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  • Fregata russa spara colpi di avvertimento nella Manica: la miccia è accesa

    Fregata russa spara colpi di avvertimento nella Manica: la miccia è accesa

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    Una fregata della Marina militare russa, la Admiral Grigorovich, ha sparato colpi di avvertimento in direzione di uno yacht registrato nel Regno Unito nel Canale della Manica, nelle acque antistanti l’Isola di Wight. L’episodio è avvenuto nella giornata del 16 giugno 2026 e le autorità britanniche hanno confermato di aver avviato un’indagine sull’accaduto.

    Stando a quanto riportato da ANSA, BBC News e Il Sole 24 Ore, lo yacht si sarebbe avvicinato all’imbarcazione militare russa, e i marinai a bordo avrebbero reagito con un colpo di avvertimento. Il governo di Londra, al momento, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sul merito della vicenda, limitandosi a confermare l’apertura di un’indagine.

    Un episodio che non si può isolare

    L’incidente nella Manica non è un fatto isolato. Nelle settimane e nei mesi precedenti, diverse petroliere di bandiera russa erano già state oggetto di operazioni di abbordaggio o ispezione in acque europee — incluso un episodio verificatosi proprio nella Manica nei giorni immediatamente precedenti. Il quadro che emerge è quello di una progressiva militarizzazione dei mari europei, con la presenza sempre più frequente di unità navali russe in zone strategicamente sensibili.

    Nello stesso periodo, i cieli del continente hanno registrato il sorvolo di droni militari non identificati su territorio di più Paesi membri dell’Unione Europea, mentre caccia russi e della NATO si sono più volte sfiorati ai confini orientali dell’alleanza. Alcuni Stati confinanti con la Russia hanno avviato programmi di riarmo significativi, con discussioni aperte sul posizionamento di capacità nucleari tattiche.

    Il rischio escalation: storia insegna

    È lecito chiedersi fino a che punto questi episodi — singolarmente gestibili, forse — possano nel loro insieme produrre un incidente che sfugga al controllo diplomatico. La storia del Novecento offre un monito preciso: la Prima guerra mondiale non fu scatenata da un piano strategico deliberato, ma da un colpo di pistola a Sarajevo il 28 giugno 1914. Un atto apparentemente locale innescò, attraverso una catena di alleanze, obblighi reciproci e orgoglio nazionale, il conflitto più devastante fino ad allora conosciuto.

    La dinamica attuale presenta analogie inquietanti: attori militari a distanza ravvicinata, canali diplomatici sotto pressione, opinioni pubbliche nazionali sempre più polarizzate e governi che faticano a distinguere tra fermezza e provocazione. Un colpo di avvertimento sparato da una fregata russa in acque internazionali frequentatissime non è, tecnicamente, un atto di guerra. Ma in un contesto già saturo di tensione, può diventare il pretesto — o l’errore di calcolo — che nessuno voleva ma che nessuno ha saputo prevenire.

    Cosa succede ora

    Il governo britannico dovrà rispondere alle pressioni interne per chiarire cosa stesse facendo la Admiral Grigorovich nelle acque della Manica, con quale diritto internazionale e con quale preavviso alle autorità marittime competenti. Sul fronte russo, non risultano al momento dichiarazioni ufficiali.

    L’esito dell’indagine britannica e la risposta — o il silenzio — di Mosca nelle prossime ore diranno molto sulla direzione in cui si sta muovendo questa crisi silenziosa che attraversa i mari d’Europa.

  • Accordo Turnberry: l’Europa azzera i dazi Usa, noi paghiamo il 15%. The Left: “Capitolazione totale”.

    Accordo Turnberry: l’Europa azzera i dazi Usa, noi paghiamo il 15%. The Left: “Capitolazione totale”.

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    Il Parlamento europeo ha approvato martedì 16 giugno 2026 i due regolamenti che attuano sul lato europeo gli elementi tariffari dell’accordo commerciale raggiunto il 27 luglio 2025 a Turnberry, in Scozia, tra Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Il voto — 440 favorevoli, 151 contrari e 50 astensioni sul testo principale — avvicina l’entrata in vigore dell’intesa, ma non chiude definitivamente le tensioni commerciali transatlantiche: resta infatti l’adozione formale del Consiglio e rimangono aperti nodi su acciaio, alluminio e possibili nuove misure USA.

    Una trattativa a senso unico

    L’accordo elimina i dazi europei su tutte le merci industriali americane e garantisce agli Stati Uniti un accesso preferenziale ai mercati dell’Unione per prodotti agricoli e ittici. In cambio, Washington si è impegnata ad applicare alla maggior parte delle esportazioni europee un tetto tariffario all-inclusive del 15%, oppure la tariffa MFN se superiore. Non è reciprocità piena: è una riduzione rispetto alle minacce iniziali di Trump, ma resta molto più alta del regime pre-2025, in cui i dazi medi statunitensi erano nell’ordine del 2–3%.

    In termini concreti, questo significa che chi compra negli Stati Uniti un prodotto americano lo acquista senza alcun sovrapprezzo doganale europeo. Chi esporta dall’Italia verso gli Usa — un prosciutto di Parma, un Parmigiano Reggiano, un Barolo, una bottiglia di olio extravergine d’oliva — dovrà invece scontare una tariffa del 15% che si riflette inevitabilmente sul prezzo finale al consumatore americano, rendendo i nostri prodotti meno competitivi.

    Le eccellenze italiane nel mirino

    L’agroalimentare italiano è tra i settori più esposti. L’Italia esporta ogni anno negli Stati Uniti beni alimentari per miliardi di euro: formaggi DOP, salumi, vini, pasta, conserve di pomodoro, olio d’oliva. Con un dazio del 15% strutturale — laddove prima si operava in regime di sostanziale libero scambio — i produttori italiani si trovano davanti a una scelta secca: assorbire il costo riducendo i margini già compressi, o scaricarli sul consumatore americano rischiando di perdere quote di mercato a vantaggio dei concorrenti locali o di altri paesi che godono di condizioni migliori.

    Non si tratta di un’ipotesi astratta. Il mercato statunitense vale circa 6 miliardi di euro l’anno per il solo agroalimentare italiano, secondo i dati di Coldiretti. Un aggravio del 15% su queste cifre equivale a centinaia di milioni di euro di svantaggio competitivo annuo.

    “Tutt’altro che perfetto”, ma approvato

    Persino i sostenitori dell’accordo ammettono le sue criticità. Bernd Lange, presidente della commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo e relatore del dossier, ha riconosciuto che il testo «è tutt’altro che perfetto», pur rivendicando le garanzie aggiuntive ottenute durante il negoziato. L’eurodeputato del PD Brando Benifei ha parlato di proposte iniziali «inaccettabili» e di un negoziato «duro e serrato».

    Il gruppo della sinistra radicale The Left ha votato compattamente contro, definendo l’accordo una «capitolazione a Donald Trump». Il capogruppo Martin Schirdewan ha parlato di «grosse concessioni» che «premiano una politica basata su dazi e minacce».

    Le salvaguardie: uno scudo fragile

    Il Parlamento ha ottenuto alcune clausole difensive. La più rilevante è la sunset clause: il regolamento cesserà automaticamente di applicarsi il 31 dicembre 2029, un anno dopo la fine del mandato presidenziale di Trump, salvo proroga. È prevista inoltre la possibilità — non la certezza — che la Commissione sospenda le concessioni su acciaio e alluminio se Washington continuerà ad applicare tariffe superiori al 15% su tali prodotti derivati dopo il 31 dicembre 2026. Va ricordato che nell’agosto 2025 gli Usa hanno già aggiunto unilateralmente 407 nuove categorie di prodotti derivati dell’acciaio e dell’alluminio all’elenco dei soggetti a dazi.

    Esiste infine un meccanismo di salvaguardia attivabile in caso di aumento anomalo delle importazioni americane che rischino di danneggiare l’industria europea. La Commissione potrà avviare indagini di propria iniziativa o su segnalazione degli Stati membri.

    La domanda rimasta senza risposta

    Tutte queste clausole dipendono però dalla volontà politica di attivarle — come ha ammesso lo stesso Lange — e dall’esito di negoziati futuri con un interlocutore che ha dimostrato di modificare unilateralmente le regole del gioco. Nel frattempo, la struttura dell’accordo rimane quella che è: asimmetrica. Gli Stati Uniti ottengono accesso libero al mercato europeo; l’Europa ottiene un dazio ridotto rispetto alle minacce iniziali di Trump (che arrivavano al 30%), ma comunque sei volte superiore alla situazione pre-2025.

    Per i produttori italiani, e in particolare per le filiere agroalimentari di eccellenza che dell’export americano hanno fatto un pilastro della propria crescita, il conto è già aperto. Dopo il voto del Parlamento europeo, spetterà ora al Consiglio dell’UE l’adozione formale dei testi. La normativa entrerà in vigore il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.

  • India blocca Telegram fino a lunedì per il caso dei test universitari trapelati

    India blocca Telegram fino a lunedì per il caso dei test universitari trapelati

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    Il governo indiano ha disposto un blocco temporaneo della piattaforma di messaggistica Telegram, valido fino a lunedì prossimo. Il provvedimento è stato adottato in risposta ai timori che l’applicazione venisse utilizzata per diffondere illecitamente le tracce degli esami di ammissione universitaria, in particolare del NEET, il test nazionale per l’accesso alle facoltà di medicina.

    Cosa è successo con il NEET

    Il NEET — acronimo di National Eligibility cum Entrance Test — era già stato annullato nelle settimane precedenti dopo che erano emerse accuse di fuga di notizie sulle domande d’esame. La decisione aveva innescato proteste diffuse in tutto il paese, alimentando un dibattito sulla trasparenza e sull’equità del sistema di selezione accademica in India. Milioni di studenti ogni anno si preparano per mesi a questo esame, considerato uno dei più competitivi e socialmente rilevanti del subcontinente.

    Stando a quanto riportato da BBC News e Al Jazeera, le autorità indiane avrebbero individuato in Telegram uno degli strumenti attraverso cui le tracce riservate sarebbero state fatte circolare prima delle prove, rendendolo al centro delle indagini in corso.

    Il movimento della “Cockroach Janta Party”

    Il clima di frustrazione giovanile nato dallo scandalo ha dato vita a un fenomeno inatteso: secondo Al Jazeera, nelle settimane successive all’annullamento degli esami è emerso online un movimento di protesta satirico denominato “Cockroach Janta Party”. Il nome, provocatorio e autoironico, richiama la resilienza degli scarafaggi come metafora della resistenza degli studenti alle ingiustizie del sistema. Il movimento avrebbe guadagnato rapidamente visibilità sui social network, trasformandosi in un simbolo della disillusione delle nuove generazioni nei confronti delle istituzioni.

    La misura di blocco e le reazioni

    Il blocco di Telegram è stato definito dalle fonti come temporaneo e circoscritto al periodo necessario per le indagini. Non è ancora chiaro, al momento, se il governo abbia fornito una motivazione ufficiale dettagliata o se Telegram abbia rilasciato dichiarazioni in merito. La misura si inserisce in un contesto più ampio di tensione tra autorità indiane e piattaforme digitali internazionali su questioni di sicurezza e controllo dei contenuti.

    La decisione ha sollevato interrogativi sulla libertà di comunicazione digitale in India, paese con una delle comunità di utenti Telegram più numerose al mondo. Allo stesso tempo, i sostenitori del provvedimento lo presentano come una risposta necessaria a tutela dell’integrità del sistema educativo nazionale.

    Prossimi sviluppi

    Secondo le informazioni disponibili, il blocco dovrebbe essere rimosso entro lunedì. Non è ancora noto se le autorità abbiano in programma misure più strutturali nei confronti della piattaforma o di altri canali di comunicazione, né se la data del NEET verrà riprogrammata nel breve periodo. Gli studenti coinvolti nello scandalo attendono ancora risposte definitive su come e quando potranno sostenere l’esame.


    Fonti:

  • Taiwan avverte l’Europa: «Se la Cina attacca, sarete colpiti anche voi». Hormuz sembrerà una passeggiata.

    Taiwan avverte l’Europa: «Se la Cina attacca, sarete colpiti anche voi». Hormuz sembrerà una passeggiata.

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    Nel corso di un’intervista esclusiva rilasciata a Euronews nei primi giorni di giugno 2026, il viceministro degli Esteri taiwanese François Wu Chih-chung ha formulato un avvertimento esplicito e diretto all’Europa: «Se la Cina attacca Taiwan, Francia, Europa, Stati Uniti e Giappone ne saranno tutti colpiti. Taiwan si troverà in una situazione terribile — ma anche voi». Le parole del diplomatico di Taipei, pronunciate in una fase di rinnovata tensione militare attorno all’isola, pongono una domanda scomoda ai governi europei: possono davvero permettersi di trattare lo Stretto di Taiwan come una questione lontana e altrui?

    Cosa ha detto esattamente il viceministro Wu

    Nell’intervista a Euronews — la fonte più recente disponibile, datata 10 giugno 2026 — Wu ha fornito una serie di dati che dovrebbero far riflettere anche il più disattento degli osservatori europei. Circa il 70% di tutti i semiconduttori mondiali viene prodotto a Taiwan, insieme al 95% dei chip più avanzati e al 100% di quelli destinati all’intelligenza artificiale. La sola TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) controlla oltre il 90% della produzione globale di chip d’avanguardia. Sono componenti essenziali per smartphone, automobili, sistemi militari e infrastrutture digitali — incluse quelle europee.

    Ma Wu ha spinto il ragionamento ancora oltre, ribaltando la logica della distanza geografica: «Tutta l’Europa è dentro quel centimetro quadrato di silicio», ha detto, ricordando che le macchine per la fotolitografia avanzata arrivano dai Paesi Bassi, le ottiche di precisione dalla tedesca Zeiss, i gas industriali dalla francese Air Liquide, e gli strumenti di progettazione chip dal belga IMEC di Lovanio. Non è solo Taiwan a dipendere dall’Europa: è l’Europa a essere già dentro la catena produttiva taiwanese.

    Il diplomatico ha anche citato un dato che raramente circola nel dibattito pubblico europeo: oltre 60.000 container attraversano ogni giorno lo Stretto di Taiwan, una quantità che stima essere tre volte superiore al traffico combinato dei canali di Panama e di Suez. Un blocco militare cinese — anche senza un’invasione vera e propria — potrebbe paralizzare rotte commerciali globali con effetti immediati sui porti europei.

    La storia che Pechino non vuole raccontare

    Wu ha anche contestato la narrativa storica su cui Pechino fonda le proprie rivendicazioni. La Cina afferma di avere diritto sovrano su Taiwan «dalla fine della guerra civile del 1949», ma il viceministro ha ricordato che l’isola è stata governata, in momenti diversi, da olandesi, spagnoli, dalla dinastia Qing e dal Giappone. La dinastia Qing ha amministrato Taiwan per oltre un secolo, ma l’ha considerata una provincia strategicamente rilevante solo tra il 1885 e il 1894 — appena dieci anni. «La Cina non era l’unico paese lì», ha detto Wu, sfidando l’assunto di una continuità sovrana mai realmente esistita.

    Questo argomento storico non è nuovo, ma acquista peso politico in un momento in cui il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha pubblicamente definito la riunificazione con Taiwan «una missione storica che dobbiamo portare a termine» — come riportato da Eurofocus-Adnkronos già nel dicembre 2025, in occasione delle maxi-esercitazioni militari cinesi denominate ‘Justice Mission 2025’.

    Le ripercussioni concrete per l’Europa

    Gli analisti consultati dalle fonti esaminate concordano su un punto: le conseguenze di un conflitto nello Stretto sarebbero sistemiche, non periferiche.

    Il ricercatore Elia Morelli, intervistato da Affaritaliani nel maggio 2026, ha spiegato che Pechino sta puntando principalmente sulla coercizione economica e sull’isolamento diplomatico di Taipei, riservando l’opzione militare come ultima carta. Tuttavia, ha avvertito, il rischio di guerra «è costantemente elevato» e alcune valutazioni d’intelligence occidentali — inclusa quella della CIA, stando a quanto riportato dalla fonte — ipotizzano una possibile finestra di attacco entro il 2027.

    Per l’Europa, gli scenari concreti in caso di escalation includono:

    Collasso delle forniture di chip avanzati, con blocco immediato di settori come automotive, difesa, elettronica di consumo e intelligenza artificiale;

    Interruzione delle rotte marittime nello Stretto, con effetti a catena su porti e catene logistiche globali;

    Nuove sanzioni e ritorsioni commerciali che coinvolgerebbero anche le imprese europee che operano sia con Pechino sia con Taipei;

    Shock alle relazioni UE-Cina, in un momento in cui Bruxelles non ha ancora una politica estera unitaria sul dossier indo-pacifico.

    Il presidente taiwanese Lai Ching-te aveva già lanciato un allarme simile nel febbraio 2026, in un’intervista all’AFP riportata da Difesa Online: un attacco cinese a Taiwan non sarebbe un evento isolato, ma potrebbe innescare un’ondata di destabilizzazione che coinvolgerebbe Giappone, Filippine e Corea del Sud. Un effetto domino geopolitico che, attraverso le alleanze e le dipendenze economiche, arriverebbe inevitabilmente anche in Europa.

    L’Europa nella nebbia

    Il problema, secondo diversi analisti citati nelle fonti, è che l’Unione europea non appare attrezzata per gestire uno scenario del genere. I Ventisette non hanno relazioni diplomatiche formali con Taipei, non vendono armi all’isola dal 1991 (quando la Francia lo fece per ultima) e si sono limitati a generici inviti alla «moderazione» ogni volta che la tensione è salita.

    Anzi, nel dicembre 2025 Bruxelles ha ritirato il ricorso al WTO contro le ritorsioni commerciali cinesi sulla Lituania — una mossa che può essere letta, a seconda dei punti di vista, come pragmatismo diplomatico o come cedimento alla pressione di Pechino.

    Wu ha scelto di non fare appelli retorici alla solidarietà democratica, ma di argomentare in termini di interesse: «Perché la Francia dovrebbe proteggere Taiwan? Non siamo mai stati un paese francese. Ma la Francia ha interessi molto importanti nella regione, ed è un paese indo-pacifico». È un invito — o una sfida — a ragionare in modo strategico, non sentimentale.

    La situazione descritta dalle fonti esaminate risale ai primi dieci giorni di giugno 2026. Da allora, la dinamica potrebbe aver subito ulteriori sviluppi, sia sul piano militare sia su quello diplomatico. Quello che sembra difficilmente mutabile nel breve termine è la struttura del problema: un’isola da cui dipende l’economia digitale globale, contesa da una grande potenza che non esclude l’uso della forza, e un’Europa che non ha ancora deciso se e come vuole contare qualcosa in questa partita.

  • Torre Milano, tutti assolti gli otto imputati: «Agirono in buona fede»

    Torre Milano, tutti assolti gli otto imputati: «Agirono in buona fede»

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    Il Tribunale di Milano ha assolto tutti e otto gli imputati nel processo per abuso edilizio e lottizzazione abusiva legato alla costruzione del grattacielo Torre Milano di via Stresa. La sentenza è stata pronunciata nella mattinata del 16 giugno 2026 dalla giudice Paola Braggion della settima sezione penale. La formula scelta è «il fatto non costituisce reato». Le motivazioni saranno depositate entro novanta giorni.

    Si tratta della prima pronuncia che arriva dall’ampio ventaglio di inchieste avviate dalla Procura di Milano sulla gestione urbanistica della città, un filone che dura ormai da quasi quattro anni e che in alcuni casi si è allargato anche a ipotesi di corruzione.

    L’accusa e le richieste della Procura

    La pubblico ministero Marina Petruzzella aveva chiesto, lo scorso aprile, otto condanne e la confisca dell’intero edificio. Nel dettaglio, erano stati sollecitati 2 anni e 4 mesi di arresto e 50.000 euro di ammenda ciascuno per Giovanni Oggioni (ex direttore dello Sportello unico edilizia del Comune), per i costruttori Stefano e Carlo Rusconi, per Franco Zinna (ex dirigente della Direzione Urbanistica) e per l’architetto progettista Gianni Maria Beretta. Pene inferiori erano state chieste per Francesco Mario Carrillo, Maria Chiara Femminis e Pietro Ghelfi, tre ex funzionari dello Sportello unico edilizia.

    Secondo l’accusa, la Torre — alta oltre 87 metri e sviluppata su 24 piani — era stata realizzata attraverso una semplice Segnalazione certificata di inizio attività (Scia) con atto d’obbligo, uno strumento normalmente riservato agli interventi di ristrutturazione, anziché attraverso un permesso di costruire accompagnato da un piano attuativo, che sarebbe stato necessario per una nuova costruzione. In altri termini, i pm contestavano che un edificio del tutto nuovo fosse stato classificato come ristrutturazione per aggirare procedure più complesse e garantistiche sotto il profilo urbanistico.

    Ai funzionari comunali veniva imputato di aver contribuito — chi con dolo, chi per colpa — a rilasciare un titolo edilizio illegittimo e di aver redatto una delibera dirigenziale in contrasto con norme statali.

    Le ragioni dell’assoluzione

    Il presidente del Tribunale Fabio Roia ha illustrato in una nota le ragioni che stanno alla base della decisione, in attesa del deposito formale delle motivazioni. Il punto centrale è l’assenza dell’elemento soggettivo del reato, tanto nella forma dolosa quanto in quella colposa.

    «Solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e finanche le pronunce della Corte Costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione», si legge nella nota. In sostanza, al momento in cui costruttori, progettisti e funzionari operarono, la prassi vigente era diversa da quella affermatasi successivamente: il Comune di Milano applicava da anni — con l’avallo dell’Avvocatura comunale fin dal 2002 e fino alla circolare numero 1 del 2023 — un’interpretazione che rendeva legittimo l’utilizzo della Scia per interventi come quello di Torre Milano. Tale interpretazione era inoltre sostenuta dalla giurisprudenza amministrativa di TAR e Consiglio di Stato.

    Lo stesso asseveratore del progetto, chiamato a rispondere di falsa attestazione, è stato assolto perché nella sua relazione ha certificato ciò che, stando alle norme e alla giurisprudenza dell’epoca, riteneva corretto: non era in condizione di sapere che interpretazioni successive avrebbero qualificato diversamente quell’intervento.

    La reazione del sindaco Sala

    Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha commentato la sentenza con una dichiarazione articolata, esprimendo al tempo stesso soddisfazione e amarezza. «Ovviamente siamo soddisfatti, è chiaro che c’è anche tanta amarezza», ha detto Sala. Il primo cittadino ha indicato due motivi di rammarico: aver visto «colpite persone di cui sono certissimo dell’onestà», citando esplicitamente l’ex assessore Tancredi, e il tono delle accuse. «La cosa che mi ha molto amareggiato è stata la violenza verbale usata dai pm nel sostenere le accuse», ha affermato, criticando quello che ha definito un «continuo uso di aggettivi» finalizzato, a suo dire, a screditare persone e istituzioni.

    Sala si è spinto oltre, rivolgendosi implicitamente al procuratore Viola: «Sono curioso di capire come vede la situazione» e gli ha chiesto «che giudizio dà dell’operato del suo team». Ha poi precisato di riconoscere che i magistrati lavorano «in un contesto di incertezza normativa» e che la loro buona fede non è in discussione, parlando piuttosto di «esagerazione nei toni».

    Uno degli avvocati difensori ha definito la pronuncia «un raggio di luce nella notte che ha avvolto la città per tre anni», aggiungendo che la sentenza «riconosce la piena innocenza di chi ha seguito le regole che Milano si era data».

    Il contesto e i prossimi sviluppi

    Il Comune di Milano, pur indicato dalla Procura come parte offesa, non si era costituito parte civile contro gli imputati. La sentenza di oggi rappresenta il primo esito giudiziale di una stagione di inchieste che ha coinvolto numerosi cantieri e operatori del settore immobiliare milanese. Restano aperti diversi altri procedimenti, alcuni dei quali riguardano ipotesi di reato simili — la distinzione tra ristrutturazione e nuova costruzione — altri invece focalizzati su episodi di presunta corruzione. Il verdetto odierno potrebbe influenzare l’esito di quei procedimenti, sebbene ogni caso presenti circostanze proprie.

  • Milano capitale dei reati: vivere in città è diventato un rischio quotidiano

    Milano capitale dei reati: vivere in città è diventato un rischio quotidiano

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    Immaginatevi di uscire di casa la mattina sapendo che la vostra città è, statisticamente, la più pericolosa d’Italia. Non è fantascienza: è la realtà quotidiana di chi vive a Milano. Con quasi 7.000 denunce ogni 100mila abitanti nel 2024 — per la precisione 6.952 — il capoluogo lombardo si è confermato al primo posto nell’Indice della Criminalità elaborato dal Sole 24 Ore sulla base dei dati della banca interforze del ministero dell’Interno. Davanti a Roma, davanti a Firenze, davanti a tutte le altre grandi città italiane. Una posizione di cui nessun milanese andrebbe fiero.

    In termini assoluti, nell’area metropolitana di Milano si sono registrate 225.786 denunce di reato in dodici mesi: una media di 618 al giorno. Ogni giorno. Trecentosessantacinque giorni l’anno.

    Furti, rapine, violenze: il catalogo della paura

    A trascinare Milano in cima alla classifica sono soprattutto i furti e le rapine, due categorie in cui il capoluogo lombardo occupa il primo posto nazionale. In particolare, Milano è prima in assoluto per rapine in pubblica via, seconda per furti con strappo, terza per furti con destrezza. Chi cammina per strada con lo smartphone in mano o la borsa a tracolla conosce bene quella sensazione di vulnerabilità.

    Non finisce qui. Milano è terza in Italia per violenze sessuali, con 21,1 denunce ogni 100mila abitanti. Seconda per danneggiamenti, con oltre 32.000 denunce nell’area metropolitana. Nona per truffe informatiche, con quasi 20.000 casi segnalati in un anno.

    A livello nazionale, i reati segnalati nel 2024 sono stati 2,38 milioni, l’1,7% in più rispetto al 2023 e il 3,4% in più rispetto al 2019. Sono cresciuti soprattutto i delitti di strada: furti in abitazione (+4,9%), furti di auto (+2,3%), rapine (+1,8%), reati legati agli stupefacenti (+3,9%) e — il dato forse più allarmante — violenze sessuali (+7,5%).

    Minorenni in manette: +34% in un anno

    Uno degli indicatori più inquietanti riguarda i più giovani. Secondo quanto comunicato in occasione del 212° anniversario di fondazione dell’Arma dei Carabinieri, nel corso del 2025 sono stati arrestati 164 minorenni nella sola provincia di Milano: 42 in più rispetto all’anno precedente, con un incremento del 34%. Il generale Riccardo Galletta, comandante interregionale dei carabinieri Pastrengo, ha riconosciuto senza giri di parole che «un problema esiste, lo sappiamo», indicando la necessità di affiancare alla repressione una forte azione preventiva. A livello nazionale, nel 2024 i minori denunciati o arrestati erano già aumentati del 16% rispetto al 2023, con una crescita del 30% rispetto al periodo pre-Covid. Un dato ancora più emblematico: un arrestato su quattro per rapina in pubblica via ha meno di 18 anni.

    Il crimine organizzato non dorme

    Al di là della micro-criminalità di strada, sotto la superficie della città operano strutture ben più organizzate. Nel 2025, la Guardia di Finanza ha condotto 1.351 indagini legate al crimine organizzato, con 7.442 soggetti coinvolti. Sono stati proposti sequestri per oltre 3,3 miliardi di euro e confiscati beni per circa 1,6 miliardi. Solo nella lotta al narcotraffico, sono state sequestrate oltre 33 tonnellate di droga — principalmente cocaina, hashish e marijuana — con più di 800 persone denunciate. Un business illegale che alimenta il degrado urbano e la violenza di strada che i cittadini vivono ogni giorno.

    Le istituzioni dicono che va meglio. I milanesi non ci credono

    Le autorità, da parte loro, insistono sul versante positivo. Nel giugno 2025, al termine di un Comitato per l’ordine e la sicurezza in Prefettura, il sindaco Giuseppe Sala aveva dichiarato un calo dei reati del -10% nei primi cinque mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva definito le cosiddette “zone rosse” efficaci, citando i numeri degli interventi come prova del loro funzionamento.

    Dati provvisori del Viminale indicano effettivamente una riduzione del 4,9% delle denunce nel primo semestre 2025 rispetto all’anno precedente, anche se gli stessi uffici ministeriali avvertono che le cifre potrebbero aumentare una volta consolidate le statistiche.

    Eppure il sindaco stesso, nel rivendicare il calo, ha dovuto ammettere: «Posso capire che la percezione dei cittadini è una percezione resistente». Una frase che dice tutto. Quando la distanza tra statistiche istituzionali e vissuto quotidiano è così ampia, c’è qualcosa che non torna. I milanesi che evitano certi quartieri la sera, che stringono la borsa sui mezzi pubblici, che trovano il finestrino dell’auto rotto la mattina, non si consolano con i grafici in discesa.

    Per tamponare l’emergenza, l’Arma dei Carabinieri ha annunciato l’arrivo di circa 100 nuovi agenti nelle prossime settimane, con l’obiettivo di saturare gli organici entro il 2026 per le figure di base e il 2027 per i marescialli. Un segnale che il problema della carenza di personale era reale e riconosciuto.

    Una città che costa cara e non protegge

    C’è un’amara ironia nella situazione milanese: la città che vanta i prezzi degli immobili più alti d’Italia, quella che si presenta come hub europeo della moda, della finanza e dell’innovazione, è anche quella dove è statisticamente più probabile essere derubati, rapinati o aggrediti. Chi ha scelto di viverci, spesso a caro prezzo, si trova a fare i conti con una vivibilità che si deteriora.

    I ricercatori dell’Università Cattolica sottolineano che i tassi di criminalità delle grandi città vanno contestualizzati tenendo conto di turisti, pendolari e studenti che ogni giorno moltiplicano la popolazione presente sul territorio. È vero. Ma questa spiegazione tecnica non cambia la vita di chi a Milano ci vive, ci lavora e ci paga le tasse — e si ritrova prima in classifica in una graduatoria in cui non avrebbe voluto comparire.

    I dati sulle denunce si riferiscono al 2024, elaborati dal Sole 24 Ore su base ministeriale e pubblicati nel novembre 2025. I dati sugli arresti di minorenni a Milano si riferiscono al 2025 e sono stati resi noti a inizio giugno 2026. La situazione potrebbe aver subito ulteriori evoluzioni dopo le date indicate dalle fonti.

  • Ondata di caldo africano sull’Italia: come si forma e quando arriva

    Ondata di caldo africano sull’Italia: come si forma e quando arriva

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    A partire dal 17-18 giugno 2026, l’Italia sarà investita da una significativa ondata di calore originata dall’anticiclone subtropicale nordafricano. Secondo le elaborazioni dei principali modelli meteorologici, le temperature potranno superare i 35°C su gran parte del territorio, raggiungendo punte di 38-40°C nelle aree interne del Centro-Sud, nella Pianura Padana e nelle isole maggiori. La fase più intensa è attesa tra giovedì 19 e il fine settimana del 20-21 giugno.

    Che cosa è l’anticiclone subtropicale africano e come funziona

    Per comprendere la natura di questo fenomeno meteorologico occorre partire dalla sua origine. L’anticiclone subtropicale nordafricano è un vasto campo di alta pressione atmosferica che si forma sulle distese desertiche del Sahara. In questa regione, l’intensa radiazione solare riscalda la superficie terrestre, generando masse d’aria molto calde e prevalentemente secche che si comprimono verso il basso, innalzando la pressione al suolo.

    Quando questo sistema si espande verso nord — fenomeno che accade con una certa regolarità nei mesi estivi — il suo promontorio raggiunge il Mediterraneo centrale e la Penisola italiana. Il meccanismo è relativamente semplice: l’alta pressione blocca il transito delle perturbazioni atlantiche, azzera i venti in quota, mantiene il cielo privo di nubi e consente alla massa d’aria sahariana di scorrere indisturbata verso latitudini più settentrionali.

    Il risultato è quello che i meteorologi definiscono una cupola di calore: un’area in cui le condizioni di stabilità atmosferica impediscono la dispersione del calore accumulato durante il giorno. Le temperature massime si impennano nel pomeriggio, mentre quelle minime notturne rimangono elevate — spesso sopra i 20°C — dando origine alle cosiddette notti tropicali.

    Giorno per giorno: l’evoluzione del tempo fino al 22 giugno

    La settimana si apre, tuttavia, con una breve fase di transizione. Tra lunedì 15 e martedì 16 giugno, un’area depressionaria in quota che attraversa il Mediterraneo centrale — unitamente a un fronte instabile proveniente dall’Europa centrale diretto verso i Balcani — introduce qualche elemento di instabilità. I fenomeni più significativi sono attesi sulle Alpi orientali, sul Triveneto, sull’Appennino umbro-marchigiano e abruzzese, nelle zone interne della Sicilia e sull’Appennino lucano. Si tratta di rovesci isolati e temporanei, non di un’inversione di tendenza.

    Nelle regioni meridionali e nelle Isole maggiori, la parentesi fresca sarà quasi impercettibile: già nelle giornate di lunedì e martedì le massime oscilleranno tra 30 e 33°C nelle vallate interne, con un’atmosfera via via più afosa.

    Mercoledì 17 giugno segna il punto di svolta: l’anticiclone africano inizia a rinforzarsi con decisione su tutta la Penisola. Il cielo torna ampiamente sereno, il vento cala, e le temperature fanno un primo salto verso l’alto, più marcato al Nord e al Centro.

    Nel corso di giovedì 19, venerdì 20 e nel weekend del 21-22 giugno, l’ondata di calore raggiungerà la sua intensità massima. Le proiezioni disponibili indicano:

    Bologna, Modena, Mantova: punte di 38-39°C nelle pianure padane

    Firenze e zone interne toscane: valori localmente attorno ai 40°C

    Roma: massime previste tra 36 e 37°C

    Milano: termometri tra 34 e 36°C

    Foggia, Sardegna interna, Sicilia: tra le aree più calde, con picchi che potrebbero toccare o superare i 40°C

    Lungo le coste, le temperature assolute saranno leggermente inferiori rispetto all’entroterra, ma l’elevata umidità relativa renderà la percezione termica più gravosa, in particolare nelle ore notturne.

    Quanto durerà e cosa dicono i modelli sul lungo termine

    Sulla durata dell’ondata esistono due scenari divergenti. Il modello americano GFS ipotizza un graduale calo delle temperature intorno al 22-23 giugno, con l’ingresso di correnti più fresche provenienti da nord-ovest capaci di interrompere la fase calda. Il modello europeo ECMWF indica invece la possibilità di un’ulteriore espansione dell’anticiclone africano nell’ultima decade del mese, con il rischio che le temperature restino eccezionalmente elevate per un periodo più prolungato.

    A più lungo termine, le proiezioni stagionali elaborate da Copernicus Climate Change Service per il trimestre giugno-agosto 2026 indicano temperature sopra la media su tutta Europa, con il segnale più marcato tra luglio e agosto. Secondo le elaborazioni di ARPA Piemonte, luglio mostrerà i primi segnali di aumento termico generalizzato, mentre ad agosto l’anomalia calda potrebbe raggiungere il valore più elevato della stagione. Si tratta, tuttavia, di tendenze statistiche e non di previsioni puntuali: i dettagli potranno essere definiti solo con aggiornamenti a breve termine.

    Temporali di calore: un effetto collaterale dell’anticiclone

    Anche durante la fase più acuta del caldo non è esclusa la comparsa di fenomeni temporaleschi, soprattutto nelle ore pomeridiane e serali in prossimità dei rilievi alpini e appenninici. L’elevata energia accumulata negli strati bassi dell’atmosfera può innescare celle convettive locali, capaci di produrre grandine e forti raffiche di vento in tempi brevi. Si tratta di eventi molto localizzati, tipici delle estati mediterranee con anticiclone africano dominante, e non segnalano un cedimento della struttura di alta pressione.

  • Crosetto a Washington: «Nessuna alternativa all’asse atlantico». Ecco però il prezzo che paghiamo.

    Crosetto a Washington: «Nessuna alternativa all’asse atlantico». Ecco però il prezzo che paghiamo.

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    Lunedì 15 giugno 2026, il ministro della Difesa Guido Crosetto è atterrato a Washington per incontrare al Pentagono il segretario americano Pete Hegseth. L’incontro, descritto dallo stesso Crosetto come «totalmente amichevole e di totale cooperazione», ha toccato i principali dossier aperti: le spese militari italiane, il futuro della Nato, le basi americane sul territorio nazionale, la crisi in Ucraina, il Libano e il possibile contributo italiano alle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz. Sul tavolo anche l’eventuale adesione italiana al Purl, il meccanismo di acquisto di sistemi d’arma statunitensi da destinare a Kiev.

    Il contesto non è banale. L’incontro giunge dopo settimane di frizioni tra Roma e Washington: il governo italiano aveva negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri americani impiegati nelle operazioni contro l’Iran, e Trump aveva pubblicamente punzecchiato Meloni. Il bilaterale di oggi fa parte, dunque, di un più ampio lavoro di ricucitura diplomatica che coinvolge anche il G7 di Evian-les-Bains, dove la premier è attesa per la cena dei leader, e il forum economico Italia-Usa previsto a Miami il 22 giugno con Tajani e Rubio.

    Le dichiarazioni: fedeltà atlantica senza riserve

    Crosetto ha scelto parole nette: «Per l’Italia non c’è alternativa al rapporto atlantico. Il nostro ruolo sarà sempre quello di essere al fianco degli Stati Uniti». Ha ringraziato l’amministrazione Trump «per la spinta che ha dato all’Europa ad assumersi il peso della difesa» e ha confermato che l’Italia è disponibile «di fronte alle nuove richieste di un ulteriore impegno all’interno della Nato». Hegseth, da parte sua, ha elogiato il ruolo crescente di Roma, attribuendolo «in gran parte all’impegno del primo ministro Meloni», e ha ribadito l’obiettivo americano: costruire la «Nato 3.0», forze credibili al combattimento, capacità potenziate, base industriale della difesa accelerata. La soglia del 5% del Pil per le spese militari è stata indicata come benchmark. L’Italia si è fermata al 2,8%, già una salita rispetto al passato.

    Il prezzo della fedeltà: sovranità in cambio di protezione

    La domanda che l’incontro non pone, ma che andrebbe posta, è semplice: chi decide la strategia dell’Italia? Le dichiarazioni di Crosetto, per quanto tecnicamente circostanziate, delineano un quadro in cui Roma risponde a sollecitazioni provenienti da Washington, non le formula. La gratitudine verso Trump «per aver spinto l’Europa», i ringraziamenti per le basi, la disponibilità alle «nuove richieste»: tutto questo configura un rapporto in cui il protagonismo italiano si esercita all’interno di un perimetro disegnato altrove.

    1. Più impegni, meno sovranità. L’Italia si impegna ad aumentare le spese militari — dall’attuale livello verso il 2,8% del Pil, con pressione americana verso il 5% — e a partecipare a meccanismi come il Purl per armare l’Ucraina. Ogni impegno aggiuntivo stringendo vincoli bilaterali con Washington restringe oggettivamente lo spazio di manovra di Roma su dossier futuri. La fedeltà atlantica, quando diventa automatica e priva di condizionalità, si trasforma in obbedienza strategica.

    2. Le basi americane: protezione o bersaglio? Hegseth ha ringraziato l’Italia per ospitare le forze statunitensi, definendo il sostegno «costante». Ma la presenza di decine di migliaia di militari americani sul territorio nazionale — da Vicenza a Napoli, da Sigonella ad Aviano — trasforma automaticamente l’Italia in retrovia strategica di ogni operazione americana nel Mediterraneo e oltre. Lo ha dimostrato proprio il caso Sigonella: quando gli USA attaccano l’Iran, l’Italia rischia di essere associata a quella scelta agli occhi di Teheran, indipendentemente da quanto deciso da Roma.

    3. La «Nato 3.0»: riarmo permanente. Il concetto lanciato da Hegseth non è un aggiornamento organizzativo: è un programma di riarmo strutturale dell’intero sistema difensivo europeo, con più spese, più industria bellica, più obblighi per gli alleati. L’Italia viene chiamata a finanziare questo processo — portando progressivamente il bilancio della difesa verso soglie mai viste in tempo di pace — senza che sia chiaro chi definirà gli obiettivi strategici di quella «Nato 3.0» e in base a quali interessi.

    4. L’Europa paga, ma non decide. Crosetto ha detto che «un’Europa forte è necessaria perché la Nato sia più forte». Hegseth ha aggiunto che gli europei «devono fare di più». Nessuno, tuttavia, ha chiarito se fare di più significhi anche decidere di più. Il meccanismo di spinta americano funziona in un’unica direzione: aumentare i contributi europei, mantenendo però inalterato il primato decisionale di Washington all’interno dell’Alleanza. Gli europei pagano il conto di una strategia che non hanno scritto.

    5. Gli interessi italiani non coincidono sempre con quelli americani. Nel Mediterraneo, l’Italia ha interessi propri: sicurezza energetica, rotte commerciali, stabilità delle sponde nord-africane, rapporti con i Paesi del Maghreb, gestione dei flussi migratori. Questi interessi non sono automaticamente allineati con la strategia di Washington, concentrata sull’Indo-Pacifico (come ha ricordato lo stesso Crosetto) e sulle proprie priorità globali. L’accordo di pace USA-Iran, che verrà firmato il 19 giugno in Svizzera, potrebbe riaprire lo Stretto di Hormuz: ma le condizioni di quell’accordo sono state negoziate da altri, non dall’Italia.

    6. La linea antirussa ha avuto un costo. Anni di sanzioni, di rottura dei rapporti commerciali con Mosca, di rincaro energetico strutturale, di perdita di mercati storici per le imprese italiane: questi sono i frutti concreti di una politica estera allineata senza riserve alla linea atlantica nei confronti della Russia. L’Italia ha pagato economicamente e diplomaticamente una strategia decisa a Bruxelles e a Washington. Il dibattito su questi costi è stato sostanzialmente assente dal discorso pubblico, sostituito dalla narrazione della «solidarietà» come obbligo morale.

    7. La sicurezza nazionale non è solo militare. Crosetto parla di difesa in senso strettamente militare: basi, spese, missioni, industria bellica. Ma la sicurezza di un Paese è anche autonomia energetica, capacità produttiva, coesione sociale, controllo del proprio territorio e delle proprie risorse. Ogni euro destinato a nuove spese militari è un euro sottratto a ospedali, scuole, infrastrutture, transizione energetica. Nessuno in questo bilaterale ha sollevato questa domanda.

    8. Il Parlamento non pervenuto. Le scelte strategiche annunciate da Crosetto a Washington — adesione al Purl, impegno sullo sminamento di Hormuz, aumento delle spese verso il 2,8% del Pil con prospettiva del 5% — coinvolgono miliardi di euro di risorse pubbliche e decisioni che potrebbero portare militari italiani in teatri di guerra. La Costituzione italiana prevede che la guerra venga dichiarata dal Parlamento e che le missioni militari vengano autorizzate dalle Camere. Ma la traiettoria che emerge dagli incontri bilaterali di questi giorni sembra più quella di decisioni prese nei corridoi del Pentagono e poi presentate al pubblico come «risultati concreti», per usare le parole dello stesso Crosetto su Trump.

    Alleanze sì, sudditanza no

    Nessuno in questa sede sostiene che l’Italia debba uscire dalla Nato o rompere con Washington. Il legame transatlantico ha ragioni storiche, strategiche e valoriali che vanno rispettate. Ma c’è una differenza enorme tra un’alleanza tra partner che si rispettano e una relazione in cui uno dei due esprime gratitudine all’altro per averlo «spinto» nella direzione giusta.

    L’Italia può e deve cooperare con gli Stati Uniti quando gli interessi convergono. Può e deve dialogare con la Russia quando questo serve alla pace e all’economia italiana. Può e deve difendere i propri interessi nel Mediterraneo senza necessariamente far coincidere ogni propria mossa con la strategia di Washington. E soprattutto, le scelte di politica estera e militare non possono essere presentate come inevitabili dopo incontri bilaterali: devono passare dal Parlamento, dall’opinione pubblica, dal dibattito democratico.

    Crosetto ha detto che Trump «vuole risultati concreti, non chiacchiere diplomatiche». Ma per un Paese sovrano, il processo con cui si prendono le decisioni non è una chiacchiera diplomatica: è democrazia.

  • Meloni e Takaichi a Roma: asse Italia-Giappone su difesa, spazio e Ponte

    Meloni e Takaichi a Roma: asse Italia-Giappone su difesa, spazio e Ponte

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    Sanae Takaichi è la premier del Giappone in carica dall’ottobre-novembre 2025, esponente di spicco del Partito Liberal Democratico (PLD), la formazione conservatrice che da decenni domina la scena politica giapponese. Figura di lungo corso nella politica del Sol Levante, Takaichi ha ricoperto in precedenza incarichi ministeriali di primo piano, distinguendosi per posizioni marcatamente sovraniste sul piano economico e per una visione strategica orientata alla sicurezza dell’area indo-pacifica. La sua leadership si colloca in una fase in cui il Giappone ha accelerato il riarmo e l’apertura a partenariati di difesa con le democrazie occidentali. Il viaggio europeo di metà giugno rappresenta la sua prima missione nel Vecchio Continente da quando ha assunto la guida del governo di Tokyo.

    L’incontro a Villa Doria Pamphilj

    Lunedì 15 giugno 2026, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto la premier giapponese Sanae Takaichi a Villa Doria Pamphilj, a Roma. L’incontro si inserisce nel tour europeo di Takaichi in vista del vertice G7 di Evian, in programma fino al 17 giugno sotto presidenza francese. Prima di Roma, la leader giapponese aveva incontrato a Londra il primo ministro britannico Keir Starmer, con un’agenda che includeva anche il dossier del caccia di sesta generazione GCAP.

    Il bilaterale ha permesso di fare il punto sugli impegni assunti durante la visita di Meloni a Tokyo lo scorso 16 gennaio, quando le relazioni tra i due Paesi erano state elevate al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il 2026 ha un valore simbolico aggiuntivo: ricorre il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, una ricorrenza che entrambi i governi intendono celebrare con risultati concreti.

    I temi sul tavolo: difesa, spazio, catene di approvvigionamento

    Al centro del vertice romano figurano quattro grandi aree di cooperazione.

    Difesa: il punto di convergenza più rilevante rimane il Global Combat Air Programme (GCAP), il programma trilaterale con cui Italia, Giappone e Regno Unito puntano a sviluppare un caccia da combattimento di sesta generazione. Meloni ha annunciato che il programma «è entrato finalmente nella fase operativa», sottolineando come si tratti di un pilastro della sicurezza euro-atlantica e indo-pacifica.

    Spazio: le due leader hanno adottato una dichiarazione congiunta sul settore spaziale, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione tra le rispettive agenzie spaziali, promuovere sinergie tecnologiche e scientifiche e sviluppare partenariati industriali strategici. Il dialogo intergovernativo sullo spazio aveva già avuto la sua sessione inaugurale a Tokyo a fine maggio.

    Sicurezza economica: è stato siglato un memorandum intergovernativo per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento, con focus su semiconduttori e tecnologie avanzate. Il 27 maggio si era già tenuta a Tokyo la prima riunione del Tavolo bilaterale sulla sicurezza economica.

    Nuovi fronti: Meloni ha annunciato l’intenzione di avviare un dialogo strutturato sull’Africa, cercando sinergie tra il Piano Mattei italiano e il TICAD giapponese, oltre a una cooperazione sull’Artico e sul nucleare civile di nuova generazione.

    Il Ponte sullo Stretto entra nell’agenda diplomatica bilaterale

    Uno degli elementi più significativi emersi dalle dichiarazioni congiunte riguarda il Ponte sullo Stretto di Messina. Takaichi ha espresso con chiarezza il sostegno del governo giapponese all’opera: «Auspico che il Ponte sullo Stretto, al quale partecipano anche imprese giapponesi, diventi un grande progetto simbolo della cooperazione economica tra i nostri Paesi. Spero che possa realizzarsi al più presto, facendo leva sul know-how e sull’esperienza del Giappone».

    Non si tratta di un interesse improvvisato: il gruppo IHI, holding giapponese specializzata in infrastrutture complesse, è già azionista del consorzio Eurolink guidato da Webuild, che si è aggiudicato la gara internazionale per la realizzazione dell’opera. Un accordo di cooperazione tecnica italo-giapponese sul tema era stato siglato nel luglio 2025, durante la visita a Tokyo del vicepremier Matteo Salvini. Pietro Ciucci, amministratore delegato della Società Stretto di Messina, ha commentato positivamente le parole della premier giapponese, sottolineando che «la collaborazione con il Giappone e in particolare con il gruppo IHI si è particolarmente intensificata in questo periodo in vista del prossimo avvio della progettazione esecutiva».

    I numeri dello scambio commerciale

    Il vertice ha confermato la solidità dei rapporti economici bilaterali. Il Giappone è il terzo partner commerciale dell’Italia in Asia e la seconda destinazione delle esportazioni italiane nel continente. Nel 2025 l’interscambio ha raggiunto 12,3 miliardi di euro, con un saldo attivo per l’Italia di 4,4 miliardi. Nel primo trimestre 2026 gli scambi si attestano a circa 3 miliardi di euro, con un avanzo italiano di circa 1 miliardo. In Giappone operano 166 imprese italiane con un fatturato complessivo di circa 3 miliardi di euro.

    Le parole delle due leader

    Nelle dichiarazioni alla stampa, Meloni ha parlato di «straordinaria e particolare sintonia» tra i due Paesi e ha ricordato come gli obiettivi fissati a gennaio a Tokyo siano stati raggiunti in pochi mesi. Ha anche ribadito la posizione comune sull’Ucraina — «di fronte ai brutali attacchi russi sui civili non possiamo volgere lo sguardo altrove» — e sul Medio Oriente, esprimendo soddisfazione per il memorandum tra Stati Uniti e Iran e riaffermando l’importanza della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.

    Takaichi ha a sua volta delineato la visione strategica di Tokyo: «Nell’ambito di un Indo-Pacifico libero e aperto, la nostra strategia pone attenzione all’autonomia di ciascun Paese. Stiamo lavorando al collegamento tra Mediterraneo e Indo-Pacifico, in modo da rendere l’intera regione più forte e più prospera».

    Un partenariato che guarda al futuro

    Il bilaterale di Villa Doria Pamphilj conferma una tendenza che si è consolidata negli ultimi anni: l’Italia ha scelto di rafforzare i propri legami con il Giappone in chiave non solo commerciale, ma strategica e geopolitica. In un contesto internazionale segnato da instabilità e ridefinizione degli equilibri globali, la costruzione di partenariati bilaterali solidi con democrazie affidabili rappresenta per il nostro Paese uno strumento per evitare l’isolamento e presidiare settori — dalla difesa allo spazio, dall’energia alle infrastrutture — che definiranno i rapporti di forza dei prossimi decenni. Il prossimo appuntamento comune è il G20 di dicembre, dove i risultati di questa cooperazione potranno trovare ulteriore visibilità internazionale.

  • Trump shock sull’immigrazione: “Se importi persone dal Terzo Mondo, lo diventi in fretta”.

    Trump shock sull’immigrazione: “Se importi persone dal Terzo Mondo, lo diventi in fretta”.

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    Nella mattinata del 15 giugno 2026, mentre l’Air Force One lo trasportava verso Ginevra per poi raggiungere il vertice del G7 ad Évian, in Francia, il presidente americano Donald Trump ha pubblicato su Truth Social un post destinato a far discutere: «Se importi persone da Paesi del Terzo Mondo, diventi in fretta il Terzo Mondo. E non ci puoi fare niente». Il messaggio, sintetico e provocatorio come da abitudine comunicativa del tycoon, è rimbalzato sulle principali agenzie internazionali a poche ore dall’apertura del summit, fissato per tre giorni fino al 17 giugno.

    Il contesto: un G7 carico di tensioni

    Il vertice di Évian-les-Bains, sulle rive del lago di Lemano, si svolge in un momento di eccezionale densità geopolitica. Sul tavolo ci sono il conflitto in Ucraina, con la presenza del presidente Volodymyr Zelensky, la crisi in Medio Oriente e le conseguenze degli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro Teheran. Il presidente francese Emmanuel Macron ha anticipato che si discuterà anche delle ricadute dell’accordo con l’Iran, del sostegno al Libano e della questione del nucleare iraniano, con il coinvolgimento di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

    Tra i leader presenti ci sono, oltre a Trump e Macron, il premier britannico Keir Starmer, il canadese Mark Carney, la premier italiana Giorgia Meloni e la premier giapponese Sanae Takaichi. All’aeroporto di Ginevra, blindato, Trump è stato accolto personalmente da Macron. A margine del summit è atteso un bilaterale tra i due presidenti.

    Nella giornata di domenica 14 giugno, Ginevra aveva già registrato violenti scontri nei pressi della sede delle Nazioni Unite, con manifestanti anti-G7 che hanno lanciato pietre e petardi contro la polizia, la quale ha risposto con lacrimogeni.

    Il post di Trump: slogan politico o riflessione seria?

    La frase pronunciata da Trump si inserisce in una narrativa già ampiamente consolidata nella sua azione di governo: la sospensione dell’immigrazione dai Paesi classificati come «sensibili», il riesame delle green card, le promesse di espulsione di chi non sia considerato «un patrimonio per gli Stati Uniti». Una visione che, nella sua versione più radicale, tende a trattare l’immigrazione come un fenomeno monolitico e intrinsecamente negativo.

    Eppure, proprio la semplificazione contenuta in quel post rivela un punto cieco nell’analisi. Se è vero che l’apertura indiscriminata dei confini, senza criteri selettivi né capacità di integrazione, può generare tensioni sociali ed economiche difficili da gestire, è altrettanto vero che esistono esempi concreti di come un’immigrazione regolata e qualificata possa rappresentare una risorsa strategica.

    Il modello europeo: immigrazione selettiva come leva competitiva

    La Germania, ad esempio, ha sviluppato negli anni un sistema strutturato per attrarre lavoratori qualificati da Paesi extra-UE, in risposta alla cronica carenza di competenze in settori come l’ingegneria, l’informatica e la sanità. Non si tratta di aprire le porte a chiunque, ma di definire percorsi rigorosi — test di qualificazione, riconoscimento dei titoli di studio, contratti pre-stipulati — che consentano di portare in Europa professionisti già formati, colmando lacune che il mercato interno non riesce a riempire.

    Questo approccio acquista un peso ulteriore nel contesto attuale, caratterizzato da un fenomeno sempre più preoccupante: la fuga dei cervelli. Molti Paesi occidentali, Italia inclusa, perdono ogni anno migliaia di laureati e specialisti che emigrano verso economie più dinamiche o più remunerative. In questo quadro, limitarsi a chiudere i confini non basta: il primo imperativo è creare le condizioni perché i talenti nostrani non abbiano motivo di andarsene. Solo in un secondo momento, e con criteri trasparenti, ha senso ragionare su come attrarre intelligenze qualificate dall’estero.

    Due verità che non si escludono

    Il post di Trump coglie una preoccupazione reale, condivisa da molti cittadini europei e americani: l’immigrazione incontrollata, quando supera la capacità di assorbimento di un sistema, genera costi sociali, tensioni identitarie e pressioni sui servizi pubblici. Su questo, il dibattito è legittimo e necessario.

    Non è in contraddizione sostenere anche che ridurre ogni forma di immigrazione a un’equazione perdente significa ignorare decenni di evidenza empirica che mostrano come le migrazioni selettive, governate da politiche serie e sistemi di valutazione rigorosi, abbiano contribuito allo sviluppo economico e all’innovazione in molte delle nazioni oggi più competitive al mondo. La differenza non è tra “importare” o non importare persone: è tra farlo con metodo oppure senza.