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  • Zelensky chiede 15 miliardi per i Patriot: l’Italia non risponde (per ora). Gli Usa invece pronti a inviare armi, …se paghiamo noi!

    Zelensky chiede 15 miliardi per i Patriot: l’Italia non risponde (per ora). Gli Usa invece pronti a inviare armi, …se paghiamo noi!

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    Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere soldi — molti soldi — ai suoi alleati occidentali. Il 17 giugno 2026, il presidente ucraino ha avanzato una richiesta di finanziamento legata al programma PURL (Package for Ukraine Resilience and Longevity) che ammonterebbe a 15 miliardi di euro, destinati in larga parte all’acquisto di sistemi missilistici Patriot di produzione americana. L’Italia, stavolta, non ha risposto all’appello. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato di «non aver preso impegni con gli Usa», lasciando la questione in sospeso. La partita, secondo le stesse fonti, verrà affrontata nell’ambito del formato E5 a Berlino.

    Una storia che si ripete: da Berlino a Roma a Washington

    Non è la prima volta. Nel giugno 2024, Zelensky si era presentato al Bundestag durante la Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina (URC) chiedendo «almeno sette sistemi Patriot». A luglio 2025, alla quarta edizione della Ukraine Recovery Conference tenuta a Roma, aveva dichiarato esplicitamente: «Abbiamo bisogno di finanziamenti». A novembre 2025 aveva annunciato su X la volontà di acquistare 25 sistemi Patriot dagli Stati Uniti, chiedendo agli europei di prestare nel frattempo i loro sistemi. Nel maggio 2026 ha inviato lettere formali sia alla Casa Bianca che al Congresso americano, incontrandosi con legislatori statunitensi e illustrando la dipendenza «quasi esclusiva» dell’Ucraina dagli USA per l’intercettazione di missili balistici.

    Il copione è sempre lo stesso: l’Ucraina chiede, l’Occidente discute, e alla fine paga — o s’impegna a pagare. Ma adesso diventa anche peggio: Zelensky e Trump si incontrano, Trump gli chiede il pizzo, e Zelensky lo fa pagare a noi. Vediamo perché.

    I conti li fanno gli altri

    Qui sta il nodo che vale la pena esaminare con attenzione. Una singola batteria Patriot costa circa 1,1 miliardi di dollari; ogni singolo missile intercettore vale circa 4 milioni di dollari. I Patriot sono prodotti da Lockheed Martin, azienda americana «sommersa di ordini da tutte le parti del mondo». Zelensky ha chiesto una corsia preferenziale e, parallelamente, ha scritto per ottenere l’autorizzazione a produrli in proprio — autorizzazione che gli Stati Uniti, prevedibilmente, non si affrettano a concedere.

    Chi paga, dunque? Gli europei, stando alle cifre circolate. Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha indicato che entro fine 2026 i Paesi europei consegneranno aiuti militari per circa 42 miliardi di dollari. La sola Germania ne metterà sul piatto 11,5 miliardi di euro. Zelensky ha anche dichiarato di avere bisogno di circa 70 miliardi di dollari l’anno solo per mantenere un esercito professionale nel dopoguerra.

    Gli Stati Uniti, invece, sotto l’amministrazione Trump, hanno sostanzialmente smesso di donare. Come ha sintetizzato il vice ambasciatore americano presso la NATO Scott Oudkirk, Washington è pronta a mediare, ma gli alleati europei «dovrebbero comprare più armi americane da consegnare all’esercito ucraino». Traduzione: non si regala più niente, ma le aziende americane devono guadagnarci. E per di più, cosa che nessuno nota, nonostante a pagare la difesa di Zelensky siamo noi, le terre rare di cui l’Ucraine è piena se le spartiscono Trump e Putin. Intelligente. Come la storia dei dazi.

    La guerra con i soldi degli altri

    Il meccanismo è nitido: Kiev combatte, Washington produce e vende, Berlino, Parigi, Roma e le altre capitali europee finanziano. Putin, dal canto suo, finanzia le proprie spese di guerra con le proprie risorse — petrolio, gas, entrate fiscali, economia di guerra. Domanda ipersemplificatoria: se il vostro vicino vi infastidisce, l’avvocato ve lo pagate voi o chiedete al quartiere di fare una colletta?

    C’è chi potrebbe obiettare che le democrazie europee abbiano interesse a sostenere Kiev per ragioni di sicurezza collettiva. È una posizione legittima e dibattuta. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se questa solidarietà venga esercitata con piena consapevolezza dei costi, e se quei costi vengano chiaramente comunicati ai cittadini europei — che, alla fine, sono coloro che li sostengono attraverso la fiscalità generale o, come suggeriscono alcune analisi economiche, attraverso la compressione della spesa sociale (meno ospedali, meno scuole, meno strade, energia alle stelle, carburanti alle stelle…).

    Roma resta a guardare (per ora)

    Nel caso italiano, la risposta al più recente appello di Zelensky è stata il silenzio istituzionale. Crosetto non ha preso impegni, e la questione è stata rinviata al tavolo europeo dell’E5 a Berlino. È una posizione attendista che, a seconda delle interpretazioni, può essere letta come prudenza o come elusione di responsabilità.

    Già nel giugno 2024, l’allora ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva annunciato all’URC di Berlino la fornitura di un sistema SAMP/T e di 140 milioni di euro per infrastrutture ucraine, di cui 45 milioni destinati alla ricostruzione della cattedrale di Odessa. Un impegno concreto, ma di dimensioni ben diverse rispetto alle richieste che arrivano oggi.

    I negoziati di pace a Istanbul, ricordati da Euronews, sono intanto «chiaramente bloccati», riducendosi finora a scambi di prigionieri. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato a metà luglio 2025 di aver discusso con il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov un «approccio nuovo e diverso», senza tuttavia fornire dettagli. La guerra prosegue, gli attacchi russi si intensificano, e la cassa europea continua a essere chiamata a rispondere.

  • Meloni liquida Vannacci: «Governare bene, il resto sono alchimie». Ma ogni vent’anni, rinasce un nuovo Grillo…

    Meloni liquida Vannacci: «Governare bene, il resto sono alchimie». Ma ogni vent’anni, rinasce un nuovo Grillo…

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    Evian, 17 giugno 2026. Al termine del G7 francese, Giorgia Meloni risponde con studiata nonchalance alle domande sul generale Roberto Vannacci e sul suo partito, Futuro Nazionale. «Mi pare che abbiano già chiuso all’alleanza con il centrodestra», dice la presidente del Consiglio in conferenza stampa. «Io non mi sto ponendo il problema. Per vincere le elezioni bisogna governare bene, il resto sono alchimie».

    Parole che suonano come una porta chiusa, ma con la maniglia ancora in vista. Meloni non pronuncia un «mai» netto, preferisce affidare la rottura all’avversario: è Vannacci ad essersi posto «fuori dall’alleanza», votando cinque volte contro la fiducia al governo. «Vedo una certa funzionalità per la sinistra in questo», aggiunge la premier, con una stilettata che ricorda quelle già usate in Parlamento. La replica del generale, contattato dall’ANSA, è secca e sprezzante: «Ma a chi sta parlando la premier? Se vuole parlare con me, mi contatti».

    Il fenomeno Vannacci e il déjà vu politico italiano

    Meloni, forse involontariamente, ha centrato un punto che vale la pena sviluppare. La traiettoria di Roberto Vannacci — generale dell’esercito, libro-pamphlet da milioni di copie, europarlamentare in ascesa nei sondaggi, frontman di una destra «più destra» di quella al governo — ricorda in modo inquietante un copione già visto.

    Vent’anni prima fu Beppe Grillo: il comico genovese che incarnava la rabbia antipolitica, portava in piazza milioni di delusi, prometteva la rottamazione di tutti i partiti. Poi il Movimento 5 Stelle è andato al governo con chiunque — Lega, PD, Draghi — e buona parte dei suoi elettori ha dimenticato di averlo votato, o quasi.

    Vent’anni prima ancora, negli anni Novanta, fu Silvio Berlusconi a incarnare il «nuovo» che avanzava contro la «vecchia politica». Anche lui si presentò come il salvatore della Patria contro il sistema. Poi divenne il sistema.

    Il meccanismo è sempre lo stesso: una figura esterna all’establishment, carismatica e semplificatrice, intercetta il voto di protesta di chi si sente tradito dalla destra «ufficiale». Il partito cresce, raccoglie, drena consensi. Poi, inevitabilmente, il sistema politico lo assorbe, o lo neutralizza, o lo costringe alla scelta: o dentro o fuori. E chi entra, si trasforma. Chi rimane fuori, si esaurisce.

    Vannacci oggi è ancora nella fase ascendente. I sondaggi, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, indicano che Futuro Nazionale sta drenando consensi soprattutto dalla Lega. Ma la storia suggerisce che il ciclo ha una durata limitata: abbastanza lunga da far dimenticare agli elettori le delusioni precedenti, abbastanza breve da non intaccare davvero l’equilibrio di potere.

    Il femminicidio, l’Islam e la coerenza che manca

    Nella stessa conferenza stampa, Meloni ha affrontato anche le posizioni di Vannacci sul reato di femminicidio — introdotto da questo governo e che il generale vorrebbe abrogare come «discriminatorio» tra i sessi. «Non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo. La motivazione del femminicidio è il non accettare la libertà di una donna».

    Ci sarebbe poi una contraddizione interna alla posizione del generale: le stesse battaglie contro il fondamentalismo islamico, condivise in teoria anche da Vannacci, vengono portate avanti con la stessa motivazione — difendere la libertà delle donne. «Perché il tema della libertà di una donna in alcuni casi funziona e in altri casi no?», ha chiesto retoricamente la premier.

    Ma il punto vero è un altro: Meloni ha ragione su Vannacci, e forse lo sa. Sa che ogni ciclo politico produce il proprio «duro e puro», che il sistema sa aspettare, e che alla fine il meccanismo si ripete. La domanda che resta aperta — e che gli elettori farebbero bene a porsi — è: in quale fase del ciclo ci troviamo adesso con Futuro Nazionale? E quanti di quelli che oggi votano Vannacci, tra dieci anni saranno ancora più disillusi di prima?

  • Mondiali 2026: l’Inghilterra batte la Croazia 4-2 a Dallas

    Mondiali 2026: l’Inghilterra batte la Croazia 4-2 a Dallas

    Nell’esordio del gruppo L ai Mondiali 2026, disputato a Dallas, l’Inghilterra ha superato la Croazia per 4-2 in una partita ricca di colpi di scena e gol. La sfida, considerata sulla carta tra le più equilibrate della prima giornata, si è rivelata spettacolare e combattuta fino agli ultimi minuti.

    La partita: Croazia in avvio, poi il dominio inglese

    I primi minuti hanno sorriso alla Croazia, che ha imposto un pressing alto e ha faticato a fare in modo che gli inglesi si esprimessero con fluidità. L’episodio chiave è arrivato presto: un fallo di Luka Modric su Madueke ha portato l’arbitro a concedere un calcio di rigore all’Inghilterra. Harry Kane si è incaricato della battuta, eseguita due volte a causa di un sospetto movimento anticipato del portiere Livakovic, e alla seconda occasione ha segnato. Con quella rete il capitano inglese ha raggiunto quota 80 gol con la maglia dei Three Lions.

    La Croazia non si è abbattuta: prima Baturina ha trovato il pareggio con un diagonale preciso, poi Kane ha riportato avanti l’Inghilterra di testa da calcio d’angolo. Poco prima dell’intervallo, però, Musa ha ristabilito la parità con un calcio al volo su assist di Perisic, fissando il risultato sul 2-2 alla fine del primo tempo.

    Ripresa: l’Inghilterra alza il ritmo

    L’avvio della seconda frazione ha segnato una svolta netta. Alla prima azione offensiva, Jude Bellingham ha trovato il gol del 3-2 con un diagonale sulla destra che non ha lasciato scampo a Livakovic. Da quel momento l’Inghilterra ha preso in mano il controllo del gioco, sfiorando più volte il quarto gol tra parate del portiere croato e conclusioni murate.

    A dieci minuti dalla fine il tecnico Tuchel ha inserito freschezza in attacco con i cambi, e proprio Marcus Rashford, appena entrato, ha chiuso i conti all’85’: una ripartenza fulminea innescata da Saka, con il pallone che è arrivato a Rashford per la sterzata sul destro e il tocco sul secondo palo.

    Il caso Modric

    Al di là del risultato, uno dei temi della partita è stato il ruolo di Luka Modric, il veterano del centrocampo croato. Il fallo sul quale è stato assegnato il primo rigore inglese ha condizionato l’andamento della gara fin dalle prime battute, togliendo alla Croazia il vantaggio psicologico accumulato nell’avvio. Per Modric, leggenda del Real Madrid e simbolo del calcio croato degli ultimi vent’anni, si tratta di un’altra delusione in chiave Mondiale dopo le difficoltà vissute anche in ambito di club — il Milan, squadra italiana con il maggior numero di giocatori convocati a questi Mondiali con dieci elementi, non ha vissuto un’annata priva di problemi.

    Il contesto del torneo

    Secondo quanto riportato da Sky Sport, sono in totale 66 i calciatori militanti in Serie A presenti al Mondiale 2026, con il Milan in testa per numero di convocati. La competizione si è aperta con diverse sorprese e prestazioni di rilievo, tra cui la tripletta di Messi all’Algeria e la doppietta di Mbappé contro il Senegal.

    Per l’Inghilterra, questo successo rappresenta un punto di partenza solido nel cammino verso le fasi successive. La Croazia, invece, dovrà rialzarsi e trovare continuità in una competizione che si annuncia lunga e insidiosa.


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  • USA-Iran: ecco i 14 punti del memorandum d’intesa firmato da Trump

    USA-Iran: ecco i 14 punti del memorandum d’intesa firmato da Trump

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    Washington/Teheran, 17 giugno 2026 – È stato reso noto il testo integrale del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran, un accordo in 14 punti che segna una svolta nei rapporti tra i due Paesi dopo il conflitto recente. Il documento, ottenuto dal Military Times, è stato firmato elettronicamente dal presidente Donald Trump e dal vicepresidente JD Vance nella giornata di domenica. Una cerimonia formale è attesa per venerdì in Svizzera, dove la delegazione americana sarà guidata dallo stesso Vance, dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner, genero del presidente.

    Va segnalato che, stando a quanto riportato da Al Jazeera, l’Iran non ha ancora confermato ufficialmente il testo dell’accordo, e il documento circolato rappresenta al momento la versione fornita da fonti statunitensi.

    I punti principali

    Cessate il fuoco e sovranità – Il primo articolo dichiara la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, con l’impegno reciproco a non ricorrere alla forza o alla minaccia della forza e a rispettare l’integrità territoriale libanese. Il secondo articolo impegna entrambe le parti al rispetto della sovranità reciproca e alla non interferenza negli affari interni.

    Tempistica – Il terzo punto fissa in 60 giorni, prorogabili di comune accordo, il termine per raggiungere un accordo definitivo.

    Stretto di Hormuz e blocco navale – Il quarto e quinto punto regolano la riapertura delle vie marittime. Gli Stati Uniti si impegnano a rimuovere il blocco navale entro 30 giorni dalla firma, mentre l’Iran garantirà il libero transito dei mercantili nello Stretto di Hormuz entro lo stesso arco temporale, provvedendo anche allo sminamento. L’Iran avvierà inoltre un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura gestione dello Stretto, in accordo con il diritto internazionale.

    Ricostruzione e sanzioni – Il sesto punto prevede un piano da almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran, da finalizzare entro 60 giorni come parte dell’accordo definitivo. Il settimo punto impegna Washington a eliminare tutte le sanzioni contro Teheran — incluse quelle ONU, quelle del Consiglio dei governatori dell’AIEA e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi — secondo un calendario da concordare.

    Misure economiche immediate – I punti 10 e 11 stabiliscono misure operative immediate: il Dipartimento del Tesoro statunitense emetterà deroghe per l’esportazione di petrolio greggio iraniano e prodotti derivati, mentre i fondi e le attività iraniane congelate o vincolate saranno rese disponibili all’entrata in vigore del memorandum.

    Nucleare – L’ottavo punto è tra i più delicati: l’Iran ribadisce che non svilupperà né si procurerà armi nucleari. Le due parti concordano di definire la gestione del materiale arricchito stockpilato tramite un meccanismo da stabilire, con un metodo minimo di diluizione in loco sotto supervisione AIEA. La questione dell’arricchimento è rinviata all’accordo finale. Il nono punto prevede il mantenimento dello status quo nucleare iraniano durante il periodo transitorio, con il congelamento di nuove sanzioni americane e del dispiegamento di ulteriori forze nella regione.

    Meccanismo di controllo e ratifica – Il dodicesimo punto istituisce un meccanismo esecutivo per il monitoraggio dell’accordo, mentre il quattordicesimo prevede che l’accordo finale sia ratificato da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

    Le questioni irrisolte

    Il testo lascia aperte alcune delle questioni più controverse tra Washington e Teheran, a partire dal destino complessivo del programma nucleare iraniano, che viene affrontato solo parzialmente e rinviato alla fase negoziale successiva. Parlando a margine del vertice del G7 in Francia, Trump ha avvertito che qualsiasi violazione dell’accordo da parte iraniana comporterebbe una ripresa delle operazioni militari americane, usando toni diretti di cui i media internazionali hanno riportato le parole senza filtrarne la durezza.

    Nei prossimi giorni, con la cerimonia di venerdì in Svizzera, si attende una risposta ufficiale da parte di Teheran sul testo dell’intesa e l’avvio formale della fase negoziale per l’accordo definitivo.

  • Perù nel caos post-voto: proteste e ricorsi tra Fujimori e Sánchez

    Perù nel caos post-voto: proteste e ricorsi tra Fujimori e Sánchez

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    A quasi dieci giorni dal ballottaggio presidenziale dell’8 giugno 2026, il Perù non ha ancora un presidente eletto. Le autorità elettorali peruviane hanno fatto sapere che lo scrutinio definitivo potrebbe richiedere fino a un mese, lasciando il paese in una condizione di incertezza politica che sta alimentando tensioni sociali. I due candidati rimasti in gara sono Keiko Fujimori, esponente della destra e figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, e Roberto Sánchez, parlamentare di orientamento progressista. Il risultato è talmente serrato da rendere impossibile qualsiasi proiezione certa.

    Nella notte tra il 16 e il 17 giugno, secondo quanto riportato dall’ANSA, Lima ha registrato nuove manifestazioni. I sostenitori di Sánchez sono scesi in piazza dichiarando di voler difendere la validità del voto, mentre il fronte avversario ha presentato ricorsi formali contestando alcune procedure di spoglio. La capitale peruviana è divisa, e le tensioni rischiano di protrarsi a lungo.

    Chi sono i candidati: antefatto necessario

    Per capire la posta in gioco, è indispensabile conoscere il contesto. Keiko Fujimori, 51 anni, è la figlia di Alberto Fujimori, che governò il Perù con pugno di ferro dal 1990 al 2000, prima di essere condannato per crimini contro l’umanità e corruzione. Keiko è da anni la principale figura della destra peruviana e ha già perso due ballottaggi presidenziali in passato, nel 2011 e nel 2016, entrambi in modo molto contestato. Ha anche affrontato procedimenti giudiziari per finanziamenti illeciti al suo partito, Fuerza Popular, vicenda che l’ha resa figura polarizzante nel paese.

    Roberto Sánchez, 57 anni, è un parlamentare e accademico di sinistra, meno noto a livello internazionale ma radicato nei movimenti sociali e nelle comunità rurali delle regioni andine, dove la sinistra mantiene un forte consenso storico.

    L’economista peruviano Gustavo Guerra-García Picasso, interpellato dalla testata americana Democracy Now!, ha sostenuto che la democrazia del paese sarebbe stata «indebolita» negli ultimi anni dall’azione di Fujimori e della sua coalizione, aggiungendo che sarebbero necessarie «riforme rapide per ripristinare un sistema presidenziale con adeguati contrappesi istituzionali». Si tratta di una posizione netta, che rispecchia le preoccupazioni di una parte significativa della società civile, ma che non va considerata come valutazione unanime.

    Il contesto politico e sociale del Perù

    Il Perù è uno dei paesi più instabili dell’America Latina dal punto di vista istituzionale. Negli ultimi dieci anni ha avuto sei presidenti diversi, tra dimissioni forzate, impeachment e arresti. Il Congresso e l’esecutivo si sono più volte scontrati in modo frontale, con scioglimenti reciproci e crisi costituzionali. L’ultima esperienza di governo di sinistra, quella di Pedro Castillo (2021-2022), si concluse con il suo arresto dopo un tentativo fallito di sciogliere il Parlamento.

    La società peruviana è profondamente divisa: la capitale Lima e le città costiere tendono a esprimere un voto più conservatore, mentre le regioni andine e amazzoniche — più povere e spesso trascurate dai governi centrali — si orientano storicamente verso candidati progressisti. Questa frattura geografica e sociale rende ogni elezione presidenziale un test di equilibrio difficilissimo.

    Sullo sfondo, lo storico americano Greg Grandin, sempre su Democracy Now!, ha inserito il voto peruviano in un quadro regionale più ampio, parlando di una «pressione senza precedenti» esercitata dall’amministrazione Trump nei confronti dei movimenti di sinistra latinoamericani. Una lettura geopolitica che va segnalata come interpretazione accademica, non come dato acquisito.

    L’economia peruviana e i rapporti con l’Italia

    Al di là della politica interna, il Perù è un attore economico di rilievo nel continente. È il secondo produttore mondiale di rame e zinco, nonché un importante esportatore di oro, argento e prodotti ittici. Il settore minerario rappresenta circa il 60% delle esportazioni totali del paese e attira investimenti stranieri significativi.

    I rapporti commerciali con l’Italia, pur non essendo tra i più voluminosi, hanno una loro consistenza. Secondo i dati dell’ICE (Istituto nazionale per il Commercio Estero), l’Italia esporta verso il Perù principalmente macchinari industriali, prodotti farmaceutici, abbigliamento e beni di consumo. In direzione opposta, il Perù invia in Italia metalli non ferrosi, prodotti ittici trasformati — tra cui il celebre pesce in scatola — e materie prime agricole come il caffè. La comunità peruviana in Italia è tra le più numerose del continente latinoamericano: si stima che siano circa 100.000 i cittadini peruviani regolarmente residenti nel nostro paese, con una presenza particolarmente concentrata a Roma, Milano e Genova.

    Una prolungata instabilità politica a Lima potrebbe rallentare i processi decisionali legati agli investimenti esteri, influenzare la gestione delle concessioni minerarie e, indirettamente, ripercuotersi sulle catene di fornitura di materie prime critiche — come il rame — che entrano nei cicli produttivi europei, compreso il settore manifatturiero italiano.

    Cosa succede ora

    Le prossime settimane saranno decisive. Il Tribunale Elettorale Nazionale peruviano dovrà pronunciarsi sui ricorsi presentati, e solo al termine di questo iter sarà possibile proclamare ufficialmente il vincitore. Nel frattempo, le piazze restano mobilitate e il rischio di un’escalation delle tensioni non è escluso da nessuno degli osservatori. La comunità internazionale segue con attenzione: un paese come il Perù, snodo strategico per materie prime e stabilità regionale, non può permettersi una crisi istituzionale prolungata.

  • Ucraina, il vicepremier Kuleba nel mirino dell’anticorruzione: chiesta la confisca dei beni.

    Ucraina, il vicepremier Kuleba nel mirino dell’anticorruzione: chiesta la confisca dei beni.

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    Un altro uomo di stretta fiducia del presidente Volodymyr Zelensky finisce nel mirino delle autorità anticorruzione ucraine. La Procura Specializzata Anticorruzione (SAPO) ha depositato, in data 17 giugno 2026, un ricorso presso l’Alto Tribunale Anticorruzione (HACC) chiedendo la confisca di un appartamento e di un posto auto a Kiev, di proprietà di Oleksiy Kuleba, attuale vicepremier per la Rigenerazione e ministro dello Sviluppo delle Comunità e dei Territori. Il valore degli immobili è stato quantificato da Il Fatto Quotidiano in circa 5 milioni di grivne, equivalenti a circa 96 mila euro.

    Le accuse: redditi insufficienti e prestanome

    Stando alla ricostruzione della SAPO, l’operazione immobiliare sarebbe avvenuta in due fasi. Nel 2021, quando Kuleba ricopriva il ruolo di primo vice capo dell’Amministrazione municipale di Kiev, furono siglati contratti preliminari di acquisto attraverso la sorella del ministro. Poi, nel 2023, quando Zelensky lo aveva già promosso a vice capo del proprio Ufficio di presidenza, Kuleba avrebbe curato personalmente la parte finale della transazione — la registrazione statale dei diritti di proprietà e la conclusione dei contratti di servizio — coinvolgendo anche il proprio autista nelle pratiche burocratiche.

    L’analisi dei redditi ufficiali di Kuleba e del suo nucleo familiare, condotta dalla SAPO, avrebbe dimostrato che tali introiti non erano sufficienti a giustificare l’acquisto di quegli immobili. Da qui la richiesta di confisca forzata a favore dello Stato ucraino.

    Kuleba ha risposto con una dichiarazione all’agenzia statale Ukrinform, affermando di voler collaborare con le autorità e di aver sempre dichiarato regolarmente tutti i propri beni e redditi. Ha precisato che si tratta di un procedimento civile e non penale, e che il verdetto spetterà al tribunale dopo un esame completo delle prove.

    Chi è Kuleba e il suo legame con Zelensky

    Oleksiy Kuleba è considerato uno degli uomini più fidati del presidente ucraino. Zelensky lo aveva nominato governatore dell’Oblast di Kiev nel febbraio 2022, nei giorni immediatamente successivi all’invasione russa su larga scala. Nel gennaio 2023 era poi diventato numero due dell’Ufficio presidenziale, lavorando a stretto contatto sia con Zelensky che con il potente capo dell’ufficio, Andriy Yermak — quest’ultimo coinvolto, secondo Il Fatto Quotidiano, nell’inchiesta denominata “Midas”, che a partire dal novembre 2025 avrebbe scosso l’intero governo ucraino. Nel settembre 2024, nel quadro di un ampio rimpasto governativo, Kuleba era stato promosso a vicepremier, con delega alla ricostruzione del Paese.

    Non è un caso isolato: il precedente delle ville con i fondi degli aiuti

    Quello di Kuleba non è il primo scandalo del genere a emergere in Ucraina. In precedenza erano già venuti alla luce casi di funzionari e oligarchi che avrebbero utilizzato fondi internazionali destinati alla ricostruzione per finanziare acquisti immobiliari di lusso — le cosiddette “ville con i soldi degli aiuti” — alimentando un dibattito sempre più acceso sull’efficacia dei controlli sull’utilizzo dei finanziamenti occidentali.

    Questa vicenda si inserisce in un contesto più ampio di tensioni interne all’apparato ucraino. Secondo l’analisi del senior advisor Mikhahilo Minakov del Kennan Institute, il ministero della Giustizia — che sovraintende le istituzioni anticorruzione — è considerato un nodo strategico nel controllo delle élite politiche ed economiche del Paese.

    Miliardi dall’Europa e dall’Italia: dove finiscono?

    La notizia arriva in un momento in cui i trasferimenti finanziari verso l’Ucraina da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri hanno raggiunto cifre straordinarie. L’Unione Europea ha stanziato, attraverso lo strumento Ukraine Facility, fino a 50 miliardi di euro per il periodo 2024-2027. L’Italia, nel quadro degli impegni assunti dal governo Meloni, ha deliberato pacchetti di sostegno che si misurano in miliardi tra aiuti militari, finanziari e umanitari.

    Risorse sottratte alla spesa pubblica interna e giustificate ai cittadini europei e italiani con la necessità di sostenere la democrazia ucraina e la ricostruzione del Paese. Il caso Kuleba — che riguarda un vicepremier in carica, responsabile proprio dei programmi di ricostruzione — alimenta più di una domanda legittima su quanta parte di questi fondi sia effettivamente destinata agli scopi dichiarati e quanta invece alimenti circuiti opachi di arricchimento personale.

    Il procedimento è ora nelle mani dell’Alto Tribunale Anticorruzione. Gli sviluppi giudiziari sono attesi nelle prossime settimane.


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  • Marco Lincetto: “Io e Claudio Messora”

    Marco Lincetto: “Io e Claudio Messora”

    Trascrizione integrale del video “CLAUDIO MESSORA ed io: fuori dal troppo rumore di fondo del web di questi giorni”, di Marco Lincetto su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=o83P05apylY

    La polemica e la scelta di non entrare nel merito

    Questo è un video che mi esce molto naturale. Intorno a Claudio Messora in questi giorni c’è una grande polemica che parte ovviamente dal contrasto che si è venuto a creare all’interno della società che Claudio ha creato dopo la fine… uso un termine pesante: dopo l’assassinio del canale YouTube Byoblu, di cui ricorderemo brevemente la vicenda fra un attimo. Dicevo, un contrasto all’interno di questa società che è diventata sempre più grande e con la quale evidentemente ha fatto un passo -come si dice – più lungo della gamba – dicevano i miei vecchi nonni veneti – nel senso che evidentemente la struttura è diventata troppo grande e non era più economicamente gestibile in modo adeguato. Questa è la conclusione molto semplicistica, che deduco senza conoscere minimamente le dinamiche interne – ripeto – di quella che è una situazione estremamente complessa – e non può non esserlo. Fra l’altro credo che, a riguardo del molto spazio che è stato dedicato dalla cosiddetta informazione alternativa, da quelli che alla fine dovrebbero essere i colleghi di Claudio (molti dei quali nati anche sull’onda lunga della sua opera che – ricordo – ha iniziato da autentico pioniere fra il 2007 e il 2008), s’è detto troppo, s’è sprecato troppo spazio, e nella maggior parte degli interventi che io ho visto ho notato grande approssimazione, grandi scelte politiche, ma in realtà nessuno che sappia e che abbia i titoli anche per commentare nel merito. Mi soffermerò quindi sulle mie sensazioni, sulla mia esperienza e sul tipo di considerazione che io ho verso la persona, il comunicatore, forse il giornalista Claudio Messora. Non è facile. Non è facile perché lui si è circondato di persone altrettanto stimabili, soprattutto tutti i giornalisti che hanno collaborato con lui nel gruppo Media Pluralisti, per l’appunto da Virginia Camerieri a Michele Crudelini a tutti coloro con cui ho avuto un pur piccolo rapporto diretto personale. Quindi io in realtà devo parlare bene di tutti, e appunto per questo non voglio entrare nel merito della discussione in atto che vede inevitabilmente anche esacerbare le posizioni dell’uno e degli altri, ovviamente con stili differenti, più aggressivi gli stili e i comunicati della redazione, più moderata ma ficcante nel merito la posizione di Claudio.

    L’incontro con Messora e il risveglio (2007-2013)

    Claudio Messora è per me una delle due personalità più importanti in assoluto nel mio percorso di risveglio. E appunto dobbiamo andare indietro a quegli anni 2007-2008 in cui io ho scoperto Claudio, non tanto dal suo canale Youtube che scoprirò successivamente, attorno al 2013, ma prima. L’avevo visto all’interno di una delle trasmissioni di Paragone quando ancora era in Rai in terza serata su Rai 2, e Paragone aveva questi ospiti fissi: Claudio Messora da una parte e l’altro gigante alternativo, discusso e discutibile, che era ed è Paolo Barnard. Ebbene, Messora e Barnard sono stati i capisaldi, coloro che hanno fatto scattare la scintilla dell’ansia di conoscenza di tutto ciò che poi ho sviluppato a partire da quegli anni, che si andava semplicemente a innestare nella mia cultura umanistica. Io per fortuna ho studiato al liceo classico, nella seconda metà degli anni 70, e quindi ho avuto quelle basi culturali e metodologiche per poter affrontare qualunque tema e qualunque argomento con un atteggiamento mentale critico. E proprio l’atteggiamento mentale critico era stato messo un po’ in parcheggio – diciamo – dalla fine degli anni ’80 e per tutti gli anni ’90. Nei primissimi anni 2000, in virtù del fatto che quelli sono stati gli anni ruggenti della mia attività di produttore discografico e sound engineer, in cui passavo 200 notti l’anno fuori casa, in trasferta, in giro per il mondo, lavorando di continuo, e quindi c’era oggettivamente poco tempo fisico, ma anche poco tempo mentale da dedicare allo studio, alla riflessione, all’analisi di quello che accadeva attorno – io certamente considero questo un fatto almeno un po’ negativo nel corso della mia vita – ma tant’è, quindi, acquista ancora più importanza l’azione, la presenza e il pensiero di queste due personalità incredibili: Claudio Messora e Paolo Barnard. Successivamente ho cominciato a seguire assiduamente le comunicazioni, i pensieri, le interviste, le riflessioni di Messora, attraverso il suo canale YouTube, a partire dal 2013 più o meno per arrivare poi al culmine dell’interesse, fra il 2016 e il 2019, in cui grazie alle sue interviste ho scoperto due personalità sicuramente molto significative, importanti e stimabili, come Borghi e Bagnai. Ho scoperto i primi scritti importantissimi di Ilaria Bifarini… insomma personalità che hanno portato frammenti di conoscenza importanti, originali, non derivativi, e devo dire quindi grazie: grazie a Claudio.

    I primi contatti diretti e le collaborazioni

    A partire dal 2019/2020 timidamente io ho cercato dei contatti più diretti con Claudio, a vario livello, primo fra tutti la possibilità di convincerlo che all’interno del suo spazio, che sarebbe poi diventato da aprile 2021 una televisione sul digitale terrestre, canale 262, sarebbe stato utile dare un maggiore spazio agli argomenti a me più vicini, ovvero il mondo della musica. Nel frattempo il mio canale Velut Luna aveva acquistato peso, importanza, e quindi timidamente io mi ero permesso di contattarlo per provare a ipotizzare collaborazioni di varia natura, magari anche interviste. E queste comunicazioni sono avvenute per telefono, inizialmente via WhatsApp, ma attenzione: entrate nell’ordine di considerare bene le circostanze. Chi ero io? Uno dei tanti che lo seguiva, né più né meno, e quindi nel momento in cui io mando un WhatsApp – il primo – a Claudio Messora (non ricordo nemmeno qual era la tematica specifica: se parlassi già di musica o di altro) tipo immediatamente, ovvero nel giro di una manciata di minuti, Claudio Messora mi risponde in modo sincero. Non con una risposta automatica: con una risposta personale, nella quale ovviamente subito mette le mani avanti dicendo: “Guarda, sono incasinato alla morte”, ma… insomma: si è atteggiato nei miei confronti come io potrei atteggiarmi nei confronti di un amico. E ripeto: io non ero nessuno. E attenzione: io sono un grande esperto di comunicazione. So leggere il testo. So interpretare fra le righe quello che uno scrive, anche quello che uno dice, ma ancora di più quello che uno scrive, e ripeto: ti garantisco che i suoi testi erano originali, sinceri e senza nessuna forma di dietrologia. Il tutto nei confronti di un perfetto sconosciuto quale io ero. Poi queste cose sono andate avanti fino a che non siamo riusciti a creare una naturale collaborazione. Innanzitutto in termini musicali: io ho dato la possibilità che loro trasmettessero una cosa bellissima, che trovate attualmente sul canale Velut Luna. Si trattava di questo video musicale dedicato al mondo brasiliano, con questa cantante assolutamente strepitosa: Lara Cavalli Monteiro, che addirittura lui ha mandato la notte di Capodanno. Credo fosse il Capodanno fra il 2021 e il 2022, sulla sua televisione. Poi, successivamente, nel 2024 hanno mandato il mio altro festival, la seconda edizione del Controfestival di Sanremo. Poi fra l’una e l’altra, credo fosse il marzo del 2022, mi hanno ospitato in una lunga intervista all’interno di Byoblu che era già – ripeto – un canale televisivo nazionale dove raccontavo la mia vita, le mie esperienze, la mia storia… Insomma si è timidamente maturato un rapporto che mi ha portato poi a conoscere appunto Virginia Camerieri e la straordinaria Miriam Gualandi. Le ultime due apparizioni che ho fatto su Byoblu, su Media Pluralisti Europei, sono state più o meno un anno e mezzo fa, ai tempi della sciagurata alluvione che ha colpito Valencia, dove mi hanno chiesto un intervento, visto che io vivo qui. E poi un ricordo del mio secondo papà ovvero Giorgio Gaslini all’interno di una trasmissione musicale che nel frattempo Claudio aveva mandato in onda come rubrica, nella sua Byoblu. L’ultimissimo contatto che ho avuto con Claudio è stato in realtà da parte mia un po’ irritato, perché avevo visto un’intervista a Ugo Mattei, personalità sicuramente importante, ma purtroppo clamorosamente divergente dalla mia visione sociopolitica, e Mattei aveva avuto uno spazio per dire delle cose per me veramente fastidiose: questo suo incensare il mondo cinese per me era stato un po’ troppo. E io subito mandai un WhatsApp a Claudio per fare la mia rimostranza nel merito. E lui ancora una volta mi ha risposto, da quella personalità incredibile qual è, dicendo: “Sì, ma guarda… anch’io sostanzialmente la penso come te. Però noi dobbiamo dare spazio a tutti, sennò cadiamo nell’errore del pensiero unico contrapposto”. E questo è quanto mostra la statura e la grandezza di un Claudio Messora, anche più della mia, perché a volte io tenderei a una visione da “pensiero unico contrapposto”. No, quindi… veramente io posso solo ringraziare Claudio. L’ultima cosa che ho letto di lui è stato questo suo, fra virgolette, controcomunicato in cui ancora una volta, al di là ripeto dalle considerazioni tecniche nel merito, su cui non voglio entrare perché non ha senso, ancora una volta – dicevo – si evince la grandezza, nella pacatezza e nella dimensione di quel granduomo che Claudio è.

    L’unico errore di Claudio e l’augurio per il futuro

    Nel merito specifico io voglio solo fare una considerazione, che non c’entra niente con i contrasti fra la redazione di Media Pluralisti Europei e lui. Io credo che Claudio abbia commesso un solo grande errore, ovvero quello di credere troppo nelle persone. Mi spiego. Quando lui ha dato vita a questa cosa gigantesca della Tv sul digitale terrestre, con la montagna di costi che questo comportava, mantenendo ferma l’idea di non cedere al ricatto dei grandi sponsor e di non cedere al ricatto di dover dire grazie a qualcuno che poi ti avrebbe imposto le sue idee, ha creduto nell’utopia che la gente, in questo concetto della TV dei cittadini, ci avrebbe creduto. Ma così non è stato: la gente purtroppo vuole tutto gratis, e questo Claudio secondo me o non l’ha capito o si è convinto che poteva essere superato. Non è stato superato, e quindi questo è stato il suo grande errore. Altresì, il suo percorso come gestore del canale YouTube Byoblu è stato folgorante, perché Claudio era arrivato ad essere veramente un pericolo per il sistema e vi spiego perché. Quando è stato improvvisamente chiuso il suo canale, in quattro e quattr’otto, Byoblu aveva quasi 600.000 iscritti: milioni e milioni e milioni e milioni di visualizzazioni [ndr: 200 milioni di visualizzazioni]. Ora, voi dovete sapere che quasi 600.000 iscritti a un canale YouTube significa raggiungere direttamente almeno due volte e mezzo il numero di persone reali rispetto agli iscritti, quindi sopra ai 2 milioni. Considerando un’opinione pubblica composta da una quarantina di milioni di italiani – diciamo così – di cittadini italiani, voi capite che siamo al 5%, cioè Byoblu aveva raggiunto una capacità di arrivare a una vasta opinione pubblica italiana ed era in costante crescita e il tutto mantenendo i costi dentro un range assolutamente gestibile da parte di un’impresa che non debba subire il ricatto dei grandi sponsor e quindi dei maestri del pensiero unico. Mi spiego ancora meglio: con 600.000 iscritti Claudio – e ve lo dico per esperienza, per conoscenza del mezzo – poteva tranquillamente vivere bene, lui e la sua famiglia, e anche avere un margine di budget per un moderato coinvolgimento di giornalisti, piuttosto che di collaboratori. Cioè era una realtà che aveva un senso: era percorribile. Poteva solo crescere ed è esattamente per questo che gliel’hanno chiusa: perché il sistema aveva capito che il pericolo era quello. E attenzione, poi non hanno più attaccato Byoblu quando è entrato nel digitale terrestre, perché loro sapevano benissimo che si sarebbe arenato da solo. Non so se mi spiego. Quindi l’errore di Claudio è stato quello di fidarsi della gente, fidarsi troppo della gente, di un pubblico in realtà cinico, che finché gli dai le cose gratis va tutto bene, ma quando gli chiedi anche dei soldi, magari anche soldi importanti, come a un certo punto era necessario che arrivassero, ecco che allora si crea il deserto, il deserto dei Tartari.

    E allora perché questo video? Semplicemente per confermare la mia stima il mio rispetto nei confronti di Claudio e per augurarmi che lui possa riprendere il percorso laddove l’aveva interrotto nel 2021, con l’improvvisa chiusura del canale Byoblu, per poter veramente incidere sulla realtà, sul pensiero più che sulla realtà: sul pensiero di una vasta opinione pubblica. Oggi è certamente più difficile di allora. Oggi ci sono moltissimi gatekeeper del pensiero unico travestiti da finta controinformazione, quindi il terreno è molto più viscido e insidioso. Ma se Claudio potrà riprendere un percorso realmente incisivo, realmente ficcante, questo accadrà solo se riprenderà – come sta facendo – il pieno controllo diretto della sua azione, della sua comunicazione, dei suoi mezzi di espressione.

    E comunque Claudio, se vuoi, come ti ho scritto in privato più di una volta, questo mio piccolissimo irrilevante canale è a tua disposizione per una chiacchierata con me su questi temi e… (e anche e questo lo dico pubblicamente così mi sbilancio), il giorno che vorrai fare un progetto discografico dove tu suoni il tuo amatissimo Bach al pianoforte: bene, Velut Luna, la mia etichetta, è a tua disposizione.

    Marco Lincetto

    ———————-

    Ringrazio veramente di cuore Marco Lincetto, grande esperto di tecniche di registrazione e riproduzione del suono, e persona amabile, per le sue parole, che non so se meritare del tutto (si dice così per schernirsi, no?), ma che fanno bene, specialmente di questi tempi. Ho deciso di pubblicare il suo video, tuttavia, non tanto e solo per l’idea positiva che nel suo cuore serba di me, quanto perché la sua gratitudine per il solo fatto di avere avuto un rapporto cordiale, sereno e rispettoso con me (cosa che dovrebbe essere garantita a tutti, ma che non è scontata, specialmente quando la tua giornata è fatta da centinaia di comunicazioni in attesa di essere portate a compimento), mi ha restituito tutto il senso di un paradosso, per contrasto. Marco da me non ha ottenuto nulla, diciamolo: ho trasmesso qualche suo contenuto, e di questo sono grato io a lui e non il contrario, e ho scambiato con lui qualche parola. Eppure questo gli è bastato per spendere parole tanto belle nei miei confronti. Ripenso allora ai tanti che nella televisione nazionale di Byoblu hanno lavorato con soddisfazione, entrando senza il bisogno di chiedere nessun permesso, senza nessuna trafila, senza nessun colloquio, con la libertà totale di dire quello che volevano, e Byoblu si è messa a loro disposizione, producendo con diligenza, con tanti sacrifici (e puntualmente) decine, quando non centinaia di puntate, portate nelle case di centinaia di migliaia di italiani (in certi momenti, anche di più), e corrispondendo loro anche compensi di tutto rispetto, pagando il lavoro come è giusto che sia, senza mai ottenere sconti. E quando Byoblu è stata in difficoltà, e non poteva più rinnovare i contratti di collaborazione (e adesso abbiamo visto perché), si sono rivoltati come serpi, letteralmente sputando nel piatto in cui hanno mangiato, mentendo come Giuda solo per accreditarsi presso nuove corti, ed arrivando anche a far mandare lettere dagli studi legali per uno o due mesi di ritardo nel pagare l’ultima delle cento fatture pagate. Proprio mentre vedevano che eravamo in affanno e che avevamo bisogno di sostegno. Ecco, per questo pubblico oggi il video di Marco: perché questa sua semplicità, questo suo sapersi accontentare di poco per essere felice, mi ricorda lo spirito che ha sempre animato Byoblu fin dai primi tempi, quello spirito che negli ultimi anni molti avevano smarrito, e che non sono stato capace di trasferire ai nuovi che sono venuti a servirsi del lavoro, della credibilità, della reputazione e dei contatti sviluppati in tanti anni di lavoro con centinaia di migliaia di persone per bene, alle quali, sole, va il merito di avere creduto e sostenuto il progetto, avendone in cambio una grande ricchezza. Queste persone non meritavano di essere messe a parte di certe miserie dell’animo umano, perché il compito di Byoblu è di creare le ali, soffiare e dire a tutti: “ecco, volate!”. Anche a costo di restare noi a terra, senza riuscire a decollare mai. Byoblu non è stata fatta per chi la costruiva ogni giorno: Byoblu è stata fatta per gli altri, per chi la guardava, per chi si sentiva meno solo, la sera, accendendo finalmente la televisione o aprendo un video postato in rete. Per questo io ho sempre risposto a Marco come a tutti quelli che mi cercavano con spirito sincero. Perché Byoblu è per loro: per loro e nessun altro.

    Claudio Messora

  • Lo Stabilicum: la nuova legge elettorale senza preferenze che divide la maggioranza. Perché è così importante?

    Lo Stabilicum: la nuova legge elettorale senza preferenze che divide la maggioranza. Perché è così importante?

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    C’è una legge che vale più di tutte le altre. Non perché sia la più lunga o la più complicata, ma perché decide come i voti dei cittadini si trasformano in seggi in Parlamento — e quindi in potere. Si chiama legge elettorale, e non è un caso che, quasi ad ogni cambio di legislatura, i partiti al governo cerchino di modificarla. Chi governa ha tutto l’interesse a costruire regole che favoriscano sé stesso o la propria coalizione. È una dinamica vecchia quanto la democrazia.

    Oggi, con il testo depositato alla Camera noto come Stabilicum, siamo di nuovo a quel bivio.

    Prima di tutto: come funzionano i sistemi elettorali?

    Per capire cosa cambia, occorre partire da una distinzione di base.

    Sistema maggioritario: vince chi prende più voti nel proprio collegio, anche solo un voto in più dell’avversario. Favorisce la stabilità e i governi forti, ma penalizza le minoranze. Il caso classico è il Regno Unito.

    Sistema proporzionale: ogni partito ottiene tanti seggi quanti sono proporzionali ai suoi voti. Se un partito prende il 20% dei voti, ottiene circa il 20% dei seggi. Rappresenta meglio la varietà politica, ma può rendere più difficile formare maggioranze stabili.

    Sistema misto: combina i due. L’attuale Rosatellum — la legge in vigore dal 2017 — è un esempio: una quota di seggi viene assegnata con il maggioritario (in collegi dove vince chi arriva primo), un’altra quota con il proporzionale.

    Lo Stabilicum abbandona il modello misto e torna a un sistema proporzionale, ma con un importante correttivo: un premio di maggioranza.

    Cos’è lo Stabilicum e come funziona

    Il testo depositato alla Camera dalla maggioranza di centrodestra prevede, in sintesi:

    – Un sistema proporzionale di base, con soglia di sbarramento al 3% per le singole liste.

    – Un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che supera il 40% dei voti a livello nazionale. Con questo meccanismo, la coalizione vincente potrebbe arrivare fino al 60% dei seggi — una quota che garantisce la maggioranza assoluta in modo solido.

    – Se nessuno supera il 40%, ma almeno due coalizioni si attestano tra il 35% e il 40%, scatta un ballottaggio tra le prime due. È questa la clausola più identitaria della riforma, fortemente voluta da Fratelli d’Italia.

    Niente nome del candidato premier sulla scheda: ogni coalizione lo comunica al Viminale insieme al programma, ma la decisione finale spetta al Presidente della Repubblica, come prevede la Costituzione.

    Liste bloccate, senza preferenze.

    Eliminazione dei collegi uninominali presenti nel Rosatellum.

    Il voto di preferenza: ce l’hai o non ce l’hai?

    Questa è la questione che tocca più da vicino i cittadini, anche se spesso passa inosservata.

    Quando si parla di voto di preferenza, si intende la possibilità, per l’elettore, di scrivere sulla scheda il nome di un candidato specifico all’interno della lista del partito prescelto. In questo modo, è il cittadino a scegliere chi mandare in Parlamento.

    Con le liste bloccate — come nel Rosatellum attuale e come nello Stabilicum — l’ordine dei candidati viene stabilito dal partito prima delle elezioni. L’elettore vota il simbolo, ma non sceglie le persone. Chi è in cima alla lista viene eletto quasi certamente; chi è in fondo, quasi certamente no. In pratica, sono i vertici del partito a decidere chi entra in Parlamento.

    Il dibattito su questo punto è aperto e legittimo: c’è chi sostiene che le preferenze favoriscano il clientelismo e la compravendita di voti; c’è chi replica che le liste bloccate svuotano il rapporto tra eletto ed elettore, trasformando i parlamentari in «yes men» dei leader di partito.

    Una parte di Fratelli d’Italia spinge per reintrodurre le preferenze nello Stabilicum, ma il vicepremier Antonio Tajani ha dichiarato, interpellato alla Camera, che il testo della legge non le prevede, pur riconoscendo la sovranità dell’Assemblea di modificarlo durante l’iter parlamentare. La Lega si è opposta con fermezza alla reintroduzione delle preferenze.

    Le fratture nella maggioranza e l’allarme dei costituzionalisti

    L’11 maggio 2026, i leader della coalizione di governo — la premier Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il presidente di Noi moderati Maurizio Lupi — si sono riuniti a Palazzo Chigi insieme ai rispettivi collaboratori tecnici per tentare di ricucire le divergenze interne. I nodi principali erano tre: le liste bloccate senza preferenze, l’entità del premio di maggioranza e l’abolizione degli uninominali.

    Mentre la maggioranza cerca una linea comune, dal mondo accademico è arrivata una critica di peso. Centoventi professori di Diritto costituzionale — a cui si sono aggiunti magistrati e giornalisti — hanno firmato un appello pubblico, definendo lo Stabilicum «gravemente lesivo dei valori costituzionali». Secondo i firmatari, il testo presenta tre criticità principali: il rischio che il premio di maggioranza risulti eccessivo, arrivando fino al 60% dei seggi e incidendo sulle «maggioranze di garanzia» previste dalla Costituzione; l’incompatibilità del meccanismo con il bicameralismo; e l’indicazione preventiva del candidato premier, che secondo loro configurerebbe un «premierato di fatto» per via elettorale.

    «È grave il fatto che ancora una volta si vogliano modificare le regole elettorali quasi alla vigilia del voto», si legge nell’appello, che denuncia anche il rischio che meccanismi come le liste bloccate e un premio «abnorme» possano aumentare l’astensionismo anziché contrastarlo.

    Cosa succede adesso

    Il testo è all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera. L’iter parlamentare è aperto, e alcune correzioni — sulle dimensioni dei collegi, sulle modalità del listino premio, e potenzialmente sulle preferenze — potrebbero ancora essere introdotte in Aula. La parola finale spetterà ai parlamentari, e il percorso della riforma sarà probabilmente lungo e contrastato, anche alla luce del possibile vaglio della Corte costituzionale.

    Ma c’è una domanda che vale la pena farsi, mentre seguiamo tutto questo. Maggioritario, proporzionale, misto, premi, ballottaggi, liste aperte o bloccate: di sistemi elettorali ne abbiamo cambiati tanti, in questi decenni. Eppure, qualunque sia il meccanismo con cui vengono eletti, molti di quelli che arrivano in Parlamento finiscono per guardare nella stessa direzione: quella dei grandi poteri finanziari, delle istituzioni sovranazionali, delle agende che vengono da lontano. Allora la domanda è lecita: se cambi le regole del gioco ma i giocatori continuano a giocare per lo stesso padrone, per il cittadino comune, in fondo, cosa cambia davvero?

  • Guerra USA-Iran: i risultati ottenuti, visti da Teheran e non dal’Occidente

    Guerra USA-Iran: i risultati ottenuti, visti da Teheran e non dal’Occidente

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    A oltre quarantotto ore dalla firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran — prevista per venerdì 20 giugno a Lucerna, in Svizzera — il dibattito su chi abbia davvero vinto il conflitto innescato dall’attacco coordinato Stati Uniti-Israele del 28 febbraio 2026 è tutt’altro che chiuso. Mentre i media occidentali si concentrano sulle concessioni strappate da Washington, la prospettiva iraniana e quella delle principali potenze regionali restituisce un quadro sensibilmente diverso.

    Il punto di vista di Teheran: «Non siamo il Paese sconfitto»

    Dal punto di vista iraniano, il conflitto si conclude senza che nessuno degli obiettivi dichiarati dall’alleanza israelo-americana sia stato raggiunto. Il sistema politico della Repubblica islamica è in piedi. La catena di comando non è stata spezzata. La capacità militare del Paese non è stata neutralizzata. Non si è verificata alcuna insurrezione interna di rilievo.

    Lo stesso Ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha tenuto a precisare che quello siglato non è un trattato di pace definitivo, bensì un memorandum d’intesa: un punto di partenza, non un punto d’arrivo. Le questioni relative al Libano, alla presenza militare israeliana nei territori occupati e agli equilibri di potere regionali restano aperte.

    Sul piano delle condizioni negoziali, Teheran ha ottenuto risultati di rilievo: lo sblocco di circa 24 miliardi di dollari in fondi e asset congelati, la possibile sospensione di alcune sanzioni — in particolare sul petrolio — e soprattutto un ruolo diretto nella gestione dello Stretto di Hormuz insieme all’Oman. L’Iran avrebbe inoltre avanzato una richiesta di risarcimento da 300 miliardi di dollari, cifra che per ora rimane sul tavolo negoziale.

    Analisti vicini a Teheran sottolineano come l’eliminazione fisica di figure apicali del sistema politico iraniano — tra cui Ali Khamenei e Ali Larijani, secondo quanto riportato da fonti di stampa non ancora confermate ufficialmente — abbia prodotto un effetto opposto a quello sperato da Washington: il rafforzamento dei Pasdaran, la componente più strutturata e determinata dell’apparato della Repubblica islamica.

    Il contesto: trent’anni di pressioni e una crisi strutturale

    L’istituto di ricerca ISPI ha pubblicato un’analisi approfondita del conflitto, sostenendo che l’attacco del 28 febbraio 2026 non rappresenti una rottura improvvisa, bensì il punto di rottura di una crisi strutturale già in atto da anni. Secondo questa lettura, la coercizione negoziale esercitata da Washington e Tel Aviv aveva progressivamente consumato le condizioni politiche che ne rendevano plausibile il funzionamento.

    Per l’Iran, il programma nucleare, le capacità missilistiche e la rete di alleati regionali costituiscono strumenti non negoziabili di deterrenza e sopravvivenza del regime. Per gli Stati Uniti e Israele, quegli stessi elementi rappresentano il nucleo della minaccia regionale. Una contraddizione difficilmente componibile attraverso la diplomazia tradizionale.

    L’ISPI osserva inoltre come la progressiva neutralizzazione dei principali alleati iraniani nella regione — Hamas a Gaza, gli Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen — avesse già ridotto la cosiddetta «profondità strategica» di Teheran prima dell’attacco di febbraio, rendendo più vulnerabili le linee della sua deterrenza.

    Il nodo di Hormuz e il futuro dell’accordo

    Lo Stretto di Hormuz resta il punto più delicato dell’intera intesa. Prima del conflitto, transitavano quotidianamente attraverso il canale circa 120 navi. La chiusura dello stretto aveva prodotto pesanti ripercussioni sui mercati energetici globali. Con il memorandum, il passaggio dovrebbe tornare aperto, ma sotto gestione iraniana, con la possibile introduzione di tasse di transito e la rimozione del blocco navale statunitense.

    Non è un dettaglio secondario: significa che l’Iran ottiene una leva concreta sul traffico energetico mondiale. Un esito che le potenze del Golfo — con cui Teheran ha deteriorato i rapporti in seguito agli attacchi durante il conflitto, come riportato da Al Jazeera — osservano con preoccupazione.

    La partita sul nucleare e i 60 giorni di negoziato

    Negli accordi è previsto un negoziato definitivo da svolgersi nell’arco di sessanta giorni, al centro del quale figureranno le questioni nucleari. Per Donald Trump l’obiettivo minimo è concludere un accordo più stringente di quello firmato dall’amministrazione Obama nel 2015, che impegnava già Teheran a non sviluppare armi atomiche.

    L’accordo del 2015 era stato unilateralmente abbandonato dagli stessi Stati Uniti nel 2018. Oggi Washington si trova a rinegoziare da una posizione non necessariamente di forza.

    Voci critiche dall’interno del campo americano

    Significativo è il fatto che alcune delle valutazioni più dure sull’esito del conflitto per gli Stati Uniti provengano dall’interno dello stesso establishment americano. Secondo quanto riportato da Il Giornale d’Italia, il politologo neoconservatore Robert Kagan — tra i principali teorici dell’interventismo americano e marito dell’ex sottosegretaria Victoria Nuland — avrebbe sostenuto che questa sconfitta non potrà essere ignorata né compensata, e che gli Stati Uniti appaiono sempre meno in grado di sostenere guerre prolungate contro avversari determinati. Byoblu non ha potuto verificare direttamente queste dichiarazioni.

    Prospettive: la regione aspetta le prossime mosse

    La firma fisica del memorandum, attesa a Lucerna, rappresenta solo il primo passo di un percorso negoziale lungo e incerto. Israele non ha ancora espresso una posizione definitiva sull’intesa. Le questioni libanesi e l’assetto militare regionale restano irrisolte. Le potenze del Golfo devono fare i conti con un Iran uscito dal conflitto con una rinnovata credibilità, ma anche con relazioni deteriorate in ambito regionale.

    Quello che appare chiaro, guardando la crisi dalla prospettiva dei protagonisti mediorientali, è che nessuna delle parti ha ottenuto tutto ciò che cercava — e che il nuovo assetto del Medio Oriente sarà definito nei mesi, forse negli anni, a venire.

  • Renault produce droni militari con Thales: l’industria auto al servizio della guerra

    Renault produce droni militari con Thales: l’industria auto al servizio della guerra

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    Martedì 16 giugno 2026, al salone della difesa Eurosatory alle porte di Parigi, Renault Group e Thales hanno firmato un accordo strategico per produrre in Francia fino a mille unità mensili del drone militare Toutatis — una cosiddetta loitering munition, ovvero un ordigno che sorvola l’area bersaglio prima di colpire — a partire dal 2027. È la seconda intesa difensiva tra i due gruppi: già lunedì avevano presentato insieme il veicolo tattico 4 Troop, derivato da una base Renault equipaggiata con tecnologie Thales. Thales, per chi non lo sapesse, è un grande gruppo industriale francese ad alta tecnologia, quotato a Parigi, attivo soprattutto in difesa, aerospazio, spazio, cybersicurezza, identità digitale e sistemi elettronici critici. In pratica è uno dei principali campioni europei del complesso militare-tecnologico.

    L’annuncio suona come un campanello d’allarme per chi osserva la direzione che sta prendendo l’economia europea. Non si tratta di un’azienda d’armamenti che aumenta la produzione: è un costruttore automobilistico — simbolo dell’industria manifatturiera civile francese — che riconverte parte della propria capacità produttiva alla fabbricazione di armi. Un modello che ricorda, nelle proporzioni e nella logica, la mobilitazione industriale bellica del Novecento.

    La «economia di guerra» sale in cattedra

    Il termine non è usato da Byoblu: è Thales stessa a invocarlo. Nel comunicato ufficiale dell’azienda, il partenariato viene descritto come «pienamente allineato alle esigenze dell’economia di guerra (wartime economy)». È la prima volta che una grande azienda transalpina usa esplicitamente questa espressione per giustificare una partnership industriale con un produttore di automobili.

    Patrice Caine, amministratore delegato di Thales, ha spiegato la scelta dichiarando di essersi rivolto a Renault perché un costruttore automobilistico «è meglio posizionato per produrre in grandi quantità, rapidamente». François Provost, direttore generale di Renault, ha aggiunto che il gruppo porta «la capacità di realizzare oggetti dirompenti a costi ridotti e su scala industriale».

    Il nodo critico è proprio qui: Thales produceva circa 100 esemplari di Toutatis all’anno. Con Renault, l’obiettivo è arrivare a 1.000 al mese già dal primo anno. Un salto di scala di oltre dieci volte, ottenuto sostituendo la stampa 3D con lo stampaggio a iniezione di plastica — la stessa tecnologia usata per i componenti auto — e riducendo del 40% il numero di parti e connettori.

    Un’auto che fa guerra: il precedente tedesco

    L’analogia storica è scomoda ma difficile da ignorare. Nella Germania degli anni Trenta, furono proprio le grandi industrie manifatturiere — dall’auto all’acciaio, dalla chimica all’elettronica — a costituire l’ossatura della macchina bellica nazionalsocialista, spesso su pressione o con incentivi statali. Non si tratta di tracciare paralleli ideologici, ma di osservare una struttura economica: quando la produzione civile viene sistematicamente orientata verso l’armamento su scala industriale, le conseguenze sull’intera economia — lavoro, allocazione delle risorse, priorità degli investimenti — sono profonde e difficilmente reversibili.

    In Francia non è un caso isolato. Renault è già impegnata con la società Turgis Gaillard nel programma Chorus, per un drone a lungo raggio da produrre nello stabilimento di Le Mans a partire da quest’anno, con una capacità di 600 unità mensili. Secondo quanto riportato dal quotidiano Le Parisien — dato non confermato da Renault — la Direzione generale degli armamenti (DGA) avrebbe già commissionato forniture per 90 milioni di euro.

    Oltre alla joint venture con Thales, il gruppo starebbe anche sviluppando un drone terrestre con il belga John Cockerill — che nel 2024 ha acquisito il produttore militare francese Arquus — sebbene questo accordo non sia stato ancora ufficializzato.

    Il modello si espande: da Parigi a Wolfsburg

    Il fenomeno travalica i confini francesi. Stando alle fonti consultate da Byoblu, anche i costruttori tedeschi stanno seguendo la stessa rotta: Porsche ha investito 100 milioni di euro in un fondo dedicato alla difesa; Volkswagen ha avviato trattative con il gruppo israeliano Rafael Advanced Defense Systems per riconvertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di equipaggiamenti militari; Mercedes-Benz ha stretto un accordo con Tytan Technologies per sistemi anti-drone da installare sui Classe G e sui furgoni Sprinter. Più a Nord, in Germania, l’azienda drone Helsing e il produttore di componentistica auto Schaeffler avevano già firmato a dicembre 2025 un memorandum d’intesa per aumentare la capacità produttiva di velivoli militari.

    «La Russia in Ucraina e il cambio di politica estera di Washington sotto Trump hanno spinto i paesi europei ad aumentare le spese per la difesa, inducendo i produttori di armi ad attingere alla capacità produttiva in eccesso del settore auto», scrive la Reuters, rilanciata da Defense News. La narrazione ufficiale è quella della «sovranità» e della «resilienza»: non dipendere dalla Cina per i componenti dei droni, non dipendere dagli Stati Uniti per le forniture militari.

    Chi guadagna, chi paga, chi decide

    Le domande che restano senza risposta sono quelle più rilevanti. Renault assicura che «non ci saranno assunzioni specifiche» per questi progetti: significa che la riconversione avviene a parità di forza lavoro, sottraendo risorse alla produzione civile. Provost ha precisato che la fabbricazione avverrà «in uno stabilimento francese», ma il sito non è ancora stato scelto.

    Sul fronte commerciale, le stesse aziende ammettono che «non ci sono al momento piani fermi per acquisti significativi da parte della Francia»: il mercato principale sarebbe quello dell’esportazione. In altri termini, la Francia si attrezza per vendere armi all’estero, non solo per difendere se stessa — un dettaglio che ridimensiona in modo considerevole la retorica della sovranità nazionale.

    Nessuna voce critica è emersa nella giornata di martedì dall’Eurosatory, un salone per definizione orientato agli operatori del settore. Il dibattito pubblico sulle implicazioni di questa svolta industriale — per i lavoratori, per l’allocazione delle risorse pubbliche, per la direzione dell’economia europea — appare ancora tutto da aprire.