Andrea Ferrario, esperto milanese di tecnologia e divulgatore digitale, ha pubblicato da poco un’analisi approfondita sui costi nascosti dell’intelligenza artificiale: non quelli economici, ma quelli energetici, ambientali e sociali che ricadono sulle comunità locali in tutto il mondo, Italia compresa.
Una corsa all’oro da 725 miliardi di dollari
Il punto di partenza è un quartiere alla periferia di Memphis, Tennessee: si chiama Boxtown, e al suo interno sorge Colossus, uno dei data center più grandi del pianeta, di proprietà di xAI, la società di Elon Musk. Per alimentarlo sono state installate decine di turbine a gas, stando a quanto riportato, senza le necessarie autorizzazioni. Un caso emblematico, ma non isolato: Microsoft, Google, Amazon e Meta sono tutte impegnate nella stessa corsa, con investimenti annunciati che nel solo 2026 raggiungono i 725 miliardi di dollari, il 75% in più rispetto all’anno precedente.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha stimato che il consumo elettrico dei data center statunitensi passerà dagli attuali 415 TWh annui a circa 945 TWh, rappresentando da solo il 50% della crescita totale della domanda energetica degli Stati Uniti.
Come si misura un data center (e perché conta)
Nell’industria, un data center non si misura in metri quadri ma in watt. La logica è semplice: ogni struttura è essenzialmente una macchina che trasforma energia elettrica in potenza di calcolo. Per ogni watt consumato dai server, ne serve un altro equivalente per il raffreddamento. Questo vincolo fisico spiega perché i data center tendano a concentrarsi in luoghi con abbondanza di energia e di acqua.
Negli Stati Uniti esistono cinque grandi cluster: la Virginia del Nord (con 4.040 MW installati), Atlanta, Dallas-Fort Worth, Chicago e Phoenix. A questi si aggiungono mega-campus come Hyperion di Meta in Louisiana, pianificato su 14 km² per 5 GW di potenza — l’equivalente di cinque centrali nucleari — e il progetto Stargate di OpenAI, da 500 miliardi di dollari, che ha già aperto il primo sito in Texas.
In Europa, i tradizionali hub di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino (raggruppati sotto l’acronimo FLAP-D) stanno raggiungendo la saturazione. Francoforte assorbe fino al 40% del consumo elettrico cittadino, mentre i data center irlandesi pesano per il 21% dell’intera elettricità nazionale, più dei consumi domestici di tutte le città dell’isola messe insieme. La ricerca di nuove aree spinge verso Spagna e Francia, dove Meta sta costruendo a Talavera un campus che richiederà 504 milioni di litri d’acqua l’anno dal fiume Tago.
L’Italia nel mirino: Milano e la Pianura Padana
Il governo italiano ha già autorizzato 14 nuovi data center per un totale di 2,5 miliardi di euro di investimenti. Tredici dei quattordici sono in Lombardia. Milano da sola concentra il 68% della potenza nazionale installata e punta a superare il gigawatt entro il 2028.
Secondo i dati di Terna, le richieste di connessione alla rete nazionale da parte di nuovi data center hanno raggiunto a fine 2025 i 69 GW, tredici volte il valore del 2023 — più dell’intera domanda di picco del paese, che si attesta intorno ai 60 GW. Si tratta, è bene precisarlo, di richieste e non di progetti consolidati: la stima ufficiale di Terna è molto più cauta e prevede un’aggiunta di 3 GW entro il 2030 e di 5 GW entro il 2035, pari a un massimo del 13% dei consumi nazionali.
I costi infrastrutturali per adeguare la rete verranno però ripartiti su tutti i cittadini attraverso la voce “oneri di sistema” in bolletta, che già oggi vale il 15-20% della spesa totale. La concentrazione geografica nell’asse Milano-Bergamo, che da sola pesa per il 50% dei consumi nazionali legati ai data center, rischia di tradursi in aumenti tariffari localizzati. Un’indagine di Bloomberg ha rilevato che nelle zone entro 80 km dai principali data center americani il prezzo dell’elettricità è cresciuto fino al 267% in cinque anni.
Qualità dell’aria, acqua e rumore: i rischi locali
Oltre alle bollette, emergono preoccupazioni sulla qualità ambientale. In Virginia del Nord, i generatori diesel di emergenza dei data center — che non vengono usati solo come backup ma avviati regolarmente per manutenzione e nei picchi di carico — hanno aumentato le emissioni di monossido di carbonio del 196%, gli ossidi di azoto del 111% e il particolato fine del 139% in meno di dieci anni.
Per la Pianura Padana, dove i livelli di inquinamento atmosferico superano già i valori medi di attenzione, la concentrazione di nuovi impianti in un’area ad altissima densità abitativa (circa 22 milioni di persone) rappresenta un fattore di rischio concreto.
Sull’acqua, i data center consumano in media 2 litri per ogni kWh utilizzato. Il solo addestramento del modello GPT-3 di OpenAI avrebbe evaporato circa 700.000 litri di acqua dolce. In Lombardia il rischio è attenuato dall’uso di sistemi di raffreddamento a circuito chiuso e dalla ricchezza della falda acquifera padana, ma rimane una variabile da monitorare.
Infine, il rumore: vicino agli edifici i livelli sonori superano i 90 decibel, con i generatori diesel che arrivano a 105 dB. Studi pubblicati associano l’esposizione cronica a livelli superiori ai 65 dB a stress, ipertensione e disturbi del sonno.
L’IA fa rinascere il nucleare
La conseguenza più inattesa di questa corsa è la renaissance del nucleare. Microsoft ha già firmato un contratto per riaprire l’unità 1 della centrale di Three Mile Island in Pennsylvania (la 2 era quella coinvolta nell’incidente del 1979) per una fornitura ventennale da 835 MW. Amazon ha acquisito un campus adiacente a una centrale nucleare in Pennsylvania, assicurandosi 1.920 MW fino al 2042. Google e Amazon stanno investendo nei reattori modulari di piccola taglia (SMR): Google ne prevede sei o sette, Amazon ne ha pianificati dodici da 80 MW ciascuno.
In Europa, il Regno Unito ha approvato la costruzione di Sizewell C, una centrale da 3,2 GW e 38 miliardi di sterline progettata esplicitamente per i carichi dell’IA. La Francia riserva capacità nucleare già esistente per i data center. La Svezia ha autorizzato l’estensione della vita delle proprie centrali a 80 anni, oltre alla costruzione di nuovi impianti. In Romania sono previsti nuovi reattori.
Nel breve periodo (2025-2029), la stragrande maggioranza dell’energia per i data center continuerà però a provenire da gas naturale, carbone e diesel. I reattori modulari non raggiungeranno una produzione di massa commerciale prima del 2032-2035.
Proiezioni globali e possibili soluzioni
La domanda globale di capacità di data center dovrebbe salire dagli attuali 82 GW a 219 GW entro il 2030, con un consumo elettrico che l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima tra 700 e 1.700 TWh annui entro il 2035, con un caso base intorno ai 1.200 TWh — pari al 4% di tutta l’elettricità mondiale.
È in questo contesto che si inserisce il dibattito sulle possibili soluzioni. A livello normativo, l’Unione Europea dovrebbe pubblicare entro il 2027-2028 una direttiva specifica sui data center con vincoli ecologici, che potrebbe includere il divieto di costruire nuovi impianti non autosufficienti dal punto di vista energetico. Per l’Italia, il nodo rimane l’assenza di nucleare domestico: i primi impianti operativi non sono attesi prima del 2035-2036.
Sul piano tecnologico, le strade percorse nel mondo includono:
– Reattori modulari SMR, più sicuri, scalabili e adattabili alla domanda dei data center;
– Accordi di acquisto di energia rinnovabile a lungo termine (PPA), già in uso da Google e Amazon;
– Sistemi di raffreddamento a circuito chiuso, obbligatori in Italia per decreto, che limitano il consumo idrico;
– Normative di localizzazione, per evitare la concentrazione in poche aree urbane già sotto pressione;
– Aggiornamento delle reti di distribuzione, per gestire l’impatto sulla qualità del segnale elettrico, che negli USA si è degradato fino a 32 km dai siti dei data center.
L’intelligenza artificiale si avvia a diventare un’infrastruttura di base paragonabile alla rete elettrica o idrica. Le scelte che governi, aziende e regolatori compiranno nei prossimi tre-cinque anni determineranno se questa transizione avverrà in modo ordinato o lasciando ricadute pesanti su ambiente, bollette e salute pubblica.
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