Blog

  • Adinolfi al Roma Pride con bandiera israeliana: tensione e intervento della polizia

    Adinolfi al Roma Pride con bandiera israeliana: tensione e intervento della polizia

    🔊 Ascolta l’articolo

    Momenti di tensione questo pomeriggio a Piazza della Repubblica, a Roma, in occasione della partenza del corteo del Roma Pride 2026. Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, si è presentato nei pressi del cinema The Space sventolando una bandiera israeliana e indossando una spilla con la stella di David, scatenando la reazione immediata di una parte dei manifestanti presenti.

    La folla ha circondato il politico inondandolo di cori e insulti: «Vattene via», «Criminale», «Delinquente», «Questa non è la tua piazza». Secondo quanto riferito da più fonti, alcuni partecipanti avrebbero anche tentato di strappargli di mano la bandiera. La situazione ha reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine, che hanno scortato Adinolfi fuori dall’area del corteo, restituendogli in seguito la bandiera israeliana.

    Allontanandosi dalla piazza, Adinolfi ha risposto ai contestatori con una battuta sarcastica — «È questa la piazza inclusiva?» — definendo poi chi lo aveva insultato e strattonato «fascisti arcobaleno». Poco dopo è stato raggiunto da Francesca Pascale, che si è unita a lui con uno striscione dei Gay Conservatori e Liberali. Il gruppo, che comprendeva anche esponenti della comunità iraniana, è stato scortato dalla polizia per garantirne l’incolumità.

    Le ragioni dichiarate da Adinolfi

    A margine dell’episodio, Adinolfi ha illustrato le motivazioni della sua presenza: «Non ho mai inteso provocare, ma solo portare le mie idee e la difesa degli omosessuali torturati, incarcerati e uccisi nei paesi islamici, che solo rifugiandosi nello Stato di Israele possono trovare un contesto che li accoglie». Il politico ha insistito sul tema della condizione della comunità LGBT+ in Medio Oriente: «Un omosessuale rischia la carcerazione o la morte a Gaza, che viene celebrata in questo Pride. Sono qui in difesa degli omosessuali trucidati e incarcerati».

    Adinolfi ha anche accusato gli organizzatori del Pride e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri di aver imposto all’associazione ebraica LGBT+ Keshet la partecipazione a piedi anziché con un carro dedicato, definendo tale scelta una forma di discriminazione e antisemitismo.

    La replica del Partito Gay

    Ben diversa la lettura fornita da Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay Lgbt+, secondo cui quella di Adinolfi sarebbe stata una provocazione deliberata: «Dopo anni di affermazioni contro le nostre famiglie e contro le persone LGBT+, si è presentato con una bandiera di Israele con l’unico scopo di provocare». Marrazzo ha precisato che diversi attivisti hanno collaborato con la polizia per ottenere l’allontanamento del politico, e ha spiegato che la questione non riguarda l’esclusione in sé, bensì la necessità di «evitare che il Pride venga utilizzato per finalità provocatorie o politiche estranee alla manifestazione».

    Un episodio nel segno delle contraddizioni

    L’intera vicenda condensa in pochi minuti alcune delle tensioni più irrisolte nel dibattito politico italiano: da un lato la questione della difesa dei diritti LGBT+ nei Paesi a maggioranza islamica — utilizzata qui come argomento pro-israeliano —, dall’altro la difficoltà di garantire spazi aperti a voci radicalmente diverse all’interno di un movimento che fa dell’inclusività la propria bandiera. Vale la pena ricordare che Adinolfi è da anni una delle voci più note dell’anticipo conservatore cattolico in Italia, da sempre critico nei confronti del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali.

    Mentre il corteo del Roma Pride 2026 proseguiva il suo percorso nel centro della capitale, le immagini dell’episodio si diffondevano rapidamente sui social, alimentando un dibattito destinato a protrarsi ben oltre la giornata odierna.


    Fonti:

  • Il Pianeta Rosa ha nuvole di sale: la scoperta del telescopio Webb

    Il Pianeta Rosa ha nuvole di sale: la scoperta del telescopio Webb

    🔊 Ascolta l’articolo

    A 57 anni luce dalla Terra, un oggetto celeste color rosa antico — conosciuto dai ricercatori come GJ504b, ma ribattezzato affettuosamente il «Pianeta Rosa» — custodisce da oltre un decennio i propri segreti atmosferici. Ora, grazie al James Webb Space Telescope (JWST), un gruppo di astronomi guidato dalla Northwestern University ha ottenuto per la prima volta lo spettro diretto di questo mondo elusivo, scoprendo qualcosa di inatteso: nuvole composte di sale. Lo studio è stato pubblicato il 18 giugno 2026 sull’Astronomical Journal.

    Una bellezza difficile da scrutare

    Scoperto nel 2013, GJ504b orbita attorno a una stella simile al Sole a una distanza paragonabile a quella tra Plutone e il nostro astro. Con una massa pari a circa 25 volte quella di Giove, l’oggetto si colloca in una zona di confine nebulosa: troppo massiccio per essere considerato semplicemente un pianeta, non abbastanza da essere una vera stella mancata — un «brown dwarf». Per questo gli astronomi lo definiscono «planetary-mass companion», un compagno di massa planetaria.

    Ciò che rende GJ504b così difficile da studiare è la sua temperatura insolitamente bassa: appena 290 gradi Celsius (circa 550 gradi Fahrenheit), paragonabile al calore di un forno da pane. La maggior parte degli esopianeti fotografati direttamente oscilla tra i 540 e i 1.100 gradi Celsius. Il Pianeta Rosa è così freddo perché è vecchio: lo studio stima che si sia formato tra 2,5 e 4 miliardi di anni fa, e i pianeti giganti, nati incandescenti, si raffreddano progressivamente con l’età.

    Quella temperatura bassa, unita alla luce accecante della stella ospite, aveva reso ogni tentativo di osservazione da Terra un’impresa vana. «In passato, altri astronomi avevano osservato il compagno per un’intera notte con alcuni dei più grandi telescopi del mondo per ottenerne uno spettro», ha dichiarato Aneesh Baburaj, postdoc al Center for Interdisciplinary Exploration and Research in Astrophysics (CIERA) della Northwestern University e autore principale della ricerca. «E non riuscivano a vederlo. Con il JWST, l’intera osservazione ha richiesto circa due ore, e abbiamo avuto successo».

    Un velo di sale fra le stelle

    Una volta che il JWST ha catturato la fioca luce del Pianeta Rosa — ripulita dal bagliore della stella madre attraverso tecniche avanzate di elaborazione dati — gli scienziati hanno scomposto quella luce nelle sue lunghezze d’onda, come un prisma che separa i colori dell’arcobaleno. Ogni «colore» è la firma chimica di un elemento o di una molecola. L’atmosfera ha rivelato un bouquet di composti: vapore acqueo, metano, anidride carbonica, ammoniaca e altri.

    Ma qualcosa non tornava. Quando i ricercatori hanno tentato di ricostruire l’atmosfera con quelle sole componenti, i modelli producevano una regione isoterma — un tratto dove la temperatura non varia con l’altitudine — fisicamente implausibile. La soluzione è arrivata introducendo le nuvole nei modelli, e tra i tre tipi testati, le nubi di sale si sono rivelate quelle che meglio riproducevano lo spettro osservato.

    «Quando abbiamo tenuto conto delle nuvole di sale, queste hanno attenuato la firma delle molecole nascoste negli strati più profondi dell’atmosfera del compagno», ha spiegato Baburaj. «Allora i risultati sono diventati fisicamente possibili». Secondo i ricercatori, le nubi sarebbero composte da sali di cloruro — come il cloruro di potassio — e/o sali di solfuro, come il solfuro di manganese.

    Il sale, in questo contesto cosmico, occupa una nicchia peculiare: si forma in ambienti troppo caldi per le nuvole di acqua o ammoniaca, ma troppo freddi per quelle di silicati tipiche dei mondi ardenti. Una specie di via di mezzo atmosferica, sospesa tra mondi opposti.

    La possibilità che nuvole di sale esistessero nelle atmosfere di oggetti freddi era stata teorizzata oltre 15 anni fa, ma questa è la prima conferma spettroscopica diretta in un oggetto così freddo.

    Un’identità ancora da svelare

    Al di là del fascino delle nuvole saline, GJ504b conserva ancora i suoi enigmi. L’analisi spettrale suggerisce che l’oggetto sia insolitamente ricco di elementi pesanti — quelli che gli astronomi, per convenzione, chiamano «metalli», ovvero tutto ciò che è più pesante di idrogeno ed elio. Questo dato non chiarisce, però, la sua natura originaria: si è formato come un pianeta gigante, per accrescimento progressivo di materiale attorno a un nucleo solido, oppure come una piccola stella mancata, per collasso gravitazionale di una nube di gas?

    «Ci sono altri studi JWST in corso su questo oggetto che potrebbero essere in grado di rispondere a questa domanda», ha precisato Baburaj.

    Verso mondi sempre più freddi

    Al di là del caso specifico, la ricerca apre una finestra su una classe di oggetti celesti rimasti finora nell’ombra. Le tecniche messe a punto dal team potrebbero essere applicate ad altri mondi freddi e fiochi, troppo elusivi per i telescopi terrestri. Baburaj ha ricordato che Giove stesso possiede nuvole di ghiaccio di ammoniaca che gli strumenti attuali non riescono ancora a caratterizzare pienamente: il rilevamento delle nuvole di sale nel Pianeta Rosa suggerisce che la scienza si stia avvicinando anche a quella frontiera.

    «Saremo in grado di rilevare oggetti sempre più freddi», ha concluso il ricercatore, «e molti di questi potrebbero avere rapporti metallo-idrogeno più elevati rispetto al nostro Sole».

    Il Pianeta Rosa, con la sua tenue luminescenza color ciliegio, la sua antichità miliardaria e il suo velo di nuvole salate, si conferma così uno dei laboratori naturali più affascinanti che il cosmo abbia posto a disposizione degli astronomi.


    Fonti:

  • Dal 1° luglio tassa doppia sui piccoli pacchi: almeno 5 euro in più a spedizione: rischio crollo del 50% del mercato

    Dal 1° luglio tassa doppia sui piccoli pacchi: almeno 5 euro in più a spedizione: rischio crollo del 50% del mercato

    🔊 Ascolta l’articolo

    Dal 1° luglio 2026 chi importa in Italia un piccolo pacco da Paesi extra-UE con valore inferiore a 150 euro si troverà a pagare almeno 5 euro di oneri fissi aggiuntivi: 2 euro di contributo stabilito dalla legge di bilancio italiana per il 2026 e 3 euro di dazio temporaneo europeo per ogni categoria di articolo contenuto nel pacco (due articoli di categoria diversa: 6 euro! Più 2 fa 8!), introdotto dal Regolamento di esecuzione (UE) 2026/1200, pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea l’8 giugno scorso. Una sovrapposizione che le principali associazioni di settore definiscono insostenibile e che rischia di produrre effetti opposti a quelli dichiarati dal legislatore.

    La notizia non è nuova nella sua sostanza, ma lo è nella sua urgenza: la scadenza è questione di giorni e il governo non ha ancora sciolto il nodo politico centrale, ovvero se la tassa italiana continuerà a coesistere con quella europea o se verrà eliminata per evitare la doppia imposizione.

    Una tassa che costa più di quanto rende

    A fare i conti in modo impietoso è Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, che l’11 giugno ha inviato una lettera formale al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti chiedendo la cancellazione immediata della misura nazionale. Il presidente di Confetra, Carlo De Ruvo, quantifica in almeno il 50% la perdita di traffici già registrata nei primi mesi del 2026, prima ancora che la tassa entrasse pienamente a regime, e calcola un saldo negativo per l’erario di 25,5 milioni di euro nel solo periodo luglio-novembre rispetto allo scenario in cui la tassa venisse eliminata.

    Il ragionamento è paradossale ma supportato dai dati: se l’Italia mantiene la propria tassa, gli operatori logistici dirottano le merci verso hub europei alternativi — Belgio, Paesi Bassi e Ungheria in testa — per sdoganare lì i pacchi destinati al mercato italiano ed evitare il contributo nazionale. Il risultato è che lo Stato italiano incassa meno, non di più. Secondo le proiezioni di Confetra, mantenendo la tassa italiana si arriverebbe a circa 127,6 milioni di euro di entrate complessive nel periodo luglio-novembre 2026; abrogandola e incassando solo la quota spettante dal dazio europeo (il 25% dei 3 euro, pari a 0,75 euro a pacco) si arriverebbe invece a 153,1 milioni. La differenza è di 25,5 milioni a favore dell’abolizione.

    Il caso francese come specchio

    Non si tratta di previsioni astratte. La Francia ha già vissuto questo scenario: dopo aver introdotto un contributo analogo con decorrenza dal 1° marzo 2026, circa il 90% delle spedizioni dirette nel Paese ha cominciato a transitare attraverso altri Stati UE, con un gettito crollato a 2 milioni di euro al mese rispetto ai 400 milioni annui inizialmente stimati. Un tracollo che le associazioni italiane citano come monito.

    Roberto Liscia, presidente di Netcomm, l’associazione di riferimento dell’e-commerce italiano, ha riconosciuto la disponibilità del governo a posticipare di sei mesi l’entrata in vigore della misura, ma sottolinea che «il nodo politico e normativo resta irrisolto». L’impatto combinato dei contributi nazionale ed europeo, secondo Liscia, sarebbe «del tutto sproporzionato rispetto al valore del bene» e costituirebbe «una palese duplicazione degli oneri per il medesimo servizio amministrativo».

    Anche Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzione, avverte che «in un contesto in cui il potere d’acquisto delle famiglie è già fortemente sotto pressione, introdurre ulteriori oneri rischia di tradursi in un aumento dei prezzi al consumo». Davide Falteri, presidente di Federlogistica, chiede un «approccio pienamente coordinato a livello europeo» per evitare «fenomeni di duplicazione degli oneri».

    Chi paga davvero e quanto

    Formalmente, a versare i contributi è «la persona tenuta ad assolvere l’obbligazione doganale», come chiarisce la circolare dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli del 30 dicembre 2025: nella maggior parte dei casi, quindi, le piattaforme o i loro rappresentanti logistici. Ma la logica conseguenza è che il costo ricadrà indirettamente sui consumatori, attraverso prezzi più alti o costi di spedizione espliciti addebitati all’atto della consegna.

    A novembre 2026, peraltro, dovrebbe scattare un ulteriore dazio UE da 2 euro sulle sottovoci tariffarie: se un pacco contiene, per esempio, un pantalone di cotone e uno di seta, il prelievo scatterebbe due volte. La somma totale degli oneri potrebbe così salire fino a 7 euro o più per spedizione, come avvertono Netcomm e le altre associazioni firmatarie dell’appello al governo.

    Una pressione fiscale già alta e un mercato che soffoca

    Il quadro si inserisce in un contesto in cui la pressione fiscale italiana, pur in lieve calo al 42,9% nel 2026 secondo i dati Cgia, rimane tra le più elevate d’Europa e secondo le stesse stime è destinata a risalire nel 2027. Aggiungere nuovi prelievi su acquisti di modico valore — beni che le famiglie a reddito medio-basso acquistano proprio per risparmiare — significa drenare ulteriore capacità di spesa in un Paese dove i prezzi interni sono già compressi da una fiscalità che molti operatori giudicano insostenibile.

    La misura è stata giustificata dall’esigenza di coprire i costi amministrativi delle dogane e di arginare la concorrenza sleale delle piattaforme extraeuropee come Temu, Shein e AliExpress. Ma se il risultato reale è che le merci vengono sdoganate all’estero, l’Italia perde gettito, perde traffico logistico, perde occupazione nel comparto cargo e cede competitività strutturale ai propri vicini europei — senza scalfire minimamente i colossi dell’e-commerce globale che si adattano in pochi giorni alle nuove rotte.

    Confetra chiede una risposta entro il 1° luglio. Il governo, per ora, non ha ancora sciolto la riserva.

  • Pokémon Go ha mappato il mondo per i droni militari: chi ha chiesto il consenso ai giocatori?

    Pokémon Go ha mappato il mondo per i droni militari: chi ha chiesto il consenso ai giocatori?

    🔊 Ascolta l’articolo

    Milioni di persone hanno passeggiato per le strade delle proprie città smartphone in mano, inquadrando monumenti, piazze, vicoli e palazzi nel tentativo di catturare creature virtuali. Quello che non sapevano — o che forse non avrebbero mai immaginato leggendo i termini di servizio — è che stavano partecipando a una delle più imponenti operazioni di mappatura geospaziale della storia, i cui frutti sono oggi al centro di una partnership con un contractor militare statunitense che sviluppa sistemi di navigazione per droni.

    La vicenda, riportata dal giornale olandese Trouw e approfondita dalla fonte primaria La Stampa in un’inchiesta firmata da Bruno Ruffilli pubblicata il 18 giugno 2026, ha acceso un dibattito internazionale su privacy, consenso informato e responsabilità etica nell’uso dei dati raccolti attraverso le piattaforme di intrattenimento digitale.

    Dalla realtà aumentata alla navigazione senza GPS

    Il meccanismo è tecnico ma comprensibile. I giocatori di Pokémon Go erano incentivati — attraverso ricompense digitali — a scansionare i cosiddetti PokéStop: luoghi pubblici ripresi da angolazioni multiple, in diverse condizioni di luce e in contesti meteorologici variabili. Ogni scansione era geolocalizzata e orientata, ovvero conteneva informazioni precise su dove si trovava lo smartphone e in quale direzione era puntato.

    Queste scansioni, accumulate nell’arco di quasi un decennio, hanno raggiunto la cifra di circa 30 miliardi di immagini, secondo quanto riportato dal MIT Technology Review a marzo 2026. Il patrimonio è stato utilizzato da Niantic Spatial — spin-off tecnologico di Niantic, l’azienda creatrice del gioco — per addestrare un Visual Positioning System (VPS): un sistema di posizionamento visivo capace di determinare la posizione e l’orientamento di un dispositivo confrontando ciò che la telecamera inquadra con mappe tridimensionali preesistenti dell’ambiente. Il sistema funziona anche quando il GPS non è disponibile o viene deliberatamente disturbato da sistemi di jamming elettronico.

    È qui che la storia assume una dimensione che va ben oltre il gioco.

    L’accordo con Vantor e l’applicazione militare

    Nel dicembre 2025, Niantic Spatial ha annunciato una partnership con Vantor, azienda di intelligence geospaziale precedentemente nota come Maxar Intelligence, che vanta contratti con la National Geospatial-Intelligence Agency, diversi rami delle forze armate statunitensi e il Dipartimento della Sicurezza Nazionale. L’obiettivo dichiarato: integrare il VPS terrestre di Niantic Spatial con il software di navigazione aerea Raptor di Vantor per permettere a droni e veicoli autonomi di operare in ambienti privi di segnale GPS — come, appunto, i territori di guerra soggetti a guerra elettronica.

    I test preliminari del sistema integrato, presentati durante la conferenza Defence Geospatial Intelligence di Londra nel febbraio 2026, avrebbero registrato una riduzione del 70% dell’errore di posizionamento, con una precisione entro 1,5 metri in molti scenari operativi.

    Non è un dettaglio marginale: un drone capace di navigare autonomamente in un ambiente urbano senza dipendere da segnali satellitari è uno strumento di guerra di precisione.

    Le radici nell’intelligence: da Keyhole alla CIA

    La vicenda acquista contorni ancora più inquietanti se si considera la storia delle origini di Niantic. Come ricostruisce HWUpgrade, l’azienda è nata come evoluzione di Keyhole, una società di dati geografici che nel 2003 ricevette finanziamenti da In-Q-Tel, il braccio di venture capital della CIA, per supportare le operazioni militari statunitensi in Iraq. Keyhole fu poi acquisita da Google, che successivamente operò la scissione, dando vita alla Niantic che tutti conoscono.

    In altri termini: l’azienda che ha costruito un gioco di massa per raccogliere dati geospaziali ha radici dirette nell’ecosistema dell’intelligence americana. Una coincidenza che, quantomeno, merita di essere conosciuta.

    Le smentite parziali e i nodi irrisolti

    Di fronte alle polemiche, le aziende coinvolte hanno risposto con dichiarazioni che ridimensionano ma non chiudono la questione.

    Un portavoce di Niantic Spatial ha precisato che i modelli addestrati sono «il prodotto di quell’addestramento, non una copia delle scansioni originali», e che le immagini raccolte riguardavano luoghi pubblici come statue e fontane. Scopely, l’azienda che nel maggio 2025 ha acquisito Pokémon Go da Niantic per 3,5 miliardi di dollari — con il supporto di fondi sauditi legati al gruppo Savvy Games — ha dichiarato che i dati del gioco non vengono più condivisi con Niantic Spatial dalla transizione.

    Vantor, dal canto suo, ha affermato di non utilizzare «alcun dato di Pokémon Go» e di non avere accesso al dataset originale del gioco. Ha tuttavia riconosciuto di star «esplorando l’adattamento del sistema di posizionamento visivo terrestre di Niantic Spatial» per le proprie applicazioni senza GPS.

    Il punto critico, però, non è se i dati grezzi vengano trasferiti oggi. È se il modello di intelligenza artificiale — addestrato su quelle immagini — possa considerarsi separabile dalla sua origine. Gli esperti di etica tecnologica dell’Università di Delft citati dalla stampa olandese sono espliciti: una volta che i dati vengono assimilati da un modello di IA, diventa tecnicamente impossibile estrarli o eliminarli. Il contributo dei giocatori è permanente e irrevocabile.

    Il consenso che non c’era

    La domanda che rimane senza risposta è la più semplice e la più scomoda: chi ha mai autorizzato questo utilizzo?

    I giocatori hanno accettato termini di servizio che concedevano a Niantic una licenza «trasferibile» sulle immagini. Ma nel 2016, quando il gioco esplose globalmente con un miliardo di download nel giro di tre anni, nessuno parlava di modelli geospaziali su larga scala, di navigazione autonoma per droni o di contratti con la difesa americana. La maggior parte degli utenti era composta da adolescenti — e bambini accompagnati da adulti — attratti dalla prospettiva di catturare Pikachu, spesso a pagamento attraverso gli acquisti in-app.

    Haye Kesteloo, fondatore e caporedattore di DroneXL, ha sintetizzato la questione in modo efficace: «I dati di addestramento provengono da persone che pensavano di catturare Pikachu, sotto una licenza che la maggior parte non ha mai letto, venduta lungo una catena che termina in un fondo sovrano e in un appaltatore della difesa. Il consenso ottenuto per un gioco non è un consenso per un programma d’armi».

    Jeroen van den Hoven, professore di etica e tecnologia all’Università di Tecnologia di Delft, intervistato dal giornale Trouw, ha riconosciuto il contributo indiretto dei giocatori allo sviluppo di applicazioni militari: «Senza l’enorme numero di scansioni provenienti da tutti quei giocatori, lo sviluppo di questo sistema non sarebbe mai progredito così rapidamente».

    Un modello di estrazione che riguarda tutti

    La vicenda di Pokémon Go e dei droni non è un caso isolato: è un paradigma. I dati generati dagli utenti durante attività ludiche o quotidiane vengono incorporati in catene tecnologiche e commerciali che i diretti interessati non controllano e spesso nemmeno conoscono. Il fatto che l’uso finale possa risultare «difendibile» — come nel caso dei droni ucraini che combattono un’invasione — non dissolve il problema strutturale del consenso.

    Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano, ha scritto su Quotidiano.net che «servono norme che impongano una trasparenza molto più rigorosa sull’utilizzo presente e futuro dei dati raccolti dalle piattaforme digitali». Gli utenti, sostiene, devono sapere non solo quali dati vengono raccolti, ma anche quali destinazioni strategiche potrebbero assumere nel tempo.

    Al momento in cui scriviamo, né Niantic Spatial né Vantor hanno reso pubblici i dettagli operativi della loro partnership né i termini esatti relativi all’utilizzo dei modelli addestrati. La partnership è reale, l’applicazione militare è dichiarata come obiettivo esplorativo, e i modelli esistono.

  • Fine caldo africano: quando cesserà l’ondata?

    Fine caldo africano: quando cesserà l’ondata?

    🔊 Ascolta l’articolo

    L’Italia entra nel solstizio d’estate — che quest’anno cade domenica 21 giugno alle 10:24 — nel pieno di una seconda ondata di caldo africano. Il bollettino del Ministero della Salute aggiorna il quadro ora per ora: domenica salgono a otto le città contrassegnate dal bollino rosso, il livello massimo di allerta, che segnala rischi per la salute anche della popolazione sana e non solo delle categorie più fragili.

    Già nella giornata di sabato 20 giugno il bollino rosso era attivo su Bologna, Brescia, Firenze, Perugia e Torino. Da domenica si aggiungono Bolzano, Milano e Rieti. Roma rimane in arancione in entrambe le giornate, mentre Cagliari, Campobasso e Genova — ancora in verde sabato — passano al bollino giallo domenica: nessuna città del monitoraggio sarà priva di allerta.

    Le previsioni giorno per giorno

    Sabato 20 giugno il sole domina da Nord a Sud con punte di 36-37 gradi al Centro-Nord, qualche grado in meno al Sud. In Toscana si segnalano massime fino a 39 gradi. L’unica eccezione riguarda le Alpi, dove nel pomeriggio sono attesi temporali di calore.

    Domenica 21 giugno, giornata del solstizio, il soleggiamento raggiunge il suo apice stagionale: secondo le stime di iLMeteo.it, a Milano si conteranno 15 ore e 41 minuti di luce, a Roma 15 ore e 13 minuti. Un’esposizione così prolungata comporta un accumulo di calore che le notti brevi non riescono a smaltire. Le temperature massime toccheranno 36-38 gradi su Toscana, Lazio e bassa Umbria, con valori ancora più elevati in Sardegna. Temporali di calore pomeridiani sono previsti sulle Dolomiti e nel cuneese.

    Lunedì 22 e martedì 23 giugno lo scenario non cambia in modo significativo: picchi fino a 37-38 gradi al Nord e in Toscana, qualcosa in meno sul resto della penisola. Le città di Torino, Milano e Firenze si troveranno circa dieci gradi sopra la media stagionale, Roma attorno a sei gradi oltre la norma, stando alle elaborazioni di 3bMeteo.

    Il rischio temporali in montagna

    L’unico elemento di variabilità riguarda i rilievi. Sulle Alpi centro-orientali e lungo la dorsale appenninica centro-settentrionale lo scontro tra le masse d’aria calda e umida dei bassi strati e l’aria più fresca in quota può generare temporali improvvisi nel corso del pomeriggio, talvolta con grandinate e raffiche intense. In Trentino, dove nella notte tra venerdì e sabato le temperature non sono scese sotto i 20 gradi né a Trento né a Rovereto, l’esperto meteo Giacomo Poletti segnala per sabato pomeriggio “temporali di calore su cime e gruppi montuosi” e una possibile “passata più ampia sull’est Trentino tra sera e inizio notte”, con fenomeni caratterizzati più da forti raffiche di vento — cosiddetti downburst — che da grandine, data la relativa secchezza dell’aria in quota.

    Verso i 40°C: la fase più intensa a fine giugno

    Il quadro potrebbe farsi più pesante tra giovedì 25 e venerdì 26 giugno. Secondo Carlo Migliore di 3bMeteo, in una prima fase i valori più estremi riguarderanno la Penisola Iberica e la Francia — dove sono attesi diversi record di temperatura — con l’Italia posizionata “leggermente più a est”, dunque con caldo intenso ma non ai livelli dei vicini occidentali. Tuttavia, se la “bolla di aria rovente” dovesse spostarsi verso est come ipotizzano alcuni modelli, anche l\\‘Italia potrebbe toccare i 40 gradi\\. Si tratta, precisano i meteorologi, di uno scenario ancora da confermare.

    Poletti, dal canto suo, stima che “l’ondata di caldo non mollerà fino a sabato 27 o domenica 28 giugno“, con picchi estremi nel corso della settimana ancora da valutare.

    Quando finirà: i modelli guardano a inizio luglio

    La domanda che in molti si pongono è quando l’anticiclone africano — identificato dai modelli con il nome “Cerberus” — allenterà la presa. La risposta, al momento, non è incoraggiante. Secondo le elaborazioni riportate da 3bMeteo, l’alta pressione è tenuta in posizione da una “configurazione di blocco” che impedisce alle perturbazioni atlantiche di penetrare verso il Mediterraneo. I modelli matematici iniziano a prospettare — come possibilità ancora tutta da verificare — la discesa di un profondo ciclone dall’Irlanda, che potrebbe scalfire la struttura anticiclonica. Ma questo scenario non si materializzerebbe prima dei primi giorni di luglio.

    Poletti aggiunge che, anche in caso di calo termico a inizio luglio, i valori resteranno comunque al di sopra della norma climatica del periodo.

    I consigli del Ministero della Salute

    In attesa di un’attenuazione delle temperature, il Ministero della Salute ricorda alcune precauzioni fondamentali: evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, tra le 11 e le 18; bere molta acqua evitando alcolici e bevande con caffeina; non praticare attività fisica nelle ore di punta del calore; non lasciare mai bambini, neonati o animali in auto, nemmeno per pochi minuti. Dal 22 giugno all’11 settembre è attivo il numero verde 1500, in sinergia con l’Inail, a cui rivolgersi per informazioni sugli effetti delle ondate di calore sulla salute.

  • Integrazione a tutto gas di Ucraina e Moldova: l’UE cerca di costruire barricate tra sé e l’orso Russo.

    Integrazione a tutto gas di Ucraina e Moldova: l’UE cerca di costruire barricate tra sé e l’orso Russo.

    🔊 Ascolta l’articolo

    Il 18 giugno 2026, al Consiglio europeo di Bruxelles, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha salutato come un momento storico l’apertura del primo cluster di capitoli negoziali con Ucraina e Repubblica di Moldova. «L’allargamento non è più una promessa lontana», ha dichiarato Metsola nel suo discorso, aggiungendo che si tratta di «un investimento geopolitico nella nostra sicurezza collettiva, non di un atto di carità». In un video diffuso contestualmente, la presidente ha ribadito che il processo deve restare «ambizioso e credibile» e fondato su progressi reali nelle riforme. Se parliamo però di “investimento collettivo”, stiamo già parlando di guerra, mentre l’Unione Europea, asseritamente, era nata per garantire la pace. E sarebbe troppo strumentale, e un tantinello anacronistico, ricordare il noto detto latino “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra).

    La notizia, indubbiamente significativa sul piano simbolico, nasconde dunque una serie di criticità che nessun discorso istituzionale può semplicemente accantonare.

    Il veto ungherese aggirato: un precedente problematico

    Per arrivare a questo risultato, le istituzioni europee hanno ricorso a una mossa inedita: l’avvio di negoziati informali su tutti i capitoli, allo scopo di bypassare il veto formale dell’Ungheria. Lo ha confermato la stessa commissaria per l’Allargamento Marta Kos. Il lavoro tecnico procede, quindi, senza che vi sia ancora il via libera all’unanimità dei 27 Stati membri.

    Filipa Cvetanova, ricercatrice presso l’Università di Leida, intervistata da OBCT/Balcani Caucaso, definisce questa scelta come «un’ammissione enorme per un’Unione che si presenta come basata sul merito e guidata da regole certe». La ricercatrice sottolinea come per anni paesi come la Macedonia del Nord abbiano subito veti senza che l’UE trovasse simili scappatoie procedurali: «È sempre mancata la volontà politica di utilizzare questi strumenti per i candidati dei Balcani occidentali». Per Skopje, il processo di adesione «sembra non finire mai e ha lasciato cicatrici nella fiducia dell’opinione pubblica verso l’UE».

    In altre parole, l’urgenza geopolitica determinata dalla guerra in Ucraina ha fatto emergere una disparità di trattamento che rischia di compromettere la credibilità stessa del processo di allargamento.

    Le fragilità di Kiev e Chisinau

    Al di là delle questioni procedurali, resta aperta la questione della reale preparazione dei due paesi candidati. L’International Centre for Defence and Security (ICDS), in un’analisi pubblicata nell’agosto 2025, metteva già in guardia sui «problemi di fragilità istituzionale» tanto dell’Ucraina quanto della Moldova, entrambe esposte a «sfide ai processi democratici e allo Stato di diritto».

    Per la Moldova, le preoccupazioni sono particolarmente marcate: il paese è attraversato da profonde divisioni interne sull’integrazione europea, soffre di un’amministrazione pubblica sottofinanziata e di una sfiducia diffusa nei confronti delle promesse di riforma che stentano a tradursi in miglioramenti concreti nella vita quotidiana. L’ICDS avverte che accelerare l’adesione moldava per ragioni politiche interne — come le elezioni parlamentari previste — rischia di «alienare ulteriormente segmenti della società moldava che si sentono ignorati», rafforzando paradossalmente le forze antieuropee.

    L’Ucraina, dal canto suo, è un paese in guerra. La sua capacità di attuare le riforme richieste dall’acquis communautaire (il complesso, in continua evoluzione, di diritti, obblighi giuridici, obiettivi politici e sentenze che accomunano e vincolano tutti gli Stati membri dell’Unione Europea) in condizioni di conflitto attivo è una variabile che nessun ottimismo istituzionale può ignorare.

    Il rischio geopolitico: la Russia e lo spettro dell’escalation

    Il punto più delicato, tuttavia, riguarda le conseguenze geopolitiche di questo percorso. L’espansione dell’UE verso est non è mai stata percepita da Mosca come un fatto neutro. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato — ne ho appena parlato proprio qui — che l’Unione europea starebbe preparando le condizioni per una guerra aperta entro il 2030, una lettura che, per quanto propagandistica nei toni, riflette una tensione reale e crescente.

    L’integrazione di un paese in guerra come l’Ucraina nell’orbita istituzionale europea, anche solo a livello negoziale, costituisce un segnale inequivocabile verso il Cremlino. Il rischio di un’escalation militare, fino all’eventualità — per quanto remota ma non più impensabile — di un confronto diretto tra la Russia e i paesi dell’UE, è una variabile che i sostenitori dell’allargamento tendono a minimizzare nei discorsi pubblici, ma che non può essere rimossa dall’equazione strategica.

    Le voci critiche nel campo europeo

    Anche all’interno del Parlamento europeo non mancano le riserve. Esponenti del gruppo ECR, tra cui il co-presidente Nicola Procaccini e Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia a Strasburgo, hanno ribadito che non debbono esserci «corsie preferenziali» per l’Ucraina a scapito dei paesi balcanici che attendono l’adesione da anni. Fidanza ha dichiarato al Giornale: «Molti Stati dei Balcani occidentali attendono di entrare in Ue da molti anni e da tempo sono impegnati in un percorso di riforme con Bruxelles». Una posizione condivisa dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.

    Metsola stessa, nel suo discorso al Consiglio europeo, ha ammesso che «il cammino è ancora lungo» e che sarebbe «un errore pensare che il sostegno popolare apparirà semplicemente alla fine». Le paure e le preoccupazioni dei cittadini, ha riconosciuto, vanno affrontate «onestamente».In effetti, il sostegno popolare spontaneo all’Unione Europea non è mai apparso, né alla fine né all’inizio, ma è sempre stata una precisa volontà delle élite. Basti ricordare gli innumerevoli referendum sulla Costituzione Europea, sempre respinti dai cittadini europei in moltissimi paesi, e fatti approvare a forza di continue riproposizioni e cambi di nome per confondere (vedi il “Trattato di Lisbona“).

    Cosa succede adesso

    Sul piano formale, il veto ungherese resta in vigore: fino a quando Budapest non cambierà posizione, o non verrà trovata un’altra soluzione politica, i negoziati ufficiali non potranno decollare. Nel frattempo, il lavoro tecnico informale proseguirà, ponendo le basi per un’eventuale accelerazione futura.

    Ma a quale prezzo, in termini di stabilità, credibilità del processo e rischio di escalation con Mosca, si sta costruendo questa integrazione?

  • Lavrov: «L’Europa vuole la guerra entro il 2030, Trump invece cerca la pace»

    Lavrov: «L’Europa vuole la guerra entro il 2030, Trump invece cerca la pace»

    🔊 Ascolta l’articolo

    Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha tracciato una netta linea di demarcazione tra Washington e le capitali europee nel conflitto ucraino. Secondo Lavrov, il presidente Donald Trump sarebbe «pronto a tornare ai suoi sforzi per risolvere la crisi ucraina», e Mosca — ha affermato il capo della diplomazia russa — «è pronta per questo». Tutt’altro discorso, a suo avviso, vale per i governi europei.

    Le dichiarazioni di Lavrov, rilasciate domenica 19 giugno 2026 al quotidiano militare russo Krasnaya Zvezda e contenute anche in un articolo destinato alla testata Politico Europe — che avrebbe deciso all’ultimo momento di non pubblicarlo, costringendo il ministero degli Esteri di Mosca a diffonderlo autonomamente sul proprio sito —, rappresentano la sintesi più esplicita della visione russa sul quadro diplomatico attuale.

    La frase più dura: «Pronti al combattimento entro il 2030»

    Il passaggio più netto dell’intervento di Lavrov riguarda le intenzioni attribuite alle leadership europee: il loro «vero obiettivo», ha scritto il ministro, non sarebbe negoziare con Mosca, ma raggiungere una «preparazione difensiva» per un eventuale conflitto con la Russia entro il 2030. Nel frattempo, a suo dire, i colloqui servirebbero esclusivamente a «guadagnare tempo».

    A sostegno di questa tesi, Lavrov ha citato — tra l’altro — le dichiarazioni rese pubblicamente da Angela Merkel e François Hollande, secondo cui gli Accordi di Minsk del 2015 non erano stati concepiti per essere realmente attuati, ma per consentire all’Ucraina di rafforzare il proprio apparato militare. Quanto al capo di Stato maggiore belga, Lavrov lo cita con queste parole attribuite ad aprile scorso: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo».

    Trump «pragmatico», Europa «fucina di guerre»

    Sulle relazioni con Washington, il tono di Lavrov è sensibilmente diverso. Il ministro ha definito Trump un «pragmatico» guidato dal buon senso, e ha indicato come modello auspicabile per i rapporti russo-americani quello che intercorre tra Stati Uniti e Cina: un rapporto capace di produrre «cose reciprocamente vantaggiose» pur in presenza di profondi disaccordi.

    L’Europa, al contrario, è stata descritta da Lavrov come la «fucina» storica delle tragedie mondiali, da Napoleone alle due guerre mondiali. «E chi chiede una ‘continuazione del banchetto’ sotto forma di guerra? L’Europa», avrebbe detto il ministro, stando alla trascrizione diffusa dal ministero degli Esteri russo.

    Lavrov ha inoltre respinto l’ipotesi di contingenti europei di peacekeeping in Ucraina, sostenendo che tale presenza non farebbe che consolidare il sostegno a Zelensky senza affrontare le «cause profonde» del conflitto.

    La risposta europea e il fronte diplomatico

    Sul versante europeo, il presidente del Consiglio dell’UE Antonio Costa ha confermato l’apertura di un canale diplomatico diretto con Mosca, spiegando che Bruxelles non può «dipendere solo dagli altri per interpretare i messaggi russi». La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha risposto con ironia, chiedendo perché allora i Paesi europei mantengano i propri ambasciatori a Mosca.

    Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha a sua volta commentato che un dialogo con l’Europa è «necessario», ma che il grande «malinteso» di partenza delle cancellerie europee è pretendere di negoziare con Mosca «da una posizione di forza». «Questo è il più grande errore», ha sottolineato.

    Sul terreno, la guerra non si ferma

    Mentre il dibattito diplomatico si intensifica, il conflitto prosegue. Nella sola giornata di oggi, 76 droni ucraini sono stati intercettati nelle vicinanze di Mosca, secondo quanto dichiarato dal sindaco della capitale Sergej Sobyanin. Nei giorni precedenti, un’ondata di attacchi aveva colpito la principale raffineria della città.

    Dal lato ucraino, i bombardamenti russi avrebbero causato nelle ultime ore almeno tre vittime, tra cui una bambina di 8 anni nella regione di Dnipropetrovsk. Un morto e quattro feriti si registrano nella regione di Odessa, un morto e tre feriti a Kramatorsk, mentre nella regione di Kharkiv dieci persone — quattro delle quali bambini — sarebbero rimaste ferite in raid aerei. Mosca ha segnalato a sua volta la morte di una bambina di 8 anni nel sobborgo di Zhukovsky e di una donna nella regione di Bryansk, entrambe vittime di attacchi con droni ucraini.

    Intanto, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lanciato un ultimatum alla Bielorussia: smantellare i sistemi ripetitori utilizzati per guidare i droni russi verso le città ucraine, o Kiev provvederà direttamente. Il portavoce del Cremlino ha ribadito che gli attacchi russi sull’Ucraina «continueranno» in risposta alle azioni di Kiev.

  • Scontro tra due treni nel Bedfordshire: feriti gravi a nord di Londra

    Scontro tra due treni nel Bedfordshire: feriti gravi a nord di Londra

    🔊 Ascolta l’articolo

    Una collisione tra due treni si è verificata nel pomeriggio di oggi, 19 giugno 2026, nell’area di Bedford, città a circa 80 chilometri a nord di Londra. La British Transport Police ha confermato l’intervento dopo aver ricevuto numerose segnalazioni. L’incidente è stato classificato come “grave” dalle autorità competenti, con diversi feriti trasportati in ospedale.

    La dinamica secondo le prime ricostruzioni

    Secondo quanto riportato dai media britannici — la cui ricostruzione dovrà essere confermata dagli investigatori — lo scontro avrebbe coinvolto due treni della compagnia East Midlands Railway, entrambi diretti a Londra St Pancras: uno partito da Nottingham e l’altro da Corby. Il convoglio proveniente da Corby avrebbe tamponato quello da Nottingham a circa quattro chilometri a sud della stazione di Bedford. Le immagini diffuse sui social network mostrano passeggeri in piedi tra i binari, vicino ai convogli danneggiati ma rimasti sui binari.

    I soccorsi sul campo

    Sul luogo dell’incidente sono intervenute oltre trenta unità dei servizi di emergenza. L’East of England Ambulance Service ha dispiegato un elisoccorso e un team specializzato nella gestione di aree pericolose (Hazardous Area Response Team). Le autorità hanno invitato i cittadini a evitare la zona per consentire le operazioni di soccorso.

    I feriti: nessun bilancio ufficiale ancora disponibile

    Il sindacato britannico Rail, Maritime and Transport (RMT) ha riferito la presenza di «feriti gravi» sia tra il personale di bordo sia tra i passeggeri. «Il pensiero di tutto il sindacato è rivolto alle persone coinvolte e continuiamo a monitorare la situazione», ha dichiarato un portavoce del sindacato, citato dai media britannici. Al momento non è stato reso noto un bilancio ufficiale sul numero complessivo dei feriti né sulle condizioni precise dei ricoverati.

    Il ministro della Salute britannico James Murray ha confermato la presenza di diversi feriti, mentre la ministra dei Trasporti Heidi Alexander si è dichiarata «molto preoccupata» per le notizie provenienti dal luogo dell’incidente.

    Disagi alla circolazione ferroviaria

    Il traffico ferroviario è stato interrotto sulla tratta tra Bedford e Luton. Thameslink ha invitato i passeggeri a rinviare i propri spostamenti, mentre East Midlands Railway ha segnalato interruzioni tra London St Pancras e Leicester, con cancellazioni e ritardi che si ripercuotono sui collegamenti verso le Midlands e la capitale.

    I prossimi passi

    La British Transport Police, in coordinamento con gli operatori ferroviari e gli organismi preposti alla sicurezza, dovrà ricostruire la dinamica dell’incidente. Le prime priorità restano l’assistenza ai feriti e la messa in sicurezza della linea. Le cause dello scontro e i tempi di riapertura della tratta non sono ancora stati comunicati.

  • Scontro Meloni – Sánchez al Consiglio Europeo sulla regolarizzazione degli immigrati: «Quello che fai ci riguarda tutti»

    Scontro Meloni – Sánchez al Consiglio Europeo sulla regolarizzazione degli immigrati: «Quello che fai ci riguarda tutti»

    🔊 Ascolta l’articolo

    Bruxelles, 19 giugno 2026. Il Consiglio Europeo di giugno si è chiuso con una frattura profonda sul tema migratorio, portando in superficie le divergenze radicali tra i leader dei Ventisette. Al centro del confronto: la regolarizzazione straordinaria dei migranti avviata dalla Spagna di Pedro Sánchez, che scade il prossimo 30 giugno e ha già raccolto circa 900.000 domande. Una misura che ha scatenato reazioni durissime da parte di numerosi capi di governo europei.

    Lo scontro nella sala del Consiglio

    L’episodio più teso si è consumato giovedì sera, durante la prima sessione della riunione. Secondo quanto riferito da più fonti diplomatiche europee — e confermato da diverse testate spagnole tra cui El Español, El Mundo e La Vanguardia — il premier danese Mette Frederiksen ha aperto il dibattito elogiando la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola per il via libera al nuovo regolamento sui rimpatri, che consente la creazione di centri di deportazione in paesi terzi. Frederiksen ha chiesto che la migrazione diventi oggetto di un dibattito strategico al massimo livello istituzionale.

    Sánchez ha risposto con toni netti: i centri di deportazione — da lui definiti «hubs di ritorno» — sono «inefficaci», «contrari ai valori europei» e mandano «un messaggio sbagliato ai paesi di origine e transito». Ha poi difeso esplicitamente la regolarizzazione spagnola.

    È stato a quel punto che sono intervenuti, in sequenza, la premier italiana Giorgia Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier belga Bart De Wever e il primo ministro ungherese Péter Magyar. Meloni, stando a quanto ricostruito da El Español e confermato da fonti diplomatiche europee, avrebbe detto direttamente a Sánchez: «Quello che lei fa ci riguarda tutti». Il messaggio comune dei critici: la regolarizzazione di massa produce un «effetto chiamata», trasmettendo l’idea che basti arrivare irregolarmente in Europa e attendere per ottenere la legalizzazione.

    Una fonte diplomatica europea ha sintetizzato così la dinamica: «C’è stato uno scontro tra Frederiksen e Sánchez. Meloni, De Wever, Merz e Magyar hanno sostenuto Frederiksen».

    La posizione di Meloni: coerente con la linea europea maggioritaria

    La premier italiana si è mostrata perfettamente allineata al blocco dei paesi che da mesi spingono per un irrigidimento della politica migratoria dell’Unione. Meloni e Frederiksen hanno anche co-guidato una riunione informale sulla gestione dei flussi migratori a cui hanno partecipato quattordici paesi, con la Spagna esclusa. La nota del governo italiano ha elencato i risultati ottenuti: dalla lista europea dei paesi sicuri di origine al nuovo concetto di «paese terzo sicuro», dalla Dichiarazione di Chișinău all’accordo politico sul regolamento dei rimpatri.

    Il giorno successivo, venerdì 19 giugno, Meloni e Frederiksen hanno coordinato la firma di una lettera congiunta indirizzata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio António Costa: diciannove stati membri — tra cui Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Svezia — chiedono di «avanzare il prima possibile» nell’apertura di centri di deportazione extracomunitari, da finanziare con fondi europei sul modello dell’accordo Italia-Albania. Spagna assente.

    La replica di Sánchez e le smentite della Moncloa

    In conferenza stampa al termine del vertice, Sánchez ha cercato di ridimensionare la portata dello scontro, definendolo un normale «dibattito» e non un «episodio». Ha difeso la regolarizzazione affermando che la grande maggioranza dei richiedenti — secondo lui circa l’80% — è di origine latinoamericana, condivide lingua e cultura con la Spagna e non ha intenzione di spostarsi in altri paesi europei. «Se hanno dubbi, parlino con il Vaticano», ha aggiunto, richiamando l’endorsement implicito di papa Leone XIV durante la recente visita in Spagna.

    Fonti diplomatiche spagnole hanno negato che ci sia stato uno «scontro» con Meloni, precisando che «ognuno ha espresso le proprie opinioni». La Moncloa ha insistito sul fatto che Sánchez si sente «a proprio agio» nel difendere il modello migratorio spagnolo.

    Tuttavia, anche il commissario europeo agli Affari Interni Magnus Brunner — pur riconoscendo le specificità della situazione spagnola — aveva già avvertito la settimana precedente che la regolarizzazione può avere un «impatto» su altri stati membri, ribadendo che chi viene regolarizzato in Spagna non acquisisce il diritto di lavorare altrove nell’Unione.

    Il contesto: un’Europa sempre più divisa sull’immigrazione

    La crisi migratoria è al centro del dibattito europeo da anni, ma il Consiglio di giugno 2026 ha segnato un punto di non ritorno. Con l’entrata in vigore del Patto europeo su migrazione e asilo e l’approvazione del regolamento sui rimpatri da parte del Parlamento europeo, la direzione politica dell’Unione sembra ormai definita: più controlli, più espulsioni, esternalizzazione dei centri. Sánchez rimane una voce isolata in questo scenario. Anche il presidente francese Emmanuel Macron, che pure ha espresso riserve sui centri di deportazione — ma in conferenza stampa e non nella sala del Consiglio — non ha sostenuto apertamente la posizione spagnola durante i lavori.

    I leader hanno concordato che il prossimo Consiglio Europeo di ottobre 2026 ospiterà un dibattito strategico sulla migrazione. Uno scontro che sembra destinato a ripetersi.

  • Call center luce e gas, da oggi vietate le chiamate senza consenso

    Call center luce e gas, da oggi vietate le chiamate senza consenso

    🔊 Ascolta l’articolo

    Da oggi, venerdì 19 giugno 2026, le aziende fornitrici di luce e gas non possono più chiamare i consumatori per proporre offerte commerciali senza averne ricevuto un consenso esplicito. La norma, introdotta dal cosiddetto decreto Bollette e convertita in legge lo scorso aprile dopo l’iter alla Camera e al Senato, è stata integrata nel Codice del Consumo e rappresenta uno dei tentativi più strutturati di mettere un freno al fenomeno del telemarketing aggressivo nel settore energetico.

    In termini pratici, il principio è semplice: un operatore di luce o gas può contattare un cliente solo se quest’ultimo ha espressamente dichiarato di voler essere ricontattato, oppure se è stato lui stesso a chiamare per primo. In tutti gli altri casi, il contatto non è consentito. E se nonostante questo divieto un contratto venisse concluso telefonicamente, quel contratto è automaticamente considerato nullo.

    Come funzionava il sistema prima e perché era diventato insostenibile

    Fino a oggi, il telemarketing nel settore energetico operava in una zona grigia normativa che, nella pratica, veniva sfruttata in modo sistematico. Le aziende — spesso tramite call center in appalto, a loro volta sub-appaltati più volte — contattavano i consumatori usando liste di numeri telefonici la cui provenienza era spesso opaca. I chiamanti usavano tecniche di spoofing, ovvero falsificavano il numero visualizzato sullo schermo del telefono per sembrare più credibili o per aggirare i filtri. Bastava una risposta affrettata, talvolta una semplice registrazione audio della voce del consumatore, per attivare un cambio di fornitore che l’utente non aveva realmente voluto.

    Il problema era amplificato dall’impossibilità di sapere chi stesse chiamando: numeri sconosciuti, numerazioni straniere, o numeri che cambiavano continuamente. L’Agcom — l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni — aveva già introdotto a novembre 2025 un filtro anti-spoofing che, nei soli primi undici giorni di attività, aveva bloccato oltre 49 milioni di chiamate illecite da numerazioni mobili italiane, pari a circa il 56% del totale. Eppure il fenomeno non si era arrestato.

    Le nuove regole nel dettaglio

    Oltre al divieto generale di contatto non richiesto, le nuove norme prevedono che:

    – Le chiamate commerciali debbano provenire da un numero identificativo univoco che rimandi direttamente all’azienda fornitrice, rendendo impossibile nascondersi dietro numerazioni anonime;

    – I consumatori possano segnalare le violazioni sia al Garante per la protezione dei dati personali sia all’Agcom;

    – L’Agcom abbia il potere di sospendere le linee telefoniche utilizzate in modo illecito, anche su richiesta del Garante della privacy qualora si registri un numero significativo di segnalazioni.

    Cosa manca ancora: il nodo del numero a tre cifre

    Il Codacons, associazione di consumatori tra le più attive nella battaglia contro il telemarketing selvaggio, ha accolto la novità con favore ma ha sottolineato che il percorso non è concluso. Manca ancora, spiega l’associazione, il numero identificativo univoco a tre cifre che il decreto prevede di assegnare agli operatori di luce e gas: uno strumento che consentirebbe al consumatore di riconoscere immediatamente il chiamante, distinguendo le aziende legittime dai truffatori che si spacciano per fornitori energetici. Questa misura è ancora al vaglio dell’Agcom.

    Il grande escluso: le compagnie telefoniche

    C’è però un punto critico che ridimensiona la portata della riforma. Le nuove regole non si applicano al settore delle telecomunicazioni. Le compagnie telefoniche possono dunque continuare a chiamare liberamente per proporre nuovi contratti di telefonia fissa e mobile. L’estensione della norma a questo settore era stata inserita in un altro provvedimento, il decreto Accise, ma è stata poi eliminata su indicazione del Quirinale, che aveva segnalato un problema di omogeneità: non era corretto inserire norme su temi così distanti tra loro in un unico decreto. Quella parte della riforma dovrebbe ora confluire in un provvedimento separato, ma i tempi restano incerti.

    Anche l’e-commerce cambia: più facile recedere dagli acquisti online

    Insieme alle norme sul telemarketing energetico, da oggi entra in vigore anche un’altra tutela per i consumatori digitali. I siti di e-commerce e gli operatori che vendono online sono obbligati a rendere visibile e facilmente accessibile una funzione di recesso, da indicare con le parole «recedere dal contratto qui» o formula equivalente. La funzione deve essere disponibile per tutto il periodo in cui è possibile esercitare il diritto di recesso, semplificando così le pratiche di reso per acquisti effettuati via web o app.

    Svolta reale o ennesima toppa?

    La domanda che in molti si pongono è lecita: questa volta le regole saranno davvero rispettate? Il precedente del filtro anti-spoofing — efficace ma non risolutivo — invita alla cautela. Il nuovo impianto normativo è più strutturato e prevede sanzioni concrete, compresa la sospensione delle linee telefoniche. Ma la vera efficacia dipenderà dalla capacità di Agcom e Garante della privacy di vigilare e intervenire con tempestività. Finché le compagnie telefoniche resteranno fuori dal perimetro della norma, milioni di italiani continueranno comunque a subire chiamate indesiderate. La battaglia contro il telemarketing selvaggio, insomma, è avanzata — ma non è ancora vinta.