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  • ER-100, come funziona il ringiovanimento cellulare che stanno già sperimentando sull’uomo.

    ER-100, come funziona il ringiovanimento cellulare che stanno già sperimentando sull’uomo.

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    Nel romanzo di Oscar Wilde, Dorian Gray restava giovane mentre il suo ritratto invecchiava al posto suo. Oggi, in un ospedale americano, qualcosa di concettualmente analogo è avvenuto — ma non per magia, e con ogni cautela del caso. Il 9 giugno 2026, per la prima volta nella storia della medicina, un essere umano ha ricevuto una terapia progettata per far tornare le proprie cellule a comportarsi come se fossero più giovani. A differenza del personaggio wildiano, però, nessuno promette immortalità: si tratta di una sperimentazione di Fase 1, con obiettivi misurabili e un numero ristretto di partecipanti.

    Il paziente — rimasto anonimo — è affetto da glaucoma. Ha accettato di ricevere un’iniezione intraoculare del farmaco sperimentale ER-100, sviluppato dalla biotech americana Life Biosciences, con sede a Boston. Lo studio clinico è registrato presso i National Institutes of Health (NIH) statunitensi e ha ricevuto il via libera dalla FDA il 28 gennaio 2026.

    Le radici scientifiche: da Yamanaka a Sinclair

    Le fondamenta di questa ricerca risalgono al 2006, quando il biologo giapponese Shinya Yamanaka — poi Nobel 2012, insieme a John B. Gurdon — dimostrò che quattro particolari geni, oggi noti come “fattori di Yamanaka”, sono in grado di riportare cellule adulte a uno stato simile a quello delle staminali embrionali. Una scoperta rivoluzionaria, ma accompagnata da un problema serio: la riprogrammazione completa cancella l’identità cellulare e aumenta il rischio di formazione di tumori.

    Nel 2020, il team del professor David Sinclair della Harvard Medical School — cofondatore della stessa Life Biosciences — pubblicò su Nature uno studio che mostrava come l’attivazione di soli tre dei quattro fattori (Oct4, Sox2 e Klf4, detti anche fattori OSK) in topi con nervi ottici danneggiati favorisse la rigenerazione neuronale e il parziale recupero della vista. Il quarto fattore, c-Myc, noto oncogene, fu deliberatamente escluso per ridurre il rischio di proliferazione cellulare incontrollata. Nel 2024, risultati analoghi furono replicati su primati non umani.

    Secondo Sinclair, l’invecchiamento sarebbe guidato principalmente dalla perdita di informazioni a livello epigenetico — i segnali chimici che regolano quali geni si attivano o si spengono — più che da danni irreversibili al DNA. Non si tratta quindi di riscrivere il codice genetico, ma di ripristinarne la “lettura” corretta.

    Come funziona ER-100

    La terapia utilizza un vettore virale (AAV2), un virus modificato e reso innocuo, come mezzo di trasporto per consegnare le istruzioni genetiche direttamente nelle cellule gangliari della retina. Una volta iniettati, i tre geni rimangono silenti: si attivano soltanto quando il paziente assume doxiciclina, un comune antibiotico che funge da interruttore molecolare. Sospendendo il farmaco, l’attivazione genica si interrompe. Questo meccanismo di controllo è stato concepito proprio per minimizzare i rischi e consentire ai medici di intervenire rapidamente in caso di effetti indesiderati.

    “È una strategia che ci dà grande controllo sulla terapia”, ha dichiarato a Nature Sharon Rosenzweig-Lipson, chief scientific officer di Life Biosciences, “e che garantisce la possibilità di accendere e spegnere i geni senza lasciare attiva l’espressione più del necessario”.

    La scelta dell’occhio come organo bersaglio non è casuale: si tratta di un compartimento anatomicamente isolato, facile da monitorare e con parametri di efficacia misurabili. Eventuali effetti avversi resterebbero localizzati, senza conseguenze sistemiche potenzialmente gravi.

    Cosa prevede la sperimentazione

    Lo studio di Fase 1 coinvolgerà fino a 12 partecipanti, suddivisi in due livelli di dosaggio, tutti affetti da glaucoma ad angolo aperto o da neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica (NAION), una condizione che provoca danni acuti al nervo ottico. I pazienti saranno seguiti per cinque anni. L’obiettivo primario in questa fase non è dimostrare l’efficacia terapeutica, ma valutare la sicurezza e la tollerabilità del trattamento.

    “Si tratta del primo candidato in assoluto per il ripristino epigenetico approvato per le sperimentazioni cliniche”, ha dichiarato l’azienda in un comunicato. Jerry McLaughlin, CEO di Life Biosciences, ha definito il traguardo “importante non solo per la nostra azienda ma per l’intero campo della medicina della longevità”, precisando che “per la prima volta stiamo testando nell’uomo una terapia progettata per ripristinare la funzione cellulare attraverso la riprogrammazione epigenetica”.

    Le voci critiche: entusiasmo frenato dalla prudenza

    Nella comunità scientifica, i toni restano misurati. Matt Kaeberlein, cofondatore di Optispan e tra i ricercatori più attivi nel campo della longevità, ha affermato che “la riprogrammazione ha un grande potenziale se può essere utilizzata in modo sicuro nelle persone”, ma ha aggiunto che “la tecnologia è ancora molto precoce e il rischio di effetti collaterali catastrofici è alto”.

    Analoga cautela da Pete Williams, neurobiologo traslazionale al Centre for Eye Research Australia, il quale, pur esprimendosi favorevolmente sull’apertura di nuove strade per il trattamento dei danni al nervo ottico, ha messo in guardia: “Se qualcosa dovesse andare storto con queste ricerche, sarebbe un disastro per il futuro”.

    Rosenzweig-Lipson ha chiarito che l’azienda non sta puntando al ringiovanimento sistemico dell’organismo: “Stiamo procedendo una malattia alla volta. Non stiamo guardando, in questo momento, al ringiovanimento di tutto l’organismo. Magari un giorno ci arriveremo, ma quel giorno non è oggi”.

    Prospettive: un campo sempre più affollato

    Life Biosciences non è l’unico soggetto a muoversi in questo territorio. Secondo quanto riportato da Everyeye Tech, aziende come Altos Labs, NewLimit e Retro Biosciences stanno investendo miliardi di dollari privati nella stessa direzione. Life Biosciences è però la prima a raggiungere la sperimentazione umana con un approccio di riprogrammazione epigenetica parziale.

    L’azienda sta inoltre sviluppando applicazioni della stessa piattaforma per altre patologie legate all’età, tra cui la steatoepatite associata a disfunzione metabolica (MASH). I risultati preliminari dello studio oculare sono attesi tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.

    A differenza del Dorian Gray wildiano, che vendette l’anima per restare giovane scaricando il peso del tempo su un dipinto, questa sperimentazione non promette scorciatoie. Promette, semmai, di rispondere a una domanda che la biologia ha evitato a lungo: l’invecchiamento cellulare è davvero irreversibile, o semplicemente non avevamo ancora trovato il modo di invertirlo? La risposta, per ora, è sospesa dentro a dodici occhi che aspettano.

  • Trump umilia Meloni in diretta: «Mi ha implorato, mi ha fatto pena». Lei: «L’Italia non implora. Mai!».

    Trump umilia Meloni in diretta: «Mi ha implorato, mi ha fatto pena». Lei: «L’Italia non implora. Mai!».

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    Anche gli alleati, a quanto pare, non sono al sicuro. Donald Trump, 80 anni compiuti il 14 giugno, ha scelto un’intervista telefonica al programma L’Aria che tira su La7 — condotto da David Parenzo, con la telefonata raccolta dal giornalista Daniele Compatangelo — per riservare alla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni parole che difficilmente si dimenticano. «Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, aggiungendo con tono sornione: «Probabilmente è contenta che io le abbia parlato. Non ero obbligato».

    Fatti, prima di tutto. La telefonata è andata in onda nella mattinata di oggi, 19 giugno 2026, subito dopo il G7 di Evian. Trump ha aperto lui stesso l’argomento Meloni, interrompendo una domanda sull’Ucraina per chiedere al cronista: «Come sta il suo primo ministro? Come sta?». Un attacco non sollecitato, costruito davanti a un’audience televisiva italiana.

    La risposta di Meloni: «Io e l’Italia non imploriamo mai»

    La premier non ha aspettato. Poche ore dopo, con un video pubblicato sui propri profili social, Meloni ha respinto con durezza ogni ricostruzione: «Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti sono totalmente inventate. Sono francamente allibita e non so perché si comporti così con i propri alleati. Non è del resto la prima volta che accade». E ha concluso con una frase secca: «Io e l’Italia non imploriamo mai». Nel video ha aggiunto un affondo che vale la pena riportare per intero: «Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente».

    Le reazioni politiche sono arrivate rapide e, in parte, trasversali. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato la propria visita negli Stati Uniti, definendo le parole di Trump «gravi e offensive». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari ha usato il termine «deliri», aggiungendo che Trump «sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa». Maurizio Lupi (Noi Moderati) ha parlato di dichiarazioni che «si commentano da sole».

    Dall’opposizione la condanna è pressoché unanime nei toni, ma non nelle conclusioni. Carlo Calenda (Azione) ha definito Trump «un mentitore seriale e un bullo da operetta», escludendo che Meloni abbia davvero implorato alcunché e sottolineando che «questi insulti ledono l’onore della Nazione». Giuseppe Conte (M5S) ha aggiunto: «L’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata», ma ha anche lanciato un monito alla premier: «La rincorsa a foto, a prefazioni di libri non può prevalere mai sul nostro interesse nazionale». Nicola Fratoianni (Avs) si è detto incerto «se essere più preoccupato per un Trump senza freni o per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale», attribuendo la situazione alla «politica di subalternità» della presidente del Consiglio. Angelo Bonelli (Avs) è andato oltre, chiedendo direttamente le dimissioni della premier. Il deputato Pd Enzo Amendola ha scritto sui social: «La dignità della politica estera finita sotto un ponte».

    Il problema che nessuno vuole nominare

    I fatti sono chiari. Le parole «mi ha implorato» e «mi ha fatto pena» non sono sfuggite per errore: Trump le ha pronunciate deliberatamente, in un’intervista a un canale italiano, rivolgendosi a un pubblico italiano. È il modo in cui un capo di Stato parla di un alleato — una premier del G7 — davanti alle telecamere.

    Detto questo, vale la pena sollevare una questione che la classe politica italiana si guarda bene dall’affrontare apertamente: Trump ha 80 anni. Non tutti invecchiano come Indro Montanelli. Un uomo che, in una telefonata con un giornalista straniero, devia spontaneamente la conversazione dall’Ucraina per sbeffeggiare un’alleata sulla questione di una fotografia — e lo fa con evidente compiacimento — solleva interrogativi che vanno ben oltre il merito diplomatico. In molti Paesi esiste già una discussione seria sull’opportunità di fissare un limite d’età per ricoprire cariche pubbliche di vertice. In Italia, al momento, quella discussione non esiste.

    Restano poi da vedere i tempi dell’indignazione. L’Italia politica si è compattata — chi con più riserve, chi con meno — nell’indignazione di questa mattina. Ma si tratta di una reazione destinata a durare? Il precedente del commento di Trump a Meloni nell’ottobre 2025 — «Non ti dispiace se dico che sei bellissima? Perché lo sei davvero», pronunciato davanti alle telecamere — era passato sostanzialmente senza conseguenze diplomatiche. Anche allora c’era stato un momento di imbarazzo collettivo, poi archiviato in fretta.

    Oggi Meloni siede al Consiglio europeo. Tajani ha annullato un viaggio. Il governo ha usato la parola «deliri». Quanto durerà, questa volta?

    E soprattutto, chi lo dice a Crosetto, adesso, che aveva appena finito di dire che non c’è alternativa all’alleanza atlantica?

  • USA: arriva il JAWBONE Act contro la censura governativa occulta. Ora quello che subito Byoblu ha un nome?

    USA: arriva il JAWBONE Act contro la censura governativa occulta. Ora quello che subito Byoblu ha un nome?

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    Nell’arco di pochi giorni, il dibattito sulla libertà di espressione online negli Stati Uniti ha ricevuto un impulso inatteso: due senatori appartenenti a schieramenti opposti, il repubblicano Ted Cruz e il democratico Ron Wyden, hanno presentato mercoledì 18 giugno 2026 il cosiddetto JAWBONE Act — acronimo di Justice Against Weaponized Bureaucratic Overreach to Networked Expression. La proposta di legge mira a contrastare il fenomeno del «jawboning», ovvero la pratica con cui agenti governativi esercitano pressioni informali — spesso opache — sulle piattaforme digitali, sulle emittenti radiotelevisive e sui fornitori di intelligenza artificiale, inducendoli a rimuovere contenuti o a silenziare voci che godono piena tutela costituzionale.

    Che cos’è il «jawboning» e perché è difficile combatterlo

    Il termine «jawboning» indica una zona grigia del diritto: il governo non emette un provvedimento formale, non pubblica un’ordinanza, non firma un decreto. Si limita a «suggerire», a «raccomandare», oppure — in casi più gravi — a minacciare conseguenze legali o regolatorie se la piattaforma non si adegua. Il confine tra comunicazione legittima e coercizione incostituzionale è sottile e, soprattutto, difficile da dimostrare in tribunale.

    Un caso emblematico, citato da analisti giuridici e commentatori, è quello che coinvolse lo sceriffo della Contea di Cook, Thomas Dart, che inviò lettere su carta intestata ufficiale alle società di carte di credito intimando loro di interrompere i rapporti con il sito Backpage. Il giudice Richard Posner, nella sentenza relativa, chiarì con nettezza la distinzione: una cosa è un funzionario che esprime un’opinione personale, altra cosa è un’autorità che, mediante il simbolo del proprio ufficio, trasmette implicitamente una minaccia di conseguenze legali. Quella, scrisse Posner, è coercizione.

    Cosa prevede il disegno di legge

    Il JAWBONE Act introduce tre strumenti principali:

    1. Una causa di azione diretta in sede federale per chiunque sia vittima di pressioni governative illegittime tese a censurare contenuti legalmente protetti dal Primo Emendamento;

    2. Una procedura di discovery anticipata, che consente alle vittime di acquisire rapidamente prove e comunicazioni riservate prima che i funzionari coinvolti lascino le loro cariche;

    3. Un sistema di trasparenza obbligatoria sulle comunicazioni tra agenzie governative e piattaforme digitali, in modo da rendere visibile ciò che oggi avviene nell’ombra.

    La legge si concentra esplicitamente sulla coercizione, non sulla comunicazione ordinaria: il testo cita come illecito il tentativo di «costringere o indurre» un’emittente o un fornitore di servizi digitali ad agire contro contenuti legittimi. In tal modo cerca di preservare la possibilità, ritenuta legittima, di scambi informativi tra governo e piattaforme in buona fede.

    Un caso concreto: l’app ICEBlock

    A rendere urgente il dibattito contribuisce un caso recente e concreto. L’Electronic Frontier Foundation (EFF) rappresenta Joshua Aaron, sviluppatore dell’app ICEBlock, che permetteva ai cittadini di segnalare nelle proprie comunità la presenza di operazioni della polizia di frontiera. Stando a quanto riportato dall’EFF, nel giugno 2025 funzionari federali di alto livello avrebbero iniziato a minacciare indagini e azioni penali contro Aaron. Nell’ottobre 2025, il Procuratore Generale degli Stati Uniti avrebbe richiesto ad Apple la rimozione dell’app dall’App Store; Apple avrebbe poi acconsentito. L’EFF sostiene che tale coercizione abbia violato i diritti del Primo Emendamento di Aaron e ha già avviato una causa ai sensi del Freedom of Information Act per ottenere la divulgazione delle comunicazioni tra le agenzie governative e Apple, Google e Meta.

    Luci e ombre della proposta

    Non mancano le riserve. Commentatori come Mike Masnick di Techdirt osservano che la norma sulla discovery anticipata rischia di aprire la porta a contenziosi strumentali: chiunque si senta «censurato» potrebbe citare in giudizio funzionari governativi costringendoli a defatiganti procedure probatorie. Masnick ricorda inoltre che nel caso Murthy v. Missouri, già caratterizzato da un’ampia fase di discovery, non emerse alcuna prova di coercizione sistematica da parte dell’amministrazione Biden, portando la Corte Suprema a negare la legittimazione attiva ai ricorrenti per mancanza di danni dimostrabili.

    Analisti giuridici sottolineano anche un limite strutturale: i tribunali hanno storicamente reso molto difficile citare in giudizio funzionari pubblici per violazioni dei diritti individuali. Il JAWBONE Act potrebbe non superare questo ostacolo, anche qualora diventasse legge.

    L’EFF, dal canto suo, accoglie favorevolmente l’iniziativa pur ricordando un principio fondamentale spesso dimenticato nel dibattito politico: le piattaforme digitali non sono «attori statali» e conservano il proprio diritto costituzionale di moderare i contenuti degli utenti. Obbligarle ad accettare qualsiasi contenuto sarebbe un’altra forma di interferenza governativa, questa volta nella direzione opposta.

    Il nodo irrisolto: la censura silenziosa

    Il valore simbolico e pratico del JAWBONE Act risiede soprattutto nel tentativo di portare alla luce ciò che normalmente rimane invisibile. La censura più insidiosa non è quella dichiarata, quella che si firma con un decreto o si annuncia con una conferenza stampa. È quella che si manifesta attraverso pressioni informali, telefonate, email non protocollate, «suggerimenti» recapitati nel silenzio degli uffici istituzionali. È quella che trasforma problemi apparentemente tecnici o burocratici — un contratto rescisso, un pignoramento bloccato senza ragione apparente, una fattura rifiutata con rigidità improvvisa — in strumenti di silenziamento.

    Come quello che è successo a Byoblu, che dopo avere replicato con una lettera firmata da 50 mila persone e indirizzata alla Commissione Europea, in conseguenza dell’interrogazione parlamentare a Bruxelles di Pina Picierno, vice presidente del Parlamento Europeo, che di Byoblu chiedeva proprio la chiusura, ha perso gli studi televisivi, ha avuto pignoramenti dei conti durati oltre mezzo anno e ha perso il segnale televisivo. Coincidenze che forse, oggi, potrebbero finalmente avere un nome: jawboning.

    Così come Byoblu è stata sicuramente vittima eccellente di Jawboning quando fu oscurata da Youtube nel marzo 2021. Successivamente, emersero confessioni dei social network in merito alle enormi pressioni del Governo Biden per oscurare chi faceva una critica razionale e non mainstream della fase pandemica.

    Se la proposta di Cruz e Wyden diventerà legge è ancora da vedere: le probabilità sembrano scarse, anche in ragione delle divisioni politiche al Congresso. Ma il solo fatto che senatori di opposto orientamento abbiano trovato un terreno comune su questo tema segnala che il problema esiste, è reale e merita risposte all’altezza della sua complessità.


    Fonti:

  • AI e sorveglianza di massa: come e in quanti modi ci sorvegliano.

    AI e sorveglianza di massa: come e in quanti modi ci sorvegliano.

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    Non è fantascienza, non è un film distopico. È il 2026 e l’intelligenza artificiale è già profondamente integrata negli apparati di sicurezza e sorveglianza dei governi di tutto il mondo, democrazie incluse. Il dibattito pubblico sull’argomento è rimasto spesso vago e astratto. Proviamo invece ad andare nel concreto, con esempi precisi e qualche domanda scomoda.

    Cosa permette di fare l’IA applicata alla sorveglianza?

    L’intelligenza artificiale non è semplicemente una telecamera più intelligente. È un sistema capace di aggregare, correlare e interpretare dati provenienti da fonti radicalmente diverse: telecamere stradali, microfoni ambientali, cronologie di navigazione, movimenti bancari, geolocalizzazione degli smartphone, profili sui social network, riconoscimento facciale in tempo reale, analisi del tono della voce nelle telefonate.

    Un sistema del genere può, in linea teorica, costruire un profilo comportamentale dettagliato di qualsiasi individuo senza che questi ne sia consapevole. Può identificare chi partecipa a una manifestazione di protesta incrociando le immagini delle telecamere con i dati telefonici. Può segnalare automaticamente come “sospetto” chi acquista certi libri, frequenta certi luoghi o comunica con certi contatti.

    Non si tratta di ipotesi remote. Stando a quanto riportato dall’Electronic Frontier Foundation (EFF), organizzazione non profit specializzata nella difesa dei diritti digitali, questi strumenti sono già in uso presso alcune agenzie federali statunitensi, spesso senza un chiaro quadro giuridico di riferimento.

    Il caso USA: l’udienza al Congresso

    Il 4 giugno 2026, il dottor Matthew Guariglia, analista senior di politiche dell’EFF, ha testimoniato davanti alla Sottocommissione per la Cybersicurezza e la Protezione delle Infrastrutture della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. L’udienza era dedicata al panorama della sicurezza nell’era dell’IA, ma Guariglia ha trasformato l’occasione in un atto d’accusa contro l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte delle agenzie governative.

    “L’uso dell’IA generativa per la sorveglianza di massa governativa potrebbe turboalimentare violazioni incostituzionali delle libertà civili”, ha dichiarato il ricercatore, aggiungendo un dettaglio inquietante: un errore di un sistema IA avrebbe inviato reclute del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) sul campo senza la necessaria formazione. “Ci sono probabilmente altri esempi ancora più gravi che non conosciamo, perché coperti dalla classificazione secretata”, ha sottolineato Guariglia.

    La domanda posta da Guariglia è brutale nella sua semplicità: il problema non è come frenare l’IA, ma come frenare le agenzie che vorrebbero scatenarla sul pubblico americano.

    La Cina: il modello che l’Occidente dice di voler evitare (e imita)

    Per capire dove può arrivare la sorveglianza algoritmica, il riferimento inevitabile è la Cina. Il sistema di credito sociale cinese — nelle sue varie incarnazioni locali e nazionali — utilizza l’IA per monitorare comportamenti, assegnare punteggi ai cittadini e condizionare l’accesso a servizi pubblici, trasporti, istruzione e lavoro.

    Le tecnologie impiegate includono:

    * Riconoscimento facciale su scala nazionale: la Cina dispone di una rete stimata in oltre 700 milioni di telecamere (dato che richiederebbe verifica aggiornata), molte dotate di IA per l’identificazione in tempo reale;

    * Analisi predittiva del comportamento: algoritmi addestrati per identificare pattern di movimento o comunicazione associati a dissidenza politica o attività ritenute antisociali;

    * Integrazione bancaria e social: ogni transazione, ogni post, ogni ricerca online confluisce in un unico sistema di valutazione dell’individuo.

    Il risultato, documentato da organizzazioni come Human Rights Watch, è una società in cui l’autocensura è endemica: le persone modificano i propri comportamenti non perché qualcuno le osservi, ma perché sanno di poter essere osservate. Il filosofo Jeremy Bentham chiamava questo effetto “Panopticon” già nel 1791. L’IA lo ha reso scalabile a miliardi di persone.

    Ma l’Occidente è davvero diverso?

    Questa è la domanda provocatoria che merita risposta onesta: no, non così tanto come ci piacerebbe credere.

    Negli Stati Uniti, il sistema Palantir — sviluppato dall’omonima società co-fondata da Peter Thiel — è già utilizzato da FBI, CIA, ICE (l’agenzia per l’immigrazione) e da decine di forze di polizia locali. Palantir aggrega dati da fonti eterogenee per costruire reti di connessioni tra individui. Non è classificato: è semplicemente poco noto al pubblico.

    In Europa, inclusa l’Italia, sistemi di riconoscimento facciale sono stati sperimentati in contesti aeroportuali, alle frontiere e persino durante eventi sportivi. Il Regolamento europeo sull’IA (AI Act), entrato in vigore nel 2024, teoricamente vieta la sorveglianza biometrica di massa in spazi pubblici, ma prevede eccezioni così ampie in materia di sicurezza nazionale da svuotarne di fatto la portata.

    Nella pratica, la differenza tra il modello cinese e quello occidentale è oggi più di grado che di natura. In Cina la sorveglianza è sistematica, dichiarata e centralizzata. In Occidente è frammentata, spesso opaca, affidata a soggetti privati e difficilmente sindacabile dai cittadini.

    Il problema della “scatola nera”

    Uno degli aspetti più critici sollevati dall’EFF riguarda l’opacità dei sistemi IA commerciali utilizzati dallo Stato. Le aziende private che li sviluppano non sono obbligate a rendere pubblici i propri algoritmi. I cittadini non possono sapere su quali dati sono stati addestrati, con quali bias, e quando producono errori.

    L’IA ha già dimostrato di sbagliare in modo sistematico: algoritmi di riconoscimento facciale mostrano tassi di errore significativamente più alti su persone di pelle scura e su donne, come documentato da studi del MIT Media Lab. Almeno tre cittadini americani sono stati arrestati erroneamente sulla base di un’identificazione facciale errata, secondo quanto riportato dall’American Civil Liberties Union. In un sistema automatizzato e non trasparente, questi errori rischiano di moltiplicarsi invisibilmente.

    Chi sta resistendo?

    Non tutto è perduto. Diverse città americane — tra cui San Francisco, Oakland e Boston — hanno già vietato l’uso del riconoscimento facciale da parte delle forze dell’ordine locali. Il Congresso americano discute da mesi proposte di legge per imporre standard minimi di trasparenza e responsabilità agli usi governativi dell’IA. Organizzazioni come l’EFF conducono battaglie legali e di sensibilizzazione pubblica.

    In Europa, attivisti e giuristi stanno testando i limiti del nuovo AI Act attraverso ricorsi amministrativi e denunce alle autorità per la protezione dei dati.

    La partita è aperta. Ma il tempo stringe: ogni mese che passa, i sistemi di sorveglianza si radicano più profondamente nelle infrastrutture statali, diventando progressivamente più difficili da smantellare. Come ha ricordato Guariglia al Congresso americano, il vero nodo non è tecnologico. È politico: chi decide cosa possono fare questi sistemi, su chi, e con quali limiti.

    Questo articolo si basa su testimonianze pubbliche al Congresso degli Stati Uniti e su analisi pubblicate da Electronic Frontier Foundation e Naked Capitalism.

  • Droni ucraini colpiscono Mosca: raffineria in fiamme e pioggia nera sui residenti. E Konstantin Malofeev invoca le armi nucleari.

    Droni ucraini colpiscono Mosca: raffineria in fiamme e pioggia nera sui residenti. E Konstantin Malofeev invoca le armi nucleari.

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    Nella mattina di giovedì 18 giugno 2026, centinaia di droni ucraini hanno colpito Mosca in quella che viene definita la più vasta offensiva aerea su suolo russo dall’inizio dell’invasione su larga scala. L’obiettivo principale è stata la raffineria di Kapotnya, nella zona sud-orientale della capitale, già colpita due giorni prima e ora in fiamme per la terza volta in un mese. Le autorità regionali moscovite hanno riferito di almeno 17 feriti, tra cui due bambini. Quattro aeroporti della capitale — Vnukovo, Sheremetyevo, Zhukovsky e un quarto scalo — sono stati temporaneamente chiusi, con oltre 500 voli cancellati o ritardati.

    La dichiarazione di Zelenskyy e la risposta russa

    Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha rivendicato l’attacco definendolo una risposta diretta al bombardamento russo del complesso monastico della Pechersk Lavra a Kyiv, avvenuto nei giorni precedenti. «Non vogliamo questa guerra e non l’abbiamo mai voluta», ha dichiarato Zelenskyy in un messaggio audio ai giornalisti. «Ma se l’Ucraina brucia, brucerà anche la vostra Mosca. È tempo di porre fine all’aggressione, è tempo di porre fine a questa guerra.»

    Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha risposto annunciando che la Russia condurrà attacchi di massa contro l’Ucraina «su base regolare». Nel frattempo, voci più radicali nell’establishment russo hanno invocato rappresaglie ancora più dure: il miliardario ultraconservatore Konstantin Malofeev ha apertamente evocato l’uso delle armi nucleari sul suo canale Telegram, mentre il deputato ed ex generale Andrey Gurulyov ha chiesto di «colpire il nemico senza pietà».

    La pioggia nera: cos’è, da dove viene, che rischi comporta

    Uno degli aspetti più inquietanti dell’attacco è stato il fenomeno descritto dai residenti della zona sud-orientale di Mosca come «pioggia nera». Gocce minuscole di idrocarburi, rilasciate nell’atmosfera dall’incendio della raffineria, sono ricadute al suolo sotto forma di una leggera pioggerella scura, macchiando abiti, superfici e automobili.

    Origini fisiche del fenomeno. Quando una raffineria o un deposito di combustibili prende fuoco, i prodotti della combustione incompleta — composti organici volatili, particolato di carbonio, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e residui oleosi — si disperdono in colonne di fumo. Con determinate condizioni atmosferiche, le particelle più pesanti si condensano e precipitano nelle aree circostanti. Il fenomeno è simile, in scala molto più ridotta, alle ricadute documentate dopo grandi incendi industriali.

    Rischi per la salute. L’esposizione a piogge di idrocarburi può provocare irritazione cutanea, oculare e delle vie respiratorie. Alcune delle sostanze coinvolte — in particolare gli IPA — sono classificate come potenzialmente cancerogene dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC). L’esposizione acuta, soprattutto per categorie vulnerabili come bambini, anziani e persone con patologie respiratorie, può aggravare condizioni preesistenti come asma e bronchiti croniche. Non a caso, il canale Telegram ufficiale delle autorità moscovite — pur smentendo l’esistenza di una vera e propria «pioggia di petrolio» — ha invitato i residenti del distretto interessato a tenere le finestre chiuse e ha raccomandato alle famiglie con bambini, agli anziani e agli asmatici di lasciare temporaneamente la zona.

    Rischi ambientali. Il deposito di idrocarburi sul suolo può contaminare falde acquifere superficiali e terreni agricoli. Le sostanze chimiche rilasciate da un grande incendio industriale possono persistere nell’ambiente per periodi prolungati. Video verificati dalla BBC mostrano un’evidente pellicola oleosa scura su asfalti e parcheggi.

    Una residente intervistata dalla BBC ha raccontato: «Appena sono uscita dal palazzo ho sentito questa leggera pioggerellina. Poi ho notato macchie nere sui miei vestiti. Adesso staremo a guardare se i capelli inizieranno a cadere a causa dei prodotti petroliferi.» Un altro abitante nei pressi della raffineria ha riferito di essere stato svegliato dalle scosse nell’edificio e di non riuscire a respirare a causa dell’odore di bruciato.

    La raffineria di Kapotnya e il contesto energetico

    La raffineria di Kapotnya è uno degli impianti energetici più rilevanti della capitale russa: secondo le fonti citate dal Guardian, fornisce circa il 40% della benzina e il 50% del diesel consumati a Mosca. Il suo danneggiamento si inserisce in una strategia ucraina di lungo periodo volta a colpire le infrastrutture energetiche russe, riducendo le risorse disponibili per finanziare lo sforzo bellico. La Russia, terzo produttore mondiale di petrolio, è già costretta secondo alcune fonti ad importare carburante via mare per far fronte alla carenza provocata dai ripetuti attacchi ucraini agli impianti di raffinazione.

    Il contesto geopolitico

    La guerra tra Russia e Ucraina è in corso dall’invasione su larga scala del febbraio 2022, ma il conflitto affonda le radici nell’annessione russa della Crimea del 2014.

    Nei giorni precedenti all’attacco del 18 giugno, Zelenskyy ha partecipato al vertice del G7 a Évian e ha poi preso parte a un vertice dell’Unione Europea a Bruxelles, dove la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che «la marea sta girando». La UE ha formalmente avviato i negoziati di adesione con l’Ucraina. Il Segretario alla Difesa britannico Dan Jarvis ha nel frattempo annunciato un finanziamento di 750 milioni di sterline per la fornitura di 150.000 droni di produzione ucraina e oltre 350 missili per la difesa aerea.

    Il presidente russo Vladimir Putin si trovava a Kazan, a circa 700 chilometri da Mosca, per un vertice con i leader dell’ASEAN, e non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’attacco.

  • Mondiali 2026: Ismael Koné esce in barella, frattura alla gamba sinistra

    Mondiali 2026: Ismael Koné esce in barella, frattura alla gamba sinistra

    Una serata che avrebbe dovuto essere di festa per il Canada si è trasformata in un momento di apprensione generale. Al 52′ della partita tra Canada e Qatar, valida per i Mondiali 2026, il centrocampista Ismael Koné — tesserato con il Sassuolo in Serie A — è stato costretto ad abbandonare il campo in barella dopo uno scontro violentissimo con il centrocampista qatariota Madibo.

    Il match si trovava già sul 3-0 in favore dei padroni di casa canadesi quando il contatto tra i due giocatori ha provocato quello che le prime valutazioni descrivono come una brutta frattura alla gamba sinistra di Koné. L’entità esatta dell’infortunio sarà valutata dagli specialisti, ma le immagini e le prime notizie apparse nella notte tra il 18 e il 19 giugno 2026 lasciano poco spazio all’ottimismo.

    La scena allo stadio di Vancouver

    Sugli spalti dello stadio di Vancouver è calato immediatamente un silenzio pesante. I compagni di squadra di Koné si sono stretti attorno a lui cercando di schermarlo dagli obiettivi delle telecamere, mentre diversi giocatori erano visibilmente scossi. Anche Jonathan David, tra i protagonisti offensivi della nazionale canadese, è stato ripreso in lacrime.

    Madibo, autore del fallo, ha lasciato il campo tra le lacrime anch’egli, dopo aver ricevuto il cartellino rosso. L’espulsione ha ridotto il Qatar a nove uomini nel finale, rendendo ancora più netta la sconfitta della squadra mediorientale.

    Koné è stato portato via in barella sotto l’applauso commosso del pubblico presente. Al suo posto è entrato Saliba, e proprio un altro subentrato — il centrocampista dell’Anderlecht che lo ha rimpiazzato — ha firmato il gol del definitivo 4-0, esibendo poi la maglia numero 8 di Koné in segno di solidarietà.

    Mondiale finito, ma non solo

    Per Koné il Mondiale si chiude qui, sul più bello. Il Canada ottiene la qualificazione ai sedicesimi di finale, ma la gioia è offuscata dalla situazione del loro centrocampista. Stando a quanto riportato dalla Gazzetta dello Sport, la frattura alla gamba sinistra appare grave, con ricadute che potrebbero estendersi ben oltre questa competizione e mettere a rischio la prossima stagione con il Sassuolo.

    Il caso Koné riaccende inevitabilmente il dibattito sul calcio italiano e sui suoi giocatori che militano all’estero o vestono maglie straniere in patria. Il Sassuolo aveva puntato sul centrocampista canadese come uno degli elementi di punta del proprio progetto tecnico: ora potrebbe doversi privare di lui per mesi, in un momento in cui le società italiane faticano sempre più a valorizzare talenti propri, spesso sacrificati in favore di profili stranieri che non sempre garantiscono una crescita del movimento calcistico nazionale.

    Nelle prossime ore sono attesi aggiornamenti sulle condizioni di Koné dopo gli accertamenti medici.


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  • Gaza: oltre 1.000 morti durante il ‘cessate il fuoco’. Netanyahu non si ferma

    Gaza: oltre 1.000 morti durante il ‘cessate il fuoco’. Netanyahu non si ferma

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    Mentre il mondo discute di diplomazia, a Gaza si continua a morire. Secondo quanto riferito dal ministero della Salute della Striscia, dall’entrata in vigore del cosiddetto «cessate il fuoco» mediato dagli Stati Uniti, Israele ha ucciso almeno 1.007 palestinesi. L’ultimo episodio è avvenuto nelle ore pomeridiane di oggi, 18 giugno 2026: un attacco con drone su un veicolo a Gaza City ha causato la morte di almeno tre persone.

    La notizia è stata riportata da Al Jazeera, che ha documentato nel dettaglio i nomi e i volti di molte delle vittime registrate nel periodo del presunto armistizio. Un bilancio che trasforma la parola «tregua» in qualcosa di difficile da pronunciare senza virgolette.

    Un accordo sulla carta

    L’intesa, raggiunta sotto la pressione dell’amministrazione americana, avrebbe dovuto segnare una svolta nel conflitto che Hamas e Israele conducono nella Striscia dal 7 ottobre 2023. Nella pratica, stando ai dati del ministero della Salute gazawi — fonte che va considerata tenendo presente il contesto di guerra, ma che rappresenta allo stato attuale uno dei pochi strumenti di rilevazione disponibili — gli attacchi israeliani non si sono mai interrotti.

    Oltre mille morti in un arco temporale coperto formalmente da un accordo di non belligeranza: un dato che alimenta le critiche di chi, già al momento della firma, aveva messo in dubbio la reale volontà di Israele di rispettare i termini dell’intesa.

    Netanyahu e il calcolo politico interno

    Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si trova in una posizione politica delicata. Sotto processo per corruzione, con una coalizione di governo tenuta insieme dall’ala ultranazionalista e religiosa che considera ogni pausa nei combattimenti un tradimento, Netanyahu deve anche guardare a un orizzonte elettorale che potrebbe materializzarsi prima del previsto.

    In questo contesto, la prosecuzione delle operazioni militari a Gaza — anche durante un cessate il fuoco formalmente in vigore — risponde, secondo diversi analisti, a una logica che mescola obiettivi strategici dichiarati con calcoli di consenso interno. La destra israeliana non perdona chi appare «morbido» con Hamas; e Netanyahu, da sempre abilissimo navigatore della politica interna, sembra non volersi alienare quella parte del suo elettorato.

    Il mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nei suoi confronti — per crimini di guerra e contro l’umanità — non ha prodotto conseguenze pratiche rilevanti: nessun paese occidentale lo ha arrestato, e lo stesso premier continua a viaggiare e governare come se la sentenza non esistesse.

    La comunità internazionale e il doppio standard

    Le voci critiche si moltiplicano. Organizzazioni umanitarie internazionali, diversi governi europei e buona parte dell’opinione pubblica globale chiedono da mesi un cessate il fuoco reale e permanente. Ma le pressioni si infrangono su una realtà geopolitica che vede gli Stati Uniti — mediatori ufficiali dell’accordo — continuare a fornire sostegno militare e diplomatico a Israele.

    Il paradosso è evidente: Washington media una tregua che il suo principale alleato nella regione sembra violare sistematicamente, senza che questo produca conseguenze tangibili nei rapporti bilaterali.

    E non dimentichiamo l’intenzione di mettere fuori legge Palestine Action in UK\. \[Ne ho parlato qui\.\]\(Il governo britannico propone di mettere fuori legge il gruppo pro\-Palestina\. Le critiche di chi teme un precedente pericoloso per il diritto di protesta\.\)

    Una pace impossibile

    Nel breve termine, non si intravedono segnali di una svolta. I colloqui indiretti tra Israele e Hamas — con la mediazione di Qatar, Egitto e Stati Uniti — proseguono secondo fonti diplomatiche, ma senza che si registrino progressi concreti verso un accordo stabile. Ogni nuovo attacco, ogni nuova vittima durante il «cessate il fuoco», allontana ulteriormente la prospettiva di una pace negoziata.


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  • UK, il Labour vuole vietare Palestine Action: il dibattito sulle libertà civili

    UK, il Labour vuole vietare Palestine Action: il dibattito sulle libertà civili

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    Il governo laburista britannico starebbe valutando di dichiarare Palestine Action un’organizzazione illegale, aprendo un acceso dibattito sulle libertà civili e sul diritto di protesta nel Regno Unito. La notizia, riportata dal commentatore Jonathan Cook sul suo sito e ripresa da Consortium News, solleva interrogativi che vanno ben oltre la vicenda specifica.

    La proposta del governo

    Secondo quanto riferito, Mike Tapp, esponente del governo guidato da Keir Starmer, sarebbe uno dei sostenitori dell’iniziativa di mettere al bando Palestine Action, il gruppo noto per azioni dirette — spesso di tipo non violento ma disruptivo — contro aziende e istituzioni considerate legate all’industria della difesa israeliana o alle politiche di Tel Aviv nei territori palestinesi.

    La misura, se confermata, consentirebbe alle autorità di perseguire penalmente chiunque partecipi alle attività del gruppo, potenzialmente estendendo la responsabilità legale anche a chi esprime pubblicamente sostegno verso di esso.

    Le preoccupazioni per le libertà civili

    Il commentatore Cook, che da anni segue le dinamiche del conflitto israelo-palestinese e le loro ripercussioni sulla politica interna britannica, osserva giustamente che la repressione di Palestine Action rischierebbe di costituire un precedente che potrebbe essere applicato in modo sempre più ampio, fino a colpire qualsiasi forma di opposizione politica organizzata.

    L’argomento sollevato è quello della slippery slope: una volta stabilito che un governo può dichiarare illegale un gruppo di protesta sulla base delle sue azioni dimostrative, il confine tra dissidenza lecita e attività criminale diventa sempre più labile.

    Organizzazioni per i diritti civili nel Regno Unito hanno già espresso preoccupazioni analoghe negli ultimi anni, soprattutto dopo l’approvazione del Police, Crime, Sentencing and Courts Act del 2022, che aveva già ristretto significativamente le possibilità di protesta pubblica.

    Il contesto geopolitico

    La questione si inserisce in un quadro più ampio. Dall’ottobre 2023, con l’escalation del conflitto a Gaza, i governi occidentali si trovano a gestire una pressione interna crescente da parte di movimenti che chiedono un cambio di politica estera nei confronti di Israele. In Gran Bretagna, come in altri paesi europei, le manifestazioni di solidarietà con la popolazione palestinese hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone.

    Il Labour, tornato al governo nel 2024 dopo anni all’opposizione, si trova in una posizione delicata: da un lato deve rispondere alle aspettative di una parte del suo elettorato tradizionale, storicamente sensibile alle cause dei diritti umani; dall’altro, deve mantenere una linea di sostanziale continuità con gli alleati atlantici sulla politica estera.

    Posizioni a confronto

    I sostenitori della messa al bando sostengono che alcune azioni di Palestine Action — tra cui danneggiamenti a proprietà e intrusioni in stabilimenti industriali — superino il confine della protesta legittima e costituiscano attività criminali che non possono essere tollerate.

    I critici, invece, fanno notare che criminalizzare un intero movimento sulla base di alcune azioni dei suoi membri apre la strada a una compressione del dissenso politico che mal si concilia con i principi di una democrazia liberale.

    Prossimi sviluppi

    Al momento, non risulta che la proposta abbia ancora assunto la forma di un provvedimento legislativo formale. Resta da vedere se il governo Starmer porterà avanti l’iniziativa e con quali modalità, e se essa incontrerà resistenze all’interno dello stesso Partito Laburista. L’evoluzione del dibattito parlamentare nei prossimi giorni sarà indicativa della direzione politica che Londra intende seguire. Seguirò il tema da vicino.

  • ICE: standard abbassati, cure negate, 60 cause legali. La faccia oscura del «modello America»

    ICE: standard abbassati, cure negate, 60 cause legali. La faccia oscura del «modello America»

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    Mentre il governo degli Stati Uniti si presenta al mondo come baluardo della democrazia e dei diritti civili, all’interno dei centri di detenzione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) si consolida un sistema che esperti, avvocati e senatori descrivono come una macchina di neglect sistematico, dove i detenuti muoiono in numeri senza precedenti e le tutele vengono progressivamente smantellate.

    La notizia più recente, pubblicata il 17 giugno 2026 da NBC News, riguarda la revisione degli standard di detenzione annunciata dall’ICE, ufficialmente motivata con la necessità di «ridurre il peso sui contractor» che gestiscono le strutture. Una formulazione rivelatrice nella sua franchezza: l’obiettivo dichiarato non è migliorare le condizioni per i circa 60.000 detenuti attualmente reclusi, ma alleviare gli oneri operativi e legali delle aziende private che li custodiscono.

    Standard al ribasso, rischi al rialzo

    Le nuove norme consentono ai gestori delle strutture di ricorrere a strumenti di intelligenza artificiale — inclusi sistemi di traduzione automatica generativa — per comunicare con i detenuti in quelle che vengono definite «interazioni non critiche». Il problema, come ha sottolineato il dottor Homer Venters, esperto di salute nelle strutture carcerarie, è che tra queste interazioni rientrano anche le risposte ai reclami, spesso veicolo di segnalazioni urgenti: un detenuto a cui viene negata una cura salvavita, per esempio, potrebbe ritrovarsi a «parlare» con un algoritmo.

    Michelle Brane, ex ombudsman del Dipartimento per la Sicurezza Interna durante parte dell’amministrazione Biden, non usa mezzi termini: «Al cento per cento, questo produrrà un ulteriore deterioramento di condizioni già problematiche. È coerente con la loro pratica generale, che è quella di eliminare ogni forma di responsabilità e controllo».

    Tra le modifiche più discusse c’è anche quella che vieta alle strutture di rifiutare l’ingresso di qualsiasi detenuto inviato dall’ICE, inclusi quelli gravemente malati o disabili che potrebbero richiedere cure specializzate non disponibili in loco. Paradossalmente, questa norma potrebbe ridurre la responsabilità legale dei gestori per i decessi successivi, scaricando sull’ICE stessa il peso delle conseguenze.

    Le cure negate: un «emergency» che dura da mesi

    Il quadro si fa ancora più cupo alla luce di quanto riportato da CBS News Atlanta. A partire dal 3 ottobre 2025, l’ICE ha smesso di pagare i fornitori medici esterni — ospedali, medici, farmacie — per le cure prestate ai detenuti. L’istruzione interna era di sospendere tutti i pagamenti almeno fino al 30 aprile 2026. In documenti interni, la stessa agenzia ha definito la situazione una «assoluta emergenza», avvertendo che avrebbe potuto causare «complicanze mediche o perdita di vite umane».

    Eppure, a distanza di oltre sette mesi, il sistema di pagamento risultava ancora non operativo. Nel frattempo, la popolazione detenuta era praticamente raddoppiata: da meno di 40.000 persone nel gennaio 2025 a oltre 73.000. I dati interni mostrano che nel 2024 il VA aveva processato 246 milioni di dollari in rimborsi medici per detenuti ICE; nel 2025, nonostante un aumento dell’82% dei reclusi, ne sono stati processati solo 157 milioni. La differenza rappresenta, secondo CBS News, un divario di quasi 300 milioni di dollari tra le cure necessarie e quelle effettivamente erogate.

    La rottura del sistema è avvenuta dopo che pressioni politiche e una causa legale promossa da una fondazione di destra avevano spinto il Dipartimento dei Veterani a interrompere il contratto ventennale che garantiva l’elaborazione dei rimborsi medici per i detenuti.

    Sessanta cause legali e un inferno certificato

    A completare il quadro, Naked Capitalism segnala — citando documenti medici e giudiziari — l’esistenza di almeno 60 cause legali relative a un singolo centro di detenzione ICE, che documentano presunte negazioni di cure a pazienti oncologici, donne in gravidanza e persone con patologie croniche potenzialmente letali. Le testimonianze raccolte descrivono le strutture con un’espressione che non lascia spazio all’ambiguità: «È come l’inferno».

    L’indagine del senatore Jon Ossoff, condotta nel corso del 2025, aveva già catalogato 85 casi credibili di negligenza medica in centri di detenzione su tutto il territorio nazionale, inclusi episodi di cure ritardate, richieste mediche ignorate e condizioni di vita degradanti, con alcuni detenuti che avrebbero riportato danni permanenti.

    La vernice dello stato di diritto

    Il punto non è solo la cattiva gestione di una burocrazia complessa. La combinazione di elementi che emerge dalle tre fonti — standard abbassati per legge, fondi sanitari prosciugati, profitti privati tutelati, detenuti impossibilitati a comunicare in modo efficace con i gestori — disegna un sistema in cui la logica istituzionale ha fagocitato quella umanitaria.

    È un fenomeno che la sociologia del Novecento ha studiato con rigore: quando gli esseri umani si organizzano in strutture di controllo totale, le dinamiche collettive tendono a prevalere sui valori individuali. Il celebre esperimento della prigione di Stanford, condotto da Philip Zimbardo nel 1971, ne fu una dimostrazione drammatica in miniatura. I centri ICE ne rappresentano, secondo diversi osservatori, la versione istituzionalizzata su scala nazionale.

    Il fatto che tutto ciò avvenga in un Paese che destina 70 miliardi di dollari all’enforcement delle frontiere — la metà dei quali all’ICE, dopo la firma della relativa legge da parte del presidente Trump la scorsa settimana — rende ancora più difficile liquidare la questione come una semplice emergenza gestionale. Le risorse ci sono. La volontà politica di usarle per garantire diritti elementari, stando ai fatti documentati, è un’altra storia.


    Fonti:

  • Zelensky chiede 15 miliardi per i Patriot: l’Italia non risponde (per ora). Gli Usa invece pronti a inviare armi, …se paghiamo noi!

    Zelensky chiede 15 miliardi per i Patriot: l’Italia non risponde (per ora). Gli Usa invece pronti a inviare armi, …se paghiamo noi!

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    Volodymyr Zelensky è tornato a chiedere soldi — molti soldi — ai suoi alleati occidentali. Il 17 giugno 2026, il presidente ucraino ha avanzato una richiesta di finanziamento legata al programma PURL (Package for Ukraine Resilience and Longevity) che ammonterebbe a 15 miliardi di euro, destinati in larga parte all’acquisto di sistemi missilistici Patriot di produzione americana. L’Italia, stavolta, non ha risposto all’appello. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato di «non aver preso impegni con gli Usa», lasciando la questione in sospeso. La partita, secondo le stesse fonti, verrà affrontata nell’ambito del formato E5 a Berlino.

    Una storia che si ripete: da Berlino a Roma a Washington

    Non è la prima volta. Nel giugno 2024, Zelensky si era presentato al Bundestag durante la Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina (URC) chiedendo «almeno sette sistemi Patriot». A luglio 2025, alla quarta edizione della Ukraine Recovery Conference tenuta a Roma, aveva dichiarato esplicitamente: «Abbiamo bisogno di finanziamenti». A novembre 2025 aveva annunciato su X la volontà di acquistare 25 sistemi Patriot dagli Stati Uniti, chiedendo agli europei di prestare nel frattempo i loro sistemi. Nel maggio 2026 ha inviato lettere formali sia alla Casa Bianca che al Congresso americano, incontrandosi con legislatori statunitensi e illustrando la dipendenza «quasi esclusiva» dell’Ucraina dagli USA per l’intercettazione di missili balistici.

    Il copione è sempre lo stesso: l’Ucraina chiede, l’Occidente discute, e alla fine paga — o s’impegna a pagare. Ma adesso diventa anche peggio: Zelensky e Trump si incontrano, Trump gli chiede il pizzo, e Zelensky lo fa pagare a noi. Vediamo perché.

    I conti li fanno gli altri

    Qui sta il nodo che vale la pena esaminare con attenzione. Una singola batteria Patriot costa circa 1,1 miliardi di dollari; ogni singolo missile intercettore vale circa 4 milioni di dollari. I Patriot sono prodotti da Lockheed Martin, azienda americana «sommersa di ordini da tutte le parti del mondo». Zelensky ha chiesto una corsia preferenziale e, parallelamente, ha scritto per ottenere l’autorizzazione a produrli in proprio — autorizzazione che gli Stati Uniti, prevedibilmente, non si affrettano a concedere.

    Chi paga, dunque? Gli europei, stando alle cifre circolate. Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha indicato che entro fine 2026 i Paesi europei consegneranno aiuti militari per circa 42 miliardi di dollari. La sola Germania ne metterà sul piatto 11,5 miliardi di euro. Zelensky ha anche dichiarato di avere bisogno di circa 70 miliardi di dollari l’anno solo per mantenere un esercito professionale nel dopoguerra.

    Gli Stati Uniti, invece, sotto l’amministrazione Trump, hanno sostanzialmente smesso di donare. Come ha sintetizzato il vice ambasciatore americano presso la NATO Scott Oudkirk, Washington è pronta a mediare, ma gli alleati europei «dovrebbero comprare più armi americane da consegnare all’esercito ucraino». Traduzione: non si regala più niente, ma le aziende americane devono guadagnarci. E per di più, cosa che nessuno nota, nonostante a pagare la difesa di Zelensky siamo noi, le terre rare di cui l’Ucraine è piena se le spartiscono Trump e Putin. Intelligente. Come la storia dei dazi.

    La guerra con i soldi degli altri

    Il meccanismo è nitido: Kiev combatte, Washington produce e vende, Berlino, Parigi, Roma e le altre capitali europee finanziano. Putin, dal canto suo, finanzia le proprie spese di guerra con le proprie risorse — petrolio, gas, entrate fiscali, economia di guerra. Domanda ipersemplificatoria: se il vostro vicino vi infastidisce, l’avvocato ve lo pagate voi o chiedete al quartiere di fare una colletta?

    C’è chi potrebbe obiettare che le democrazie europee abbiano interesse a sostenere Kiev per ragioni di sicurezza collettiva. È una posizione legittima e dibattuta. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se questa solidarietà venga esercitata con piena consapevolezza dei costi, e se quei costi vengano chiaramente comunicati ai cittadini europei — che, alla fine, sono coloro che li sostengono attraverso la fiscalità generale o, come suggeriscono alcune analisi economiche, attraverso la compressione della spesa sociale (meno ospedali, meno scuole, meno strade, energia alle stelle, carburanti alle stelle…).

    Roma resta a guardare (per ora)

    Nel caso italiano, la risposta al più recente appello di Zelensky è stata il silenzio istituzionale. Crosetto non ha preso impegni, e la questione è stata rinviata al tavolo europeo dell’E5 a Berlino. È una posizione attendista che, a seconda delle interpretazioni, può essere letta come prudenza o come elusione di responsabilità.

    Già nel giugno 2024, l’allora ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva annunciato all’URC di Berlino la fornitura di un sistema SAMP/T e di 140 milioni di euro per infrastrutture ucraine, di cui 45 milioni destinati alla ricostruzione della cattedrale di Odessa. Un impegno concreto, ma di dimensioni ben diverse rispetto alle richieste che arrivano oggi.

    I negoziati di pace a Istanbul, ricordati da Euronews, sono intanto «chiaramente bloccati», riducendosi finora a scambi di prigionieri. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato a metà luglio 2025 di aver discusso con il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov un «approccio nuovo e diverso», senza tuttavia fornire dettagli. La guerra prosegue, gli attacchi russi si intensificano, e la cassa europea continua a essere chiamata a rispondere.