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  • Mondiali 2026, Infantino deride l’Italia: «Con 64 squadre forse si qualifica»

    Mondiali 2026, Infantino deride l’Italia: «Con 64 squadre forse si qualifica»

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    Mentre i Mondiali 2026 prendono il via senza l’Italia — per la terza edizione consecutiva — il presidente della FIFA Gianni Infantino non ha risparmiato una frecciata agli azzurri. Il 12 giugno, in occasione della presentazione ufficiale della rassegna iridata, Infantino ha dichiarato che nel Consiglio FIFA si è discusso di un’eventuale espansione del torneo a 64 nazionali, aggiungendo con tono sarcastico che forse, a quel punto, anche l’Italia riuscirebbe a qualificarsi. Una battuta che, secondo quanto riportato da Adnkronos e Repubblica, ha fatto il giro delle redazioni sportive.

    Lo stesso Infantino, il giorno prima — l’11 giugno — aveva già chiuso la porta sul fronte del ripescaggio: «Non c’è mai stata la possibilità di ripescare l’Italia», aveva dichiarato il numero uno della FIFA, sgomberando il campo da voci che nelle settimane precedenti avevano alimentato qualche speranza tra i tifosi. Nessun ripescaggio, dunque, e nessuna deroga: gli azzurri resteranno a guardare.

    Una terza esclusione che pesa

    L’assenza dell’Italia da tre edizioni consecutive dei Mondiali — Russia 2018, Qatar 2022 e ora USA-Canada-Messico 2026 — è un dato che parla da solo. Non si tratta di sfortuna episodica, ma di un declino strutturale del calcio italiano che affonda le radici in scelte precise: il mercato dei club ha privilegiato per anni l’importazione di calciatori stranieri, spesso a costi elevatissimi, a scapito della valorizzazione dei vivai e dei talenti locali. I giovani italiani faticano a trovare spazio nelle squadre di club, e senza minutaggio non maturano l’esperienza necessaria per competere ai massimi livelli internazionali.

    È lo stesso meccanismo che ha eroso negli anni le eccellenze italiane in molti settori: si esportano i talenti migliori, si rinuncia a investire in chi cresce in casa, e il prezzo lo paga il sistema nel suo complesso.

    Il Mondiale più grande della storia, ma l’Italia non c’è

    Quello che prende il via oggi è il torneo più ampio mai disputato: 48 nazionali, 104 partite totali, un format inedito che si estende su tre paesi. Eppure, per il pubblico italiano, anche la fruizione televisiva del torneo è tutt’altro che immediata. Secondo quanto riportato da Repubblica, delle 104 partite in programma solo 35 saranno trasmesse in chiaro sulla Rai, mentre il resto della competizione sarà accessibile esclusivamente su DAZN, piattaforma a pagamento. Un ulteriore elemento di distanza tra gli italiani e un Mondiale che, già senza la nazionale, fatica a suscitare il consueto entusiasmo di massa.

    A rendere il tutto ancora meno agevole, molte gare — specialmente nella fase a gironi — si disputeranno in orario notturno per via del fuso orario nordamericano.

    Prossimi sviluppi

    La battuta di Infantino sull’espansione a 64 squadre non è campata in aria: il dibattito interno alla FIFA su un ulteriore allargamento del torneo è reale, anche se nessuna decisione ufficiale è stata ancora annunciata. Nel frattempo, la Federazione italiana (FIGC) dovrà rispondere non solo ai tifosi delusi, ma a una crisi di sistema che le parole del presidente FIFA hanno reso, volente o nolente, ancora più visibile.

  • Pechino denuncia pesci e tartarughe spia: sensori sui fondali per spiare i sottomarini

    Pechino denuncia pesci e tartarughe spia: sensori sui fondali per spiare i sottomarini

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    Il Ministero della Sicurezza di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato, nelle ultime ore, un documento diffuso attraverso i propri canali ufficiali e sull’account WeChat del Global Times, nel quale accusa agenzie di intelligence straniere di condurre operazioni di raccolta dati nei mari cinesi attraverso tecnologie non convenzionali. Tra queste, la più insolita riguarda l’uso di animali marini — tartarughe e pesci — attrezzati con sensori elettronici fissati al corpo.

    Secondo quanto dichiarato dal ministero, alcune di queste creature sarebbero state individuate mentre nuotavano in zone specifiche delle acque cinesi, raccogliendo e trasmettendo via satellite dati ambientali come temperatura dell’acqua, salinità e correnti oceaniche. L’obiettivo finale, stando alla versione di Pechino, sarebbe la costruzione di mappe subacquee dettagliate utili a fini militari.

    Come funzionano i “pesci spia”

    La tecnica descritta dal ministero si inserisce in un campo di ricerca reale, noto come bio-logging o biotelemetria marina. In ambito scientifico, sensori e trasmettitori vengono applicati a mammiferi marini, tartarughe e grandi pesci da decenni, con finalità di studio ecologico. I dispositivi raccolgono parametri ambientali e geografici, trasmettendo i dati — via satellite o tramite boe di raccolta — ai ricercatori.

    La stessa logica, trasferita in un contesto di intelligence, consentirebbe teoricamente di far operare questi “vettori biologici” in aree ad accesso limitato senza destare sospetti. Gli animali nuotano liberamente, attraversano zone riservate e restituiscono dati georeferenziati con precisione. Il ministero cinese non ha fornito immagini o dettagli tecnici sui dispositivi recuperati, né ha indicato la nazionalità dei presunti responsabili, riferendosi genericamente a “agenzie di spionaggio internazionali”.

    Boe acustiche e droni a propulsione ondosa

    Accanto alla componente biologica, il documento descrive altri sistemi. Il primo è rappresentato da boe galleggianti, che Pechino attribuisce a un non meglio specificato istituto di ricerca marittima straniero. Presentate come strumentazione meteorologica, queste boe nasconderebbero sensori acustici in grado di rilevare e registrare la firma sonora dei sottomarini cinesi — ovvero il profilo acustico caratteristico di ciascun sommergibile, utile per identificarlo e tracciarlo.

    Il secondo sistema citato è il drone marino a propulsione ondulatoria, noto nel settore come wave glider. Si tratta di un aliante oceanico che si muove sfruttando il moto delle onde e si alimenta con pannelli solari, potendo operare in modo autonomo per settimane o mesi. Questo tipo di dispositivo è tecnologicamente maturo e commercialmente disponibile: diverse aziende statunitensi e non solo ne producono versioni destinate sia alla ricerca civile sia a usi militari. Il ministero sostiene che esemplari di questo genere siano stati impiegati per raccogliere dati sul traffico navale nelle acque cinesi.

    Viene infine menzionata la categoria dei dispositivi elettronici installati su navi mercantili da aziende straniere, presentati come servizi di connettività o monitoraggio, ma potenzialmente in grado di trasmettere informazioni sulle attività portuali.

    Il contesto: tensioni crescenti attorno a Taiwan

    L’allarme di Pechino si inserisce in una fase di forte attrito geopolitico nei mari della regione. Sempre nella giornata di ieri, secondo quanto riportato dall’account Yuyuan Tantian collegato all’emittente statale CCTV e ripreso dal South China Morning Post, le autorità cinesi avrebbero individuato due velivoli riconducibili al Giappone — uno con la caratteristica livrea bianca e blu della Guardia Costiera giapponese — in volo di ricognizione a sud-est di Taiwan. L’analista militare Fu Qianshao, ex colonnello dell’aeronautica cinese, ha commentato l’avvistamento sostenendo che i mezzi sarebbero stati inviati per monitorare i movimenti di una task force navale cinese nell’area. Tokyo non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito.

    Nei giorni precedenti, la Cina aveva intensificato le proprie missioni navali e aeree a est di Taiwan in seguito ai colloqui tra Giappone e Filippine sulla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive nel Pacifico occidentale, negoziati che Pechino ha pubblicamente criticato definendoli lesivi dei propri interessi.

    Taiwan ha a sua volta segnalato la presenza di un’imbarcazione cinese identificata con il numero di scafo 3501 a circa quattro miglia dalla propria zona marittima sottoposta a restrizioni, inviando una motovedetta per intimarle di allontanarsi.

    Il precedente storico: i delfini di Sebastopoli

    L’impiego militare degli animali marini non è una novità. I servizi di intelligence britannici hanno documentato come la Russia abbia fatto ricorso a delfini tursiopi addestrati per pattugliare la base navale di Sebastopoli, in Crimea, con il compito di individuare sommozzatori ostili. Il programma russo affonda le radici nell’epoca sovietica e non è mai stato ufficialmente abbandonato. Anche la Marina statunitense ha storicamente condotto programmi simili, il cosiddetto U.S. Navy Marine Mammal Program, tuttora attivo.

    La risposta civile: taglie per i pescatori

    Per fronteggiare la minaccia descritta, le autorità cinesi hanno attivato un sistema di incentivi economici rivolto ai pescatori. Chi individua, recupera e consegna alle autorità dispositivi sospetti o animali dotati di sensori ottiene un compenso variabile tra i 50.000 e i 500.000 yuan — da circa 6.300 a 63.000 euro al cambio attuale. Il ministero ha inoltre invitato armatori e cittadini a segnalare qualsiasi apparecchiatura di provenienza sconosciuta installata sulle imbarcazioni.

    Neanche in questo caso Pechino ha fornito prove documentali delle scoperte citate, né ha indicato quanti animali o dispositivi siano stati effettivamente recuperati. Le accuse restano per ora unilaterali e senza riscontro da parte dei paesi implicitamente accusati.

  • Pioggia di bombe USA sull’Iran, che risponde: “Hormuz chiuso definitivamente”

    Pioggia di bombe USA sull’Iran, che risponde: “Hormuz chiuso definitivamente”

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    Nella notte tra il 10 e l’11 giugno 2026 gli Stati Uniti hanno condotto una serie di attacchi missilistici contro obiettivi multipli in Iran. Secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente Donald Trump ai microfoni di Fox News, sono stati impiegati 49 missili da crociera Tomahawk nel corso di un’operazione durata circa novanta minuti. Le esplosioni hanno interessato Bandar Abbas, la città di Sirk affacciata sullo Stretto di Hormuz, l’isola di Qeshm e la città portuale di Minab. Tra i bersagli colpiti figurerebbero postazioni radar, sistemi di difesa aerea e infrastrutture portuali.

    Il casus belli e le dichiarazioni americane

    L’offensiva è scattata dopo che le forze iraniane avrebbero abbattuto un elicottero Apache statunitense nelle acque dello Stretto di Hormuz. «Li attaccheremo molto duramente: hanno abbattuto il nostro elicottero», aveva dichiarato Trump nel corso della giornata. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva quindi preannunciato «attacchi netti e potenti». Stando a quanto riportato dal sito Axios, prima di autorizzare l’operazione Trump si sarebbe riunito con il suo team per la sicurezza nazionale nella Situation Room per pianificare quella che le fonti descrivono come «un’operazione lampo e su vasta scala», finalizzata a fare pressione su Teheran affinché accettasse le condizioni statunitensi nel negoziato sul dossier nucleare.

    Il Comando Centrale delle forze armate americane (Centcom) ha definito i raid «atti di autodifesa» in risposta a quella che viene descritta come «una continua e ingiustificata aggressione iraniana». Trump ha inoltre precisato che Israele non sarebbe coinvolto negli attacchi.

    La risposta iraniana: Hormuz chiuso a tutte le navi

    L’Iran ha reagito con una misura di portata strategica: la chiusura totale dello Stretto di Hormuz a qualsiasi imbarcazione. «Qualsiasi nave che tenti di attraversare lo Stretto sarà presa di mira», ha avvertito Teheran. La Marina delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha riferito, secondo alcuni media locali, che due imbarcazioni avrebbero già tentato il transito in violazione delle nuove restrizioni, venendo successivamente colpite.

    Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti di transito energetico più critici al mondo: attraverso di esso passa circa un quinto del petrolio commerciato a livello globale. La sua chiusura, anche solo temporanea, avrebbe implicazioni immediate sui mercati internazionali dell’energia.

    La mediazione del Qatar e l’apertura di Trump

    Nonostante l’escalation militare, il canale diplomatico non risulta formalmente interrotto. Secondo quanto riferito dalla CNN, una delegazione di negoziatori qatarini si trovava ancora a Teheran nella notte, impegnata in colloqui con la controparte iraniana «nel tentativo di colmare le divergenze rimaste» sul tavolo negoziale. La presenza della delegazione sarebbe avvenuta «a seguito di consultazioni con gli Stati Uniti».

    Novanta minuti dopo l’inizio dei bombardamenti, Trump ha annunciato una sospensione dell’offensiva, dichiarando che «gli iraniani hanno chiesto di interrompere i bombardamenti». Ha tuttavia avvertito che le operazioni militari riprenderanno nella giornata dell’11 giugno qualora Teheran non firmi un accordo.

    Contesto e prospettive

    La crisi tra Stati Uniti e Iran si inserisce in un quadro di tensioni crescenti che nelle settimane precedenti aveva già visto scambi di accuse sul programma nucleare iraniano e diversi incidenti nelle acque del Golfo Persico. La fase negoziale, mediata da Qatar e altri attori regionali, si era rivelata finora inconcludente.

    Nelle prossime ore si capirà se la finestra diplomatica resterà aperta o se l’escalation militare proseguirà, con conseguenze difficilmente prevedibili per la stabilità regionale e per i mercati energetici globali.


    Fonti:

  • Chiarimento pubblico sui fatti relativi a Byoblu e Media Pluralisti Europei

    Chiarimento pubblico sui fatti relativi a Byoblu e Media Pluralisti Europei

    Ho letto il comunicato diffuso dalla redazione. Mi dispiace doverlo dire, ma contiene ricostruzioni gravemente inesatte, incomplete e fuorvianti. E poiché è stato reso pubblico, io ho non solo il diritto ma anche il dovere di rispondere pubblicamente. Lo faccio con parole semplici, anche se si tratta di temi complessi, perché tutti hanno il diritto di capire.

    IN CHE SITUAZIONE SI TROVA L’AZIENDA

    Media Pluralisti Europei non si trova in una difficoltà passeggera. Si trova in quella che la legge chiama situazione di articolo 2447 del codice civile: in parole semplici, il capitale sociale è sceso sotto i minimi di legge e la società deve convocare senza indugio un’assemblea straordinaria per decidere che cosa fare — ricapitalizzare, trasformarsi o sciogliersi.

    In una condizione del genere non si può andare avanti come se nulla fosse. Gli amministratori non possono continuare a sostenere costi e pagare fornitori come in tempi normali: possono compiere solo gli atti urgenti e conservativi, e soprattutto portare la società davanti ai soci. Perché questa severità? Perché se, in perdita, si pagassero alcuni creditori sì e altri no, si danneggerebbe chi resta a bocca asciutta: un comportamento che, in caso di successivo fallimento, può configurare il reato di bancarotta preferenziale, con responsabilità personali per chi amministra. Per questo, in 2447, le mani del CdA sono legate. Ed è il punto che nel comunicato della redazione manca del tutto: senza, non si capisce nulla.

    PERCHÉ IL SITO È ANDATO OFFLINE

    Nessuno ha “preso” il server. È stato disattivato dal fornitore, dopo numerosi solleciti, perché la società — per gli stessi problemi economici — non era riuscita a saldare fatture arretrate di importo rilevante. Non un capriccio né un colpo di mano: una conseguenza diretta della situazione. E qui si chiude il cerchio: proprio perché siamo in 2447, il CdA non poteva semplicemente “pagare il fornitore e riaccendere tutto”, perché sarebbe stato uno di quei pagamenti che avrebbe esposto gli amministratori a gravi responsabilità personali.

    La prospettiva, quindi, era concreta e altamente probabile. Senza un intervento, byoblu.com sarebbe rimasto spento per settimane, per mesi, forse per sempre. E un sito spento non è solo “un sito non raggiungibile”: è traffico che si perde, indicizzazione che si distrugge, pubblico che si disabitua, una voce costruita in quasi vent’anni che scivola nell’oblio. Questo non potevo permetterlo. Per questo, nell’attesa che MPE chiarisca il proprio futuro, ho rimesso online il sito con una soluzione tecnica autonoma, usando il progetto al quale stavo lavorando dopo le mie dimissioni. Come unica soluzione per evitare che Byoblu sparisse dal web.

    E attenzione alla cosa più grave che è stata scritta: non è andato perduto nulla. Gli articoli, le inchieste e i documentari di questi anni non sono stati cancellati: si trovano sui server del fornitore. In questo momento non sono accessibili — e non lo saranno finché la situazione della società non verrà regolarizzata attraverso il percorso che ho descritto — ma esistono, sono integri e potranno essere recuperati. Scrivere che “sono andati persi migliaia di articoli” è perciò una ricostruzione non vera, e mi aspetto che venga corretta.

    LE MIE DIMISSIONI NON SONO STATE SENZA PASSAGGIO DI CONSEGNE

    È totalmente falso dire che mi sarei dimesso senza passaggio di consegne. Sono la persona più scrupolosa del mondo. Le dimissioni sono state accompagnate da comunicazioni formali, documenti e successive interlocuzioni. Chi doveva essere informato è stato informato. Nella PEC di dimissioni del 5 maggio 2026 risulta chiaramente che: le dimissioni sono state comunicate al Consiglio di Amministrazione e al Collegio Sindacale; il Consiglio restava validamente costituito e in grado di provvedere senza soluzione di continuità; erano già stati messi a disposizione gli elementi sulla situazione ex art. 2447, deliberata l’assemblea, i fornitori avevano tutti i preventivi già depositati e c’erano in azienda persone munite di valide procure operative e bancarie; avevo inoltre dichiarato espressamente la mia disponibilità a un passaggio di informazioni ordinato qualora ve ne fosse stato bisogno (ma non c’era bisogno di molto altro, data la situazione ex 2447). Non sono sparito, non ho lasciato la società senza informazioni, non ho impedito a nessuno di decidere. Si può discutere di tutto, ma non riscrivere la storia a uso di comunicato.

    IL MARCHIO, IL DOMINIO E LA TESTATA: CHIARIAMO

    So che appena si parla di marchi qualcuno pensa alle battaglie viste altrove. Ma qui i fatti sono semplici. Byoblu — il nome, il dominio byoblu.com, il progetto — l’ho creato nel 2007. Il marchio BYOBLU l’ho registrato nel 2018, ben prima di qualsiasi attività societaria. Quando un marchio personale viene usato da una società, la legge impone che il rapporto sia regolato da una licenza: non si può farlo usare gratis, soprattutto dove ci sono soci, bilanci e valori patrimoniali. Per questo c’è una licenza, peraltro antecedente a Media Pluralisti Europei, a 2.000 euro al mese, che però prevedeva anche una perizia di rivalutazione ogni due anni: se grazie al lavoro della società il marchio fosse cresciuto di valore, quel maggior valore avrebbe compensato il corrispettivo, in una logica di pareggio tra dare e avere.

    È vero che il 6 maggio ho inviato una diffida: ma chiedeva, in alternativa, o il pagamento dei corrispettivi maturati (circa 56.000 euro) oppure la perizia di rivalutazione che — se il marchio fosse cresciuto di valore, com’è ragionevole — avrebbe azzerato quella stessa cifra, portando i conti a pareggio. La mia finalità non era pretendere quella somma per bloccare la società, ma attivare il meccanismo contrattuale previsto e mettere in sicurezza Byoblu fintanto che la situazione in Media Pluralisti Europei non si fosse chiarita. E ho concesso trenta giorni di tempo, pur avendo titolo per agire immediatamente. Rappresentare tutto questo come se io “chiedessi oltre 50mila euro” per bloccare la società è perciò fuorviante e gravato di pesanti omissioni.

    E qui una precisazione che conta sul piano giuridico, perché è stata sollevata: la testata giornalistica Byoblu, registrata in Tribunale, è una cosa; il marchio, il dominio e il progetto sono un’altra. Proprio per tenerle distinte, da byoblu.com ho rimosso ogni riferimento alla testata: oggi è, in modo esplicito, un semplice blog di informazione curato da una sola persona. Nessuna sovrapposizione, nessuna confusione.

    Il nome “Byoblu 3.0” nasce esattamente da questa esigenza di distinguere. Mi sono concesso, per pura immagine, di raccontare la storia in fasi: la prima, durata dodici anni, come una “1.0”; la fase televisiva — i cui destini oggi sono sospesi — come “2.0”; e la fase che verrà, alla quale la televisione potrà certamente riassociarsi, come “3.0”. La parola “spin-off” è una concessione pop, scritta di getto nel giro di poche ore mentre risolvevo da solo un’emergenza improvvisa. Non c’era, e non c’è, alcuna intenzione di sminuire, ed attaccarsi a quello è pretestuoso e (concedetemelo) un po’ infantile, strumentale ad ottenere facili consensi.

    La televisione dei cittadini è stata un esperimento unico al mondo, possibile anche grazie a giornaliste e giornalisti che ci hanno messo la faccia. Quel lavoro vale moltissimo, nessuno lo dimentica e soprattutto — come ho spiegato — non è andato perso e può essere recuperato. Proprio perché lo riconosco, vorrei che quelle energie potessero tornare a esprimersi al meglio.

    Se Media Pluralisti Europei troverà nuovi investitori, un nuovo Consiglio, un piano serio di taglio dei costi e persone disposte ad assumersi responsabilità vere, non ho alcuna difficoltà a valutare il rientro di Byoblu in un percorso condiviso. La porta resta aperta. Ciò che non potevo fare era lasciare Byoblu spento e sospeso nell’attesa indefinita che altri decidessero se, come e quando ripartire.

    SUI CANALI SOCIAL

    So che la redazione lamenta di non avere più accesso ai canali ufficiali. Dico le cose come stanno. I canali e i profili (Telegram, X, Instagram) fanno parte dell’identità e del marchio Byoblu che in questo momento devono essere tutelati. La restrizione sugli accessi è una misura dovuta e cautelativa, non un dispetto: serve a non confondere il pubblico in una fase delicatissima — anche in vista di eventuali richieste di sostegno o della ricerca di investitori — e a non disperdere il valore dell’azienda, valore che peraltro comunicati come quello di ieri contribuiscono a danneggiare, in una prospettiva che potrebbe arrivare fino alla liquidazione. È una misura che può rientrare nel momento in cui la situazione di MPE si sblocca.

    E qui voglio essere altrettanto chiaro: nulla impedisce a Media Pluralisti Europei di aprire da subito canali social a proprio nome. Sono gratis. Anzi, la società ha già un canale YouTube ben avviato, che ho creato io per loro. Se apriranno nuovi canali ufficiali, mi sono già ampiamento impegnato pubblicamente a darne immediata e ampia diffusione. La voce non si toglie a nessuno: si tratta solo di non confondere due soggetti distinti.

    LA TECNOLOGIA NON SOSTITUISCE I GIORNALISTI: LI LIBERA

    La nuova piattaforma è stata descritta come un modo per sostituire i giornalisti con l’intelligenza artificiale. È una rappresentazione superficiale e profondamente sbagliata. Una redazione di dodici giornalisti non dovrebbe consumare gran parte delle proprie energie a riscrivere notizie già battute dalle agenzie, già pubblicate dai grandi giornali, spesso uscite altrove anche da giorni. Non è il modo migliore di usare il denaro dei cittadini che hanno sostenuto Byoblu. Ci voleva una visione nuova, bisognava sfruttare tutte le armi che le nuove opportunità tecnologiche di un mondo che cambia in fretta mettono a disposizione. Chi non cambia, chi non evolve, non tiene il punto: semplicemente muore.

    Un esempio semplice. Se oggi accade qualcosa in Germania, negli Stati Uniti, a Bruxelles o in Medio Oriente, una piattaforma ben costruita e sempre supervisionata da esseri umani può raccogliere, ordinare, tradurre, confrontare e pubblicare rapidamente le informazioni di base. Questo non è “fare giornalismo al posto dei giornalisti”: è fare in modo che i giornalisti non debbano passare la giornata a rincorrere la cronaca ordinaria e a scrivere articoli di routine. Così si liberano per ciò che davvero dà valore al loro lavoro: inchieste, reportage, interviste, presenza sul territorio, analisi, verifiche — il racconto che nessun algoritmo potrà mai fare al posto loro. Sopra quella base di cronaca, coperta in modo più rapido e completo, si costruisce la vera informazione indipendente: quella che scava, collega i fatti, fa emergere ciò che gli altri non raccontano. Una piattaforma pensata per potenziare l’informazione, non per impoverirla. Una piattaforma a cui stavo lavorando anche per metterla a loro disposizione – se Media Pluralisti Europei continuerà la sua strada – e che adesso ho anticipato per i motivi già ampiamente spiegati.

    SI POTEVA VERIFICARE PRIMA

    Prima di diffondere un comunicato pubblico così grave, la redazione avrebbe potuto fare due cose semplici: chiedere informazioni complete al Consiglio di Amministrazione, che era stato formalmente informato già sabato; oppure scrivermi, chiamarmi, chiedermi documenti e una versione dei fatti. Non lo ha fatto. E per chi rivendica di fare giornalismo, prima di attribuire responsabilità pesanti a una persona, il minimo è verificare.

    Lo stesso vale per tutti i commentatori che si definiscono giornalisti o liberi informatori, ma che partono a fare post di condanna senza prima verificare, nonostante abbiano tutti quanti i miei contatti. Se si comportano così per queste questioni in cui la verifica dei fatti è facilmente riscontrabile, immaginate come verificheranno le cose che ogni giorno vi raccontano, e la cui verifica è oggettivamente difficile, senza mezzi e risorse propri dei grandi editori.

    LA MIA POSIZIONE VERSO MEDIA PLURALISTI EUROPEI

    Non ho alcun interesse a distruggere Media Pluralisti Europei, avendovi profuso incessantemente energie infinite, di notte e di giorno, per anni, ed essendo socio di maggioranza. Al contrario: continuo ad augurarmi che si possa trovare una strada, una guida, un piano e persone capaci di raccogliere il testimone con coraggio. Alla sua guida, in questo momento, peraltro servono profili con una competenza tecnica nelle società in crisi. Io so fare tante cose ma questa no, ed anche da qui erano maturate le mie dimissioni. Avevo anche trovato un elenco di decine di curricula di candidati da valutare e ne avevo parlato al Cda. MPE ha in sé tutte le possibilità, se guidata con determinazione e passione, di trasformarsi e ripartire. Ma per rinascere servono lucidità, responsabilità e verità. Comunicati pubblici inesatti e accusatori non la avvicinano a questa possibilità: la allontanano.

    UNA COSA, IN CHIUSURA

    A supporto di quanto dico, non mi nascondo dietro le parole. Pubblicherò la comunicazione PEC delle mie dimissioni — finora messa a disposizione del solo Consiglio di Amministrazione, il 5 maggio scorso — dopo aver oscurato i dati sensibili e le parti non necessarie alla comprensione dei fatti. È un documento molto tecnico, ma chi ha gli strumenti per leggerlo capirà le reali motivazioni della mia scelta. Continuo a muovermi così: con i fatti, e con le carte alla mano — nel rispetto delle persone, ma con la fermezza necessaria a difendere la verità.

    Scarica questo comunicato in PDF: Chiarimento pubblico sui fatti relativi a Byoblu e Media Pluralisti Europei

  • Coldiretti in piazza in 13 città: «Fermiamo i trafficanti di olio e grano»

    Coldiretti in piazza in 13 città: «Fermiamo i trafficanti di olio e grano»

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    Nella mattinata di martedì 10 giugno 2026, migliaia di agricoltori di Coldiretti hanno presidiato le Prefetture di tredici capoluoghi di regione italiani — da Roma a Bologna, da Bari a Firenze, da Cosenza a Palermo, fino a Cagliari, Pescara, Ancona, Perugia, Campobasso, Potenza e Napoli — per chiedere con forza un intervento istituzionale contro quello che l’organizzazione definisce un sistema di «trafficanti» che sta affossando due pilastri del Made in Italy: l’olio extravergine d’oliva e il grano duro.

    In ogni città una delegazione è stata ricevuta dal prefetto locale, al quale è stato consegnato un documento con richieste precise e urgenti. La mobilitazione, coordinata a livello nazionale, fotografa una crisi che tocca al contempo la sopravvivenza delle imprese agricole e la tutela della salute dei consumatori.

    I numeri di una crisi che non quadra

    A rendere la situazione particolarmente grave sono i dati che Coldiretti porta a sostegno delle proprie denunce. Per l’olio extravergine d’oliva, nella campagna 2025/2026 l’Italia ha prodotto circa 234 milioni di litri, mentre le importazioni hanno raggiunto i 545 milioni di litri a fronte di consumi interni attorno ai 460 milioni. Secondo l’organizzazione, i conti non tornano: qualcuno starebbe sistematicamente camuffando l’origine del prodotto, sfruttando le norme doganali sull’«ultima trasformazione sostanziale» per spacciare olio estero come italiano. Nell’ultimo anno, secondo i dati del Centro studi Divulga citati da Coldiretti, il prezzo dell’extravergine è crollato del 50%, mentre i costi di produzione sono aumentati di oltre 200 euro per ettaro.

    Non va meglio sul fronte del grano duro. In Sicilia, proprio in queste ore di trebbiatura, si registrerebbero — stando a quanto denuncia Coldiretti — offerte di acquisto a soli 19 centesimi al chilo. Un prezzo che la stessa organizzazione definisce «un insulto intollerabile», specie se confrontato con i 2 euro al chilo della pasta e i 3 euro del pane al dettaglio. A preoccupare è anche l’arrivo continuativo di navi cariche di grano trattato con glifosate, diserbante vietato in Europa ma ancora in uso in paesi come il Canada.

    Le voci dal territorio

    «L’agricoltura italiana non può essere lasciata sola di fronte all’azione di trafficanti e speculatori che alterano il mercato», ha dichiarato Luca Cotti, presidente di Coldiretti Emilia Romagna, dove oltre 500 agricoltori si sono radunati davanti alla Prefettura di Bologna. In Toscana, una delegazione proveniente da tutta la regione ha manifestato davanti alla Prefettura di Firenze. «Vediamo ogni giorno sulle nostre tavole pasta e olio, ma i nostri agricoltori sono in totale crisi», ha sottolineato Letizia Cesani, presidente di Coldiretti Toscana, denunciando una «stortura nella filiera produttiva» che impedisce ai produttori di coprire anche solo i costi di produzione.

    Da Bari, il presidente di Coldiretti Puglia Alfonso Cavallo ha ribadito che «importazioni senza adeguate garanzie, frodi e pratiche sleali continuano a deprimere i prezzi riconosciuti agli agricoltori, mettendo a rischio la sopravvivenza delle imprese agricole». In Campania, il direttore regionale Salvatore Loffreda ha parlato di «vergognosi tentativi» di strangolare le aziende, mentre a Cosenza la protesta si è accompagnata alla richiesta di uno stanziamento immediato di 40 milioni di euro per abbattere i costi nei contratti di filiera.

    Le proposte: tecnologia e norme più severe

    Coldiretti non si è limitata a protestare: nel documento consegnato ai prefetti sono contenute proposte concrete. Sul fronte dell’olio, l’organizzazione chiede l’utilizzo della risonanza magnetica e della mappatura isotopica come strumenti di certificazione dell’origine, con valore di prova in sede giudiziaria; lo stop alle vendite sottocosto; il divieto di miscelare extravergine con oli di qualità inferiore o trattati termicamente; la sospensione dell’import a dazio zero dalla Tunisia; e la fatturazione obbligatoria delle olive per garantire la tracciabilità completa della filiera.

    Per il grano, si chiede invece l’applicazione della Legge Caselli contro l’agropirateria, controlli capillari sull’origine lungo l’intera filiera e il blocco delle importazioni da paesi che utilizzano il glifosate, vietato in Europa. In entrambi i settori, viene ribadita la necessità di applicare con rigore la normativa già vigente contro le pratiche commerciali sleali.

    Una battaglia che riguarda tutti

    Coldiretti insiste su un punto politicamente rilevante: olio extravergine e grano duro italiani dovrebbero essere garantiti in tutte le mense pubbliche — scuole e ospedali in primis — come scelta di salute pubblica e sostegno alle filiere nazionali. La mobilitazione di oggi non è un punto di arrivo, ma, secondo l’organizzazione, l’avvio di una pressione continuativa sulle istituzioni affinché gli strumenti normativi già disponibili vengano finalmente messi in pratica.

  • Crisi energetica da Hormuz: scenari dal petrolio a 80 fino a 200 dollari al barile

    Crisi energetica da Hormuz: scenari dal petrolio a 80 fino a 200 dollari al barile

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    Da quando, il 28 febbraio 2026, è scattata l’operazione militare congiunta statunitense-israeliana contro l’Iran — denominata «Epic Fury» — e Teheran ha risposto dichiarando la chiusura dello Stretto di Hormuz, i mercati dell’energia non hanno trovato pace. A quasi cento giorni dall’inizio del conflitto, il Brent si aggira stabilmente attorno ai 97 dollari al barile (dato aggiornato all’8 giugno 2026), con picchi che a marzo avevano sfiorato i 120 dollari. Il gas naturale europeo TTF, partito da circa 30 euro per megawattora prima della crisi, aveva toccato punte di 49 euro nelle prime ore di caos, stabilizzandosi poi su valori superiori al 40% rispetto ai livelli pre-conflitto.

    Lo Stretto di Hormuz è un braccio di mare di circa 60 chilometri che separa il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman. Attraverso di esso transitava, prima della guerra, circa il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto (GNL) scambiato a livello mondiale. La sua «chiusura» — prima totale, poi parziale e ora soggetta a nuove condizioni imposte da Teheran e Mascate — rappresenta uno shock senza precedenti nella storia del mercato energetico globale.

    Gli scenari a breve termine: da 80 a 200 dollari al barile

    Le previsioni degli analisti divergono sensibilmente a seconda delle ipotesi sul decorso del conflitto.

    Scenario base (risoluzione rapida o de-escalation entro settimane): Gli analisti di Citigroup e Unicredit stimavano, nelle prime settimane di marzo, un prezzo del Brent nell’intervallo 80-90 dollari al barile come scenario centrale, ipotizzando una de-escalation rapida o un cambio di leadership a Teheran. Unicredit sottolineava che i fondamentali di mercato — con un’offerta globale stimata attorno a 107 milioni di barili al giorno contro una domanda di circa 103 milioni — giocavano in favore di una contenimento dei prezzi, a patto che le rotte di trasporto tornassero operative.

    Scenario intermedio (conflitto prolungato, Stretto parzialmente bloccato): Se i flussi attraverso Hormuz restassero ridotti ma non azzerati per settimane, Goldman Sachs stimava un «premio di rischio» stabilmente incorporato nel prezzo del greggio pari a 18 dollari al barile. Wood Mackenzie individuava una soglia critica di 100 dollari al barile come scenario plausibile in caso di chiusura prolungata. Morgan Stanley aveva già alzato la propria stima sul Brent per il secondo trimestre 2026 a 80 dollari, da una precedente previsione di 62,50 dollari.

    Scenario di escalation (guerra estesa, Stretto chiuso a lungo): Gli analisti di Bernstein parlano esplicitamente di una fascia 120-150 dollari in uno scenario di «guerra estesa». Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, ha indicato a Class CNBC la soglia dei 130-150 dollari come raggiungibile se lo Stretto restasse completamente chiuso. Simone Tagliapietra, senior fellow di Bruegel e docente alla Johns Hopkins University di Bologna, non esclude i 150-200 dollari in caso di prolungamento indefinito del conflitto, aggiungendo che già al di sopra dei 100 dollari si configura uno «shock macroeconomico» con effetti sull’inflazione e sulle aspettative di crescita globale.

    Scenario catastrofico (collasso delle infrastrutture regionali): JP Morgan avverte che, se lo Stretto rimanesse chiuso per oltre 25 giorni, i principali produttori del Medio Oriente potrebbero essere costretti a sospendere la produzione perché i serbatoi di stoccaggio offshore raggiungerebbero i limiti fisici di capacità. Un simile scenario renderebbe i target di prezzo citati sopra potenzialmente ottimistici.

    La variabile Hormuz: dall’apertura con pedaggi alla minaccia permanente

    Un elemento di novità, emerso l’8 giugno 2026, complica ulteriormente il quadro: l’ambasciatore iraniano a Mosca, Kazem Jalali, ha dichiarato al quotidiano russo Izvestia che lo Stretto sarà «aperto, ma con nuove condizioni determinate dalle autorità iraniane e omanite», incluso il pagamento di una tariffa di transito. Per i mercati, la reintroduzione di un «pedaggio politico» su una rotta prima libera introduce una variabile permanente difficilmente prezzabile e non necessariamente rassicurante rispetto alla chiusura totale.

    Nello stesso giorno, Israele ha colpito il complesso petrolchimico di Mahshahr, nel sud-ovest dell’Iran, primo attacco a un sito energetico iraniano dall’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’8 aprile. I futures sul Brent hanno reagito con un rialzo di oltre il 4%, cancellando le perdite della seduta precedente.

    Gas: il nodo Qatar e gli stoccaggi europei

    L’Italia importava, nel 2025, circa il 25% del proprio GNL dal Qatar (5-6 miliardi di metri cubi). La sospensione della produzione dell’impianto Ras Laffan di QatarEnergy — annunciata a inizio marzo dopo attacchi iraniani — ha interrotto un flusso di circa 120 miliardi di metri cubi annui di GNL, un volume paragonabile a quello che la Russia forniva all’Europa prima dell’invasione dell’Ucraina del 2022.

    A rendere il quadro più delicato, gli stoccaggi europei di gas erano al momento dell’inizio della crisi già inferiori al 31% della capacità, contro il 40% registrato nello stesso periodo del 2025. Secondo gli analisti di ICIS, se l’interruzione delle forniture dal Golfo dovesse protrarsi, la domanda europea si sposterebbe in misura crescente verso il GNL statunitense, restringendo ulteriormente il mercato globale e spingendo al rialzo i prezzi anche in Asia.

    Scenario migliore per il gas (breve termine): Normalizzazione dei flussi entro l’estate 2026, con prezzi TTF che potrebbero tornare sotto i 35 euro/MWh grazie anche a una stagione calda che riduce la domanda di riscaldamento.

    Scenario peggiore per il gas (autunno-inverno 2026): Se la crisi si prolungasse fino all’autunno con stoccaggi europei insufficienti, si aprirebbero scenari di razionamento in alcuni Paesi, con prezzi TTF potenzialmente superiori ai massimi toccati a inizio crisi. La situazione sarebbe aggravata dalla concorrenza degli acquirenti asiatici sul mercato spot del GNL.

    L’OPEC+ e il paradosso delle quote inutili

    Dall’inizio del conflitto, l’OPEC+ ha deliberato quattro aumenti consecutivi della produzione. L’ultimo, concordato domenica 8 giugno, ha portato l’incremento cumulativo a valori consistenti sulla carta. Ma, come ha spiegato Jorge Leon di Rystad Energy, «l’impatto fisico di questa decisione sarebbe prossimo allo zero»: la maggior parte dei barili aggiuntivi transita attraverso Hormuz (e quindi non arriva a destinazione) oppure proviene da Paesi come la Russia, la cui capacità produttiva è stata erosa dagli attacchi alle infrastrutture.

    L’Arabia Saudita dispone di circa 1,8 milioni di barili al giorno di capacità inutilizzata, e gli Emirati di altri 700.000, ma il problema non è la produzione: è il trasporto. Francesco Sassi, professore di geopolitica dell’energia all’Università di Oslo, ha sintetizzato la questione all’agenzia Adnkronos: «Se loro non lo possono fare, chi lo può fare? Nessuno».

    Gli impatti sulla vita quotidiana degli italiani

    A livello domestico, i riflessi della crisi sono già visibili. Il prezzo del petrolio è aumentato di circa il 60% dall’avvio del conflitto a fine febbraio. Secondo uno studio commissionato da Greenpeace, nel solo mese di marzo le aziende europee attive nella raffinazione avrebbero incassato una media di 81,4 milioni di euro supplementari al giorno di extraprofitti. Per l’Italia, la stima è di circa 14 centesimi di extracosto per ogni litro di diesel alla pompa nel mese di marzo.

    Per i viaggi aerei, il cherosene — che costituisce circa il 20-25% dei costi operativi di una compagnia aerea — ha subito rialzi analoghi a quelli del diesel, con surcharge tariffari che si traducono in biglietti aerei più cari. Per il riscaldamento domestico, il collegamento tra prezzi del gas sul mercato all’ingrosso e bollette è diretto nei contratti a prezzo variabile, con aumenti che nelle prime settimane di crisi hanno superato il 40% rispetto ai valori precedenti.

    Bangladesh e Sri Lanka hanno già introdotto razionamenti di carburante ed energia. Diversi economisti, tra cui Emiliano Brancaccio dell’Università Federico II di Napoli, sottolineano che gli effetti dei rincari energetici sono regressivi: pesano proporzionalmente di più sui redditi bassi.

    Prospettive: il nodo geopolitico dell’Iran post-Khamenei

    L’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei — al potere dal 1989 — aggiunge al quadro energetico una profonda incertezza politica. Secondo Luigi Toninelli, junior research fellow dell’ISPI, la scomparsa della guida suprema «potrebbe sembrare uno scacco matto alla Repubblica islamica», ma è «molto più plausibile che un eventuale cambiamento maturi dall’interno dell’attuale sistema di potere, con i Pasdaran in prima linea». Questo significa che, almeno nel breve periodo, non è attesa una transizione rapida verso un interlocutore disponibile a normalizzare i flussi energetici.

    La Cina, principale acquirente del petrolio del Golfo e sostenitore di fatto di Teheran, esercita pressioni affinché lo Stretto non venga compromesso definitivamente, temendo anche che gli Stati Uniti possano invocare la necessità di garantire la libertà di navigazione come pretesto per una presenza militare permanente nella regione. Quasi il 70% del greggio che transitava per Hormuz era destinato ad acquirenti asiatici.

    Al Jazeera, nell’ultimo aggiornamento disponibile del 9 giugno 2026, sintetizza la situazione con una domanda che i mercati si pongono da mesi: perché il petrolio si è stabilizzato attorno ai 100 dollari invece di esplodere ulteriormente o tornare ai livelli pre-crisi? La risposta sembra essere che il mercato ha progressivamente «scontato» uno scenario di conflitto prolungato ma non catastrofico, adattandosi a una nuova normalità di prezzi strutturalmente elevati — senza tuttavia avere la visibilità per immaginare una vera normalizzazione.

  • Egitto: arrestato Tamer Hamouda, ex marito di Nessy Guerra

    Egitto: arrestato Tamer Hamouda, ex marito di Nessy Guerra

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    Una svolta significativa nella vicenda di Nessy Guerra, la cittadina italiana originaria di Sanremo condannata in Egitto per adulterio: nella giornata del 9 giugno 2026, Tamer Hamouda — l’ex marito italo-egiziano che aveva dato origine all’intera vicenda giudiziaria — è stato arrestato dalle autorità egiziane. La denuncia che ha portato all’arresto è partita dal console onorario d’Italia, che ha segnalato alle forze di sicurezza locali minacce e un tentativo di aggressione da parte dell’uomo.

    È una notizia che, per una volta in questa storia lunga e dolorosa, segna un punto a favore della tutela dei diritti di una cittadina italiana all’estero. E il merito va riconosciuto apertamente: la rete diplomatica italiana, dal ministro degli Esteri Antonio Tajani fino all’ambasciata al Cairo e alla rete consolare attiva tra la capitale egiziana e Hurghada, ha lavorato con costanza e determinazione per proteggere Nessy Guerra e sua figlia.

    Una storia che viene da lontano

    Per capire il peso di questo arresto, occorre ripercorrere brevemente la vicenda. Nessy Guerra, madre di una bambina italo-egiziana di tre anni, si trovava bloccata in Egitto da anni a causa di un divieto di espatrio imposto dal tribunale egiziano sulla figlia, su richiesta dello stesso Hamouda. L’uomo aveva depositato alle autorità egiziane video intimi della donna — un atto qualificato come revenge porn — per farla accusare di adulterio, reato penale nell’ordinamento egiziano.

    Il 19 febbraio scorso un tribunale egiziano aveva condannato Guerra a sei mesi di carcere. La corte d’appello ha successivamente confermato la sentenza, lasciando la donna in uno stato di terrore. “Ho paura di perdere la mia bambina. Ho paura di finire in prigione in Egitto”, aveva detto in lacrime in un video pubblicato su Instagram dopo la conferma della condanna. “Sta diventando insostenibile”, aveva aggiunto, rivolgendosi alle istituzioni italiane.

    In Italia, nei confronti di Hamouda risultano aperti diversi procedimenti penali: per maltrattamenti, sottrazione di minore e revenge porn. L’uomo, secondo quanto riportato dalle fonti, era già stato condannato in Italia per stalking e violenza ai danni di un’altra donna.

    La diplomazia italiana ha funzionato

    Ciò che emerge con chiarezza da questa vicenda è che la pressione diplomatica italiana non è rimasta lettera morta. Il ministro Tajani aveva affrontato personalmente la questione con il suo omologo egiziano Badr Abdelatty, richiedendo il rispetto dei diritti della cittadina italiana e della minore. L’ambasciatore d’Italia al Cairo aveva portato il caso all’attenzione delle autorità locali in più occasioni. La Farnesina aveva garantito assistenza legale, economica e personale alla donna.

    L’arresto di Hamouda, ottenuto grazie alla denuncia diretta del console onorario d’Italia, dimostra che questa rete di protezione ha funzionato. Non è la soluzione definitiva di una vicenda che resta complessa — la condanna di Guerra è ancora in piedi e la bambina non può ancora lasciare il paese — ma rappresenta un segnale concreto che la tutela dei cittadini italiani all’estero può tradursi in atti efficaci, quando portata avanti con metodo e determinazione.

    Nei prossimi giorni si attendono aggiornamenti sulla posizione giudiziaria di Hamouda in Egitto e sull’eventuale impatto del suo arresto sulle procedure di affidamento della bambina e sulla situazione processuale di Nessy Guerra.

  • Von der Leyen lancia il 21° pacchetto di sanzioni alla Russia: ma funzionano davvero?

    Von der Leyen lancia il 21° pacchetto di sanzioni alla Russia: ma funzionano davvero?

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    La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha presentato oggi, 9 giugno 2026, il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, colpendo settori chiave come l’energia, il sistema finanziario e introducendo il divieto d’ingresso nell’Unione Europea per i veterani di guerra russi. «La nostra costanza sta pagando», ha dichiarato von der Leyen, ribadendo la linea di pressione economica che Bruxelles sostiene dall’inizio del conflitto in Ucraina.

    Cosa prevede il pacchetto

    Secondo quanto comunicato dalla Commissione Europea, il 21° pacchetto mira a stringere ulteriormente il cappio sull’economia di Mosca attraverso misure nel settore energetico — ancora uno dei principali canali di finanziamento del Cremlino — e nuove restrizioni al sistema bancario e finanziario russo. L’inclusione di un divieto d’ingresso per i veterani russi del conflitto in Ucraina rappresenta una novità sul fronte delle misure personali, con l’obiettivo dichiarato di scoraggiare la partecipazione alle operazioni militari.

    Un bilancio controverso: 21 pacchetti, e la guerra continua

    Eppure, a quasi quattro anni e mezzo dall’invasione su larga scala dell’Ucraina e a ventidue pacchetti di distanza dalle prime misure restrittive varate nel 2022, il quadro che emerge è tutt’altro che quello di un’economia russa in ginocchio.

    Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, l’economia russa ha mostrato una resilienza superiore alle previsioni occidentali, registrando una crescita del PIL nel 2023 e nel 2024, sostenuta dalla domanda interna, dall’industria della difesa e dalla diversificazione delle esportazioni energetiche verso Asia e Medio Oriente. La Russia ha trovato nuovi acquirenti per il suo petrolio — in primo luogo India e Cina — spesso con meccanismi di pagamento alternativi al sistema SWIFT, dal quale era stata parzialmente esclusa.

    L’aggiramento delle sanzioni è un problema strutturale riconosciuto dagli stessi funzionari europei. Paesi terzi come Turchia, Emirati Arabi Uniti, Armenia e Kazakhstan hanno fatto da snodo per merci e tecnologie dual-use soggette a embargo, vanificando in parte l’effetto dei blocchi. La stessa Commissione Europea, nei pacchetti precedenti, ha progressivamente incluso misure anti-circumvention — ossia norme contro l’elusione — proprio a riconoscimento del fallimento parziale dei meccanismi precedenti.

    L’impasse militare e il paradosso delle armi

    Sul fronte bellico, la pressione economica non si è tradotta in una riduzione della capacità operativa russa. Al contrario, Mosca ha accelerato la produzione bellica, presentando sistemi missilistici ipersonici, droni avanzati e munizioni a guida di precisione che hanno sorpreso per la loro sofisticazione. Il complesso militare-industriale russo ha lavorato a pieno regime, alimentato anche da forniture nordcoreane e iraniane.

    Di contro, il fronte europeo della difesa comune mostra crepe profonde. Il progetto di un caccia da combattimento europeo — il programma FCAS tra Francia, Germania e Spagna, a cui si aggiunge il progetto GCAP con Italia, Regno Unito e Giappone — è bloccato da anni di veti incrociati, dispute industriali e rivalità nazionali (leggi qui il post su Byoblu). Miliardi di euro di fondi pubblici sono stati spesi senza che un prototipo condiviso abbia preso il volo, mentre la dipendenza europea dagli F-35 americani rimane intatta.

    La voce dei critici

    Economisti e analisti geopolitici di diversa estrazione sollevano da tempo la stessa obiezione: le sanzioni, per essere efficaci, richiedono universalità di applicazione e tempestività. Nessuna delle due condizioni è stata soddisfatta in modo sistematico. «Ogni nuovo pacchetto sancisce implicitamente che quello precedente non era sufficiente», ha osservato in passato l’economista russo-americano Sergei Guriev, oggi esule a Parigi, sottolineando come la Russia abbia avuto il tempo di adattarsi.

    All’interno dell’UE, peraltro, l’unanimità richiesta per le sanzioni ha spesso reso le misure il frutto di mediazioni al ribasso, con paesi come Ungheria che hanno storicamente frenato le misure più incisive.

    Ma soprattutto: conviene tutto questo zelo nel mettersi costantemente contro ogni convenienza per i cittadini stessi, che pagano un prezzo altissimo in termini di spesa sociale ai minimi storici (ospedali e strade che non si possono fare perché bisogna sostenere Kiev) e in termini di crescita ingiustificata dei costi dell’energia?

    Le bollette, di certo, non le paga la Von Der Leyen.


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  • Ponte sullo Stretto, tre indagati per corruzione: nel mirino la Corte dei Conti

    Ponte sullo Stretto, tre indagati per corruzione: nel mirino la Corte dei Conti

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    La procura di Roma ha aperto un’indagine per corruzione in relazione al Ponte sullo Stretto di Messina. Nella mattinata del 9 giugno 2026, i carabinieri del ROS hanno eseguito perquisizioni nei confronti di tre indagati, su delega dei magistrati inquirenti. Lo rende noto il procuratore capo Francesco Lo Voi con una comunicazione ufficiale.

    I tre soggetti coinvolti sono: un avvocato 71enne originario della provincia di Reggio Calabria, già consigliere di amministrazione della società Stretto di Messina Spa; un imprenditore 65enne reggino residente a Roma; e un magistrato contabile di 70 anni, ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, collocato in quiescenza dal febbraio 2026. Le accuse, contestate in concorso, includono corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva da parte di pubblico ufficiale e rivelazione e utilizzo di segreti d’ufficio.

    Il meccanismo dell’accordo corruttivo

    Secondo la ricostruzione della procura, l’avvocato e l’imprenditore avrebbero avvicinato il magistrato contabile con un’offerta tutt’altro che velata: appoggio per ottenere incarichi in enti pubblici dopo il pensionamento, in cambio di un intervento favorevole alla società Stretto di Messina Spa nell’ambito dell’esame di legittimità che la Corte dei Conti stava conducendo sul progetto definitivo dell’opera.

    I due avrebbero anche tentato di coinvolgere altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo, rivelando nel frattempo a terzi informazioni coperte da segreto d’ufficio, ottenute proprio dal giudice indagato.

    Quest’ultimo, dal canto suo, non si sarebbe limitato a promesse generiche. Stando alla nota della procura, avrebbe fornito aggiornamenti costanti sull’andamento del procedimento alla Corte dei Conti, rivelando orientamenti riservati dei colleghi magistrati e anticipando le dinamiche della Camera di Consiglio in adunanza plenaria. Avrebbe inoltre preso in carico la decisione sfavorevole emessa il 29 ottobre 2025 — e qui la storia acquista un certo sapore grottesco — impegnandosi a predisporre una memoria nell’interesse della Stretto di Messina Spa da consegnare al commercialista della società. Il tutto in cambio dell’ambizione dichiarata di diventare presidente dell’Antitrust o di una società partecipata.

    Le perquisizioni e i sequestri

    I tre sono stati perquisiti nella giornata odierna in tre province: Roma, Reggio Calabria e Frosinone. Nel corso delle operazioni sono stati rinvenuti e sequestrati dispositivi elettronici e documentazione cartacea, che saranno sottoposti ad analisi forensi per valutarne la rilevanza probatoria rispetto alle ipotesi di reato contestate.

    Il contesto: l’esame alla Corte dei Conti

    L’inchiesta si inserisce in una fase cruciale per il più grande e controverso cantiere della storia repubblicana italiana. La Corte dei Conti è chiamata a pronunciarsi sulla legittimità del progetto definitivo del Ponte sullo Stretto: un passaggio obbligato prima che i lavori possano effettivamente prendere il via. È proprio su questo snodo — tecnico, ma politicamente esplosivo — che si sarebbe consumato, secondo l’accusa, il tentativo di condizionamento.

    L’inchiesta è agli esordi e gli indagati non sono stati ancora raggiunti da misure cautelari. Gli atti acquisiti durante le perquisizioni saranno determinanti per definire la solidità del quadro probatorio. Nel frattempo, il grande sogno — o il grande affare, a seconda dei punti di vista — del collegamento stabile tra Calabria e Sicilia dovrà fare i conti con qualcosa di più prosaico: un fascicolo aperto in via Giulia.

  • Byoblu riparte: Claudio Messora annuncia una nuova fase

    Byoblu riparte: Claudio Messora annuncia una nuova fase

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    Dopo giorni di inaccessibilità del sito byoblu.com, il fondatore del progetto Claudio Messora ha pubblicato l’8 giugno 2026 un video in cui spiega le ragioni dell’interruzione e annuncia il rilancio della piattaforma in una forma rinnovata e separata dalla società Media Pluralisti Europei.

    La crisi e le dimissioni

    Nel video, il fondatore ripercorre la storia di Byoblu, nato nel 2007 come progetto personale e cresciuto nel tempo fino a coinvolgere collaboratori, soci e una vasta comunità. Negli ultimi anni, spiega, l’attività editoriale era stata sviluppata attraverso Media Pluralisti Europei, società che tuttavia «negli ultimi mesi è entrata in una fase molto difficile». Il 5 maggio scorso, riferisce, si è dimesso da ogni incarico operativo e gestionale all’interno di quella società, ritenendo che non ci fossero le condizioni per proseguire. Da allora non fa più parte della sua amministrazione, e può parlare solo in qualità di socio.

    Il sito byoblu.com è diventato irraggiungibile venerdì scorso. Nel video si esclude esplicitamente che si sia trattato di un attacco informatico o di censura: «Il problema non è un server da riaccendere», afferma Claudio Messora. Il punto, spiega, è che la struttura che negli ultimi anni aveva sostenuto l’attività editoriale di Byoblu si trova oggi in una condizione che non consente di garantire la continuità del servizio. Un segnale in tal senso era già arrivato, secondo quanto dichiarato, con lo spegnimento della televisione nazionale collegata al progetto.

    La scelta del rilancio

    Di fronte a questa situazione, Messora descrive di essersi trovato davanti a due opzioni: da un lato «attendere un tempo indefinito, senza alcuna certezza sulla possibilità e sui tempi di un ripristino, con il rischio di settimane, mesi o forse di un blackout permanente»; dall’altro, agire per garantire la sopravvivenza del progetto, perché lasciarlo spento e condannarlo all’oblio sarebbe stato «irresponsabile, soprattutto verso le tantissime persone che ogni giorno lo cercano e lo seguono».

    La scelta, annuncia, è stata quella del rilancio, ma in una forma distinta rispetto al passato. Byoblu e Media Pluralisti Europei, sottolinea con chiarezza, «oggi non coincidono». La società seguirà la propria strada autonomamente, e il fondatore si impegna a rendere noti i nuovi canali di comunicazione di Media Pluralisti Europei non appena gli verranno comunicati.

    Un ritorno alle origini

    Il progetto che riparte non sarà più una testata giornalistica registrata, bensì un blog di informazione: «quello che è stato all’inizio e quello che da oggi torna ad essere», dice Messora. Una scelta che segna un cambiamento significativo nella natura editoriale e giuridica della piattaforma.

    Nel video vengono espressi auguri sia a Media Pluralisti Europei sia a tutte le iniziative che puntano a un’informazione «onesta, libera, libera da manipolazioni e dalla propaganda», senza nessuna contrapposizione. «Ogni transizione genera timori, apprensione, incertezza», conclude Messora, «ma credo che il senso della vita sia anche nell’accogliere il cambiamento per le opportunità infinite che può offrire».

    Prossimi sviluppi

    La nuova fase di Byoblu si apre in un contesto complesso, nel quale gli aspetti editoriali, tecnici, societari e legali richiedono attenzione, prudenza e sedi appropriate. Per questo motivo, non tutto può essere spiegato in una sola comunicazione pubblica.

    L’obiettivo dichiarato è tuttavia chiaro: preservare la continuità di un progetto nato nel 2007, mantenerne viva la memoria digitale e offrire nuovamente al pubblico un punto di riferimento autonomo per l’informazione libera e indipendente.

    Media Pluralisti Europei ha oggi una propria guida autonoma e potrà, se lo vorrà, individuare una propria identità e ritagliarsi uno spazio nel panorama dei media. A chi si impegnerà in questo percorso, il fondatore di Byoblu rivolge i suoi auguri più sinceri.

    Nota. Messora precisa inoltre che, non avendo più incarichi operativi o gestionali in Media Pluralisti Europei, non può né intende utilizzare archivi, mailing list o dati aziendali per comunicazioni dirette ai soci o ad altri contatti della società. Per questo, chi desidera seguire la nuova fase di Byoblu potrà farlo iscrivendosi liberamente alla newsletter del blog, che sarà il canale naturale per ricevere aggiornamenti e comunicazioni sul progetto.

    Aggiornamento

    In seguito al comunicato della redazione, invito tutti a leggere qui il post “Chiarimento pubblico sui fatti relativi a Byoblu e Media Pluralisti Europei“.


    Fonti: