Mentre a Lucerna, nel cuore della Svizzera, prendevano avvio nella giornata di oggi, 21 giugno 2026, i primi colloqui tecnici diretti tra Stati Uniti e Iran — mediati da Qatar e Pakistan — il presidente Donald Trump lanciava da Washington minacce di una durezza difficilmente riscontrabile nella storia della diplomazia contemporanea. In un’intervista a Fox News e in una serie di post sul suo social Truth, Trump ha avvertito Teheran con parole inequivocabili: «Se chiudete lo Stretto di Hormuz, non avrete più un Paese. Vi faremo saltare in aria». Ha poi aggiunto che gli Stati Uniti, se necessario, potrebbero «prendere il controllo dello stretto», imponendo pedaggi e trattenendo il 20% del petrolio in transito.
Le dichiarazioni del presidente americano arrivano a pochi minuti di distanza dalle parole ottimistiche del vicepresidente JD Vance, che davanti alle telecamere all’hotel Bürgenstock, sul lago di Lucerna, si era detto soddisfatto dei primi contatti con la delegazione iraniana guidata da Mohammad Baqer Ghalibaf. «Abbiamo già fatto progressi nelle ultime ore», aveva dichiarato Vance, auspicando che i negoziati consentissero di «voltare pagina» in Medio Oriente.
Il contrasto stridente tra diplomazia e minacce
Il cortocircuito comunicativo è evidente e difficile da ignorare. Da un lato il numero due della Casa Bianca parla di «inizio storico» e invoca la cooperazione; dall’altro il presidente in persona minaccia la distruzione dell’Iran se non si piegherà alle sue condizioni. Una contraddizione che non è sfuggita alla controparte nel conflitto.
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tasnim, citando una fonte vicina al team negoziale, la delegazione di Teheran avrebbe abbandonato il tavolo in segno di protesta contro le dichiarazioni di Trump. Un diplomatico iraniano interpellato da Axios ha però smentito questa ricostruzione, precisando che «i colloqui sono ancora in corso». Lo stesso Ghalibaf, prima di sedersi al tavolo negoziale, aveva incontrato a Zurigo il premier pakistano Shehbaz Sharif e il comandante dell’esercito pakistano Asim Munir, nel tentativo di ottenere garanzie sull’attuazione degli impegni già presi da Washington nell’Accordo di Islamabad — in particolare sul cessate il fuoco su tutti i fronti. Stando ai media iraniani, intorno alle 16:00 i colloqui si sarebbero comunque interrotti per «consultazioni interne» da parte di Teheran.
La questione del Libano: Netanyahu e la tregua violata
Tra le urgenze sul tavolo figura anche il Libano, dove le operazioni militari non si sono mai davvero fermate nonostante gli accordi di cessate il fuoco annunciati in pompa magna nei mesi scorsi. Trump ha pubblicato su Truth un monito diretto a Teheran: «L’Iran deve impedire immediatamente ai propri alleati in Libano di causare problemi. Se non lo farà, colpiremo di nuovo, solo più forte».
Ma qui emerge una delle contraddizioni più clamorose dell’intero scenario: le violazioni della tregua in Libano non sono imputabili soltanto a Hezbollah. Secondo quanto documentato da diverse fonti internazionali, Israele — guidato dal premier Benjamin Netanyahu — ha reiteratamente condotto operazioni militari nel territorio libanese anche dopo la sottoscrizione degli accordi di cessazione delle ostilità, senza che Washington abbia mai formulato obiezioni pubbliche di analoga durezza. Il doppio standard applicato dall’amministrazione americana — durissima con i «proxy» iraniani, silenziosa sulle mosse dell’alleato israeliano — solleva interrogativi legittimi sulla reale volontà di costruire una pace stabile.
Gli accordi che non reggono e la parola che non vale più
È una dinamica che chi segue questi scenari aveva già segnalato: gli accordi vengono firmati, celebrati, sbandierati come conquiste storiche, e poi sistematicamente ignorati nel giro di settimane, se non di giorni. L’Accordo di Islamabad, richiamato dalla stessa delegazione iraniana come base per i negoziati attuali, sarebbe rimasto sulla carta nei suoi punti fondamentali. Il cessate il fuoco in Libano, più volte annunciato, più volte violato.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la posizione di Teheran: «Non stiamo cercando l’arma atomica, ma non rinunceremo al diritto all’arricchimento dell’uranio». Una posizione che lascia ampi spazi di trattativa, ma che deve fare i conti con interlocutori la cui affidabilità è messa in discussione da ogni dichiarazione pubblica di Trump.
Ghalibaf, nel frattempo, ha risposto alle minacce del presidente americano con toni altrettanto netti: «Trump stia attento a quello che dice. Il nostro esercito è pronto».
Il ruolo del Qatar
Il premier del Qatar, Sheikh Mohammed Al Thani, presente a Lucerna accanto a Vance e Sharif, ha esortato le parti a cogliere «un’opportunità storica» per la stabilità regionale e globale, promettendo che Doha «sosterrà la mediazione fino alla fine». Ottimismo istituzionale, certo. Ma la distanza tra le parole pronunciate nelle sale dell’hotel Bürgenstock e quelle sparate sui social dal presidente degli Stati Uniti suggerisce che il cammino verso un accordo stabile — ammesso che esista la volontà politica di percorrerlo — sia molto, troppo lungo. Con questi interlocutori, ogni firma rischia di valere meno della carta su cui è tracciata.
E intanto il mondo precipita ogni giorno di più verso un baratro dal quale non sa uscire con le proprie forze.









