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  • IA e data center: a cosa serve il ritorno al nucleare

    IA e data center: a cosa serve il ritorno al nucleare

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    Andrea Ferrario, esperto milanese di tecnologia e divulgatore digitale, ha pubblicato da poco un’analisi approfondita sui costi nascosti dell’intelligenza artificiale: non quelli economici, ma quelli energetici, ambientali e sociali che ricadono sulle comunità locali in tutto il mondo, Italia compresa.

    Una corsa all’oro da 725 miliardi di dollari

    Il punto di partenza è un quartiere alla periferia di Memphis, Tennessee: si chiama Boxtown, e al suo interno sorge Colossus, uno dei data center più grandi del pianeta, di proprietà di xAI, la società di Elon Musk. Per alimentarlo sono state installate decine di turbine a gas, stando a quanto riportato, senza le necessarie autorizzazioni. Un caso emblematico, ma non isolato: Microsoft, Google, Amazon e Meta sono tutte impegnate nella stessa corsa, con investimenti annunciati che nel solo 2026 raggiungono i 725 miliardi di dollari, il 75% in più rispetto all’anno precedente.

    L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha stimato che il consumo elettrico dei data center statunitensi passerà dagli attuali 415 TWh annui a circa 945 TWh, rappresentando da solo il 50% della crescita totale della domanda energetica degli Stati Uniti.

    Come si misura un data center (e perché conta)

    Nell’industria, un data center non si misura in metri quadri ma in watt. La logica è semplice: ogni struttura è essenzialmente una macchina che trasforma energia elettrica in potenza di calcolo. Per ogni watt consumato dai server, ne serve un altro equivalente per il raffreddamento. Questo vincolo fisico spiega perché i data center tendano a concentrarsi in luoghi con abbondanza di energia e di acqua.

    Negli Stati Uniti esistono cinque grandi cluster: la Virginia del Nord (con 4.040 MW installati), Atlanta, Dallas-Fort Worth, Chicago e Phoenix. A questi si aggiungono mega-campus come Hyperion di Meta in Louisiana, pianificato su 14 km² per 5 GW di potenza — l’equivalente di cinque centrali nucleari — e il progetto Stargate di OpenAI, da 500 miliardi di dollari, che ha già aperto il primo sito in Texas.

    In Europa, i tradizionali hub di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino (raggruppati sotto l’acronimo FLAP-D) stanno raggiungendo la saturazione. Francoforte assorbe fino al 40% del consumo elettrico cittadino, mentre i data center irlandesi pesano per il 21% dell’intera elettricità nazionale, più dei consumi domestici di tutte le città dell’isola messe insieme. La ricerca di nuove aree spinge verso Spagna e Francia, dove Meta sta costruendo a Talavera un campus che richiederà 504 milioni di litri d’acqua l’anno dal fiume Tago.

    L’Italia nel mirino: Milano e la Pianura Padana

    Il governo italiano ha già autorizzato 14 nuovi data center per un totale di 2,5 miliardi di euro di investimenti. Tredici dei quattordici sono in Lombardia. Milano da sola concentra il 68% della potenza nazionale installata e punta a superare il gigawatt entro il 2028.

    Secondo i dati di Terna, le richieste di connessione alla rete nazionale da parte di nuovi data center hanno raggiunto a fine 2025 i 69 GW, tredici volte il valore del 2023 — più dell’intera domanda di picco del paese, che si attesta intorno ai 60 GW. Si tratta, è bene precisarlo, di richieste e non di progetti consolidati: la stima ufficiale di Terna è molto più cauta e prevede un’aggiunta di 3 GW entro il 2030 e di 5 GW entro il 2035, pari a un massimo del 13% dei consumi nazionali.

    I costi infrastrutturali per adeguare la rete verranno però ripartiti su tutti i cittadini attraverso la voce “oneri di sistema” in bolletta, che già oggi vale il 15-20% della spesa totale. La concentrazione geografica nell’asse Milano-Bergamo, che da sola pesa per il 50% dei consumi nazionali legati ai data center, rischia di tradursi in aumenti tariffari localizzati. Un’indagine di Bloomberg ha rilevato che nelle zone entro 80 km dai principali data center americani il prezzo dell’elettricità è cresciuto fino al 267% in cinque anni.

    Qualità dell’aria, acqua e rumore: i rischi locali

    Oltre alle bollette, emergono preoccupazioni sulla qualità ambientale. In Virginia del Nord, i generatori diesel di emergenza dei data center — che non vengono usati solo come backup ma avviati regolarmente per manutenzione e nei picchi di carico — hanno aumentato le emissioni di monossido di carbonio del 196%, gli ossidi di azoto del 111% e il particolato fine del 139% in meno di dieci anni.

    Per la Pianura Padana, dove i livelli di inquinamento atmosferico superano già i valori medi di attenzione, la concentrazione di nuovi impianti in un’area ad altissima densità abitativa (circa 22 milioni di persone) rappresenta un fattore di rischio concreto.

    Sull’acqua, i data center consumano in media 2 litri per ogni kWh utilizzato. Il solo addestramento del modello GPT-3 di OpenAI avrebbe evaporato circa 700.000 litri di acqua dolce. In Lombardia il rischio è attenuato dall’uso di sistemi di raffreddamento a circuito chiuso e dalla ricchezza della falda acquifera padana, ma rimane una variabile da monitorare.

    Infine, il rumore: vicino agli edifici i livelli sonori superano i 90 decibel, con i generatori diesel che arrivano a 105 dB. Studi pubblicati associano l’esposizione cronica a livelli superiori ai 65 dB a stress, ipertensione e disturbi del sonno.

    L’IA fa rinascere il nucleare

    La conseguenza più inattesa di questa corsa è la renaissance del nucleare. Microsoft ha già firmato un contratto per riaprire l’unità 1 della centrale di Three Mile Island in Pennsylvania (la 2 era quella coinvolta nell’incidente del 1979) per una fornitura ventennale da 835 MW. Amazon ha acquisito un campus adiacente a una centrale nucleare in Pennsylvania, assicurandosi 1.920 MW fino al 2042. Google e Amazon stanno investendo nei reattori modulari di piccola taglia (SMR): Google ne prevede sei o sette, Amazon ne ha pianificati dodici da 80 MW ciascuno.

    In Europa, il Regno Unito ha approvato la costruzione di Sizewell C, una centrale da 3,2 GW e 38 miliardi di sterline progettata esplicitamente per i carichi dell’IA. La Francia riserva capacità nucleare già esistente per i data center. La Svezia ha autorizzato l’estensione della vita delle proprie centrali a 80 anni, oltre alla costruzione di nuovi impianti. In Romania sono previsti nuovi reattori.

    Nel breve periodo (2025-2029), la stragrande maggioranza dell’energia per i data center continuerà però a provenire da gas naturale, carbone e diesel. I reattori modulari non raggiungeranno una produzione di massa commerciale prima del 2032-2035.

    Proiezioni globali e possibili soluzioni

    La domanda globale di capacità di data center dovrebbe salire dagli attuali 82 GW a 219 GW entro il 2030, con un consumo elettrico che l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima tra 700 e 1.700 TWh annui entro il 2035, con un caso base intorno ai 1.200 TWh — pari al 4% di tutta l’elettricità mondiale.

    È in questo contesto che si inserisce il dibattito sulle possibili soluzioni. A livello normativo, l’Unione Europea dovrebbe pubblicare entro il 2027-2028 una direttiva specifica sui data center con vincoli ecologici, che potrebbe includere il divieto di costruire nuovi impianti non autosufficienti dal punto di vista energetico. Per l’Italia, il nodo rimane l’assenza di nucleare domestico: i primi impianti operativi non sono attesi prima del 2035-2036.

    Sul piano tecnologico, le strade percorse nel mondo includono:

    Reattori modulari SMR, più sicuri, scalabili e adattabili alla domanda dei data center;

    Accordi di acquisto di energia rinnovabile a lungo termine (PPA), già in uso da Google e Amazon;

    Sistemi di raffreddamento a circuito chiuso, obbligatori in Italia per decreto, che limitano il consumo idrico;

    Normative di localizzazione, per evitare la concentrazione in poche aree urbane già sotto pressione;

    Aggiornamento delle reti di distribuzione, per gestire l’impatto sulla qualità del segnale elettrico, che negli USA si è degradato fino a 32 km dai siti dei data center.

    L’intelligenza artificiale si avvia a diventare un’infrastruttura di base paragonabile alla rete elettrica o idrica. Le scelte che governi, aziende e regolatori compiranno nei prossimi tre-cinque anni determineranno se questa transizione avverrà in modo ordinato o lasciando ricadute pesanti su ambiente, bollette e salute pubblica.


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  • Brasile-Marocco 1-1: Ancelotti non va oltre il pari al debutto mondiale

    Brasile-Marocco 1-1: Ancelotti non va oltre il pari al debutto mondiale

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    New York, 13 giugno 2026 — Un pareggio che sa di rimpianto per il Brasile. Al MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey, la Seleção guidata da Carlo Ancelotti non è andata oltre l’1-1 contro il Marocco nella gara d’apertura del Gruppo C dei Mondiali 2026. A salvare il cinque volte campione del mondo è stato Vinícius Júnior, con un sinistro preciso al 32° minuto che ha risposto al vantaggio marocchino firmato da Ismael Saibari al 21°.

    Una partita a due facce

    Il Marocco ha dominato il primo tempo con pressing alto e una circolazione di palla ordinata e intensa. Il vantaggio degli africani è nato da un errore individuale brasiliano: Lucas Paquetá ha perso un pallone smistato da Ibañez, la palla è rimbalzata su Bilal El Khannouss, è arrivata a Mazraoui e poi a Brahim Díaz, il cui filtrante ha liberato Saibari in area. Alisson in ritardo sull’uscita, il PSV attaccante a scavalcarlo in pallonetto: 1-0.

    La risposta brasiliana è arrivata grazie alla qualità individuale di Vinícius Junior: scambio con Bruno Guimarães sulla fascia sinistra, un paio di tocchi per creare spazio e conclusione sul secondo palo che non ha lasciato scampo a Yassine Bounou. Per Vinícius si tratta del decimo gol in nazionale.

    Nella ripresa Ancelotti ha operato cambi mirati — fuori Casemiro per Fabinho, dentro Danilo, poi Cunha e Henrique — per cercare più equilibrio e vivacità, ma la gara non ha prodotto ulteriori reti. Il portiere Alisson ha evitato la beffa nel finale, negando il gol a Amaimouni su ribattuta.

    L’ombra del Brasile 1982

    Il pareggio riporta inevitabilmente alla memoria il divario tra questo Brasile e quello che incantò il mondo quarantaquattro anni fa. Il Brasile del 1982, allenato da Telê Santana, era una macchina da gol senza freni: Zico, Sócrates, Falcão, Cerezo formavano una centrocampo irripetibile, capace di produrre calcio totale e offensivo. Quella squadra fu eliminata ai gironi dall’Italia di Paolo Rossi — in una delle partite più celebri della storia del calcio, conclusasi 3-2 — ma lasciò un’impronta stilistica che il Brasile non ha più saputo eguagliare.

    Il Brasile 2026 è una squadra diversa per composizione e impostazione. Neymar, infortunato al polpaccio destro, non era in campo. La rosa conta su individualità importanti come Raphinha, Casemiro e lo stesso Vinícius, ma l’impressione complessiva di questa prima uscita è stata quella di una squadra ancora in cerca di un’identità tattica definita.

    L’impostazione di Ancelotti e le dichiarazioni post partita

    Ancelotti, primo allenatore straniero a guidare il Brasile in un Mondiale, ha schierato la Seleção con un 4-2-3-1 che sulla carta garantisce copertura e verticalizzazioni rapide. In pratica, il primo tempo ha evidenziato difficoltà nel costruire gioco dal basso e una certa permeabilità al pressing avversario. I due cambi a fine primo tempo — struttura riorganizzata in mediana — hanno mostrato un allenatore attento a correggere in corsa.

    Al termine del match, secondo quanto riportato da ESPN e Sporting News, non sono state diffuse dichiarazioni ufficiali articolate da parte di Ancelotti. Le agenzie hanno riportato solo brevi note tecniche.

    Il Brasile ha comunque mantenuto la propria striscia di imbattibilità nelle partite inaugurali dei Mondiali, che sale a 21 gare consecutive senza sconfitte all’esordio (l’ultima risale al 1934 contro la Spagna).

    I prossimi impegni

    La Seleção tornerà in campo venerdì prossimo a Philadelphia contro Haiti. Chiuderà poi la fase a gironi contro la Scozia a Miami Gardens. Per il Marocco, invece, appuntamento venerdì a Foxborough contro la Scozia, poi Haiti ad Atlanta. Il MetLife Stadium, teatro di questo pareggio, ospiterà a luglio la finale del torneo.

  • Melinda Gates e Epstein: il male che si vede subito, ma si racconta dopo 27 anni

    Melinda Gates e Epstein: il male che si vede subito, ma si racconta dopo 27 anni

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    Melinda French Gates ha rilasciato al Guardian una lunga intervista in cui racconta, tra lacrime trattenute e reazioni viscerali, dell’unico incontro avuto con Jeffrey Epstein. Un incontro che, a suo dire, le provocò gli incubi. Un incontro dopo il quale, dice, capì immediatamente di trovarsi di fronte a una persona malvagia. Intuizione fulminante, per carità. Peccato che suo marito Bill Gates continuasse a frequentare quell’uomo per anni, e che lei — nonostante «le obiezioni» sollevate — sia rimasta sposata con lui per altri lustri.

    Il racconto dell’orrore (con tempistiche curiose)

    Nell’intervista, alla domanda su cosa l’avesse così turbata durante quell’incontro con Epstein, la filantropa ha avuto una reazione emotivamente intensa: si è girata verso la finestra, le ha tremato la voce, ha detto che il cuore le stava battendo forte. «Hai mai incontrato qualcuno di cui sai immediatamente che è il male?», ha chiesto alla giornalista. «Ecco, hai la risposta».

    Potente, senza dubbio. Ma sorge spontanea una domanda che nessun comunicato stampa può silenziare: se il male era così evidente, così viscerale, così immediato, perché ci sono voluti anni — e un divorzio pubblico nel 2021 — prima che Melinda trovasse la forza di allontanarsi da un matrimonio in cui quell’uomo era frequentatore di casa?

    Le email, le «ragazze russe» e le smentite di Gates

    A gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha reso pubblico un archivio di email legate all’orbita Epstein. Tra queste, messaggi in cui Epstein avrebbe annotato che Bill Gates aveva contratto una malattia sessualmente trasmissibile dopo rapporti extraconiugali con «ragazze russe», e che stava pianificando di somministrare antibiotici alla moglie di nascosto. Gates ha smentito categoricamente queste affermazioni, definendo quella email — mai inviata, scritta da Epstein a sé stesso — un possibile tentativo di attacco nei suoi confronti. Ha anche parlato direttamente allo staff della Gates Foundation, ammettendo comportamenti personali ma negando qualsiasi illecito.

    Melinda, in un’intervista a NPR subito dopo la pubblicazione dei documenti, aveva detto di essere «felice di essere lontana da tutto quel fango», invitando gli uomini coinvolti — incluso l’ex marito — a rispondere delle proprie azioni.

    La giustizia che «non ha fatto il suo lavoro»

    Sul perché Epstein abbia potuto agire indisturbato per così tanto tempo, French Gates è stata netta: «Il sistema giudiziario non ha fatto il suo lavoro. Punto. Si poteva fermare». Parole giuste. Ma la domanda che rimane sullo sfondo è un’altra: quante persone del suo stesso ambiente — miliardari, filantropi, frequentatori di cerchie esclusivissime — sapevano qualcosa e hanno scelto il silenzio?

    Nota a margine, per i lettori più attenti: Melinda French Gates è anche tra le figure che hanno preso parte all’organizzazione di simulazioni pandemiche — come il famoso Event 201 del 2019, sponsorizzato proprio dalla Gates Foundation — che con singolare tempismo precedono l’insorgenza di pandemie reali con caratteristiche sorprendentemente simili a quelle «esercitate». Una coincidenza, presumibilmente.

    Ora la filantropia, i $215 milioni e la pace ritrovata

    Oggi Melinda French Gates gestisce Pivotal, la sua fondazione personale fondata nel 2015, che ha già stanziato 2 miliardi di dollari per progetti a sostegno di donne e famiglie. Nel 2024 ha ricevuto 12,5 miliardi da Bill Gates come parte dell’accordo di divorzio. Questo mese annuncia un nuovo impegno da 215 milioni di dollari per la salute femminile, tra salute riproduttiva e menopausa.

    Vive a Seattle, frequenta librerie indipendenti, fa passeggiate con le amiche al tramonto con il decaffeinato in mano. Ha visto un airone blu stamattina e ne parla con orgoglio. Patrimonio personale stimato: circa 30 miliardi di dollari.

    Bella vita, dunque. Costruita nel tempo — molto tempo — prima che certe consapevolezze diventassero pubbliche.


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  • Trump annuncia: accordo Usa-Iran firmato domani, poi Hormuz riaperto a tutti

    Trump annuncia: accordo Usa-Iran firmato domani, poi Hormuz riaperto a tutti

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    Donald Trump ha annunciato questa sera — tramite un lungo post sul suo social network Truth — che l’accordo tra Washington e Teheran «dovrebbe essere firmato domani», domenica 14 giugno, e che «subito dopo la firma, lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti». L’annuncio arriva in un contesto di forte tensione, con i bombardamenti americani sulle installazioni nucleari iraniane intensificatisi nelle scorse settimane, e proprio mentre si susseguivano segnali contraddittori sulla tenuta dei negoziati.

    Il contenuto dell’accordo: cosa dice Trump (e cosa non dice)

    Nel suo post, Trump ha descritto l’intesa come «l’esatto opposto» dell’accordo JCPOA siglato nel 2015 dall’amministrazione Obama, che — a suo giudizio — rappresentava «un percorso facile verso la bomba nucleare». La nuova intesa, ha scritto, sarebbe invece «un muro senza armi nucleari»: l’Iran non potrà acquisirle né svilupparle, «né tramite acquisto, né sviluppo, né in alcun altro modo».

    Trump ha aggiunto che, a differenza del JCPOA, non ci sarà «alcuno scambio di denaro» con Teheran — un riferimento esplicito ai circa 1,7 miliardi di dollari in contanti trasferiti dall’amministrazione Obama all’Iran come parte di un accordo separato sui debiti pregressi. Ha però precisato che, «al momento opportuno, quando tutto sarà tranquillo», gli Stati Uniti interverranno per recuperare il materiale nucleare iraniano sepolto «in profondità sotto le montagne di granito», grazie ai bombardieri B-2. Una frase che suona meno come una garanzia di pace e più come la descrizione di un’operazione militare differita.

    I dettagli tecnici dell’intesa — il meccanismo di verifica, i tempi di smantellamento degli impianti, le eventuali sanzioni residue — non sono stati resi noti al momento della pubblicazione di questo articolo.

    Lo Stretto di Hormuz: perché è così importante

    Lo Stretto di Hormuz è il varco marittimo tra il Golfo Persico e il Mare Arabico. Ha una larghezza minima di circa 33 chilometri, ma per il traffico commerciale le corsie navigabili si restringono a pochi chilometri. Circa il 20-21% del petrolio consumato nel mondo transita da qui, insieme a quantità significative di gas naturale liquefatto (GNL) proveniente da Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iran stesso. Bloccarlo — o anche solo minacciarne il blocco — è storicamente una delle leve geopolitiche più potenti di Teheran.

    Negli ultimi mesi, in seguito all’escalation militare e alle sanzioni, l’Iran aveva ridotto la cooperazione per il transito delle petroliere, contribuendo a tensioni sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio ha reagito con volatilità alle notizie dei negoziati: nelle ore successive all’annuncio di Trump si attendevano movimenti significativi sui mercati.

    Esistono vie alternative?

    Sì, ma nessuna è priva di costi o limitazioni:

    Oleodotto East-West (Arabia Saudita): collega i giacimenti del Golfo al Mar Rosso, bypassando Hormuz. Capacità limitata rispetto ai volumi in gioco, circa 5 milioni di barili al giorno.

    Oleodotto Abu Dhabi-Fujairah (EAU): scarica il petrolio emiratino direttamente nell’Oceano Indiano. Operativo, ma con capacità ridotta.

    Vie terrestri: il trasporto via terra rimane marginale per i grandi volumi petroliferi, ostacolato dalle infrastrutture insufficienti e dall’instabilità regionale. Non è un’alternativa praticabile su larga scala nel breve periodo.

    In sintesi: se Hormuz riaprisse stabilmente al traffico internazionale, l’effetto sui prezzi dei carburanti potrebbe essere significativo, con una pressione al ribasso che tuttavia dipende anche dalla domanda globale, dalle scorte esistenti e dalle politiche OPEC+. Un accordo credibile e duraturo potrebbe contribuire a ridurre il premio di rischio geopolitico già incorporato nei prezzi.

    Cosa vuole Washington, cosa vuole Teheran

    Gli obiettivi dichiarati dell’amministrazione Trump sono chiari: denuclearizzazione completa dell’Iran, nessun trasferimento di denaro, accesso ai siti per la rimozione del materiale fissile. In parallelo, Washington punta a stabilizzare i prezzi energetici globali e a ridurre l’influenza iraniana sulle milizie regionali (Hezbollah, Houthi, fazioni irachene).

    Quello che Washington non dice esplicitamente — ma che emerge dalla storia recente — è l’interesse a ridimensionare strutturalmente la capacità militare e d’influenza regionale dell’Iran, senza necessariamente voler cambiare regime, ma svuotandone le leve di potere esterno.

    L’Iran, dal canto suo, vuole anzitutto la fine dei bombardamenti e la revoca delle sanzioni economiche che hanno devastato la sua economia. Su questo punto le fonti sono concordi nel segnalare che Teheran è disposta a trattare, ma non intende firmare una resa. Il programma nucleare — anche se formalmente «civile» — è considerato dalla Repubblica Islamica una garanzia di sopravvivenza del regime, e rinunciarvi del tutto implica ottenere in cambio garanzie di sicurezza credibili.

    Scenari possibili

    Se l’accordo verrà firmato domani come annunciato: ci si aspetta una fase di verifica tecnica prolungata, probabilmente sotto supervisione internazionale (AIEA o altro meccanismo). L’apertura di Hormuz potrebbe avvenire in tempi relativamente rapidi, con effetti positivi sui mercati petroliferi nel breve termine. Resterebbe da vedere se l’accordo reggerà alla prova dei fatti, considerato che sia l’Iran che gli Stati Uniti hanno interessi contrapposti sulla fase attuativa.

    Se la firma slitterà o si arena: il segnale sarebbe letto dai mercati come un fallimento diplomatico, con possibile ritorno delle tensioni sullo stretto e nuova pressione sui prezzi energetici globali.

    Trump è un giocatore di poker che ha abituato gli osservatori e i suoi avversari a dichiarazioni roboanti, nel tentativo di costruire realtà che poi si autoavverano. Fino ad ora, tuttavia, spesso senza successo.

  • Cadavere nel bagagliaio e furgone svaligiato: Mondiale noir

    Cadavere nel bagagliaio e furgone svaligiato: Mondiale noir

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    Due cronache nere si intrecciano nel cuore del Mondiale 2026, riportando la rassegna iridata dalle pagine sportive a quelle di giudiziaria: da una parte il Messico, con un cadavere ritrovato a pochi metri dal campo di allenamento dell’Iran; dall’altra il Missouri, dove ignoti hanno ripulito i furgoni della nazionale inglese durante un trasferimento dalla Florida.

    A Tijuana, città del nord-ovest messicano che le statistiche ufficiali collocano tra le più pericolose del paese — con oltre 1.200 omicidi registrati nel solo 2025 — la scoperta è avvenuta nel parcheggio di un supermercato direttamente di fronte allo stadio Caliente, struttura in cui la nazionale iraniana si allena quotidianamente sin dal suo arrivo domenica scorsa. Nel bagagliaio di un Suv rimasto parcheggiato lì almeno dal mercoledì precedente, secondo quanto riferito da un portavoce della procura locale, è stato rinvenuto un corpo in avanzato stato di decomposizione, che presentava evidenti segni di violenza. Le autorità messicane hanno posto l’area sotto sequestro e avviato le indagini per identificare la vittima e ricostruire la dinamica dell’omicidio. La nazionale iraniana, che debutta lunedì contro la Nuova Zelanda a Los Angeles, ha nel frattempo continuato a utilizzare la stessa struttura per la propria preparazione.

    A tremila chilometri di distanza, in quello stesso frangente, la nazionale inglese di Thomas Tuchel scopriva un furto dagli esiti ben più grotteschi. Durante il trasporto del materiale tecnico da West Palm Beach — sede del ritiro pre-torneo in Florida — allo Swope Soccer Village di Kansas City, dove i Tre Leoni si tratterranno almeno per le prossime tre settimane, uno o più ignoti avrebbero forzato i veicoli portando via una quantità notevole di equipaggiamento. Stando a quanto ricostruito dai media britannici e confermato solo parzialmente dalla Football Association, tra gli oggetti spariti vi sarebbero gli scarpini personalizzati di giocatori come Harry Kane e Jude Bellingham, i palloni ufficiali del torneo, lavagne tattiche utilizzate dallo staff di Tuchel, apparecchiature per l’analisi dei dati e persino lettini per i massaggi. Secondo alcune ricostruzioni riportate dal Daily Mail, all’apertura del furgone sarebbe rimasto un solo pallone.

    La Football Association ha confermato alla Press Association britannica che si è verificato «un incidente», senza fornire ulteriori dettagli in quanto la vicenda è ora nelle mani della polizia. Il dipartimento di polizia di Kansas City ha comunicato di aver aperto un’indagine su «un possibile furto di materiale da un veicolo della squadra», confermando che due persone sono state fermate e restano sotto osservazione. Il sindaco della città, Quinton Lucas, ha dichiarato a un’emittente locale che le indagini coinvolgono anche autorità federali e ha aggiunto di ritenere che «qualcosa sia successo lontano dalla nostra città», pur assicurando massima collaborazione per fare chiarezza in tempi brevi. Non è ancora accertato se il furto sia avvenuto durante il tragitto o all’arrivo a Kansas City, né sono state formulate accuse ufficiali.

    La BBC ha riferito di due arresti, informazione che non trova per ora riscontro in comunicati ufficiali delle forze dell’ordine. Tra le ipotesi al vaglio degli investigatori figurerebbe anche un possibile coinvolgimento degli autisti incaricati del trasporto, ma si tratta di indiscrezioni non confermate.

    Per l’Inghilterra il tempo stringe: il debutto contro la Croazia è fissato per mercoledì 17 giugno alle 22 italiane all’AT&T Stadium di Arlington, Texas. La Football Association starebbe lavorando in parallelo con le forze dell’ordine per recuperare o sostituire il materiale sottratto, in quella che lo staff tecnico di Tuchel sperava fosse la settimana di rodaggio definitivo dopo le amichevoli vinte contro Nuova Zelanda e Costa Rica in Florida.

    I prossimi aggiornamenti dalle indagini di Kansas City e Tijuana sono attesi nelle prossime ore.

  • Caccia russi sul Baltico: la Svezia intercetta due aerei militari, interviene anche la Nato

    Caccia russi sul Baltico: la Svezia intercetta due aerei militari, interviene anche la Nato

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    Venerdì 12 giugno 2026, le forze armate svedesi hanno ordinato il decollo d’urgenza di due coppie di caccia JAS 39 Gripen per intercettare altrettanti velivoli militari russi che operavano nelle vicinanze dello spazio aereo svedese nel Mar Baltico. Secondo quanto comunicato da Stoccolma, i due episodi si sono svolti separatamente: uno nel settore settentrionale del Baltico, l’altro in quello meridionale. Contestualmente, anche aerei della Nato sono stati fatti decollare «per mantenere la sicurezza nello spazio aereo condiviso», come precisato dall’esercito svedese in un comunicato ufficiale.

    Le forze armate svedesi hanno chiarito che in nessuno dei due casi si è registrata una violazione formale dei confini nazionali. Tuttavia, il viceammiraglio Ewa Skoog Haslum, capo delle operazioni congiunte, ha commentato con fermezza: «Le azioni russe sono gravi e costituiscono un comportamento ricorrente che minaccia sia la nostra integrità territoriale sia la nostra sicurezza».

    I velivoli coinvolti

    Secondo quanto riportato da quotidiano.net, che ha potuto ricostruire l’identità degli aeromobili, i due velivoli russi intercettati sarebbero stati un Sukhoi Su-24 — bombardiere tattico supersonico a geometria variabile di progettazione sovietica, noto nell’alfabeto Nato come «Fencer» — e un Sukhoi Su-34 «Fullback», evoluzione più recente dello stesso progetto. La portavoce delle forze armate svedesi, Hanna Heurlin, ha dichiarato che le finalità operative dei velivoli russi sul Baltico rimangono sconosciute. Da parte di diversi osservatori, le manovre vengono interpretate come una provocazione nei confronti dell’Alleanza Atlantica, lettura questa che Byoblu riporta senza sposarla.

    Il contesto: la Svezia nella Nato e le tensioni nel Baltico

    La Svezia è entrata ufficialmente a far parte dell’Alleanza Atlantica nel marzo del 2024, ponendo fine a decenni di politica di non allineamento militare. Da allora, la cooperazione con gli altri membri Nato — inclusa la difesa dello spazio aereo comune nel Mar Baltico — ha assunto carattere operativo. Gli incidenti di venerdì non sono un episodio isolato: nelle ultime settimane le attività militari russe nella regione si sono intensificate. Solo tre giorni fa, nell’exclave di Kaliningrad — territorio russo incastrato tra Polonia e Lituania — l’esercito russo avrebbe condotto esercitazioni con decine di aerei da combattimento e bombardieri, comprese simulazioni di attacchi di precisione su obiettivi terrestri, mentre la nave pattuglia Neustrashimy avrebbe aperto il fuoco con l’artiglieria nel Mar Baltico, stando a quanto riportato da quotidiano.net.

    Il potenziamento delle infrastrutture militari russe al confine

    Parallelamente agli episodi aerei, un’inchiesta giornalistica internazionale condotta in forma congiunta dai media svedesi di SVT, norvegesi di NRK, danesi di DR ed estoni di Delfi ha reso noti dati relativi all’espansione delle infrastrutture militari russe lungo i confini con i paesi Nato dell’Europa settentrionale. L’analisi di immagini satellitari avrebbe documentato la costruzione di nuovi complessi di caserme, depositi di munizioni e aree di stazionamento per mezzi corazzati in diverse località strategiche.

    Tra i siti segnalati: Petsamo (in russo Pečenga), a una decina di chilometri dal confine norvegese, dove la capacità della base locale potrebbe passare da 7.000 a 17.000 effettivi; Petrozavodsk, Sapiernoye e Kirillovskoye, in prossimità del confine finlandese; la regione di Pskov; Baltiysk, nel territorio di Kaliningrad; e la base navale di Kandalaksha, sul Mar Bianco.

    Secondo le stime del comandante dell’esercito finlandese, generale Pasi Välimäki, la presenza militare russa al confine con la Finlandia potrebbe quadruplicare rispetto ai 20.000 soldati stanziati prima del conflitto in Ucraina, arrivando a circa 80.000 effettivi. Sommando tutti i fronti settentrionali e baltici, la rete infrastrutturale in corso di realizzazione consentirebbe a Mosca di concentrare complessivamente oltre 100.000-115.000 soldati lungo il fianco nord dell’Europa.

    Analisti citati dalle fonti ritengono che il dispiegamento effettivo del personale avverrà verosimilmente al termine della fase più intensa del conflitto in Ucraina, senza fornire una tempistica precisa.

    Le implicazioni geopolitiche

    Gli episodi di venerdì e il quadro più ampio che emerge dall’inchiesta internazionale collocano il Mar Baltico al centro di una dinamica di pressione e risposta tra Russia e paesi Nato dell’Europa del Nord. Mosca non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sugli intercettamenti. Stoccolma, dal canto suo, ha scelto di rendere pubblica la vicenda con un comunicato formale, sottolineando la propria determinazione a tutelare lo spazio aereo nazionale e quello alleato.

    I prossimi sviluppi dipenderanno anche da come evolverà il conflitto in Ucraina e dal grado di coordinamento che i paesi Nato riusciranno a mantenere nel presidio del fianco orientale e settentrionale dell’Alleanza.

  • Flora: il blocco di Mythos è potere d’eccezione travestito da incidente tecnico

    Flora: il blocco di Mythos è potere d’eccezione travestito da incidente tecnico

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    Nota: questo testo riporta e sintetizza l’analisi pubblicata da Matteo Flora sul suo sito mgpf.it il 13 giugno 2026. Si tratta di un’opinione, non di una notizia di cronaca.

    C’è un dettaglio che Matteo Flora, esperto di tecnologia e reputazione digitale, mette al centro della sua analisi sull’ordine con cui il governo statunitense ha imposto ad Anthropic di disabilitare i modelli Fable 5 e Mythos 5: l’ora. Le 17:21 ora della costa Est del 12 giugno 2026, secondo Flora, non è un orario qualunque. È il momento in cui un’azienda privata ha ricevuto un’istruzione dell’esecutivo e ha dovuto spegnere due modelli già nelle mani di centinaia di milioni di utenti nel giro di qualche ora, senza possibilità di distinguere in tempo reale utenti stranieri da cittadini americani.

    Lo strumento giuridico: non una legge, un export control

    Il punto su cui Flora insiste con maggiore forza riguarda la natura dello strumento impiegato. Il governo americano non ha adottato una norma sull’intelligenza artificiale discussa in Parlamento né ha aperto una procedura pubblica: ha usato un controllo all’esportazione, lo stesso meccanismo giuridico con cui negli anni Novanta Washington classificava la crittografia come munizione da guerra. Da gennaio 2025, ricorda Flora, gli Stati Uniti hanno introdotto una categoria specifica — la voce ECCN 4E091 — che tratta i pesi dei modelli AI più avanzati come beni a duplice uso soggetti a licenza di esportazione. Questa scelta, secondo l’analista, non è neutra: consegna la gestione dell’infrastruttura tecnologica a un regime giuridico «che, per sua natura, vive di discrezionalità dell’esecutivo e di scrutinio giudiziario quasi nullo, perché tutto si svolge sotto il segno della sicurezza nazionale».

    Il codice come forma di regolazione invisibile

    Per spiegare la portata di quanto accaduto, Flora ricorre al giurista americano Lawrence Lessig e alla sua formula «il codice è legge», elaborata nel 1999 in Code: And Other Laws of Cyberspace. Chi controlla l’architettura tecnologica controlla il comportamento degli utenti nel modo più difficile da vedere, perché la regola non è scritta in nessuna gazzetta ufficiale ma è incorporata nella struttura stessa del sistema. Il 12 giugno, sostiene Flora, il governo americano non ha legiferato: «ha agito direttamente sul codice, ordinando che il codice venisse spento». È — secondo lui — «la forma di regolazione più pura e più difficile da vedere, perché non passa per il dibattito e non lascia traccia di sé in nessuna gazzetta».

    Il parallelo con le Crypto Wars degli anni Novanta

    Flora traccia un parallelo storico preciso con le cosiddette Crypto Wars: negli anni Novanta il governo statunitense classificò il software di crittografia forte come «munizione» ai sensi della normativa sulle esportazioni di armi, impedendone di fatto la diffusione internazionale. Il matematico Daniel Bernstein fece causa al governo con il supporto della Electronic Frontier Foundation, e nel caso Bernstein v. United States (1996-1997) un tribunale federale stabilì che il codice sorgente è espressione protetta dal Primo Emendamento e che vincolarne l’esportazione equivaleva a censura preventiva incostituzionale. Allora — nota Flora — un giudice riuscì a fermare l’esecutivo. Oggi il movimento del potere è identico, ma il contesto è cambiato: Mythos è uno strumento di sicurezza offensiva di portata assai maggiore rispetto agli algoritmi di cifratura degli anni Novanta.

    La categoria schmittiana dello stato di eccezione

    Flora chiude il ragionamento richiamando Carl Schmitt e la sua formula «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione», avvertendo il lettore sulla biografia dell’autore ma ritenendone l’intuizione ancora tagliente. Quando il potere esecutivo sospende l’ordine ordinario attraverso uno strumento — l’export control — che ha la forza vincolante di un atto pubblico senza averne la forma controllabile, la differenza rispetto a una legge ordinaria è, secondo Flora, la differenza «tra un potere che posso leggere, prevedere e impugnare davanti a un giudice e un potere che si limita a eseguirsi». E quando questo secondo tipo di potere prende il posto del primo nella gestione dell’infrastruttura tecnologica, scrive, «siamo già usciti dallo Stato di diritto come lo conosciamo».

    Una lezione scomoda anche per i critici dell’AI Act europeo

    Flora riconosce che la sua posizione è, almeno in parte, autoconfutatoria: ha dedicato un intero libro a criticare l’approccio regolatorio europeo sull’intelligenza artificiale, giudicato da molti eccessivamente vincolante. L’evento del 12 giugno lo costringe a distinguere tra il quanto si regola e il come si regola. L’America, osserva, «ha mostrato in un pomeriggio cos’è davvero il potere sull’AI»: non una regolazione più leggera, ma una regolazione massima esercitata con uno strumento opaco, sottratto al controllo democratico ordinario. La domanda da porsi, conclude, non è chi regola di più, ma con quale strumento e con quale grado di trasparenza e verificabilità giudiziaria.


    Fonti:

  • USA bloccano i modelli IA di Anthropic per stranieri: sicurezza nazionale o supremazia tecnologica?

    USA bloccano i modelli IA di Anthropic per stranieri: sicurezza nazionale o supremazia tecnologica?

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    Venerdì 12 giugno 2026, alle 17:21 ora di Washington, il governo degli Stati Uniti ha inviato un ordine formale ad Anthropic — una delle principali startup americane nel campo dell’intelligenza artificiale — imponendo la sospensione immediata dell’accesso ai suoi due modelli più potenti, Fable 5 e Mythos 5. Tutto questo a soli tre giorni dal lancio commerciale dei prodotti. La motivazione ufficiale è la «sicurezza nazionale».

    La notizia, rilanciata da ANSA, Il Sole 24 Ore e La Stampa tra il 12 e il 13 giugno 2026, mette al centro del dibattito globale una domanda sempre più urgente: l’intelligenza artificiale è diventata una questione di potere geopolitico prima ancora che di tecnologia?

    Cosa sono Fable 5 e Mythos 5: perché sono così importanti

    Prima di capire cosa è successo, è utile spiegare di cosa si parla. Anthropic è una società americana fondata da ex ricercatori di OpenAI (l’azienda dietro ChatGPT) e produce modelli di intelligenza artificiale avanzati chiamati Claude. I modelli di IA sono, in parole semplici, programmi informatici addestrati su enormi quantità di dati che riescono a rispondere a domande, scrivere testi, analizzare documenti, scrivere codice informatico e molto altro — con un livello di capacità sempre più vicino a quello umano.

    Fable 5 e Mythos 5 rappresentano, secondo Anthropic stessa, il vertice attuale della propria tecnologia. Nei cosiddetti benchmark — cioè le prove standardizzate che misurano le capacità di un sistema di IA — questi modelli avrebbero ottenuto risultati di punta nel settore. Fable 5 è stato descritto come il primo modello di Anthropic reso disponibile al grande pubblico con caratteristiche così avanzate, dotato di nuove misure di sicurezza in grado di bloccare automaticamente risposte in aree considerate ad alto rischio. Mythos 5, invece, è la versione aggiornata di Claude Mythos Preview, un modello che già ad aprile 2026 aveva colpito positivamente sia gli investitori di Wall Street sia i funzionari governativi americani per le sue straordinarie capacità nel campo della cybersecurity — ovvero la sicurezza informatica.

    A tal punto che all’epoca Anthropic aveva scelto di non renderlo disponibile al pubblico generico, limitandone l’accesso a un gruppo ristretto di aziende selezionate nell’ambito del cosiddetto Project Glasswing, un’iniziativa dedicata alla sicurezza informatica.

    L’ordine del governo e la reazione di Anthropic

    Sabato pomeriggio, Anthropic ha comunicato pubblicamente di aver ricevuto l’ordine governativo invocando le normative sul controllo delle esportazioni. Si tratta di leggi americane che regolano la circolazione di beni, tecnologie e servizi considerati strategici al di fuori dei confini degli Stati Uniti — o verso soggetti stranieri. In questo caso, il governo ha stabilito che Fable 5 e Mythos 5 non possono essere accessibili a «qualsiasi cittadino straniero, all’interno o all’esterno degli USA», comprese le persone che lavorano per Anthropic stessa ma che non possiedono la cittadinanza americana.

    Il problema, ha spiegato l’azienda, è tecnico oltre che legale: non è possibile filtrare gli utenti in base alla nazionalità in modo affidabile. Di conseguenza, Anthropic ha dovuto sospendere l’accesso a tutti i clienti, senza distinzione, precisando che tutti gli altri modelli della gamma Claude non sono stati interessati dalla misura.

    Nella dichiarazione ufficiale, la società si è scusata con i propri clienti per il disservizio, ma ha anche espresso una critica esplicita all’operato del governo. Anthropic ha ricordato di aver sostenuto pubblicamente «che il governo debba avere la facoltà di bloccare le applicazioni non sicure, nell’ambito di un processo normativo trasparente, equo, chiaro e basato su dati tecnici concreti», aggiungendo però che «questa azione non rispetta tali principi».

    Una presa di posizione netta, che fotografa un rapporto già teso tra la startup e l’amministrazione Trump.

    Il conflitto in corso tra Anthropic e il Pentagono

    Quello di venerdì non è il primo scontro tra Anthropic e Washington. All’inizio del 2026, il Pentagono — il ministero della Difesa statunitense — ha classificato Anthropic come un «rischio per la catena degli approvvigionamenti», attribuendole un’etichetta normalmente riservata ad avversari stranieri come la Cina o la Russia. Tale classificazione obbliga i contractor della difesa — cioè le aziende private che lavorano per le forze armate americane — a certificare che non utilizzeranno i modelli Claude in attività militari.

    Anthopic ha risposto portando in giudizio l’amministrazione Trump, chiedendo la revoca del provvedimento. La controversia legale è ancora in corso.

    È una situazione paradossale: un’azienda americana, con sede in California, finanziata da capitali americani e fondata da ricercatori formatisi negli Stati Uniti, viene trattata dal proprio governo come una potenziale minaccia. La ragione, secondo gli osservatori, va cercata non tanto nella storia di Anthropic quanto nella natura della tecnologia che produce: un’IA sufficientemente avanzata da essere considerata, in mani sbagliate, uno strumento di potenza paragonabile a un’arma.

    La geopolitica dell’intelligenza artificiale: perché Trump vuole blindare i modelli più avanzati

    Per capire le motivazioni profonde di questa mossa, bisogna allargare lo sguardo. Gli Stati Uniti sono impegnati in una corsa tecnologica senza precedenti con la Cina, e in misura minore con altri attori come l’Iran, nel campo dell’intelligenza artificiale. Pechino ha investito decine di miliardi di dollari nello sviluppo di propri modelli di IA — come DeepSeek, che ha sorpreso il mondo all’inizio del 2025 — e considera esplicitamente la supremazia tecnologica come un obiettivo strategico nazionale.

    In questo contesto, un modello come Fable 5 o Mythos 5 — capace di ragionare in modo avanzato sulla cybersecurity, potenzialmente utilizzabile per individuare vulnerabilità nei sistemi informatici o per condurre operazioni di intelligence — diventa qualcosa di più di un prodotto commerciale. Diventa, secondo la visione dell’amministrazione americana, un asset strategico da proteggere come si protegge una tecnologia militare.

    La logica sottostante è quella del cosiddetto export control: se un paese avversario riesce ad accedere alle tecnologie più avanzate sviluppate negli USA, può colmare il divario tecnologico senza aver investito nella ricerca. È esattamente quello che Washington teme: che ingegneri o agenti cinesi, iraniani o di altri paesi considerati non allineati ottengano accesso — anche solo indiretto, attraverso API o account commerciali — a modelli di IA di frontiera.

    Dietro la scelta di bloccare persino i dipendenti stranieri di Anthropic c’è la preoccupazione che informazioni riservate sul funzionamento dei modelli — le architetture, i pesi, le capacità — possano essere trafugate verso paesi concorrenti. È una misura drastica, che sacrifica efficienza operativa sull’altare della sicurezza.

    Non va trascurata, però, anche un’altra lettura: quella del vantaggio competitivo. Tenere i modelli più avanzati accessibili soltanto a cittadini americani significa garantire alle imprese e alle istituzioni statunitensi un vantaggio strutturale nell’adozione dell’IA rispetto al resto del mondo — inclusi gli alleati europei. È una forma di protezionismo tecnologico: si costruisce un perimetro attorno agli strumenti più potenti, favorendo chi è dentro quel perimetro.

    Anthropic verso Wall Street: il contesto finanziario

    La vicenda assume un ulteriore rilievo considerando che Anthropic ha depositato pochi giorni fa, in forma riservata, un prospetto informativo alla SEC — la Commissione americana per i titoli e gli scambi, equivalente alla nostra Consob — in vista di una quotazione in borsa a Wall Street. La valutazione di mercato della società, secondo quanto riportato dall’ANSA, avrebbe superato i 965 miliardi di dollari, collocandola tra le aziende tecnologiche più preziose al mondo.

    In questo contesto, la sospensione dei modelli di punta rischia di creare incertezza tra i potenziali investitori: un’azienda che può essere costretta a ritirare i propri prodotti di punta con poche ore di preavviso è un’azienda esposta a un rischio regolatorio significativo. D’altro canto, essere percepita come uno strumento della sicurezza nazionale americana potrebbe in futuro garantirle contratti governativi e protezione istituzionale.

    L’Europa e l’Italia: il rischio della dipendenza tecnologica

    Questa vicenda parla anche a noi, e lo fa con un’urgenza che non possiamo permetterci di ignorare.

    L’Italia e l’Europa non possiedono oggi modelli di intelligenza artificiale di frontiera paragonabili a quelli di Anthropic, OpenAI, Google DeepMind o dei laboratori cinesi. La nostra industria, le nostre pubbliche amministrazioni, le nostre università e i nostri sistemi di difesa sono — e saranno sempre di più — dipendenti da tecnologie sviluppate altrove, sotto giurisdizioni straniere, soggette a decisioni politiche su cui non abbiamo alcuna voce in capitolo.

    Quello che è accaduto venerdì sera a Washington è una dimostrazione plastica di questa vulnerabilità: con un ordine emesso in un venerdì pomeriggio, il governo americano ha spento un prodotto commerciale per milioni di utenti nel mondo, inclusi potenzialmente utenti e aziende europee. Senza preavviso, senza consultazione, senza appello immediato.

    La colonizzazione digitale non si compie con eserciti o sanzioni: si compie attraverso la dipendenza tecnologica. Un paese che non sviluppa proprie capacità nell’intelligenza artificiale è un paese che, nel prossimo decennio, si troverà a comprare servizi strategici da chi li controlla — accettandone le condizioni, i prezzi e, soprattutto, i limiti. Non sarà una conquista militare: sarà qualcosa di più sottile e più difficile da rovesciare. I lavoratori europei opereranno con strumenti sviluppati da altri, le nostre aziende competeranno in un mercato dove i concorrenti americani e cinesi avranno accesso a capacità precluse a noi, i nostri governi prenderanno decisioni su infrastrutture critiche governate da algoritmi che non capiscono e non controllano.

    Il divario nell’intelligenza artificiale tra l’Europa e i leader globali — Stati Uniti e Cina — non è ancora incolmabile. Ma ogni anno che passa senza una strategia industriale e di ricerca credibile lo rende più difficile da recuperare. I segnali ci sono: la Francia con Mistral AI, la Germania con investimenti crescenti, l’Unione Europea con l’AI Act come quadro regolatorio. Ma la regolamentazione senza capacità produttiva è un recinto senza bestiame: definisce i confini di qualcosa che non abbiamo.

    Procedere a passi spediti verso il recupero del gap tecnologico nell’IA non è un’opzione tra le altre. È una necessità strategica, paragonabile — per un paese industriale del XXI secolo — a quella di avere un’industria energetica, una difesa credibile, un sistema sanitario sovrano. Chi non capisce questo oggi, lo capirà domani — quando sarà troppo tardi per cambiare le regole del gioco. E forse lo è già.

  • Vannacci sfida il centrodestra: «O con noi o con von der Leyen»

    Vannacci sfida il centrodestra: «O con noi o con von der Leyen»

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    Roma, 13 giugno 2026. All’Auditorium della Conciliazione, con circa 1.700 tra delegati e ospiti in sala, Roberto Vannacci ha tenuto a battesimo ufficiale Futuro Nazionale, il partito da lui fondato dopo la rottura con la Lega. Un’assemblea costituente che ha il sapore di una dichiarazione di guerra politica — non alla sinistra, ma soprattutto al centrodestra che siede a Palazzo Chigi.

    «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia, e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo»: con queste parole, volutamente provocatorie, Vannacci ha scelto di aprire il suo intervento, trasformando l’insulto in vessillo identitario e costruendo attorno a sé la narrativa del movimento che non si piega al potere costituito.

    La sfida al centrodestra: «O con noi o con von der Leyen»

    Il cuore politico del discorso è però altrove. Vannacci ha lanciato una domanda retorica destinata a rimbalzare nelle stanze dei leader della coalizione di governo: «O con noi di Futuro Nazionale, guardiani del sovranismo e della cittadinanza, o con von der Leyen, Draghi, multinazionali e globalismo?»

    La mossa è politicamente chirurgica. Occupando lo spazio del sovranismo coerente — quello che non si ferma alle parole ma si misura sui voti in Parlamento europeo — Vannacci punta a intercettare un elettorato che si sente tradito da un centrodestra percepito come sempre più allineato alle posizioni europeiste. E lo fa ribaltando l’accusa che gli viene rivolta: non è lui ad aiutare la sinistra, dice, ma chi continua a sostenere l’agenda Draghi e il Green Deal.

    «Perché dovrei allearmi con un’alleanza di centrodestra che porta avanti quelle politiche?», ha chiesto dal palco, ricordando come Forza Italia abbia più volte votato in Europa fianco a fianco con Pd, M5S e Avs su provvedimenti che lui considera in contraddizione con i valori della destra. Una ricostruzione mai smentita nei fatti, e che mette i partiti della maggioranza di fronte a una domanda scomoda.

    Significativo il dettaglio sul metodo: pur rispondendo di fatto alle critiche della premier Giorgia Meloni, Vannacci non ha mai pronunciato il suo nome in sala. «Se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente»: una scelta che evita lo scontro frontale e lascia aperta una porta, mentre mantiene intatta la postura autonoma.

    Un vuoto di rappresentanza da riempire

    La strategia di Futuro Nazionale è leggibile proprio in questa logica: non posizionarsi come alternativa generica al sistema, ma incunearsi in uno spazio preciso — quello degli elettori sovranisti delusi da chi governa senza mantenere le promesse. Uno spazio che i sondaggi, stando a quanto riportato da Il Sole 24 Ore, indicano in crescita, con FnV quasi a tallonare la Lega nei consensi.

    Il partito si presenta già con otto deputati in Parlamento e dichiara circa 100mila adesioni. Durante l’assemblea verranno scelti i 100 componenti dell’organismo dirigente e verrà definito un programma che, oltre ai tradizionali cavalli di battaglia — remigrazione, stop agli aiuti militari all’Ucraina, difesa della famiglia tradizionale — intende affrontare anche temi come fisco, scuola, imprese e sanità, ancora largamente da dettagliare.

    Il centrodestra risponde a mezza voce

    I vertici della coalizione hanno scelto di non presenziare personalmente all’evento, inviando invece delegazioni di esponenti locali — una decisione concordata tra Meloni, Salvini, Tajani e Lupi, secondo quanto riferisce Il Sole 24 Ore. Un segnale di distanza che però non chiude definitivamente i conti con un partito in crescita.

    Giovanni Donzelli, responsabile Organizzazione di FdI, ha commentato che chi vota come «Schlein, Boldrini e Ricciardi» ha evidentemente fatto la propria scelta. Il vicesegretario della Lega Claudio Durigon ha parlato di «incompatibilità ideologica» e ha sottolineato che «il muro lo ha messo lui», non votando la fiducia al governo. Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha ribadito la stessa posizione.

    Dall’interno di FnV, tuttavia, il deputato Edoardo Ziello ha respinto le accuse, sostenendo che è chi non mantiene le promesse a indebolire il centrodestra, non Vannacci. E ha evocato il parallelo con il cordone sanitario costruito da Merz contro AfD in Germania — «peraltro senza riuscirci», ha puntualizzato.

    Domani le proposte?

    Vannacci parlerà nuovamente domenica mattina, nel discorso conclusivo della due giorni, quando dovrà tradurre la narrazione antisistema in una proposta politica concreta e strutturata. Sarà quello il vero banco di prova: trasformare la notorietà del generale e il malcontento che intercetta in un progetto capace di reggere nel tempo e alle urne. Sperando che non si tratti di un nuovo Cinque Stelle.

  • Svizzera al voto domenica: referendum sul tetto di 10 milioni di abitanti

    Svizzera al voto domenica: referendum sul tetto di 10 milioni di abitanti

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    Domenica 14 giugno i cittadini svizzeri sono chiamati alle urne per esprimersi su una delle iniziative popolari più discusse degli ultimi decenni: l’«Iniziativa per la sostenibilità», promossa dall’Unione Democratica di Centro (UDC/SVP), il principale partito della destra svizzera. La proposta, sintetizzata nello slogan «No a una Svizzera da 10 milioni di abitanti», punta a inserire nella Costituzione federale un tetto massimo alla popolazione residente permanente: nessun superamento del limite prima del 2050.

    Alla fine del 2025 la Confederazione contava circa 9,1 milioni di residenti. Dal 2002, anno in cui è entrato in vigore l’Accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione Europea, la popolazione è cresciuta di circa 1,7 milioni di unità — quasi interamente per effetto dell’immigrazione.

    Come funzionerebbe il meccanismo

    L’iniziativa prevede un sistema a doppia soglia. Il primo intervento scatterebbe al raggiungimento dei 9,5 milioni di abitanti: a quel punto il Consiglio federale sarebbe obbligato ad adottare misure nel settore dell’asilo, a bloccare i ricongiungimenti familiari e a invocare le clausole d’eccezione degli accordi internazionali che alimentano la crescita demografica. Se, nonostante queste misure, la popolazione dovesse varcare il tetto definitivo dei 10 milioni, la Svizzera avrebbe due anni di tempo per riportare i numeri sotto la soglia. In caso di fallimento, sarebbe costretta a denunciare formalmente l’accordo di libera circolazione con Bruxelles.

    Le conseguenze non si fermerebbero qui. Per effetto della cosiddetta «clausola ghigliottina», la cessazione di quell’accordo travolgerebbe l’intero pacchetto dei Bilaterali I, compromettendo l’accesso svizzero al mercato europeo, la partecipazione agli accordi di Schengen e Dublino, e i patti su trasporti terrestri e aerei.

    Le ragioni del Sì: sostenibilità e qualità della vita

    I promotori dell’iniziativa sostengono che la crescita incontrollata della popolazione abbia già prodotto conseguenze concrete e misurabili sulla vita quotidiana dei residenti: affitti alle stelle, sovraffollamento dei trasporti pubblici, pressione insostenibile sulle infrastrutture e consumo accelerato di suolo. Il 28% della popolazione svizzera è oggi di nazionalità straniera; se si include chi ha un «background migratorio», la quota supera il 40% degli adulti residenti.

    Dietro questa fotografia statistica si cela una domanda di fondo che merita di essere presa sul serio: è possibile programmare uno sviluppo sostenibile senza fissare parametri precisi? È la stessa domanda che molti Paesi europei evitano sistematicamente di porsi, preferendo gestire l’emergenza piuttosto che progettare il futuro. I promotori del Sì ritengono che la Svizzera abbia il diritto e il dovere di darsi una risposta prima che il problema diventi ingovernabile.

    Non a caso la campagna dell’UDC ha scelto di presentare il referendum non come una battaglia anti-immigrazione in senso stretto, ma come una scelta di civiltà e buon governo: controllo del territorio, tenuta dei servizi, protezione del potere d’acquisto dei lavoratori residenti. Una narrazione che ha trovato ascolto: gli ultimi sondaggi disponibili dell’istituto Tamedia, prima del 28 maggio, davano il Sì al 52%.

    L’attacco terroristico del 28 maggio scorso — quando un uomo di nazionalità turco-svizzera ha ferito tre persone con un coltello in un episodio definito dalle autorità di matrice terroristica — ha ulteriormente alimentato il dibattito sulla gestione dell’immigrazione, potenzialmente spostando verso il Sì una parte degli elettori indecisi.

    Le ragioni del No: economia e rapporti con l’Europa

    Il fronte contrario al referendum è ampio e trasversale. Il Consiglio federale, il Parlamento e tutti i partiti diversi dall’UDC hanno invitato i cittadini a respingere l’iniziativa. Il ministro della Giustizia Beat Jans ha parlato esplicitamente del rischio di una «Brexit svizzera», con effetti di isolamento dalla principale partner commerciale della Confederazione. Il mondo imprenditoriale teme un aggravamento della già critica carenza di manodopera qualificata; il settore sanitario segnala che quasi la metà dei medici attivi in Svizzera è di nazionalità straniera.

    L’ultimo sondaggio dell’istituto gsf.bern, pubblicato nei giorni precedenti al voto, dava il No in vantaggio al 52% contro il 45% del Sì — ribaltando dunque il dato di aprile. Ma con un margine così ridotto, l’esito rimane incerto.

    Un modello da osservare

    Qualunque sia il verdetto delle urne, il referendum svizzero pone all’Europa una domanda che non può essere ignorata: è possibile — e auspicabile — regolare i flussi demografici attraverso parametri definiti, trasparenti e democraticamente approvati, piuttosto che lasciare che le dinamiche migratorie si autogovernino? In Italia, è innegabile ad esempio che le sinistre abbiano alimentato la politica degli sbarchi, spinti da pressioni di tipo sovranazionale, che hanno trovato nei fondi di Soros e altri cosiddetti filantropi ultra miliardari il carburante per mettere a rischio la vita di migliaia e migliaia di persone, donne e bambini compresi, in un viaggio della speranza spesso fatale, per poi trovare condizioni di vita inadatte a garantire lavoro e dignità, importando nel Paese criminalità, disadattamento e conseguenti fenomeni antisociali pericolosi e degradanti. La soluzione non è l’accoglienza tout court: anche perché un fatto incontestabile è che l’Africa intera non ci stia in Europa. La soluzione è casomai una immigrazione regolata, controllata, che adotti il criterio della selezione per competenze mirate e necessarie, come ad esempio ha fatto la Germania che predilige chi svolge professioni altamente qualificate.