Nella mattinata del 15 giugno 2026, mentre l’Air Force One lo trasportava verso Ginevra per poi raggiungere il vertice del G7 ad Évian, in Francia, il presidente americano Donald Trump ha pubblicato su Truth Social un post destinato a far discutere: «Se importi persone da Paesi del Terzo Mondo, diventi in fretta il Terzo Mondo. E non ci puoi fare niente». Il messaggio, sintetico e provocatorio come da abitudine comunicativa del tycoon, è rimbalzato sulle principali agenzie internazionali a poche ore dall’apertura del summit, fissato per tre giorni fino al 17 giugno.
Il contesto: un G7 carico di tensioni
Il vertice di Évian-les-Bains, sulle rive del lago di Lemano, si svolge in un momento di eccezionale densità geopolitica. Sul tavolo ci sono il conflitto in Ucraina, con la presenza del presidente Volodymyr Zelensky, la crisi in Medio Oriente e le conseguenze degli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro Teheran. Il presidente francese Emmanuel Macron ha anticipato che si discuterà anche delle ricadute dell’accordo con l’Iran, del sostegno al Libano e della questione del nucleare iraniano, con il coinvolgimento di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
Tra i leader presenti ci sono, oltre a Trump e Macron, il premier britannico Keir Starmer, il canadese Mark Carney, la premier italiana Giorgia Meloni e la premier giapponese Sanae Takaichi. All’aeroporto di Ginevra, blindato, Trump è stato accolto personalmente da Macron. A margine del summit è atteso un bilaterale tra i due presidenti.
Nella giornata di domenica 14 giugno, Ginevra aveva già registrato violenti scontri nei pressi della sede delle Nazioni Unite, con manifestanti anti-G7 che hanno lanciato pietre e petardi contro la polizia, la quale ha risposto con lacrimogeni.
Il post di Trump: slogan politico o riflessione seria?
La frase pronunciata da Trump si inserisce in una narrativa già ampiamente consolidata nella sua azione di governo: la sospensione dell’immigrazione dai Paesi classificati come «sensibili», il riesame delle green card, le promesse di espulsione di chi non sia considerato «un patrimonio per gli Stati Uniti». Una visione che, nella sua versione più radicale, tende a trattare l’immigrazione come un fenomeno monolitico e intrinsecamente negativo.
Eppure, proprio la semplificazione contenuta in quel post rivela un punto cieco nell’analisi. Se è vero che l’apertura indiscriminata dei confini, senza criteri selettivi né capacità di integrazione, può generare tensioni sociali ed economiche difficili da gestire, è altrettanto vero che esistono esempi concreti di come un’immigrazione regolata e qualificata possa rappresentare una risorsa strategica.
Il modello europeo: immigrazione selettiva come leva competitiva
La Germania, ad esempio, ha sviluppato negli anni un sistema strutturato per attrarre lavoratori qualificati da Paesi extra-UE, in risposta alla cronica carenza di competenze in settori come l’ingegneria, l’informatica e la sanità. Non si tratta di aprire le porte a chiunque, ma di definire percorsi rigorosi — test di qualificazione, riconoscimento dei titoli di studio, contratti pre-stipulati — che consentano di portare in Europa professionisti già formati, colmando lacune che il mercato interno non riesce a riempire.
Questo approccio acquista un peso ulteriore nel contesto attuale, caratterizzato da un fenomeno sempre più preoccupante: la fuga dei cervelli. Molti Paesi occidentali, Italia inclusa, perdono ogni anno migliaia di laureati e specialisti che emigrano verso economie più dinamiche o più remunerative. In questo quadro, limitarsi a chiudere i confini non basta: il primo imperativo è creare le condizioni perché i talenti nostrani non abbiano motivo di andarsene. Solo in un secondo momento, e con criteri trasparenti, ha senso ragionare su come attrarre intelligenze qualificate dall’estero.
Due verità che non si escludono
Il post di Trump coglie una preoccupazione reale, condivisa da molti cittadini europei e americani: l’immigrazione incontrollata, quando supera la capacità di assorbimento di un sistema, genera costi sociali, tensioni identitarie e pressioni sui servizi pubblici. Su questo, il dibattito è legittimo e necessario.
Non è in contraddizione sostenere anche che ridurre ogni forma di immigrazione a un’equazione perdente significa ignorare decenni di evidenza empirica che mostrano come le migrazioni selettive, governate da politiche serie e sistemi di valutazione rigorosi, abbiano contribuito allo sviluppo economico e all’innovazione in molte delle nazioni oggi più competitive al mondo. La differenza non è tra “importare” o non importare persone: è tra farlo con metodo oppure senza.









