Blog

  • Germania paralizzata: traffico ferroviario sospeso per crollo del sistema radio. Ripreso dopo ore, in tarda serata.

    Germania paralizzata: traffico ferroviario sospeso per crollo del sistema radio. Ripreso dopo ore, in tarda serata.

    Nella serata di martedì, la Germania si è ritrovata senza treni. Un guasto tecnico di vasta portata al sistema di comunicazione radio ferroviaria ha costretto Deutsche Bahn a sospendere l’intera circolazione su scala nazionale, bloccando sia i convogli a lunga percorrenza che quelli regionali e urbani. Lo ha confermato alla Dpa un portavoce dell’azienda ferroviaria tedesca, che ha parlato di un’interruzione che coinvolge i canali di comunicazione interni al gruppo.

    Al momento del guasto, i treni già in viaggio sono stati fermati nei punti ritenuti più sicuri o indirizzati verso la stazione più vicina per consentire ai passeggeri di scendere. Sul sito di Deutsche Bahn è comparso l’avviso che i servizi ferroviari erano «fortemente limitati o addirittura completamente sospesi», con effetti particolarmente gravi in Baviera.

    Il GSM-R fuori uso: cos’è il sistema che ha paralizzato tutto

    Al centro del problema c’è il GSM-R, acronimo di Global System for Mobile Communications – Railway, lo standard di telefonia mobile digitale basato sulla tecnologia 2G sviluppato specificamente per le comunicazioni ferroviarie europee. In Germania, questa rete radio dedicata copre decine di migliaia di chilometri di binari e garantisce lo scambio continuo di dati sul traffico e le comunicazioni vocali criptate tra macchinisti e centri di controllo a terra. Senza di esso, i treni non possono circolare in sicurezza.

    L’amministratrice delegata di Deutsche Bahn, Evelyn Palla — manager italiana originaria di Bolzano, chiamata a guidare le ferrovie tedesche pochi mesi fa — ha dichiarato alla Bild: «Stiamo cercando di far arrivare i treni nelle stazioni affinché i passeggeri possano scendere. Poi dobbiamo risolvere il problema che ancora non conosciamo». Una frase che fotografa con precisione la confusione delle prime ore: guasto accertato nella sua portata, causa ancora ignota.

    Caos su tutto il territorio: anche le compagnie private coinvolte

    Il collasso non ha riguardato soltanto Deutsche Bahn. Anche le compagnie ferroviarie private hanno subito le conseguenze. Metronom, tra le maggiori operatrici private del Paese, ha comunicato ai propri utenti che tutti i treni in viaggio erano stati fermati o diretti alla prima stazione disponibile, avvertendo di attendersi «lunghi ritardi e cancellazioni su tutte le linee». Il portavoce di Metropol, Simon Martens — che gestisce linee regionali tra Amburgo, Brema e Hannover trasportando ogni giorno oltre 120.000 passeggeri — è stato ancora più esplicito: «Riteniamo che non circolerà nulla stanotte». La compagnia ha consigliato ai propri clienti di non salire su alcun treno e di cercare mezzi di trasporto alternativi. A notte fonda, il traffico è stato ripristinato.

    Un altro segnale del declino tedesco

    Episodi come questo non avvengono nel vuoto. Come ho già raccontato nell’articolo “I tedeschi non ridono più“, la Germania sta attraversando una fase di progressivo logoramento sistemico che va ben oltre la singola emergenza ferroviaria. Il PIL ha registrato cali consecutivi nel 2023 (-0,3%) e nel 2024 (stimato -0,5%), l’industria automobilistica ha perso il 4,8% di produzione, i permessi edilizi sono crollati del 16,8% e i crediti deteriorati delle banche tedesche hanno registrato l’incremento assoluto più alto di tutta l’Unione Europea tra il primo trimestre 2023 e il terzo trimestre 2024.

    Sullo sfondo ferroviario, dopo decenni di sottoinvestimenti, che hanno portato a un calo della puntualità dei treni, la Germania sta cercando di modernizzare rapidamente la sua rete ferroviaria obsoleta attraverso ingenti investimenti pubblici. Una modernizzazione, però, che evidentemente non ha ancora raggiunto i suoi obiettivi: la rete resta agganciata a un’infrastruttura radio degli anni Novanta, il GSM-R appunto, rimasta in funzione proprio mentre si pianifica il passaggio ai sistemi di nuova generazione.

    La paralisi ferroviaria del 23 giugno si inserisce così in un quadro più ampio di fragilità strutturale: quella di un Paese che per decenni ha vissuto di rendita sulla solidità del proprio modello industriale e infrastrutturale, e che oggi si scopre vulnerabile su più fronti contemporaneamente — bancario, industriale, energetico e ora anche nei trasporti. I tecnici di Deutsche Bahn stanno lavorando per ripristinare il servizio, ma le domande più profonde sulla tenuta del sistema-Germania richiedono risposte che vanno ben oltre un guasto tecnico.

  • Euro digitale: la commissione approva, il M5S esulta: partirà nel 2029.

    Euro digitale: la commissione approva, il M5S esulta: partirà nel 2029.

    🔊 Ascolta l’articolo

    La commissione per gli Affari economici e monetari (Econ) del Parlamento europeo ha approvato oggi il mandato negoziale sul regolamento per l’euro digitale. Il voto, avvenuto nella sala dedicata ad Alcide De Gasperi, ha visto 43 eurodeputati favorevoli, 14 contrari e un astenuto. Il testo diventerà con ogni probabilità la base per i negoziati in trilogo — tra Parlamento, Consiglio e Commissione — che prenderanno il via il 13 luglio sotto la presidenza irlandese del Consiglio Ue. Se nessun gruppo politico raccoglierà le firme di almeno 72 deputati per richiedere il voto in plenaria, l’iter salterà il passaggio in Aula previsto per luglio: ma il gruppo dei Patrioti ha già annunciato l’intenzione di opporsi alla procedura accelerata, rendendo probabile il voto plenario, anche se di carattere sostanzialmente formale.

    Il percorso istituzionale prevede ora la sperimentazione con utenti reali a partire dal 2027, seguita da un periodo di adozione graduale di almeno 24 mesi, per arrivare al lancio ufficiale dell’euro digitale nel 2029 — sempre che i negoziati si concludano entro fine 2026, come auspicato dalla Banca centrale europea.

    Cosa prevede il testo approvato

    L’euro digitale non è una criptovaluta né una nuova moneta: è un equivalente elettronico del contante emesso dalla BCE, dotato di corso legale e utilizzabile sia online sia offline. Il mandato approvato dalla commissione Econ chiarisce che banconote e monete continueranno a circolare: l’euro digitale dovrà affiancarle, non sostituirle Ne ho parlato approfonditamente qui: “Arriva l’euro digitale: cos’è, come funziona e i rischi per i cittadini”.

    Tra le specifiche tecniche, il wallet digitale potrà essere caricato da conto corrente o in contanti, e funzionerà anche senza connessione internet, avvicinando un dispositivo o una card a un terminale. I pagamenti di base saranno gratuiti per i cittadini, e le commissioni a carico degli esercenti non potranno essere superiori a quelle attualmente applicate dai circuiti Visa, Mastercard o PayPal — la cosiddetta clausola «no worse-off». E già qui mi si consenta di aprire un inciso: abbiamo parlato di commissioni? Con le normali banconote non ci sono commissioni. Perché mai l’euro digitale dovrebbe svalutarsi ad ogni passaggio di mano? A favore di chi? Delle banche? Ma andiamo avanti: le microimprese con meno di 50 dipendenti e meno di dieci milioni di fatturato potranno essere esentate dall’obbligo di accettarlo, ma solo se non accettano già altri metodi di pagamento digitale.

    La BCE ha accolto con favore il voto, sottolineando che il pacchetto «tutelerà il contante in euro come mezzo di pagamento legale e darà forma all’euro digitale».

    La motivazione ufficiale: sovranità europea contro la dipendenza dai circuiti americani

    I sostenitori del progetto insistono sulla necessità geopolitica dell’operazione. Oltre due terzi dei pagamenti con carta nell’eurozona transitano oggi attraverso circuiti extraeuropei. Tredici dei venti Paesi dell’eurozona non dispongono di alcun sistema di pagamento domestico. In uno scenario di tensione politica o commerciale, l’interruzione di Visa o Mastercard renderebbe impossibili milioni di transazioni quotidiane (ho parlato proprio oggi del “Kill Switch”).

    «L’euro digitale previene rischi senza svantaggiare nessuno», ha dichiarato Giovanni Crosetto (Fratelli d’Italia, Ecr), vice coordinatore del gruppo in Econ. «È una risposta al predominio di soggetti statunitensi nei pagamenti e, in prospettiva, all’avanzata delle stablecoin che aumenterebbero ulteriormente la presenza del dollaro negli scambi europei».

    Pasquale Tridico (M5S), unico relatore italiano del regolamento, ha definito il voto «una grande vittoria per cittadini e piccoli esercenti», aggiungendo che l’euro digitale «affianca il contante, non lo sostituisce, come qualcuno senza aver letto il regolamento continua a sostenere». Già, ma a differenza del contante, ad ogni passaggio di tasca vale sempre meno e le banche si arricchiscono sempre di più.

    Le domande che il mandato non chiude

    Il voto della commissione Econ non dissolve i nodi critici che accompagnano questo progetto fin dalla sua comparsa nell’agenda europea. La questione centrale non riguarda tanto le intenzioni dichiarate quanto l’architettura strutturale del sistema che si sta costruendo.

    Il contante ha una caratteristica che raramente viene messa a fuoco nei comunicati istituzionali: è anonimo, fisico e incondizionato. Una banconota non richiede l’approvazione di un algoritmo, non si spegne con un blackout, non viene bloccata da una decisione amministrativa. L’euro digitale, per quanto dotato di garanzie di privacy rafforzate rispetto alla proposta originaria della Commissione, continuerà a esistere solo in forma elettronica e a dipendere da infrastrutture tecnologiche, intermediari abilitati, banche, app certificate.

    Questi punti di controllo oggi non esistono con il contante. Il fatto che il mandato approvato rafforzi le tutele sulla privacy è una risposta parziale, non una risposta definitiva. Le leggi cambiano, i governi cambiano, le maggioranze parlamentari cambiano. Una norma di garanzia approvata nel 2026 può essere modificata nel 2031.

    Il rischio della programmabilità e i precedenti recenti

    Uno dei punti più discussi dagli esperti critici riguarda la cosiddetta programmabilità della moneta digitale: la possibilità tecnica, insita in qualsiasi valuta elettronica, di imporre condizioni all’uso del denaro — scadenze, limitazioni per categorie di spesa, blocchi automatici. I promotori dell’euro digitale assicurano che nulla di simile è contemplato nel progetto europeo. Ma la possibilità tecnica esiste, indipendentemente da quanto prevede il regolamento attuale.

    Non è necessario ricorrere a scenari ipotetici per capire dove può condurre il controllo sulle infrastrutture di pagamento. Nel 2022, durante le proteste dei camionisti canadesi contro le misure anti-Covid, il governo di Justin Trudeau congelò i conti correnti di centinaia di manifestanti senza mandato giudiziario, avvalendosi della legge sulle emergenze. Mastercard e Visa sospesero i servizi verso GiveSendGo, la piattaforma di raccolta fondi usata dai protestanti. Nel 2021, PayPal aveva bloccato i conti di attivisti britannici critici di alcune politiche pubbliche.

    In tutti questi casi ad agire furono soggetti privati. L’euro digitale è uno strumento pubblico, gestito da una banca centrale. Ma il punto non riguarda solo le intenzioni dell’emittente: riguarda l’infrastruttura. Un sistema in cui ogni transazione passa attraverso intermediari certificati, wallet digitali e connessioni verificate è strutturalmente diverso da uno in cui il denaro cambia di mano fisicamente, senza lasciare traccia e senza richiedere il consenso di alcun intermediario.

    Stephen Bartulica, relatore ombra per il gruppo ECR, ha usato toni più cauti rispetto ai colleghi entusiasti: «Il contante deve rimanere una vera opzione. Dovremo monitorare con molta attenzione lo sviluppo pratico di questo progetto». Una posizione di prudenza che, alla luce dei precedenti, appare tutt’altro che infondata.

    Prossimi passi: trilogo da luglio, lancio atteso nel 2029

    Il dossier approderà in plenaria a luglio, probabilmente per un voto formale di conferma. Dopodiché si apriranno i negoziati in trilogo — Parlamento, Consiglio e Commissione — con l’obiettivo dichiarato di chiudere il regolamento entro la fine del 2026. La BCE avvierà poi i test pilota nel 2027, seguiti da un periodo di adozione graduale, per arrivare al lancio ufficiale intorno al 2029.

    La direzione è tracciata. Le garanzie, per ora, sono scritte sulla carta. Come verranno applicate — e quanto a lungo resteranno invariate — è una domanda che i cittadini europei hanno tutto il diritto di continuare a porre.

  • In Commissione Covid è guerra aperta. Il Pd: “interrogatori nei commissariati”. La Russa “nessuna irregolarità”.

    In Commissione Covid è guerra aperta. Il Pd: “interrogatori nei commissariati”. La Russa “nessuna irregolarità”.

    🔊 Ascolta l’articolo

    La Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid attraversa una fase di forte tensione politica. Il presidente del Senato Ignazio La Russa è intervenuto oggi per ribadire che non risultano irregolarità nei lavori della Commissione e che il presidente Marco Lisei ha dato rassicurazioni sul coinvolgimento delle forze di opposizione. I parlamentari di Fratelli d’Italia, dal canto loro, accusano le sinistre di fare ostruzionismo.

    Chiaramente dalla parte opposta si schiera il Partito Democratico. Francesco Boccia ha sostenuto che le parole di La Russa finirebbero per confermare le critiche già avanzate dall’opposizione sulla gestione delle deleghe e sull’organizzazione dei lavori. Una lettura che la maggioranza respinge con forza.

    Il punto di rottura: l’8 giugno 2026

    Tutto è precipitato la mattina dell’8 giugno scorso, quando i gruppi parlamentari di PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva hanno abbandonato in modo congiunto i lavori della Commissione, firmando una nota comune in cui denunciavano il superamento di quella che hanno definito «una linea rossa».

    Il motivo scatenante, stando a quanto riportato da diverse fonti, sarebbe stata la notizia che alcuni cittadini — verosimilmente coinvolti in attività o dichiarazioni oggetto di esame da parte della Commissione — sarebbero stati convocati e interrogati in commissariato. Per le opposizioni si tratterebbe di un uso distorto dello strumento parlamentare, trasformato da sede di accertamento della verità in strumento di pressione su privati. Per la maggioranza, invece, si tratta di procedure del tutto legittime.

    Il nodo riguarda in particolare la formula comparsa nella convocazione ufficiale della Commissione, dove alcuni soggetti risultavano «già ascoltati in sede di attività delegata». Secondo le opposizioni, dietro quella dicitura vi sarebbero stati veri e propri interrogatori svolti fuori dalla sede parlamentare, in un commissariato di polizia, da consulenti delegati dal presidente Lisei. La contestazione non riguarda quindi soltanto il merito delle testimonianze, ma il metodo: chi ha disposto quelle audizioni, con quale mandato, con quali garanzie per le persone ascoltate e con quale grado di conoscenza da parte dei commissari. La maggioranza sostiene invece che si tratti di un’attività istruttoria legittima, rientrante nei poteri della Commissione d’inchiesta.

    La denuncia politica riguarda dunque il fatto che una Commissione parlamentare chiamata ad accertare responsabilità pubbliche rischia di apparire, agli occhi di chi la contesta, come uno strumento di pressione, se cittadini privati vengono ascoltati in sedi di polizia prima del confronto pubblico in Commissione.

    Boccia avrebbe descritto la Commissione come «un plotone di esecuzione», secondo quanto riportato da Repubblica e La Stampa. Questo la dice lunga sul livello di scontro raggiunto.

    Curioso che il Partito Democratico non denunciasse “strumenti di pressione” sui cittadini che legittimamente sceglievano di non sottoporsi a trattamenti sanitari che consideravano inefficaci e rischiosi, e che per questo venivano sottoposti a continui tamponi, restavano fuori dai ristoranti, perdevano il lavoro e venivano dispersi con getti di acqua gelata. Quelle erano carezze, caro Boccia?

    Lisei non si dimette: «Non ho violato nulla»

    Il presidente della Commissione, Marco Lisei di Fratelli d’Italia, ha respinto ogni critica e ha escluso qualsiasi ipotesi di dimissioni. Secondo Lisei, le deleghe conferite per lo svolgimento delle audizioni sarebbero perfettamente legittime e nulla di quanto avvenuto violerebbe i limiti dell’organismo parlamentare. La sua posizione è che la Commissione deve poter lavorare e che le opposizioni stiano semplicemente evitando un confronto scomodo.

    Perché questa Commissione è importante

    Al di là dello scontro politico del momento, vale la pena ricordare perché la Commissione Covid esiste e cosa dovrebbe fare.

    L’organismo nasce per fare luce su una delle stagioni più controverse della storia recente del Paese: quella in cui milioni di italiani si sono visti limitare libertà fondamentali, lavoratori sono stati sospesi senza stipendio per non aver aderito all’obbligo vaccinale, famiglie sono state escluse da locali pubblici, manifestanti dispersi con idranti. Misure straordinarie che hanno prodotto ricorsi e, in alcuni casi, pronunce giudiziarie, ma per le quali non è ancora emersa una seria assunzione di responsabilità politica.

    È un punto che merita attenzione: molte delle forze che oggi si ritirano dai lavori sono le stesse che in quegli anni sostennero o votarono quelle misure. Questo alimenta legittimamente la domanda su quanto sia genuino l’interesse a fare piena chiarezza.

    Un tema cruciale che la Commissione dovrebbe affrontare riguarda anche i possibili conflitti di interesse tra soggetti che orientarono le scelte sanitarie e organismi con legami — diretti o indiretti — con l’industria farmaceutica. Su questo punto, per ora, non sono emerse risposte definitive.

    Non è chiaro se il ritiro delle opposizioni sia definitivo o se possa rientrare in tempi brevi. La Commissione potrebbe proseguire i lavori con la sola maggioranza, ma una configurazione del genere ne indebolirebbe il peso politico e la credibilità complessiva.

  • Il Kill switch che può spegnere l’Italia in pochi minuti.

    Il Kill switch che può spegnere l’Italia in pochi minuti.

    🔊 Ascolta l’articolo

    Il 12 giugno 2026, alle 17.21 ora della costa Est degli Stati Uniti, un funzionario del Dipartimento del Commercio americano ha firmato una direttiva e due modelli di intelligenza artificiale — Fable e Mythos di Anthropic — sono spariti per tutti gli utenti non americani nel mondo. In realtà, per tutti (tranne le grandi multinazionali americane), perché è difficile capire chi è americano e chi no, anche all’interno delle stesse aziende statunitensi. Nessun preavviso, nessuna trattativa, nessuna possibilità di ricorso immediato. Erano stati lanciati appena tre giorni prima. Il caso Fable non è una metafora: è la prima dimostrazione documentata che il cosiddetto kill switch tecnologico esiste, funziona e può colpire chiunque, compresi i Paesi alleati e, in particolare, un’Italia che non ha mai voluto costruire una propria indipendenza digitale.

    Cos’è successo con Anthropic e perché conta

    La direttiva firmata dal Segretario al Commercio Howard Lutnick si fonda sul principio del deemed export: condividere una tecnologia controllata con un cittadino straniero, anche all’interno del territorio americano, equivale giuridicamente a esportarla. Applicato a un modello di intelligenza artificiale, questo principio ha prodotto un risultato paradossale: persino gli ingegneri stranieri che lavorano negli uffici californiani di Anthropic sono stati tagliati fuori dal proprio strumento di lavoro. Tra loro Jan Leike, ricercatore tedesco di punta sull’allineamento dei modelli AI, da una settimana privato dell’accesso al sistema su cui lavora.

    Anthropic ha reagito disabilitando Fable per tutti. Ma il punto non è il merito tecnico della disputa. Il punto è che una decisione presa a Washington per ragioni interne americane ha bloccato senza preavviso un servizio che in Europa era già stato acquistato, pagato e messo in produzione.

    Un precedente non isolato: da Khan a Nayara Energy

    Il caso Fable non è il primo. Nel maggio 2025, dopo che l’amministrazione Trump aveva sanzionato il procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan tramite l’Executive Order 14203, questi aveva perso l’accesso al proprio account Microsoft Outlook. L’episodio aveva costretto la Corte — un’istituzione con sede all’Aia, con oltre 120 Stati membri e indagini attive su crimini di guerra in Ucraina, Sudan e Gaza — a prendere atto di dipendere dalla decisione di un’azienda privata soggetta alle leggi federali americane per la continuità delle proprie operazioni. La Corte ha poi deciso di migrare verso openDesk, una suite open source sviluppata da un ente di proprietà del governo federale tedesco.

    Analogo meccanismo ha colpito Nayara Energy, azienda petrolifera indiana inserita nelle liste sanzionatorie europee per i legami con Rosneft: Microsoft 365 è stato sospeso anche in quel caso, dimostrando che il problema non è esclusivamente americano. Lo strumento cambia — sanzioni OFAC, CLOUD Act, controlli sull’export — ma la logica è identica: un fornitore soggetto a una giurisdizione straniera può essere costretto a interrompere il servizio senza che le autorità locali possano intervenire.

    Come ha ammesso sotto giuramento davanti al Senato francese il 10 giugno 2025 Anton Carniaux, responsabile degli affari legali di Microsoft France: «Non posso garantire che i dati francesi non saranno acquisiti dalle autorità statunitensi». Una frase che smonta qualsiasi promessa commerciale di cloud sovrano proposta da vendor soggetti alla giurisdizione americana.

    L’Italia: una sovranità digitale che non esiste

    Mentre la Corte Penale Internazionale ha reagito con una migrazione concreta verso software europeo, l’Italia sembra incapace persino di riconoscere il problema nella sua dimensione reale. «Siamo una nazione a sovranità limitata, anzi limitatissima, dal punto di vista digitale e tecnologico», avverte Michele Colajanni, docente all’Università di Bologna e tra i massimi esperti italiani di sicurezza informatica, interpellato dal Fatto Quotidiano. «Ci vorranno vent’anni almeno per colmare la distanza tecnologica che ci separa dagli States, ma il percorso va intrapreso subito, senza esitazioni».

    I numeri danno la misura dell’esposizione. Secondo un rapporto di Proton, il 69% delle aziende italiane quotate in borsa si affida a provider americani per la posta elettronica. Nel settore energetico la quota sfiora il 90%; nei trasporti è al 76%; persino nel sistema bancario — tradizionalmente meno dipendente in altri Paesi europei — in Italia il dato supera il 73%. Il mercato europeo del cloud vale circa 112 miliardi di euro, ma oltre il 65% è controllato da tre soli operatori americani: Google, Microsoft e Amazon. Agli europei, secondo un rapporto del Parlamento Ue di dicembre 2025, resta il 13% del mercato.

    La risposta italiana ha prodotto un paradosso che rasenta il grottesco. Il Polo Strategico Nazionale, presentato come soluzione di «cloud sovrano» per le pubbliche amministrazioni italiane, si fonda su tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy. «Abbiamo fatto il cloud nazionale e sovrano, ma si basa sulla tecnologia americana», commenta Colajanni. «Sembra quasi uno scherzo e una presa in giro». La stessa Strategia cloud firmata da Palazzo Chigi e dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza nel 2021 metteva nero su bianco il rischio di «modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, che potrebbero determinare variazioni significative degli stessi, fino all’interruzione del servizio». Poi si è scelto di ignorarla.

    Processori, reti, hardware: le dipendenze che nessuno vuole vedere

    La questione va oltre il software. I processori dei computer su cui gira l’intera infrastruttura digitale italiana ed europea sono prodotti da aziende americane — Intel, AMD, Qualcomm — o da aziende taiwanesi sotto strettissima influenza politica e tecnologica americana come TSMC. Dentro un chip può succedere qualsiasi cosa: funzionalità nascoste, vulnerabilità introdotte deliberatamente, porte di accesso non documentate. Nessuno in Italia lo verifica, perché non ne avremmo la capacità tecnica.

    Non è fantascienza: è esattamente il ragionamento che ha spinto Vladimir Putin, già da almeno dieci anni, a investire sistematicamente in hardware e tecnologia di rete proprietaria. Scelta discutibile su molti fronti, ma dettata da una consapevolezza geopolitica precisa: chi dipende dall’infrastruttura altrui non è sovrano. L’Occidente ha deriso quella scelta per anni. Oggi, alla luce di Fable, di Khan e di Nayara Energy, quella derisione diventa amara.

    La leva del kill switch nelle trattative con Washington

    «Il rischio di kill switch pesa eccome, in ogni trattativa, soprattutto per chi non obbedisce ai diktat come l’Italia sulla base di Sigonella», dice Colajanni. Marina Natalucci, direttrice dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, aggiunge che «l’autonomia strategica europea va considerata una priorità: non soltanto come misura di sicurezza, ma anche come leva di crescita economica e di sviluppo industriale. In un contesto geopolitico sempre più instabile, tale dipendenza può trasformarsi in uno strumento di pressione».

    L’arma non deve necessariamente essere usata per essere efficace. Come la bomba atomica, basta che esista. Trump, presentando il caccia di sesta generazione F-47 nel marzo 2025, aveva detto esplicitamente che gli alleati ne avrebbero ricevuto una versione ridotta «perché un giorno potrebbero non essere più alleati». Con Fable, la riduzione è stata totale e immediata.

    La Commissione europea ha risposto il 3 giugno 2026 con l’adozione del Cloud and AI Development Act, che non disciplina l’uso dei modelli ma la sovranità sull’infrastruttura su cui girano. È un passo. L’Italia, intanto, non sembra voler nemmeno iniziare a camminare in quella direzione. Il dibattito politico interno si consuma in liti e riconciliazioni con Washington, mentre le fondamenta digitali del Paese restano in mani straniere, con un interruttore che nessun governo italiano controlla.

    Deloitte ha avvertito che «il differenziale di capacità tra Stati Uniti ed Europa rischia oggi di ampliarsi ulteriormente». Vent’anni per colmarlo, dice Colajanni. Ma il punto di partenza, almeno, richiederebbe la volontà politica di ammetterlo.

  • Nicolai Lilin: “i britannici bombardano la Russia”.

    Nicolai Lilin: “i britannici bombardano la Russia”.

    Missili da crociera britannici Storm Shadow hanno colpito la città russa di Voronezh, lanciati dal territorio ucraino. È questo il fatto al centro di un’analisi diffusa sul canale YouTube dell’autore e commentatore Nicolai Lilin, secondo cui dietro l’attacco non ci sarebbero soldati ucraini, bensì specialisti militari britannici operanti direttamente dal suolo ucraino. Una distinzione che, se confermata, sposterebbe radicalmente il profilo delle responsabilità belliche del conflitto.

    Stando a quanto sostenuto da Lilin nel video, il regime di Zelensky «non è abilitato a usare in maniera autonoma la gran parte delle armi altamente tecnologiche trasferite in Ucraina». I sistemi missilistici occidentali, in quanto piattaforme elettroniche complesse protette da codici di accesso riservati, richiederebbero operatori qualificati che solo i Paesi fornitori possiedono. Da qui la tesi centrale: «L’Ucraina di Zelensky è in pratica un territorio occupato dalla NATO», che utilizzerebbe il suolo ucraino come rampa di lancio contro la Federazione Russa, attribuendo poi le azioni all’esercito di Kiev.

    Dieci missili e uno stato di allerta

    Secondo il resoconto di Lilin, l’attacco avrebbe coinvolto dieci missili Storm Shadow diretti verso Voronezh. Le autorità locali avrebbero dichiarato lo stato di allerta missilistica, con sirene e colonne di fumo visibili in città. Il governatore avrebbe invitato la popolazione a cercare riparo e a non riprendere gli attacchi con dispositivi personali. Stati di allerta analoghi sarebbero scattati anche in regioni interne della Russia — Tatarstan, Saratov, Penza, Ul’janovsk — ben lontane dalla linea del fronte, a conferma, secondo Lilin, della volontà britannica di «colpire la Russia in profondità», posizione che Londra avrebbe già manifestato in sede G7.

    L’episodio sarebbe una risposta agli attacchi russi con missili ipersonici Kinzhal condotti nei giorni precedenti su Kiev e sulla base militare di Starokostiantyniv. Lilin ipotizza che quegli attacchi fossero mirati proprio agli specialisti NATO presenti sul territorio ucraino per gestire i sistemi missilistici occidentali. L’attacco su Voronezh sarebbe dunque, nella sua lettura, sia una rappresaglia sia un tentativo di generare «stanchezza di guerra» nella società russa.

    La crisi dell’Occidente e la guerra come strumento di potere

    L’analisi di Lilin non si ferma all’episodio militare, ma si allarga a una lettura sistemica della crisi occidentale. «L’Occidente collettivo si trova in una grave crisi politica, culturale, etica, morale, economica, militare», afferma nel video, individuando le radici del problema nel modello capitalista coloniale e predatorio che, a suo dire, avrebbe cominciato a scricchiolare già negli anni Settanta senza che le élite occidentali abbiano mai elaborato un’alternativa credibile.

    In questo scenario, Lilin richiama la memoria di intellettuali che avevano anticipato il declino: da Pier Paolo Pasolini, «incompreso e infine ucciso», al giornalista Giulietto Chiesa, che vent’anni fa prevedeva una guerra tra Occidente e Russia in Ucraina, l’esplosione del gasdotto Nord Stream e la progressiva subordinazione economica dell’Europa agli Stati Uniti. «All’epoca eravamo considerati complottisti — dice Lilin — oggi quelle previsioni si sono avverate al novantanove per cento».

    La soluzione adottata dagli oligarchi occidentali di fronte alla crisi sarebbe, nella sua tesi, quella della «catastrofe controllata»: una guerra continentale contro la Russia capace di trasferire denaro pubblico nelle casse del complesso militare-industriale e di consegnare alle élite una popolazione «decimata, impoverita e spaventata», dunque più facilmente governabile. «Organizzare una catastrofe controllata — afferma Lilin — perché non hanno alternativa e non hanno più nemmeno il tempo per trovarla».

    Kaliningrad, prossima miccia?

    Nel finale del video, Lilin individua in Kaliningrad la prossima potenziale zona di escalation. L’exclave russa sul Baltico, ex Königsberg, sarebbe oggi circondata da una significativa concentrazione di sistemi militari NATO. «Lì può scoppiare un vero terribile incendio», avverte, segnalando come le élite occidentali abbiano fretta di portare il conflitto oltre i confini ucraini prima che le tensioni interne alle società europee sfuggano al loro controllo.


    Fonti:

  • Taiwan si prepara alla guerra. Maxi esercitazioni contro attacco cinese, mentre la Cina ammassa truppe. Cosa rischiamo

    Taiwan si prepara alla guerra. Maxi esercitazioni contro attacco cinese, mentre la Cina ammassa truppe. Cosa rischiamo

    🔊 Ascolta l’articolo

    Taiwan ha avviato oggi una serie di esercitazioni militari su larga scala — le cosiddette Han Kuang — destinate a durare cinque giorni e progettate per simulare la difesa dell’isola da un potenziale attacco cinese. Non si tratta di una risposta simbolica né di una routine addestrativa: le manovre testano scenari di invasione reale, incluse risposte a blocchi navali, attacchi missilistici e tattiche della cosiddetta «zona grigia».

    Il ministero della Difesa taiwanese ha fissato come data di riferimento degli scenari simulati il 2027, anno che diversi servizi di intelligence occidentali — inclusa la CIA, secondo quanto riportato da analisti del settore — indicano come possibile finestra temporale per un’azione militare cinese. Non è la prima volta che questa data appare in documenti ufficiali di Taipei: il 2027 coincide con il centenario dell’Esercito popolare di liberazione cinese, un anniversario a cui Pechino attribuisce un peso simbolico e strategico.

    Una minaccia che si fa sempre più concreta

    Le esercitazioni di Taiwan non arrivano dal nulla. Negli ultimi sei mesi, la pressione militare cinese attorno all’isola ha raggiunto livelli senza precedenti. Tra maggio e giugno 2026, la marina di Pechino ha condotto ripetuti «pattugliamenti congiunti» intorno all’isola — il 1°, il 6, il 19 e il 25 maggio, quest’ultima data con oltre 100 navi schierate. Alcuni osservatori militari non leggono più questi dispiegamenti come semplici dimostrazioni di forza, ma come l’inizio di una progressiva presa di controllo de facto delle acque circostanti — uno schema già visto nel Mar Cinese Meridionale.

    Il precedente più rilevante risale al dicembre 2025, quando Pechino aveva condotto le esercitazioni denominate Justice Mission 2025, le più imponenti mai organizzate attorno a Taiwan: 89 aerei militari e 28 unità navali in un solo giorno, simulazioni di blocco portuale, attacchi a fuoco vivo e manovre anfibie. In quell’occasione, alcuni razzi erano caduti entro le 24 miglia nautiche dalle coste taiwanesi. Il ministro della Difesa di Taipei, Wellington Koo, aveva avvertito che «il tempo che ci vorrebbe alla Cina per passare da un’esercitazione al combattimento reale non è necessariamente lungo come pensavamo».

    Taipei all’Europa: «Siete già dentro questa crisi»

    L’allarme non è rivolto solo all’Asia. Nei primi giorni di giugno 2026, il viceministro degli Esteri taiwanese François Wu Chih-chung ha rilasciato un’intervista esclusiva a Euronews, di cui vi avevo raccontato qui, in cui ha formulato un avvertimento diretto ai governi europei: «Se la Cina attacca Taiwan, Francia, Europa, Stati Uniti e Giappone ne saranno tutti colpiti. Taiwan si troverà in una situazione terribile — ma anche voi».

    Wu ha portato cifre concrete: circa il 70% di tutti i semiconduttori mondiali viene prodotto a Taiwan, insieme al 95% dei chip più avanzati e al 100% di quelli per l’intelligenza artificiale. La sola TSMC controlla oltre il 90% della produzione globale di chip di alta gamma — componenti essenziali per automobili, difesa, smartphone e infrastrutture digitali europee. E non si tratta di dipendenza unidirezionale: le macchine per la fotolitografia vengono dai Paesi Bassi, le ottiche di precisione dalla tedesca Zeiss, i gas industriali dalla francese Air Liquide. «Tutta l’Europa è dentro quel centimetro quadrato di silicio», ha detto il diplomatico taiwanese.

    Wu ha anche citato un dato che raramente entra nel dibattito pubblico: oltre 60.000 container attraversano ogni giorno lo Stretto di Taiwan — una quantità che stima essere tre volte superiore al traffico combinato dei canali di Panama e di Suez. Un blocco militare cinese, anche senza invasione, paralizzerebbe rotte commerciali globali con effetti immediati sui porti europei.

    L’Europa assente, Mosca a fianco di Pechino

    Mentre Taipei cerca alleati e tenta di scuotere Bruxelles, lo scenario geopolitico attorno allo Stretto si fa più pesante. Nel dicembre 2025, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva dichiarato che Mosca sosterrebbe la Cina in caso di escalation, considerando Taiwan «parte integrante» della Repubblica Popolare e avallando — secondo quanto riportato da La Voce di New York — anche l’ipotesi di un ricorso alla forza.

    L’Europa, dal canto suo, non ha relazioni diplomatiche formali con Taipei, non vende armi all’isola dal 1991 e si è limitata finora a generici inviti alla «moderazione». Nel dicembre 2025, Bruxelles ha anche ritirato il ricorso al WTO contro le ritorsioni commerciali cinesi sulla Lituania — una mossa che può essere letta come pragmatismo o come arretramento di fronte alla pressione di Pechino, a seconda dei punti di vista.

    Il viceministro Wu ha scelto di evitare appelli alla solidarietà democratica e di ragionare invece in termini di interesse: «Perché la Francia dovrebbe proteggere Taiwan? Non siamo mai stati un paese francese. Ma la Francia ha interessi molto importanti nella regione, ed è un paese indo-pacifico».

    Tenere le antenne dritte

    Le esercitazioni Han Kuang si protrarranno fino al 26 giugno. Nei prossimi giorni si capirà se Pechino risponderà con nuove manovre — uno schema già visto in passato — o se sceglierà di attendere. Quel che è certo è che la dinamica di fondo non cambia: una potenza che aumenta sistematicamente la pressione militare, un’isola che si prepara allo scenario peggiore, e un’Europa che non ha ancora deciso se e come vuole contare in questa partita.

    Il presidente taiwanese Lai Ching-te ha già avvertito in passato che un attacco a Taiwan non sarebbe un evento isolato: potrebbe innescare un effetto domino su Giappone, Filippine e Corea del Sud — e da lì, attraverso le catene economiche e le alleanze, arrivare fino alle coste europee.

  • Addio a Vito Monaco, il «professore» di Canale Italia

    Addio a Vito Monaco, il «professore» di Canale Italia

    🔊 Ascolta l’articolo

    Vito Monaco, giornalista, direttore responsabile e volto storico di Canale Italia, si è spento lunedì 22 giugno 2026 all’età di 81 anni. Nato il 21 maggio 1945 nel barese, era residente da tempo ad Abano Terme, in provincia di Padova. Secondo quanto riportato dal Mattino di Padova, nelle ultime settimane le sue condizioni di salute si erano progressivamente aggravate a causa di seri scompensi cardiaci, fino al decesso avvenuto dopo un lungo ricovero.

    Una carriera costruita tra aule scolastiche e studi televisivi

    La storia professionale di Vito Monaco è quella di un uomo che ha saputo attraversare mondi diversi senza mai perdere il filo conduttore: la passione per la parola e per la comunicazione. Conseguita la maturità classica a Putignano, in provincia di Bari, si era laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Padova nel 1971. Aveva quindi trascorso anni nelle aule delle scuole medie padovane come insegnante — da qui il soprannome affettuoso con cui colleghi e telespettatori lo ricordano ancora oggi: «il professore».

    Il passaggio al giornalismo arrivò formalmente nel 1990, con l’ottenimento del titolo di pubblicista. Quattro anni dopo, nel 1994, fu nominato direttore responsabile delle testate giornalistiche di Serenissima TV prima, e di Canale Italia poi, ruolo che ha mantenuto per decenni.

    Il volto di «Notizie Oggi» e «Linea Sera»

    Nell’universo delle televisioni locali e nazionali del Nord Italia, Monaco ha costruito una presenza difficile da ignorare. Per trent’anni ha condotto Calciolandia, diventando un punto di riferimento per gli appassionati di sport della zona. Successivamente il suo nome si è legato soprattutto a Notizie Oggi — gestito insieme ad altri colleghi — e a Linea Sera, trasmissione settimanale del venerdì che lo ha visto protagonista per oltre quattro anni fino agli ultimi tempi.

    Canale Italia, la rete di cui Monaco era uno dei volti più riconoscibili, conta secondo i dati dell’emittente 25 canali e tre radio attive nel Nord Italia.

    Le onorificenze e lo stile «pungente ma chiaro»

    Nel corso della sua vita, Monaco aveva ricevuto alcune delle più alte onorificenze della Repubblica Italiana: il titolo di Cavaliere, conferito il 2 giugno 1985, a cui si erano aggiunti nel tempo quelli di Ufficiale e di Commendatore.

    Chi lo ha seguito negli anni ne ricorda uno stile diretto e analitico, mai disposto a semplificare per compiacere, eppure sempre capace di accompagnare il telespettatore nella lettura dei fatti con chiarezza. Un giornalismo «spiegato», come quello di un professore che vuole davvero farsi capire, non soltanto sentire.

    Un vuoto nel panorama dell’informazione televisiva

    La scomparsa di Vito Monaco lascia un vuoto nel mondo dell’informazione televisiva indipendente italiana. Per oltre tre decenni ha rappresentato, sugli schermi del Nord-Est e non solo, una voce riconoscibile in difesa di un’informazione che cercasse di leggere i fatti senza scorciatoie. Colleghi, telespettatori e quanti lo hanno incrociato nel corso della sua lunga carriera ne piangono oggi la perdita.

  • I tedeschi non ridono più: UniCredit all’attacco di Commerzebank. Ma non è merito dell’austerity, come vogliono farci credere. Ecco perché.

    I tedeschi non ridono più: UniCredit all’attacco di Commerzebank. Ma non è merito dell’austerity, come vogliono farci credere. Ecco perché.

    🔊 Ascolta l’articolo

    C’è qualcosa di storicamente significativo in quello che sta accadendo nel cuore del sistema bancario europeo. La Germania, per decenni arbitro indiscusso delle sorti finanziarie del continente, si ritrova oggi nella posizione inedita di preda. UniCredit, banca italiana guidata da Andrea Orcel, ha accumulato una partecipazione che sfiora il 30% in Commerzbank — il secondo istituto di credito tedesco — e il 5 maggio 2026 ha lanciato un’offerta pubblica di scambio volontaria per superare la soglia del 30% prevista dalla normativa tedesca sulle acquisizioni.

    Non è soltanto una vicenda di finanza aziendale. È il segnale di un cambio di paradigma che vale la pena leggere con attenzione, senza trionfalismi ma anche senza ingenuità.

    Il lungo corteggiamento di UniCredit a Commerzbank

    La storia di questo riavvicinamento è tutt’altro che lineare. Già nel 2024 UniCredit aveva cominciato ad acquistare azioni Commerzbank sul mercato, costruendo progressivamente una posizione di rilievo. A settembre di quell’anno, il cancelliere Olaf Scholz aveva definito la mossa dell’istituto italiano un «attacco ostile». Il management di Commerzbank, a partire dalla nuova amministratrice delegata Bettina Orlopp subentrata nel corso del processo, aveva ribadito più volte la volontà di mantenere l’indipendenza.

    Eppure, i numeri hanno continuato a lavorare. Nel primo trimestre 2026 Commerzbank ha chiuso con un utile operativo record di 1,4 miliardi di euro (+11% anno su anno) e un utile netto di 913 milioni, superiore alle attese. La banca ha rivisto al rialzo i propri obiettivi strategici fino al 2030, puntando a un RoTE del 21% e ricavi per 16,8 miliardi. Risultati che Orlopp ha usato come scudo contro l’offerta di UniCredit: «Ogni alternativa va valutata alla luce di questi obiettivi», ha dichiarato durante la conference call sui conti trimestrali.

    Tuttavia, Orcel ha risposto con numeri ancora più ambiziosi nel suo piano «Commerz Unlocked»: costi/ricavi al 37%, RoTE al 23%, con un taglio di 7.000 dipendenti e un alleggerimento della rete internazionale. La partita è aperta.

    Una fragilità strutturale che viene da lontano

    La domanda che vale la pena porsi è: come si è arrivati a questo punto? La risposta affonda le radici in scelte — o mancate scelte — che risalgono almeno al periodo post-crisi finanziaria del 2008. Commerzbank fu la prima banca commerciale tedesca a chiedere aiuto allo Stato durante la crisi globale. Il governo federale entrò nel capitale con una quota del 25% in cambio di un’iniezione di 10 miliardi di euro, una presenza che si è trascinata per oltre un decennio, rallentando ogni processo di modernizzazione e consolidamento.

    Mentre le banche italiane — spinte da pressioni normative, mercato e azionisti privati — attraversavano anni dolorosi di ristrutturazione, fusioni e ricapitalizzazioni, il sistema bancario tedesco restava parzialmente al riparo dietro la protezione politica. Il risultato secondo i giornali sarebbe evidente: gli istituti italiani sono oggi più agili, meglio capitalizzati e con una governance più orientata al mercato.

    Non è un caso che UniCredit non sia l’unica realtà straniera a muoversi in Germania. Il gruppo francese Crédit Mutuel Alliance Fédérale, attraverso la sua controllata TARGOBANK, ha acquisito Oldenburgische Landesbank (OLB), diventando così la decima banca più grande in Germania per patrimonio, con 79 miliardi di euro di attivi e 4,8 milioni di clienti.

    Il contesto macro: una Germania in difficoltà

    Il terreno su cui si gioca questa partita è reso ancora più scivoloso dalla situazione macroeconomica tedesca. Secondo i dati elaborati dall’Istituto economico tedesco (IW), entro la fine del 2025 circa 25.800 aziende tedesche potrebbero dichiarare fallimento — il doppio rispetto al 2021. Il PIL tedesco ha registrato cali consecutivi nel 2023 (-0,3%) e nel 2024 (stimato -0,5%), con una ripresa prevista solo per il 2026.

    L’industria automobilistica ha subito un calo della produzione del 4,8% nel 2024, il settore edilizio ha visto crollare i permessi di costruzione del 16,8%, e le industrie ad alta intensità energetica soffrono costi elevatissimi. Questo deterioramento si è riflesso sui bilanci bancari: gli NPL (crediti deteriorati) delle banche tedesche sono aumentati di 10,2 miliardi di euro tra il primo trimestre 2023 e il terzo trimestre 2024 — l’incremento assoluto più alto in tutta l’Unione Europea.

    La Germania non è più la locomotiva che trainava il continente. È diventata, almeno temporaneamente, un freno.

    Il ribaltone dello spread e la nuova architettura del debito italiano

    Mentre la Germania arranca, l’Italia ha compiuto un percorso in senso opposto sul fronte del debito pubblico. Tra il 2022 e il 2026, il Tesoro italiano ha raccolto oltre 142 miliardi di euro da piccoli risparmiatori attraverso strumenti come i BTP Italia, BTP Valore e BTP Più, coinvolgendo più di 5,3 milioni di contrattisti. Le famiglie e le imprese non finanziarie detengono oggi circa il 14,5% del debito pubblico — 458 miliardi di euro, il livello più alto dal 2014 — più del doppio rispetto ai 214 miliardi del 2022.

    Questa trasformazione ha un significato che va ben oltre la contabilità: il debito italiano è diventato strutturalmente più «sovrano», meno dipendente da un singolo grande acquirente istituzionale, e soprattutto meno vulnerabile alle speculazioni esterne.

    Non è difficile, in questo contesto, richiamare alla memoria i momenti più bui del 2011, quando lo spread italiano volò oltre i 500 punti base. Allora, i grandi istituti internazionali — e le ricostruzioni giornalistiche dell’epoca hanno a lungo citato il ruolo di Deutsche Bank in quelle settimane — contribuirono ad alimentare una spirale che costò all’Italia miliardi in interessi aggiuntivi e aprì la strada a stagioni di austerità. La scena di Merkel e Sarkozy che ridono davanti a un premier italiano in difficoltà è rimasta impressa come simbolo di un rapporto di forza che sembrava immutabile.

    Oggi quel rapporto di forza si è almeno in parte invertito. Ma perché? Merito dell’austerity, come dice Repubblica?

    La narrazione mainstream non regge. Ecco perché.

    La lettura mainstream dell’austerity che salva l’Italia si regge su una ben nota fallacia logica, spesso usata contro di noi: “post hoc ergo propter hoc“. Che le banche italiane siano oggi più solide è un fatto, ma che lo siano grazie all’austerità è un nesso causale indimostrato. La vera spinta alla ricapitalizzazione è venuta dalla vigilanza unica della BCE, che ha imposto le stesse regole a tutti, mentre l’austerità, al contrario, ha reso quel processo più lento e doloroso, deprimendo la domanda interna e alimentando proprio quei crediti deteriorati che le banche dovevano smaltire. Inoltre, la competitività odierna di UniCredit non è il frutto di una presunta ‘ginnica’ virtuosa italiana, ma è un’opportunità reattiva nata dal crollo del modello tedesco e dalle sue crisi energetica e industriale: è la Germania che è inciampata, non l’Italia che è volata.

    Soprattutto, l’austerità ha creato banche ‘agili’ perché hanno smesso di prestare all’economia reale italiana, impoverendo il tessuto produttivo che avrebbero dovuto finanziare. e impoverendo i cittadini; e il debito pubblico, finito nelle mani di milioni di piccoli risparmiatori, non è una prova di sovranità, ma un paradosso che espone le famiglie al rischio-Paese al posto dei grandi fondi. In definitiva, l’operazione Commerzbank è una rivincita personale di Orcel, non la prova che il rigore dei conti abbia rigenerato il Paese: se l’austerità avesse davvero fatto bene all’Italia, la nostra rinascita la racconteremmo attraverso fabbriche che riaprono e giovani che non emigrano, non attraverso una singola scalata bancaria in un Paese in difficoltà.

    Un consolidamento che non è ancora completato

    Il processo di fusioni e acquisizioni in Europa è comunque ancora in pieno svolgimento e non privo di rischi. L’Europa rimane un mercato frammentato, dove le barriere nazionali — normative, politiche e sindacali — ostacolano il consolidamento transfrontaliero. La resistenza di Berlino all’offerta di UniCredit ne è la dimostrazione più evidente: il governo tedesco, che detiene ancora una quota rilevante in Commerzbank, ha espresso riserve sull’operazione insieme ai sindacati dei lavoratori.

    Orlopp, dal canto suo, ha lasciato uno spiraglio aperto: «Siamo sempre disponibili a sederci al tavolo con UniCredit, ma vogliamo che venga riconosciuta la forza del nostro modello di business e che gli azionisti non cedano le proprie azioni senza un adeguato premio». Traduzione: la trattativa è possibile, ma il prezzo non è ancora quello giusto.

    Nei prossimi mesi si capirà se gli azionisti di Commerzbank, di fronte a due piani industriali concorrenti, sceglieranno la continuità o la svolta. La risposta ridisegnerà non solo i confini di un grande istituto bancario, ma i rapporti di forza tra i sistemi finanziari europei per i prossimi decenni.

  • Panetta (Banca d’Italia) invoca più integrazione europea: euro digitale e meno stati sovrani. Ma l’Europa oggi sembra solo l’ufficio vendite dell’industria delle armi.

    Panetta (Banca d’Italia) invoca più integrazione europea: euro digitale e meno stati sovrani. Ma l’Europa oggi sembra solo l’ufficio vendite dell’industria delle armi.

    🔊 Ascolta l’articolo

    Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha aperto questa mattina a Roma il workshop in memoria di Robert Mundell, organizzato da via Nazionale insieme all’Università LUISS e al CEPR (Centre for Economic Policy Research). Occasione accademica, certo, ma anche tribuna politica: le parole di Panetta vanno ben oltre il ricordo di un grande economista e disegnano una precisa agenda per l’Europa, fondata su tre pilastri — più integrazione, unione dei mercati di capitali, euro digitale — che merita di essere analizzata con occhio critico.

    La diagnosi di Panetta: l’Europa a un bivio

    Panetta ha citato una frase di Mundell del 1969 — «è tempo che gli europei si sveglino» — presentandola come straordinariamente attuale. Il governatore ha descritto un continente minacciato da guerre, rivalità geopolitiche, frammentazione economica e sfide tecnologiche legate all’intelligenza artificiale. Fin qui, una lettura condivisibile dello scenario.

    Il salto logico arriva però con le soluzioni proposte. Secondo Panetta, l’Europa deve agire su tre fronti: rilancio della crescita attraverso investimenti e riforme comuni; trasformazione dei mercati dei capitali in una vera «unione del risparmio»; completamento della digitalizzazione del sistema dei pagamenti, con l’introduzione dell’euro digitale (ho spiegato bene in cosa consiste qui).

    Le domande che Panetta non si pone

    Qui si apre il nodo critico. Nel discorso del governatore non compare alcuna analisi delle ragioni politiche e strategiche che hanno portato l’Europa alla sua attuale debolezza. Non viene messa in discussione la gestione della Commissione europea, né si accenna ai miliardi destinati al riarmo e all’industria della difesa in una fase in cui il continente deve ancora fare i conti con una crisi di produttività strutturale — tema su cui lo stesso Panetta si era espresso in passato, come ricorda Il Foglio.

    La ricetta proposta è, in sostanza, sempre la stessa: accelerare l’integrazione politica. Più Europa, meno stati nazionali. La crisi diventa così il pretesto per spingere verso obiettivi — come gli eurobond garantiti congiuntamente dagli Stati membri e la moneta digitale della banca centrale — che ridimensionano ulteriormente il ruolo dei parlamenti nazionali e la capacità degli stati di gestire le proprie politiche economiche in modo autonomo.

    Non è la prima volta che una crisi viene usata come leva per accelerare processi di integrazione che, in condizioni normali, incontrerebbero resistenze politiche ben più forti. Mario Monti, anni fa, fu esplicito: le crisi sono occasioni da non sprecare. Il copione sembra ripetersi.

    Un banchiere che parla in nome di uno stato che non esiste

    C’è poi una questione di legittimità che vale la pena sollevare. Panetta è governatore della Banca d’Italia, istituzione della Repubblica italiana, espressione di uno Stato sovrano. Eppure il suo discorso odierno si concentra quasi esclusivamente sul progetto di integrazione europea, senza che vi sia uno spazio significativo dedicato alle specificità dell’economia italiana, ai problemi del Sud, al debito pubblico o alla condizione dei lavoratori italiani.

    La voce di Panetta parla in nome e per conto di un’architettura istituzionale — quella dell’Eurosistema e della politica monetaria comune — che, per definizione, non ha un mandato democratico paragonabile a quello dei governi nazionali. Eppure è questa voce che oggi orienta il dibattito pubblico su dove l’Europa dovrebbe andare e a quale velocità.

    L’euro digitale: sovranità o controllo?

    Sul fronte dell’euro digitale, Panetta lo ha presentato come strumento di «sovranità monetaria e politica» dell’Europa contro l’egemonia del dollaro e l’avanzata delle piattaforme di pagamento private. Un argomento che ha una sua logica geopolitica.

    Tuttavia, molti osservatori e associazioni dei consumatori hanno segnalato — anche in sede di dibattito al Parlamento europeo — i rischi connessi a una moneta digitale emessa dalla banca centrale: tracciabilità delle transazioni, potenziale limitazione della spesa privata, rischi per la privacy. Aspetti che nel discorso di Panetta risultano assenti (affrontati su Byoblu qui).

    Il quadro che manca

    Rimane sullo sfondo, non citato, il contesto politico reale: i circa 800 miliardi di euro stanziati o annunciati per la difesa europea, la permanenza di Von der Leyen alla guida della Commissione nonostante le polemiche sulla gestione dei fondi pandemici, le tensioni tra stati membri sulla governance del debito comune. Se l’obiettivo è «rilanciare la crescita», la domanda legittima è: quante risorse vengono sottratte agli investimenti civili — ricerca, istruzione, infrastrutture, transizione energetica — per finanziare il riarmo? Per arrivare ad una Europa in guerra entro il 2030, come sostiene Lavrov?

    Panetta questi temi non li affronta. E questo silenzio è molto rumoroso.

    Il workshop continua oggi a Roma. Le conclusioni accademiche verranno rese disponibili dalla Banca d’Italia.


    Fonti:

  • Bannon contro Meloni: «Non è amica degli Usa, ci saranno conseguenze». Ma il giochino ormai è chiaro. Ecco quello che hanno in testa.

    Bannon contro Meloni: «Non è amica degli Usa, ci saranno conseguenze». Ma il giochino ormai è chiaro. Ecco quello che hanno in testa.

    🔊 Ascolta l’articolo

    Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump e figura di riferimento dell’ala più radicale del movimento MAGA, ha rilasciato dichiarazioni durissime nei confronti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista pubblicata da Repubblica nella serata del 21 giugno. Le sue parole arrivano in un momento già segnato da forti tensioni tra Roma e Washington, dopo una serie di attacchi diretti dello stesso Trump alla premier italiana nelle ore precedenti.

    «Ci saranno conseguenze», ha detto Bannon, aggiungendo che Meloni «era fantastica, ma ormai è diventata una globalista totale». Secondo l’ideologo americano, la premier avrebbe «giocato il gioco dell’Unione europea perché le servivano i soldi» e quello della Nato, senza tuttavia tradurre le sue dichiarazioni sull’Ucraina in impegni concreti: «Parla tanto dell’Ucraina, ma quando si tratta di mandare finanziamenti e truppe cambia la canzone». La conclusione è netta: «Francamente, credo che nulla di quanto dice sia rilevante. Non la prendo più seriamente e nessuno negli Usa lo fa».

    Bannon ha anche affermato che «le azioni nocive e dannose di Meloni contro l’America, durante un tempo di guerra, non verranno dimenticate presto».

    Il contesto: uno scontro già aperto tra Roma e Washington

    Le parole di Bannon si inseriscono in una crisi diplomatica che si è acuita nelle ultime ore. Trump, in una telefonata con il programma L’Aria che tira su La7, aveva affermato che Meloni «lo aveva implorato di fare una foto» al G7 di Evian e che «le aveva fatto pena». In una seconda dichiarazione alla Nbc, il presidente americano aveva aggiunto: «Non la voglio come fan, perché non c’era quando si trattava della questione dello Stretto» di Hormuz. La risposta di Meloni era arrivata in un video dai social: «Le sue dichiarazioni sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Io e l’Italia non imploriamo mai».

    Nel giro di poche ore, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva annullato la propria missione negli Stati Uniti prevista per il 21 e il 22 giugno — compreso il Business Forum Italia-Usa di Miami — citando le «gravi e offensive parole» del presidente americano. Il Quirinale ha registrato anche una telefonata di solidarietà del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla premier.

    La posizione di Meloni e le reazioni interne

    Meloni si era a lungo presentata come interlocutrice privilegiata di Trump in Europa, rivendicando il ruolo di «pontiera» tra Washington e Bruxelles. Una strategia che, stando alle parole di Bannon, non avrebbe prodotto i risultati attesi nell’ottica trumpiana. Lo stesso Bannon respinge quella narrativa: Meloni, a suo dire, non ha mai svolto quella funzione.

    All’interno del panorama politico italiano le reazioni sono state trasversali. Il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha definito le uscite di Trump «l’ultimo episodio di attacchi e insulti» che stanno «rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa». Il segretario di Azione Carlo Calenda ha parlato di «mentitore seriale» e di «bullo da operetta», escludendo che Meloni abbia «implorato alcunché». Il leader del M5S Giuseppe Conte ha scritto sui social che «l’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata», pur rivolgendo anche una critica implicita alla strategia della premier: «La firma di tutto quel che ci viene richiesto non può prevalere sul nostro interesse nazionale». Il co-leader di Avs Angelo Bonelli ha invece interpretato l’accaduto come «la conseguenza della subalternità con cui Meloni ha costruito il rapporto con Trump».

    Bannon e l’Europa: un disegno più ampio

    Non è la prima volta che Bannon «scarica» un leader sovranista europeo. Secondo quanto riferisce Radio Popolare, in passato aveva già definito il francese Jordan Bardella «indegno di guidare la Francia». L’ideologo americano avrebbe inoltre rilanciato, nell’intervista, il progetto di aprire un centro di formazione per politici di destra radicale in Italia, senza indicare nuovi referenti nel Paese.

    La domanda aperta è ora questa: se Trump ha deciso effettivamente di “scaricare Meloni”, chi ha in mente di sostenere in Italia?

    Il ruolo degli USA nell’ascesa del Movimento Cinque Stelle

    Gli Stati Uniti hanno giocato una partita fondamentale nello smantellamento della prima Repubblica, con la stagione Mani Pulite, e nell’ascesa, vent’anni dopo, del Movimento Cinque Stelle, se non propiziandolo, almeno spingendolo attraverso le loro tecnologie proprietarie (MeetUp, social network) e attraverso il controllo su certi organi di stampa. I cosiddetti “influencer” dei grillini sono stati posizionati nella classifica alta dei risultati nei motori di ricerca e sui social controllati da Google, mentre le reti televisive di Murdoch trasmettevano i comizi integrali di Beppe Grillo senza commento. Per un movimento che diceva di non voler andare in televisione, un trattamento decisamente strano, soprattutto in considerazione del fatto che qualsiasi altro movimento politico spontaneo fatica a trovare anche solo un posto in una tribuna stampa notturna, e viene sistematicamente ignorato dai media.

    Passati altri vent’anni (il tempo per i cittadini di smaltire la sbornia dei grillini), e alla luce del comportamento di Trump, e delle parole di Bannon, viene da chiedersi su chi stiano puntando adesso per “disturbare” la politica italiana, interferendo quel tanto che basta a renderla incapace di produrre una linea decisionale propria, efficace e nell’interesse nazionale.

    Non serve andare tanto lontano per arrivarci. Il generale Vannacci, agli occhi dei movimenti MAGA e degli strateghi di Washington, sembra avere tutte le caratteristiche per spaccare la politica italiana, creando una nuova ondata populista in grado di ricattare le nostre classi dirigenti, indebolendole e allontanandole dalla possibilità di costruire una solida azione di Governo. Una politica frammentata, arroventata da polemiche intestine e corrosa da un sentimento di sfiducia, è facilmente controllabile, e rappresenta la garanzia migliore per chi intende continuare a esercitare la sua longa manus, da una posizione sovranazionale, su un paese già svenduto a pezzi e a cui non deve essere concesso il diritto di rialzarsi.

    Ci cascheremo un’altra volta?