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  • Trump minaccia l’Iran: «Chiudete Hormuz o vi faremo saltare in aria e non avrete più un Paese»

    Trump minaccia l’Iran: «Chiudete Hormuz o vi faremo saltare in aria e non avrete più un Paese»

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    Mentre a Lucerna, nel cuore della Svizzera, prendevano avvio nella giornata di oggi, 21 giugno 2026, i primi colloqui tecnici diretti tra Stati Uniti e Iran — mediati da Qatar e Pakistan — il presidente Donald Trump lanciava da Washington minacce di una durezza difficilmente riscontrabile nella storia della diplomazia contemporanea. In un’intervista a Fox News e in una serie di post sul suo social Truth, Trump ha avvertito Teheran con parole inequivocabili: «Se chiudete lo Stretto di Hormuz, non avrete più un Paese. Vi faremo saltare in aria». Ha poi aggiunto che gli Stati Uniti, se necessario, potrebbero «prendere il controllo dello stretto», imponendo pedaggi e trattenendo il 20% del petrolio in transito.

    Le dichiarazioni del presidente americano arrivano a pochi minuti di distanza dalle parole ottimistiche del vicepresidente JD Vance, che davanti alle telecamere all’hotel Bürgenstock, sul lago di Lucerna, si era detto soddisfatto dei primi contatti con la delegazione iraniana guidata da Mohammad Baqer Ghalibaf. «Abbiamo già fatto progressi nelle ultime ore», aveva dichiarato Vance, auspicando che i negoziati consentissero di «voltare pagina» in Medio Oriente.

    Il contrasto stridente tra diplomazia e minacce

    Il cortocircuito comunicativo è evidente e difficile da ignorare. Da un lato il numero due della Casa Bianca parla di «inizio storico» e invoca la cooperazione; dall’altro il presidente in persona minaccia la distruzione dell’Iran se non si piegherà alle sue condizioni. Una contraddizione che non è sfuggita alla controparte nel conflitto.

    Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tasnim, citando una fonte vicina al team negoziale, la delegazione di Teheran avrebbe abbandonato il tavolo in segno di protesta contro le dichiarazioni di Trump. Un diplomatico iraniano interpellato da Axios ha però smentito questa ricostruzione, precisando che «i colloqui sono ancora in corso». Lo stesso Ghalibaf, prima di sedersi al tavolo negoziale, aveva incontrato a Zurigo il premier pakistano Shehbaz Sharif e il comandante dell’esercito pakistano Asim Munir, nel tentativo di ottenere garanzie sull’attuazione degli impegni già presi da Washington nell’Accordo di Islamabad — in particolare sul cessate il fuoco su tutti i fronti. Stando ai media iraniani, intorno alle 16:00 i colloqui si sarebbero comunque interrotti per «consultazioni interne» da parte di Teheran.

    La questione del Libano: Netanyahu e la tregua violata

    Tra le urgenze sul tavolo figura anche il Libano, dove le operazioni militari non si sono mai davvero fermate nonostante gli accordi di cessate il fuoco annunciati in pompa magna nei mesi scorsi. Trump ha pubblicato su Truth un monito diretto a Teheran: «L’Iran deve impedire immediatamente ai propri alleati in Libano di causare problemi. Se non lo farà, colpiremo di nuovo, solo più forte».

    Ma qui emerge una delle contraddizioni più clamorose dell’intero scenario: le violazioni della tregua in Libano non sono imputabili soltanto a Hezbollah. Secondo quanto documentato da diverse fonti internazionali, Israele — guidato dal premier Benjamin Netanyahuha reiteratamente condotto operazioni militari nel territorio libanese anche dopo la sottoscrizione degli accordi di cessazione delle ostilità, senza che Washington abbia mai formulato obiezioni pubbliche di analoga durezza. Il doppio standard applicato dall’amministrazione americana — durissima con i «proxy» iraniani, silenziosa sulle mosse dell’alleato israeliano — solleva interrogativi legittimi sulla reale volontà di costruire una pace stabile.

    Gli accordi che non reggono e la parola che non vale più

    È una dinamica che chi segue questi scenari aveva già segnalato: gli accordi vengono firmati, celebrati, sbandierati come conquiste storiche, e poi sistematicamente ignorati nel giro di settimane, se non di giorni. L’Accordo di Islamabad, richiamato dalla stessa delegazione iraniana come base per i negoziati attuali, sarebbe rimasto sulla carta nei suoi punti fondamentali. Il cessate il fuoco in Libano, più volte annunciato, più volte violato.

    Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la posizione di Teheran: «Non stiamo cercando l’arma atomica, ma non rinunceremo al diritto all’arricchimento dell’uranio». Una posizione che lascia ampi spazi di trattativa, ma che deve fare i conti con interlocutori la cui affidabilità è messa in discussione da ogni dichiarazione pubblica di Trump.

    Ghalibaf, nel frattempo, ha risposto alle minacce del presidente americano con toni altrettanto netti: «Trump stia attento a quello che dice. Il nostro esercito è pronto».

    Il ruolo del Qatar

    Il premier del Qatar, Sheikh Mohammed Al Thani, presente a Lucerna accanto a Vance e Sharif, ha esortato le parti a cogliere «un’opportunità storica» per la stabilità regionale e globale, promettendo che Doha «sosterrà la mediazione fino alla fine». Ottimismo istituzionale, certo. Ma la distanza tra le parole pronunciate nelle sale dell’hotel Bürgenstock e quelle sparate sui social dal presidente degli Stati Uniti suggerisce che il cammino verso un accordo stabile — ammesso che esista la volontà politica di percorrerlo — sia molto, troppo lungo. Con questi interlocutori, ogni firma rischia di valere meno della carta su cui è tracciata.

    E intanto il mondo precipita ogni giorno di più verso un baratro dal quale non sa uscire con le proprie forze.

  • La Cine e le città fantasma: Haihua Island, 400 palazzi sull’isola dove non abita quasi nessuno

    La Cine e le città fantasma: Haihua Island, 400 palazzi sull’isola dove non abita quasi nessuno

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    Haihua Island, conosciuta anche come Ocean Flower Island, si trova al largo della costa della provincia di Hainan, nel sud della Cina. È composta da tre isole artificiali collegate tra loro, ospita circa 394 edifici residenziali e sarebbe dovuta diventare casa di centinaia di migliaia di abitanti. Stando a quanto mostrato in un video pubblicato meno di sei mesi fa, la realtà è ben diversa: le strade sono quasi vuote, molti appartamenti restano sfitti e l’atmosfera ricorda quella di una città fantasma.

    Nel video, un residente temporaneo dell’isola racconta la sua esperienza di vita quotidiana in prima persona, esplorando gli spazi comuni, l’interno di un appartamento e il paesaggio circostante.

    Affitti bassi e vita silenziosa: il racconto dal balcone

    «Una piccola stanza come la mia costa solo circa 50-70 dollari al mese in bassa stagione», con vista mare, riferisce l’autore nel video. La stanza è descritta come minuscola ma pulita, dotata di frigorifero, aria condizionata e arredi di base forniti dal costruttore. Il bagno «non emana cattivi odori» e non vi sono tracce di scarafaggi o roditori — dettagli che, nelle sue parole, superano le aspettative iniziali.

    L’isola ha una forma a S e un perimetro percorribile a piedi di circa sei chilometri. Le aree comuni sono curate da giardinieri che lavorano ogni giorno, ci sono piscine e un servizio di biciclette elettriche condivise. Supermercati, un KFC e qualche bar completano l’offerta commerciale. La spiaggia più vicina non è direttamente accessibile dall’isola — i frangiflutti in cemento ne impediscono l’accesso al mare — ma si trova nelle immediate vicinanze.

    Il meteo è descritto come imprevedibile: «soleggiato al mattino, diluvia nel pomeriggio». L’isola è esposta ogni anno a tifoni e piogge intense. Dal balcone dell’appartamento, l’autore osserva un panorama avvolto da pioggia e nebbia e confessa di nutrire dubbi sulla «qualità costruttiva a lungo termine di questi progetti».

    Chi vive sull’isola e chi la sceglie come rifugio

    La popolazione residente è prevalentemente anziana. Alcuni giovani sono presenti, ma i bambini sembrano assenti. «Questo posto è adatto ai freelance e ai soggiorni di breve durata: la vita a lungo termine qui potrebbe diventare noiosa». Molti appartamenti vengono utilizzati come affitti a breve termine o come guesthouse, acquistati da cittadini della Cina continentale come «fuga romantica» o meta di vacanza economica.

    Per raggiungere l’isola, il percorso prevede un volo fino all’aeroporto di Haikou Meilan, poi il treno fino a Danzhou e infine un taxi — circa due dollari..

    Il contesto: la crisi immobiliare cinese e il caso Evergrande

    Ocean Flower Island non è un caso isolato nel panorama immobiliare cinese. Il progetto è stato sviluppato da Evergrande, il colosso immobiliare più indebitato al mondo, che nel gennaio 2024 è stato oggetto di un’ordinanza di liquidazione emessa dall’Alta Corte di Hong Kong. Evergrande gestisce oltre 1.200 cantieri, alcuni dei quali non ancora completati, e ha lasciato sul territorio cinese milioni di appartamenti vuoti o mai consegnati agli acquirenti.

    Stando a dati dell’Ufficio nazionale di statistica cinese citati da Reuters, le case invendute in Cina ammonterebbero a circa 7,2 milioni di unità — un dato da verificare alla luce della sua volatilità nel tempo. Nel 2022, le autorità cinesi avevano già ordinato la demolizione di 39 edifici sull’isola stessa, ritenuti costruiti in violazione delle norme urbanistiche.

    Il fenomeno delle città fantasma cinesi ha dimensioni che vanno oltre i confini nazionali. Un caso emblematico è Forest City, in Malesia: un progetto da 100 miliardi di dollari sviluppato da Country Garden — oggi anch’esso in default — su quattro isole artificiali nello stretto di Johor, pensato per ospitare un milione di residenti e rimasto sostanzialmente disabitato per ragioni legate alle normative sul permesso di residenza malese.

    Prospettive: tra riconversione e incertezza

    In alcune città cinesi, gli immobili vuoti o incompleti stanno trovando un utilizzo alternativo come set cinematografici per i cosiddetti micro-drama, serie ultrabrevi fruibili su smartphone. Secondo la China Television Drama Production Industry Association, nel 2024 questo mercato ha fatturato circa 7,1 miliardi di dollari. Si tratta tuttavia di una soluzione parziale, che non affronta strutturalmente l’eccesso di offerta immobiliare.

    Per Haihua Island, il futuro resta incerto. L’isola funziona oggi come destinazione turistica di nicchia e come mercato degli affitti a breve termine, lontana dalla vocazione residenziale per cui era stata concepita. Se e quando i suoi 349 edifici saranno abitati in modo stabile è, al momento, una domanda senza risposta.


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  • Sigarette a 11,40 euro entro il 2030: si parte in Germania.

    Sigarette a 11,40 euro entro il 2030: si parte in Germania.

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    Il ministero federale delle Finanze tedesco ha messo a punto una bozza di legge che prevede un aumento progressivo delle accise sui prodotti del tabacco nell’arco di quattro anni. Stando al documento — riportato il 19 giugno 2026 dall’agenzia di stampa Deutsche Presse-Agentur e ripreso da diverse testate tedesche — il prezzo medio di un pacchetto da venti sigarette potrebbe salire dagli 8,80 euro stimati per il 2027 agli 11,40 euro previsti per il 2030. Si tratta di un incremento di circa il 30% in tre anni.

    La quota di accisa per pacchetto salirebbe da circa 4,40 a 5,75 euro. La misura si applicherebbe anche agli altri prodotti del tabacco attualmente in commercio.

    Obiettivi dichiarati: bilancio e salute pubblica

    Un portavoce del ministero, rispondendo a una richiesta di chiarimenti, ha indicato che la bozza è orientata anche «alla protezione della salute pubblica» e risulta coerente con l’obiettivo di ridurre il tasso di fumatori tra i giovani e gli adulti. Al tempo stesso, ha sottolineato come il consolidamento del bilancio statale attraverso il rafforzamento delle entrate fiscali rappresenti una priorità politica, e che l’aumento delle accise sul tabacco rientra in questo quadro.

    Dal punto di vista finanziario, il ministero stima entrate aggiuntive crescenti anno dopo anno: circa 756 milioni di euro nel 2027, 1,6 miliardi nel 2028, 2,5 miliardi nel 2029 e 3,6 miliardi nel 2030. Si tratta di proiezioni contenute nella bozza e da considerarsi stime soggette a revisione.

    Il contesto: la Germania è tra i paesi con le sigarette più economiche d’Europa

    Secondo i dati forniti dall’Associazione tedesca dei produttori di sigarette (Deutscher Zigarettenverband), nel 2024 una confezione da venti sigarette costava in Germania in media 7,33 euro. In Francia, nello stesso periodo, lo stesso prodotto raggiungeva i 12,07 euro. Il divario è significativo e da tempo viene segnalato dagli esperti di salute pubblica come un fattore che favorisce il consumo di tabacco, in particolare tra i più giovani.

    Le entrate derivanti dall’accisa sul tabacco in Germania si erano mantenute stabili tra i 14,1 e i 14,9 miliardi di euro nel periodo 2011-2023, prima di salire a 15,6 miliardi nel 2024 e a 17,4 miliardi nel 2025. L’incremento degli ultimi due anni riflette in parte già la dinamica dei prezzi e dei consumi.

    E in Italia? Le prospettive per il mercato italiano

    Il piano tedesco riapre inevitabilmente il dibattito su un tema ricorrente anche nel contesto italiano. In Italia, le accise sui prodotti del tabacco sono disciplinate dal Testo Unico sulle Accise (TUA) e vengono periodicamente aggiornate. Anche nel nostro paese la pressione fiscale sui tabacchi è salita negli ultimi anni, benché i prezzi medi rimangano inferiori alla media dell’Europa occidentale: secondo dati Eurostat, nel 2024 una confezione da venti sigarette costava in Italia attorno agli 5-6 euro per i marchi di fascia media.

    Al momento, non risultano — sulla base delle fonti disponibili — annunci ufficiali da parte del governo italiano di un piano strutturato di aumenti delle accise sul tabacco paragonabile a quello tedesco. Tuttavia, le pressioni convergono su più fronti: il fabbisogno di entrate per sostenere la spesa sanitaria e previdenziale, le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in favore di una fiscalità più elevata sui prodotti nocivi, e il confronto con i prezzi praticati nei principali paesi partner europei rendono plausibile che il tema torni all’ordine del giorno nelle prossime sessioni di legge di bilancio. Va precisato che, allo stato attuale, si tratta di una valutazione di contesto e non di una misura in discussione: eventuali sviluppi andrebbero verificati con fonti governative italiane aggiornate.

    Prossimi passi in Germania

    La bozza del ministero tedesco dovrà ora attraversare l’iter parlamentare e ottenere l’approvazione del Bundestag prima di diventare legge. Non è ancora noto il calendario preciso della discussione legislativa. Va ricordato che si tratta ancora di un documento di lavoro — non di una norma vigente — e che eventuali modifiche nel corso del dibattito parlamentare potrebbero alterare le cifre previste.

  • Italia senz’acqua e senza corrente, da Roma a Ischia a San Giuliano ai lidi di Ravenna: la fragilità delle reti nell’estate del caldo

    Italia senz’acqua e senza corrente, da Roma a Ischia a San Giuliano ai lidi di Ravenna: la fragilità delle reti nell’estate del caldo

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    Nella notte tra sabato e domenica, mentre l’Italia affrontava una delle prime ondate di caldo intenso della stagione estiva, migliaia di cittadini si sono ritrovati simultaneamente senza luce, senza internet e senza acqua corrente. Non in un singolo luogo, ma in più angoli della penisola: Roma, Ischia, San Giuliano Milanese, i lidi ravennati. Un mosaico di disservizi che, messi insieme, restituisce il ritratto di un paese la cui infrastruttura di base fatica a reggere anche solo il peso di una normale serata estiva.

    Roma Est al buio digitale: 30mila famiglie isolate

    La fonte primaria di questa cronaca è la periferia orientale della Capitale. Tra il tardo pomeriggio e la notte di sabato, un’area estesa da Centocelle a Villa Gordiani, dal Collatino fino a Morena, è rimasta praticamente tagliata fuori: niente internet fisso, connessione mobile intermittente o assente, e in alcune zone anche blackout elettrici. Secondo le segnalazioni raccolte da più testate locali, il disservizio avrebbe coinvolto fino a 30mila famiglie.

    Le cause ufficiali non sono state comunicate da alcun operatore. Tra i residenti circolava l’ipotesi di un guasto alla centralina di Open Fiber. Quello che è certo è l’effetto a cascata: i pos dei negozi erano fuori uso, i bancomat inaccessibili, WhatsApp irraggiungibile. Il tam tam si è svolto alla vecchia maniera, con le telefonate vocali e il passaparola tra vicini. I centralini di Tim, Vodafone e Iliad sono stati assaliti da utenti in cerca di risposte che non sono arrivate. Solo alle prime luci dell’alba di domenica 21 giugno il servizio è tornato normale.

    Ischia al buio: il centro dialisi regge grazie ai generatori

    Nella stessa serata di sabato, poco dopo le 21, un doppio guasto alle condutture della rete elettrica ha lasciato circa 2.500 utenze del Comune di Ischia senza corrente. La situazione si è fatta subito seria: tra le utenze colpite c’era anche un centro dialisi, che ha dovuto attivare i generatori d’emergenza per garantire la continuità delle terapie. Il Prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha convocato il Centro Coordinamento Soccorsi con sindaco, vigili del fuoco, forze dell’ordine, ASL Napoli 2 Nord, servizio 118 e referenti di E-Distribuzione.

    I tecnici di Enel hanno operato tutta la notte. Il servizio è stato ripristinato alle 2.30 di domenica, dopo circa cinque ore di buio. Nella mattinata successiva è arrivata sull’isola, col primo traghetto da terraferma, una power station mobile che resterà a disposizione per tutta la stagione estiva — misura precauzionale che da sola dice molto sullo stato di salute delle reti in un territorio insulare e turistico.

    San Giuliano Milanese: i cavi fondono per il caldo

    Anche il hinterland milanese ha vissuto un weekend da dimenticare. A San Giuliano Milanese i blackout sono iniziati già venerdì sera, per poi aggravarsi nella notte tra sabato e domenica. Secondo quanto comunicato dal sindaco Marco Segala, la causa sarebbe la fusione dei cavi interrati in almeno dieci tratti del territorio, provocata dalle temperature elevate e dall’impennata dei consumi per i condizionatori. Una stima parla di circa 20mila cittadini rimasti senza corrente elettrica per quasi 12 ore consecutive domenica 21 giugno.

    L’assenza di elettricità ha trascinato con sé tutto il resto: niente acqua corrente (le pompe si sono fermate), niente internet, semafori in tilt, supermercati e bar chiusi. I residenti hanno iniziato a svuotare frigo e freezer. I tecnici della società Duereti hanno scavato nelle strade sotto il sole per individuare e sostituire i tratti danneggiati. Parallelamente, l’amministrazione comunale ha invitato i cittadini a segnalare i danni agli elettrodomestici per eventuali richieste di risarcimento.

    I lidi ravennati a secco: il terzo guasto in due mesi

    Qualche giorno prima, il 16 giugno, un duplice guasto alla condotta idrica di via Baiona a Ravenna aveva lasciato senz’acqua Marina Romea, Porto Corsini e Casal Borsetti per l’intera giornata. I tecnici del Gruppo Hera, inizialmente ottimisti su una risoluzione entro le 12, hanno dovuto posticipare più volte: prima alle 16, poi alle 20, infine alle 22. La riparazione si è conclusa solo attorno alla mezzanotte.

    Non si è trattato di un episodio isolato. Come ha denunciato Orio Rossi, presidente della Pro Loco di Porto Corsini, quello di giugno era già il terzo guasto in due mesi sulle stesse reti. “Chiedo all’Amministrazione di smettere di essere ostaggio di queste aziende”, ha detto Rossi, lamentando anche che le autobotti sostitutive siano arrivate solo nel pomeriggio, quando il disagio per residenti, turisti e persone fragili era già in corso da ore. Lunedì 22 giugno era già programmata un’ulteriore interruzione per lavori di ottimizzazione nella zona di Brisighella, con un’autocisterna a disposizione a Fognano.

    La fragilità della civiltà: quando manca la corrente, manca tutto

    Messi insieme, questi episodi disegnano qualcosa di più preoccupante di una semplice cronaca di disservizi estivi. Rivelano la struttura su cui poggia la nostra civiltà: una catena di dipendenze reciproche — elettricità, acqua, internet, pagamenti elettronici, comunicazioni — in cui il cedimento di un anello travolge tutti gli altri.

    Non occorre immaginare scenari catastrofici da romanzo distopico per capire quanto sottile sia questa membrana. Basta un’ondata di caldo che fonde i cavi interrati, una condotta idrica che si rompe in tre punti contemporaneamente, un nodo di rete che si guasta in periferia. Bastano poche ore perché decine di migliaia di persone non possano fare la doccia, pagare al supermercato, cucinare, comunicare, o — come nel caso del centro dialisi di Ischia — ricevere cure salvavita.

    La questione non è nuova. Economisti e analisti del rischio sistemico richiamano da anni il concetto di “cigno nero” — un evento imprevisto e ad alto impatto che rivela la fragilità nascosta di sistemi complessi — applicato alle infrastrutture critiche. Libri come The Black Swan di Nassim Taleb, o studi sulla dipendenza delle economie avanzate da risorse come il petrolio e l’elettricità, avvertono da tempo che la complessità tecnologica, lungi dal renderci più sicuri, moltiplica i punti di cedimento potenziale. La nostra dipendenza digitale è totale, ma le infrastrutture che la reggono hanno l’età di decenni fa.

    Il caldo record di questo giugno 2026 ha funzionato da stress test naturale. Ha mostrato che le reti elettriche del hinterland milanese non reggono un picco di consumi estivi. Che le condotte idriche della costa romagnola si rompono ripetutamente in alta stagione turistica. Che un guasto a una centralina di Roma Est può tagliare fuori dal mondo decine di migliaia di persone per una notte intera. Che un’isola come Ischia — meta turistica tra le più visitate del Mezzogiorno — non ha riserve energetiche autonome sufficienti a coprire nemmeno cinque ore di emergenza senza attivare un coordinamento prefettizio.

    La domanda che rimane, dopo questo fine settimana, è semplice: se un’ondata di caldo basta a mettere in ginocchio quartieri interi di grandi città, cosa succederebbe in presenza di un evento davvero straordinario?

  • California, faglie di San Andreas e San Jacinto ai massimi di stress da mille anni. Big One alle porte?

    California, faglie di San Andreas e San Jacinto ai massimi di stress da mille anni. Big One alle porte?

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    Le faglie di San Andreas e San Jacinto, nella California meridionale, hanno raggiunto — e in alcuni segmenti superato — i livelli di stress tettonico più elevati degli ultimi mille anni. È la conclusione di una ricerca internazionale coordinata dall’Università delle Hawaii a Mānoa, con la collaborazione dell’Università di Berna e dell’U.S. Geological Survey, pubblicata sulla rivista Journal of Geophysical Research: Solid Earth. Lo studio combina un modello fisico tridimensionale con circa un millennio di storia sismica ricostruita da sedimenti, datazioni al radiocarbonio, anelli di accrescimento degli alberi e documentazione storica, arrivando a una stima del carico accumulato nelle rocce con un dettaglio senza precedenti.

    Che cos’è la “porta sismica” al Cajon Pass

    Uno degli elementi più rilevanti della ricerca riguarda il Cajon Pass, un valico montano a nord-est di Los Angeles dove le due faglie si avvicinano fino quasi a congiungersi. I ricercatori lo descrivono come un vero e proprio “earthquake gate” — una porta sismica — capace di comportarsi in modo radicalmente diverso a seconda delle condizioni di carico. In alcuni scenari, questo punto blocca la propagazione di una frattura, confinandola a un’unica faglia e limitando così l’estensione del sisma. In altri scenari, se i livelli di stress sulle due faglie sono simili e sincronizzati, la rottura può attraversare il Cajon Pass e coinvolgere simultaneamente entrambi i sistemi, generando un evento molto più esteso e potenzialmente più distruttivo.

    Il meccanismo: carico critico e doppia rottura

    L’ultimo grande terremoto che ha interessato il tratto meridionale della faglia di San Andreas è stato quello di Fort Tejon, nel 1857, con magnitudo 7.9. Da allora — oltre 160 anni — la pressione tra la placca pacifica e quella nordamericana ha continuato ad accumularsi senza un rilascio di pari entità. Gli autori dello studio definiscono questa condizione come uno “stato di carico critico”. Il modello ha identificato due scenari principali: nel primo, lo stress sulle due faglie aumenta in modo sincronizzato fino a valori speculari, favorendo una rottura congiunta e un terremoto di magnitudo particolarmente elevata; nel secondo, le tensioni evolvono in modo asincrono e la frattura si arresta alla giunzione del Cajon Pass, dissipando l’energia senza propagarsi ulteriormente.

    Le aree che rischiano di essere investite da un eventuale evento congiunto includono Los Angeles, San Bernardino, Riverside e la Coachella Valley, oltre alle principali infrastrutture — autostrade, linee ferroviarie, reti energetiche — che transitano proprio attraverso il Cajon Pass.

    Cosa lo studio dice e cosa non dice

    Gli stessi autori sono espliciti nel delimitare la portata delle proprie conclusioni: la ricerca non costituisce una previsione di un terremoto imminente, né fornisce indicazioni su quando potrebbe verificarsi il prossimo grande sisma. Si tratta invece di una valutazione dello stato fisico attuale del sistema di faglie, utile per affinare le stime del rischio sismico, migliorare la pianificazione urbana e aggiornare i piani di emergenza. Secondo quanto riportato dal Journal of Geophysical Research, i dati emersi dalla modellazione saranno integrati dalle autorità competenti nelle valutazioni operative del rischio per la California meridionale.

    Il modello sviluppato è applicabile anche ad altri sistemi complessi di faglie presenti nel resto del mondo, aprendo prospettive di ricerca più ampie per la sismologia internazionale.

    Il contesto: la faglia di San Andreas e il “Big One”

    La faglia di San Andreas è una delle strutture geologiche più studiate al mondo: si estende per oltre 1.000 chilometri e segna il confine tra la placca pacifica, in movimento verso nord, e quella nordamericana, in movimento verso sud. Il suo sistema genera ogni anno migliaia di terremoti. Da decenni la comunità scientifica discute del cosiddetto “Big One“, espressione giornalistica con cui si indica un terremoto di magnitudo superiore al settimo grado della scala Richter in grado di colpire zone densamente abitate. Il nuovo studio non ne annuncia l’arrivo, ma offre la fotografia più precisa mai realizzata dello stato di carico delle faglie, aggiungendo un tassello significativo alla comprensione dei meccanismi che regolano i terremoti più distruttivi.


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  • Abolire quasi tutte le carceri: la proposta dell’ex direttore Galli

    Abolire quasi tutte le carceri: la proposta dell’ex direttore Galli

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    Un ex direttore di carceri che chiede di abolire quasi tutte le prigioni. Non è un paradosso, ma la posizione di Thomas Galli, avvocato tedesco che per quindici anni ha gestito istituti di pena in Germania, tra cui quello di Zeithain, in Sassonia. In un’intervista al quotidiano tedesco Welt, Galli ribadisce una tesi che porta avanti da anni: le celle producono, nella stragrande maggioranza dei casi, più danni che benefici, tanto per i detenuti quanto per la società.

    Chi è Galli e cosa propone davvero

    Prima di tutto, è necessario capire esattamente cosa sostenga Galli, per evitare l’equivoco più immediato: non si tratta di rimettere in libertà stupratori e pedofili. La sua critica si concentra sulla composizione reale della popolazione carceraria, che — secondo i dati che cita con riferimento alla Germania — è formata per circa i due terzi da persone condannate per reati contro il patrimonio: furti, frodi, appropriazione indebita. In Germania, stando alle cifre riportate nel suo libro Weggesperrt (pubblicato nel 2020), ogni anno circa 50.000 persone finiscono in cella non perché abbiano commesso reati gravi, ma perché non riescono a pagare una multa.

    Per i casi più gravi — quelli che lui stesso definisce come persone «le cui azioni le hanno portate lontano dal comportamento umano» — Galli non esclude la privazione della libertà, ma immagina strutture residenziali sicure e aperte, dove i detenuti possano lavorare e mantenere una dignità umana, destinando quanto prodotto al risarcimento delle vittime.

    Il cuore della sua proposta è la cosiddetta giustizia riparativa: sostituire la logica della punizione — che a suo avviso non riduce la recidiva, non protegge meglio la società e non risarcisce le vittime — con percorsi che coinvolgano autori del reato, vittime e comunità. Assistenti sociali, psicologi, misure alternative come gli arresti domiciliari con controllo elettronico: strumenti che esistono già ma vengono usati in modo residuale.

    Galli è anche critico verso la narrazione pubblica attorno al carcere: «Molti pensano che in prigione ci siano principalmente stupratori e assassini», ha dichiarato in più occasioni, mentre la realtà statistica racconta tutt’altro. E sottolinea una sproporzione sociale: chi commette danni economici enormi — manager, banchieri, trafficanti di armi legali — raramente finisce dietro le sbarre, mentre un tossicodipendente che ruba una bottiglia di superalcolici rischia la detenzione.

    Il caso italiano: numeri che parlano da soli

    Le riflessioni di Galli trovano un terreno di riscontro immediato nella realtà italiana, che presenta uno dei tassi di sovraffollamento carcerario più alti d’Europa. Secondo i dati pubblicati dall’associazione Antigone — che dal 1998 conduce monitoraggi indipendenti sulle carceri italiane — alla fine di novembre 2025 negli istituti penitenziari italiani erano detenute 63.868 persone, a fronte di una capienza effettiva di 46.124 posti. Il tasso nazionale di sovraffollamento ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti che superano il 150% e alcuni che toccano punte superiori al 200%: a Lucca il tasso è del 247%, a Milano San Vittore del 231%, a Foggia del 215%.

    Mancano all’appello quasi 18.000 posti rispetto alle presenze effettive. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate da Antigone non vengono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona, previsti per legge. Oltre la metà degli istituti ha celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario del 2000 la preveda come obbligatoria. Nel 45,1% degli istituti manca l’acqua calda o si registrano condizioni igieniche inadeguate.

    La sofferenza psichica è un’emergenza concreta: l’8,9% dei detenuti visitati presentava una diagnosi psichiatrica grave e il 44,4% faceva uso di sedativi o ipnotici, spesso come strumento di gestione dell’ordine interno piuttosto che per reali necessità terapeutiche. Nel 2024 si sono registrati 91 suicidi, il dato più alto da quando esistono rilevazioni sistematiche in materia; nel 2025 i suicidi sono stati 79, su un totale di 238 decessi in carcere.

    Ad aggravare il quadro, il governo in carica ha introdotto, dalla sua entrata in funzione, oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, con 65 inasprimenti sanzionatori, secondo quanto riporta il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, pubblicato nel maggio 2026 e intitolato significativamente Tutto chiuso. Il risultato è un aumento della popolazione carceraria non correlato a un aumento della criminalità: nel primo semestre del 2025 i reati denunciati sono diminuiti del 4,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

    Armamenti sì, carceri no

    C’è un elemento che accomuna il dibattito tedesco portato avanti da Galli e quello italiano: la questione delle risorse. Le infrastrutture penitenziarie — come quelle sanitarie e quelle stradali — vengono sistematicamente sottofinanziate, mentre i bilanci della difesa crescono. Il piano carceri annunciato dal governo italiano per il 2025 avrebbe dovuto produrre 864 nuovi posti: il risultato è stato invece una perdita netta di 700 posti, anche a causa di eventi come l’incendio di San Vittore.

    Antigone segnala che il 38% dei detenuti italiani ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione. Queste misure, secondo le evidenze disponibili, riducono significativamente la recidiva e risultano meno costose della detenzione ordinaria. Ma restano eccezioni: solo il 3,7% dei detenuti lavora con datori di lavoro esterni e solo il 10,4% è coinvolto in percorsi di formazione professionale.

    Gli orizzonti nel prossimo futuro

    Il dibattito innescato dalle dichiarazioni di Galli si inserisce in un contesto europeo in cui la riflessione sulle alternative alla detenzione sta guadagnando spazio. In Italia, le prossime tappe saranno legate all’iter parlamentare dei DDL sicurezza 2025 e 2026, che secondo Antigone rischiano di aggravare ulteriormente il quadro. Le associazioni indipendenti continuano a chiedere un’inversione di rotta che rimetta al centro la funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione italiana.

  • Abbiamo la plastica nel sangue, nel cuore, nel cervello. Quasi 10 milioni di anni di vita sana persi per sempre.

    Abbiamo la plastica nel sangue, nel cuore, nel cervello. Quasi 10 milioni di anni di vita sana persi per sempre.

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    La plastica è presente in ogni angolo del pianeta: nelle acque più profonde, sulle vette più alte, nei tessuti umani. Secondo un rapporto pubblicato a dicembre 2025 dalla Pew Charitable Trusts — con il contributo dell’Imperial College London, dell’Università di Oxford e di altri partner — se le tendenze attuali non cambieranno, l’inquinamento plastico globale potrebbe più che raddoppiare entro il 2040. È questo lo scenario al centro di un’analisi pubblicata su Foreign Affairs da Winnie Lau, direttrice del progetto per la prevenzione dell’inquinamento da plastica e delle sostanze chimiche pericolose presso la Pew Charitable Trusts.

    I numeri della crisi

    La produzione mondiale di plastica è cresciuta del 13% negli ultimi cinque anni, attestandosi nel 2025 a circa 450 milioni di tonnellate metriche. Se il ritmo attuale non viene modificato, secondo le stime Pew quella cifra raggiungerà i 680 milioni di tonnellate nel 2040. L’inquinamento plastico — ovvero la plastica che finisce al di fuori di impianti di smaltimento o di riciclo — passerebbe da 130 a 280 milioni di tonnellate l’anno: l’equivalente di un camion pieno di plastica scaricato al suolo ogni secondo per un anno intero.

    Il tasso di riciclo rimane fermo a circa il 9%. Il resto viene bruciato, interrato in discariche o — nel 19% dei casi — non viene mai raccolto, finendo in strade, fiumi, mari e foreste. La capacità di gestione dei rifiuti cresce alla metà della velocità con cui aumenta la produzione di plastica. Entro il 2040, il costo annuale globale per raccogliere e smaltire i rifiuti plastici potrebbe arrivare a 140 miliardi di dollari.

    La salute umana nel mirino

    I danni non si limitano all’ambiente. Le microplastiche — particelle inferiori ai cinque millimetri — sono ormai rilevabili nel sangue, nel cervello, nel cuore e in altri organi umani. Secondo il rapporto Pew, i rischi per la salute associati alla produzione, al consumo e allo smaltimento della plastica potrebbero aumentare del 75% entro il 2040, con un impatto stimato in 9,8 milioni di anni di vita sana persi ogni anno a livello globale. La ricerca scientifica segnala possibili correlazioni tra l’esposizione alle microplastiche e l’aumento di patologie cardiovascolari, tumori, diabete e infertilità, sebbene i legami causali siano ancora oggetto di studio.

    Una revisione pubblicata su The Lancet nell’agosto 2025 ha stimato che le conseguenze sanitarie della plastica costano al mondo circa 1.500 miliardi di dollari l’anno, cifra che include costi diretti e indiretti legati a malattie, disabilità e decessi.

    Ad aggravare il quadro, la produzione e lo smaltimento della plastica contribuiscono in misura significativa alle emissioni di gas serra: le emissioni del sistema plastico globale crescerebbero dagli attuali 2,7 gigatonnellate a 4,2 gigatonnellate entro il 2040, l’equivalente delle emissioni annuali di un miliardo di automobili a benzina.

    Le soluzioni sul tavolo

    Il rapporto Pew non si limita a descrivere lo scenario peggiore: sostiene che una riduzione dell’83% dell’inquinamento plastico entro il 2040 è tecnicamente raggiungibile con strumenti già disponibili. Le leve principali identificate dagli autori comprendono la restrizione o il divieto delle plastiche monouso e di quelle difficilmente riciclabili, l’introduzione di sistemi di responsabilità estesa del produttore — che obbligano le aziende a contribuire ai costi di smaltimento — e l’incentivazione del riutilizzo dei prodotti al posto dell’usa-e-getta. I sistemi di riuso potrebbero, secondo le stime, ridurre di due terzi i rifiuti da imballaggio plastico.

    Sul piano industriale, si ipotizza anche una riformulazione chimica della plastica stessa, per ridurne la pericolosità e renderla più compatibile con i processi di riciclo. Secondo gli autori, queste politiche potrebbero generare milioni di nuovi posti di lavoro e produrre benefici economici netti.

    Il nodo internazionale

    Il contesto geopolitico rimane però complesso. I tentativi di negoziare un Trattato Globale sulla Plastica in sede ONU hanno incontrato ripetuti ostacoli. I colloqui dell’agosto 2025 a Ginevra si sono conclusi senza un accordo, con un gruppo di paesi produttori di petrolchimici — tra cui Cina, Russia, Iran e Arabia Saudita, secondo quanto riportato da NBC News — che avrebbe preferito puntare sul riciclo piuttosto che su tagli alla produzione. Oltre cento paesi sosterrebbero invece un trattato più ambizioso, ma la distanza tra le posizioni rimane ampia.

    Più di sessanta scienziati di fama internazionale, in una serie di lettere aperte pubblicate sulla rivista Cambridge Prisms: Plastics prima dell’ultimo round negoziale, hanno chiesto obiettivi vincolanti per ridurre la produzione plastica e per eliminare gli additivi chimici tossici, denunciando il rischio che le lobbies industriali e la mancanza di volontà politica rendano vano qualsiasi accordo.

    Il quadro potrebbe essersi aggiornato nei mesi successivi a queste pubblicazioni: eventuali sviluppi nelle trattative internazionali o nuove misure adottate dai singoli governi non sono riflessi nelle fonti disponibili, risalenti al periodo agosto 2025 – giugno 2026.

  • «Europe 2031»: lo scenario che allarma Bruxelles sul ritardo europeo nell’IA

    «Europe 2031»: lo scenario che allarma Bruxelles sul ritardo europeo nell’IA

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    Un gruppo di ricercatori nel campo dell’intelligenza artificiale, analisti di think-tank e investitori ha reso pubblico un documento di scenario dal titolo «Europe 2031», costruito come narrazione speculativa che descrive come l’Europa potrebbe perdere rilevanza strategica e tecnologica nel giro di cinque anni a causa del proprio ritardo nello sviluppo dell’IA. Il testo, pubblicato il 16 giugno 2026, si è diffuso rapidamente negli ambienti istituzionali europei, arrivando a essere citato — stando a quanto riferito dagli stessi autori — in incontri diplomatici tra funzionari britannici e tedeschi e nelle discussioni di alcuni parlamentari europei.

    Il contenuto del documento

    Lo scenario si svolge attraverso la prospettiva di un’immaginaria funzionaria europea di Bruxelles e racconta come tre errori di valutazione compiuti nel 2025 avrebbero innescato una spirale negativa: la sottovalutazione della velocità di avanzamento dell’IA, della profondità del suo impatto sistemico e la sovrastima della capacità europea di recuperare il divario.

    Nello scenario immaginato dagli autori, tra il 2026 e il 2031 si succederebbero: un’ondata di attacchi ransomware scatenati da modelli AI disponibili liberamente, un sistema di razionamento americano dell’accesso alle infrastrutture di calcolo differenziato per paese, l’acquisizione da parte di aziende statunitensi di produttori europei in difficoltà nel settore automobilistico e manifatturiero, e una crescita del debito pubblico accompagnata da spinte centrifughe all’interno dell’Unione. Il documento si chiude con tre opzioni che definisce «tutte scomode»: diventare di fatto un protettorato americano, orientarsi verso la Cina oppure isolarsi.

    Gli autori citano come riferimento lo scenario «AI 2027» ma precisano che «Europe 2031» è un’opera indipendente. Tra i contributori figurano Daan Juijn della Fondazione Arq di Bruxelles, Stan van Baarsen del Delta Institute, Judith Dada di Visionaries Club, Lily Stelling dell’Oxford Martin AI Governance Initiative, Philip Fox del KIRA Center, Alex Petropoulos sempre di Arq Foundation e Michiel Bakker del MIT e Google DeepMind. Tutti dichiarano di aver partecipato a titolo personale. Il giornalista scientifico Tom Chivers ha contribuito alla forma narrativa del testo.

    La risposta europea e il contesto

    Il documento è stato pubblicato un giorno prima che l’amministrazione Trump annunciasse restrizioni all’accesso da parte di «stranieri» al modello AI «Fable» sviluppato da Anthropic — una circostanza che gli autori ritengono confermi almeno in parte le premesse del loro ragionamento. Il co-autore Maximilian Negele, ex ricercatore della RAND Corporation, ha dichiarato al Guardian di vedere nello sviluppo europeo «un tamponamento a rallentatore».

    La principale proposta concreta del documento riguarda la costruzione accelerata di data center europei, preferibilmente in zone dedicate dove pianificazione e approvvigionamento energetico siano semplificati. Alex Petropoulos, co-autore, sostiene che l’offerta globale di data center è strutturalmente rigida e che la domanda europea deve manifestarsi con urgenza.

    Non mancano però le voci critiche. Nicolás Casares, eurodeputato spagnolo, ha commentato che alcune delle situazioni descritte potrebbero effettivamente verificarsi, pur ritenendo che «gli autori alzino un po’ troppo gli allarmi per richiamare l’attenzione». Ha poi sollevato una domanda più sostanziale: «Qual è il valore aggiunto di avere data center di OpenAI o Anthropic in Europa? Stiamo acquistando una narrativa secondo cui servono molti data center per non perdere la corsa all’IA. Ma questo è contraddittorio: stiamo spianando la strada a infrastrutture che useranno loro».

    Anche il Guardian, che ha dedicato un’analisi al fenomeno, osserva come alcuni dei dati citati nel documento — tra cui accordi multimiliardari tra OpenAI, Nvidia e Oracle — siano nel frattempo saltati o si siano rivelati incerti, il che pone interrogativi sull’attendibilità delle premesse fattuali dello scenario.

    Il rischio cyber come conferma indiretta

    Parallelamente alla diffusione del documento, il tema del ritardo europeo nell’IA trova riscontri concreti sul fronte della sicurezza informatica. Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, ha recentemente avvertito gli istituti bancari del continente che l’intelligenza artificiale consente oggi di condurre attacchi informatici in poche ore, contro le settimane necessarie in precedenza. Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, ha dichiarato all’Espresso che «in una fase pre-bellica come quella attuale, cfr: [L’Europa si prepara alla Guerra entro il 2030] il ritardo europeo su IA rispetto a Stati Uniti e Cina è un rischio enorme».

    Il nodo della credibilità e il dibattito aperto

    Il documento si inserisce in un genere ormai consolidato di scenari speculativi sull’IA che, pur prodotti da figure non necessariamente di primo piano, raggiungono i livelli più alti della policy. Il precedente «AI 2027», che culminava con una superintelligenza che elimina l’umanità, era stato letto dal vicepresidente americano JD Vance. Il valore di questi esercizi intellettuali resta controverso: da un lato stimolano la riflessione strategica, dall’altro rischiano di semplificare dinamiche complesse o di fare previsioni basate su dati incerti.

    Gli autori di «Europe 2031» stessi anticipano questa obiezione, incorporando nella narrativa i dubbi di chi ritiene l’IA una bolla speculativa, per poi mostrare come i personaggi che la pensano così finiscano per avere torto. Una scelta narrativa che, a seconda dell’angolazione, può essere letta come onestà intellettuale o come una forma di immunizzazione preventiva alle critiche.

    I prossimi sviluppi attesi riguardano le risposte istituzionali europee: il Parlamento europeo e la Commissione stanno discutendo le priorità di investimento in infrastrutture digitali, mentre la BCE prosegue il proprio lavoro di sensibilizzazione delle banche sui rischi cyber legati all’IA.

  • Infarto in diretta per Gago: operato d’urgenza nella notte, ora è stabile

    Infarto in diretta per Gago: operato d’urgenza nella notte, ora è stabile

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    Fernando Gago, 40 anni, allenatore argentino dell’Universidad de Chile ed ex centrocampista di Real Madrid e Roma, è stato colpito da un infarto nella serata di giovedì 19 giugno mentre teneva la consueta conferenza stampa post-partita. Il malore si è manifestato in diretta televisiva, davanti ai giornalisti riuniti per commentare la vittoria per 2-0 della sua squadra contro l’O’Higgins, valida per il campionato cileno. Gago è stato operato d’urgenza nella notte e, secondo quanto comunicato dal club, le sue condizioni sono attualmente stabili.

    Come si è svolto il malore

    Stando a quanto ricostruito dai media locali e riportato dall’ANSA, Gago si era presentato normalmente in sala stampa dopo il match. Aveva risposto a una sola domanda quando ha mostrato segni evidenti di dolore al petto: ha bevuto un sorso d’acqua, ha scambiato un cenno con lo staff e ha lasciato i microfoni. Le immagini della conferenza, riprese in diretta televisiva, hanno circolato rapidamente sul web alimentando la preoccupazione di tifosi e addetti ai lavori.

    Secondo quanto riferito dal portale cileno TNT Sports, Gago avrebbe già avvertito un malessere prima dell’inizio della partita, mentre si trovava ancora fuori dallo stadio. Nonostante gli fosse stato consigliato di consultare un medico, avrebbe scelto di dare la priorità alla gara. Il dolore sarebbe poi aumentato nel corso del match e si sarebbe reso pienamente evidente al termine della partita.

    L’intervento chirurgico e le condizioni attuali

    Trasferito in codice rosso in una clinica privata specializzata di Santiago del Cile, Gago è stato sottoposto a esami strumentali che hanno evidenziato una sindrome coronarica acuta. L’équipe medica ha deciso di intervenire chirurgicamente intorno alle tre del mattino di venerdì 20 giugno, con l’inserimento di uno stent coronarico per ripristinare il flusso sanguigno.

    L’Universidad de Chile ha diffuso una nota ufficiale attraverso i propri canali social per fare chiarezza sulla situazione: “Vi informiamo che il nostro allenatore, Fernando Gago, si sta sottoponendo a una serie di esami cardiovascolari e non dirigerà gli allenamenti. Fernando Gago è in buone condizioni ed è assistito dal nostro staff medico”. Il tecnico rimarrà ricoverato per ulteriori controlli e dovrà restare lontano dai campi di allenamento ancora per alcuni giorni.

    Chi è Fernando Gago

    Nato nel 1986 a Buenos Aires, Gago ha costruito la propria carriera da calciatore come centrocampista di impostazione. Cresciuto nel Boca Juniors, è approdato al Real Madrid nel 2007, dove ha militato fino al 2011. Ha vestito la maglia della Roma nella stagione 2011-12, quando sulla panchina giallorossa sedeva Luis Enrique. Ha poi giocato con Valencia, Vélez Sársfield e nuovamente Boca Juniors prima di appendere gli scarpini.

    Da allenatore, ha iniziato la propria carriera tecnica nel 2021 con l’Aldovisi in Argentina, passando poi per Racing Club, Guadalajara (Messico), Boca Juniors, Necaxa (Messico) e infine, dallo scorso marzo, l’Universidad de Chile. Con il club cileno occupa attualmente il terzo posto in classifica nel campionato locale, a due punti dall’Universidad Católica seconda e a dodici da Colo Colo capolista.


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  • Adinolfi al Roma Pride con bandiera israeliana: tensione e intervento della polizia

    Adinolfi al Roma Pride con bandiera israeliana: tensione e intervento della polizia

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    Momenti di tensione questo pomeriggio a Piazza della Repubblica, a Roma, in occasione della partenza del corteo del Roma Pride 2026. Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, si è presentato nei pressi del cinema The Space sventolando una bandiera israeliana e indossando una spilla con la stella di David, scatenando la reazione immediata di una parte dei manifestanti presenti.

    La folla ha circondato il politico inondandolo di cori e insulti: «Vattene via», «Criminale», «Delinquente», «Questa non è la tua piazza». Secondo quanto riferito da più fonti, alcuni partecipanti avrebbero anche tentato di strappargli di mano la bandiera. La situazione ha reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine, che hanno scortato Adinolfi fuori dall’area del corteo, restituendogli in seguito la bandiera israeliana.

    Allontanandosi dalla piazza, Adinolfi ha risposto ai contestatori con una battuta sarcastica — «È questa la piazza inclusiva?» — definendo poi chi lo aveva insultato e strattonato «fascisti arcobaleno». Poco dopo è stato raggiunto da Francesca Pascale, che si è unita a lui con uno striscione dei Gay Conservatori e Liberali. Il gruppo, che comprendeva anche esponenti della comunità iraniana, è stato scortato dalla polizia per garantirne l’incolumità.

    Le ragioni dichiarate da Adinolfi

    A margine dell’episodio, Adinolfi ha illustrato le motivazioni della sua presenza: «Non ho mai inteso provocare, ma solo portare le mie idee e la difesa degli omosessuali torturati, incarcerati e uccisi nei paesi islamici, che solo rifugiandosi nello Stato di Israele possono trovare un contesto che li accoglie». Il politico ha insistito sul tema della condizione della comunità LGBT+ in Medio Oriente: «Un omosessuale rischia la carcerazione o la morte a Gaza, che viene celebrata in questo Pride. Sono qui in difesa degli omosessuali trucidati e incarcerati».

    Adinolfi ha anche accusato gli organizzatori del Pride e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri di aver imposto all’associazione ebraica LGBT+ Keshet la partecipazione a piedi anziché con un carro dedicato, definendo tale scelta una forma di discriminazione e antisemitismo.

    La replica del Partito Gay

    Ben diversa la lettura fornita da Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay Lgbt+, secondo cui quella di Adinolfi sarebbe stata una provocazione deliberata: «Dopo anni di affermazioni contro le nostre famiglie e contro le persone LGBT+, si è presentato con una bandiera di Israele con l’unico scopo di provocare». Marrazzo ha precisato che diversi attivisti hanno collaborato con la polizia per ottenere l’allontanamento del politico, e ha spiegato che la questione non riguarda l’esclusione in sé, bensì la necessità di «evitare che il Pride venga utilizzato per finalità provocatorie o politiche estranee alla manifestazione».

    Un episodio nel segno delle contraddizioni

    L’intera vicenda condensa in pochi minuti alcune delle tensioni più irrisolte nel dibattito politico italiano: da un lato la questione della difesa dei diritti LGBT+ nei Paesi a maggioranza islamica — utilizzata qui come argomento pro-israeliano —, dall’altro la difficoltà di garantire spazi aperti a voci radicalmente diverse all’interno di un movimento che fa dell’inclusività la propria bandiera. Vale la pena ricordare che Adinolfi è da anni una delle voci più note dell’anticipo conservatore cattolico in Italia, da sempre critico nei confronti del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali.

    Mentre il corteo del Roma Pride 2026 proseguiva il suo percorso nel centro della capitale, le immagini dell’episodio si diffondevano rapidamente sui social, alimentando un dibattito destinato a protrarsi ben oltre la giornata odierna.


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