che l’ayatollah Khamenei sarebbe direttamente coinvolto nei negoziati. Ha anche ammesso di aver apostrofato il premier israeliano Benjamin Netanyahu come «pazzo» — in un’accesa telefonata — nel tentativo di farlo desistere dalle operazioni in Libano. «Ad un certo punto gli ho detto: Bibi, dobbiamo fermarci», ha dichiarato Trump nel podcast.

    Eppure, nonostante queste dichiarazioni distensive, Israele ha continuato a colpire il Libano meridionale: mercoledì almeno sei persone sono rimaste uccise in attacchi di droni israeliani, con un raid su un’automobile avvenuto a poca distanza da Beirut — l’attacco più vicino alla capitale libanese da quando Trump aveva chiesto a Israele di non colpirla nell’ambito di un parziale cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti e annunciato lunedì.

    Negoziati congelati, economia in difficoltà

    Sul fronte diplomatico, i segnali non sono incoraggianti. L’agenzia semi-ufficiale iraniana Tasnim ha riferito che Teheran non ha risposto alle ultime comunicazioni americane e che lo scambio di messaggi tramite intermediari è sospeso fino al soddisfacimento delle condizioni iraniane relative al Libano. L’Iran chiede, tra le altre cose, la fine dei combattimenti in Libano, l’accesso a miliardi di dollari di proventi petroliferi bloccati, la revoca delle sanzioni sulle esportazioni di greggio e la fine del blocco navale ai propri porti.

    Trump è intanto sotto pressione per far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti: lo Stretto di Hormuz — che prima del conflitto movimentava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto — è di fatto chiuso da oltre tre mesi. I prezzi del petrolio hanno reagito agli ultimi attacchi con un rialzo superiore al 2%.

    Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema iraniana, ha avvertito che qualsiasi tentativo di «sopravanzare» l’Iran nei negoziati o nelle disposizioni sul cessate il fuoco sarà accolto con «una raffica di missili e droni».

    Il conto umano ed economico

    Il conflitto ha causato migliaia di vittime, principalmente in Iran e in Libano, e sta producendo serie ripercussioni sull’economia globale attraverso la destabilizzazione delle rotte energetiche. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato al Congresso americano che «la guerra contro l’Iran è finita», ma quanto accaduto mercoledì racconta una storia assai diversa. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se le trattative riprenderanno o se la spirale violenta è destinata ad aggravarsi ulteriormente.


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  • Zanzare sterili contro dengue e Zika: il piano di Google divide la scienza

    Zanzare sterili contro dengue e Zika: il piano di Google divide la scienza

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    Verily, la divisione di scienze della vita di Alphabet — la società madre di Google — ha presentato alle autorità americane una richiesta per liberare 32 milioni di zanzare maschio nelle zone più calde e umide degli Stati Uniti, in particolare Florida e California. Il bersaglio è la Aedes aegypti, specie invasiva e principale vettore di malattie gravi come dengue, Zika, febbre gialla e chikungunya. Il programma si chiama «Debug» — termine informatico che indica l’eliminazione degli errori di sistema — e punta a ridurre drasticamente la popolazione di questa zanzara attraverso la manipolazione biologica della sua riproduzione.

    Il meccanismo è articolato in tre passaggi: in laboratorio vengono selezionati e allevati solo esemplari maschi, i quali non pungono l’uomo nutrendosi di linfa vegetale. Questi maschi vengono poi infettati con il batterio Wolbachia, un microrganismo presente in natura, che ha la proprietà di impedire la schiusa delle uova quando il maschio si accoppia con una femmina selvatica. Il rilascio continuativo di questi insetti per più generazioni consecutive dovrebbe, nelle intenzioni di Verily, far crollare la popolazione locale di Aedes aegypti in modo irreversibile. A supporto della strategia, i promotori citano i risultati ottenuti a Singapore, dove un approccio simile avrebbe ridotto la presenza della zanzara tra l’80 e il 90%, con un calo di oltre il 70% dei casi di dengue tra la popolazione. Il progetto attende ancora il via libera definitivo dell’EPA, l’Agenzia americana per la Protezione Ambientale.

    Le domande a cui la scienza non ha ancora risposto

    Al di là dell’efficacia tecnica della soluzione, sono almeno due le grandi questioni ecologiche che la comunità scientifica internazionale solleva e che, secondo molti esperti, non hanno ancora ricevuto risposta adeguata.

    La prima riguarda gli effetti su altre specie animali: le modifiche artificiali alle dinamiche riproduttive di una specie — anche se condotte attraverso un batterio «naturale» come la Wolbachia — alterano l’evoluzione biologica di quella specie in modo intenzionale e su scala potenzialmente massiva. Rimane aperta la domanda se questi cambiamenti possano avere ricadute imprevedibili su altri insetti, su predatori, o più in generale sull’equilibrio di habitat complessi come quelli delle zone umide della Florida.

    La seconda questione, forse ancora più dirompente, riguarda le conseguenze a cascata di una riduzione drastica della popolazione di zanzare. Le zanzare, pur essendo vettori di malattie, costituiscono una fonte di nutrimento fondamentale per numerose specie di uccelli, pipistrelli, anfibi e pesci. Una loro eliminazione massiccia — soprattutto se la tecnica dovesse rivelarsi così efficace da propagarsi su scala geografica vasta — potrebbe innescare una serie di reazioni a catena nell’ecosistema, difficili da prevedere e ancora più difficili da invertire.

    Non si tratta di timori astratti: la storia delle manipolazioni umane sull’ambiente è costellata di interventi che, partiti con intenzioni lodevoli, hanno prodotto effetti disastrosi.

    Quando l’uomo ha «aggiustato» la natura: i precedenti storici

    Il caso più emblematico — e più citato in questo contesto — è quello della campagna cinese contro i passeri lanciata da Mao Zedong nel 1958 nell’ambito del Grande Balzo in Avanti. Gli uccelli vennero sterminati a milioni perché mangiavano i raccolti. Il risultato fu l’opposto di quello sperato: privati del loro predatore naturale, le cavallette esplosero in numero incontrollabile, devastando i campi di grano e contribuendo in modo significativo a una delle peggiori carestie della storia moderna, con milioni di morti.

    Ancora più vicino al contesto americano è il caso delle carpe asiatiche, introdotte negli anni Settanta negli Stati Uniti per controllare la crescita delle alghe negli allevamenti ittici. Fuggite nei fiumi durante le piene, hanno invaso il bacino del Mississippi, eliminando specie native e alterando in modo permanente l’ecosistema di fiumi e laghi.

    In Australia, l’introduzione del rospo marino (Bufo marinus) negli anni Trenta per combattere i coleotteri della canna da zucchero si trasformò in un disastro ecologico tuttora irrisolto: il rospo, privo di predatori naturali, proliferò senza controllo, decimando serpenti, lucertole e persino cani domestici attraverso le sue ghiandole velenose.

    Più recentemente, anche interventi con organismi geneticamente modificati hanno sollevato preoccupazioni: nel 2021 la statunitense Oxitec ottenne l’autorizzazione per rilasciare zanzare Aedes aegypti geneticamente modificate in Florida, in una sperimentazione che ancora oggi viene monitorata con attenzione critica da diverse organizzazioni ambientaliste.

    Tecnologia contro biologia: chi valuta il rischio?

    Il nodo centrale del dibattito non è se le zanzare siano pericolose — lo sono — né se le malattie che diffondono debbano essere combattute — devono esserlo. La questione è se uno strumento di questa portata, progettato da un colosso tecnologico privato e fondato su intelligenza artificiale e biotecnologie avanzate, abbia alle spalle una valutazione ecologica abbastanza approfondita e indipendente.

    Molti scienziati ritengono di no. Il fatto che i pesticidi tradizionali si siano rivelati inefficaci non significa necessariamente che l’alternativa biologica sia priva di rischi: significa semplicemente che stiamo cambiando strumento. Le conseguenze a lungo termine di una riduzione verticale della Aedes aegypti in interi ecosistemi rimangono, per ammissione degli stessi esperti, «difficili da prevedere».

    L’EPA dovrà ora decidere se queste incertezze siano accettabili. Nel frattempo, la comunità scientifica chiede che la valutazione del rischio ecologico sia condotta in modo rigoroso, trasparente e svincolato dagli interessi commerciali di chi propone l’intervento.

  • La Camera approva la legge delega sul nucleare: 155 voti a favore

    La Camera approva la legge delega sul nucleare: 155 voti a favore

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    La discussione era stata anticipata grazie a una modifica del calendario dei lavori votata a Montecitorio con 68 voti di scarto, su richiesta del deputato di Fratelli d’Italia Gianluca Vinci.

    Cosa prevede il disegno di legge

    È importante chiarire subito cosa fa e cosa non fa questo testo: la legge delega non autorizza la costruzione di nuove centrali nucleari, né individua siti o tempi operativi. Si limita a delegare al Governo il potere di adottare, entro i termini stabiliti, i successivi decreti legislativi che costruiranno il quadro normativo necessario per il ritorno all’energia nucleare in Italia.

    Secondo quanto riportato nel testo depositato alla Camera, il provvedimento si propone di intervenire in modo organico sulla produzione di energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione. Gli ambiti che i futuri decreti dovranno disciplinare comprendono: le procedure autorizzative per la costruzione di impianti, i criteri di sicurezza, la gestione delle scorie radioattive, il regime delle responsabilità e i meccanismi di compensazione per i territori che ospiteranno gli impianti. In quest’ultimo punto, le Commissioni parlamentari — Ambiente e Attività produttive — hanno introdotto durante l’iter la possibilità per i Comuni di autocandidarsi ad accogliere le strutture, nonché disposizioni per valorizzare le filiere industriali nazionali ed europee del settore.

    L’obiettivo di lungo periodo indicato dal governo è raggiungere, entro il 2050, una capacità installata di circa 8 gigawatt, una quota che potrebbe soddisfare intorno all’11% del fabbisogno elettrico nazionale.

    Nel testo della relazione illustrativa si riconosce esplicitamente che l’energia nucleare è classificata tra le attività sostenibili dal regolamento europeo sulla tassonomia (UE 2020/852) e che genera emissioni di gas serra prossime allo zero nella fase di produzione.

    Small Modular Reactors e reattori navali: le tecnologie in campo

    Quando il governo fa riferimento al “nuovo nucleare”, la tecnologia principalmente indicata sono gli Small Modular Reactors (SMR): piccoli reattori modulari con capacità tipicamente compresa tra 50 e 300 megawatt elettrici, progettati per essere prodotti in serie in stabilimenti industriali e poi assemblati sul sito finale. Rispetto alle grandi centrali convenzionali, i sostenitori della tecnologia indicano tempi di realizzazione più brevi e minore complessità costruttiva. Gli SMR potrebbero essere utilizzati non solo per produrre elettricità, ma anche per alimentare reti di teleriscaldamento, fornire calore ai processi industriali e contribuire alla produzione di idrogeno a basse emissioni.

    Il provvedimento guarda anche agli Advanced Modular Reactors (AMR), reattori di quarta generazione che impiegano sistemi di raffreddamento alternativi — come sali fusi, sodio liquido o piombo — rispetto ai reattori tradizionali ad acqua.

    Nelle ultime settimane si è aggiunta un’ipotesi ulteriore: l’utilizzo di mini-reattori per la propulsione di navi mercantili. Pichetto Fratin, intervistato da Tgcom24, ha dichiarato che su questo tema esiste già un confronto con Fincantieri, e ha citato reattori da 10-15 megawatt. Si tratterebbe di una fase puramente esplorativa e tecnica: al momento non esistono decisioni operative né progetti esecutivi. Il ministro ha ricordato che la propulsione nucleare nei sommergibili militari è una tecnologia consolidata da decenni.

    Il nodo energetico: avere il nucleare o restarne circondati?

    Uno degli argomenti più rilevanti del dibattito riguarda la situazione attuale dell’Italia, che non produce energia nucleare dal 1990 — dopo i referendum del 1987 — ma che importa stabilmente quote significative di elettricità dall’estero, in particolare dalla Francia, il cui sistema energetico è basato per circa il 70% sul nucleare.

    Il testo della relazione governativa al ddl evidenzia un punto spesso sottovalutato: l’Italia dipende attualmente in misura rilevante dalle importazioni di energia elettrica, specialmente nelle ore notturne, quando le fonti rinnovabili — solare in primo luogo — non producono. La relazione avverte che l’invecchiamento del parco nucleare francese e la crescita della domanda nei Paesi attualmente esportatori potrebbero rendere meno affidabile questa fonte di approvvigionamento nel lungo termine.

    In termini concreti, la situazione attuale comporta che l’Italia acquisti energia prodotta con tecnologia nucleare da altri Paesi, rinunciando però ai vantaggi economici e occupazionali di produrla in proprio, e accettando i rischi legati alla dipendenza da decisioni politiche ed energetiche altrui. Secondo dati richiamati nel ddl, l’Italia è già circondata da centrali nucleari operative: in Francia, Svizzera e Slovenia. Eventuali incidenti in questi impianti avrebbero impatti ambientali sul territorio italiano indipendentemente dalle scelte energetiche nazionali.

    Il confronto con le rinnovabili: costi ed efficienza

    La relazione governativa riconosce le fonti rinnovabili come la priorità nella transizione energetica, ma evidenzia alcune limitazioni strutturali. L’energia solare e quella eolica sono per natura non programmabili: la loro produzione dipende dalle condizioni atmosferiche e non può essere regolata in base alla domanda. Questa caratteristica impone la necessità di sistemi di accumulo — come le batterie — o di fonti complementari in grado di garantire continuità di fornitura nelle ore in cui le rinnovabili non producono.

    Dal punto di vista dei costi, le rinnovabili hanno registrato una riduzione significativa negli ultimi anni: il fotovoltaico in particolare è oggi tra le fonti più economiche in fase di produzione. Tuttavia, i costi complessivi del sistema energetico non si misurano solo sull’energia prodotta, ma anche sulla necessità di garantire la cosiddetta “baseload” — la quota di produzione continua e stabile. È in questo segmento che i sostenitori del nucleare ritengono che la tecnologia sia competitiva, in quanto capace di produrre elettricità decarbonizzata 24 ore su 24, sette giorni su sette, indipendentemente dalle condizioni climatiche.

    Non adottare una fonte stabile e decarbonizzata come il nucleare, secondo la logica del ddl, significherebbe dover ricorrere a centrali a gas per coprire i picchi di domanda non coperti dalle rinnovabili, con conseguenti emissioni di CO₂ e dipendenza dalle forniture di gas naturale — prevalentemente importato.

    Le voci critiche, che il testo del ddl non riporta ma che animano il dibattito pubblico, riguardano invece i tempi di costruzione degli impianti nucleari (storicamente più lunghi del previsto), i costi di realizzazione (frequentemente superiori alle stime iniziali), la questione irrisolta dello stoccaggio definitivo delle scorie radioattive e i rischi residui di sicurezza.

    Le reazioni politiche

    Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha commentato positivamente il voto in commissione a metà maggio, definendo il ddl una scelta nella direzione di «una politica energetica più sicura, moderna e competitiva» e rivendicando per FI la primogenitura dell’iniziativa con una risoluzione presentata in precedenza dal deputato Luca Squeri.

    I prossimi passi

    Il testo approderà ora al Senato. Se l’iter rispetterà i tempi auspicati dall’esecutivo, la legge delega sarà definitivamente approvata entro l’estate, e i decreti legislativi attuativi — quelli che effettivamente disciplineranno le procedure e le condizioni per i nuovi impianti — potrebbero essere emanati entro la fine del 2026. Solo allora si potrà valutare in concreto quale forma assumerà il “ritorno al nucleare” italiano.


    Fonti: