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  • L’Ebola arriva in Europa: primo caso in Francia. Cos’è, come si trasmette, e cosa sappiamo.

    L’Ebola arriva in Europa: primo caso in Francia. Cos’è, come si trasmette, e cosa sappiamo.

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    Il 24 giugno 2026 la Francia ha notificato il primo caso importato di Ebola in Europa dall’inizio dell’attuale epidemia. Si tratta di un medico rientrato da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo, ricoverato immediatamente in una struttura specializzata. Le sue condizioni sono stabili, il tracciamento dei contatti è già in corso e le misure di isolamento sono state attivate. Lo ha confermato la portavoce della Commissione europea, sottolineando che «le autorità francesi dispongono di tutte le risorse necessarie per contenere il caso».

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ribadito che il rischio di diffusione dell’epidemia a livello globale rimane basso. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) è ancora più esplicito: purché restino operative le misure di diagnosi precoce, isolamento e trattamento, il rischio di una trasmissione sostenuta all’interno dell’Unione europea è «molto basso».

    Cos’è l’Ebola e come si trasmette davvero

    È utile, in questo momento, ricordare cosa sia effettivamente il virus Ebola e — soprattutto — cosa non sia.

    L’epidemia in corso è causata dal ceppo Bundibugyo, identificato per la prima volta nel 2007 nell’Uganda occidentale. Rispetto al più noto ceppo Zaire — responsabile della devastante epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016 — Bundibugyo ha un tasso di mortalità leggermente inferiore ed è meno trasmissibile. Ciò non significa che sia innocuo: provoca febbre emorragica grave, e il tasso di mortalità nell’attuale focolaio si attesta intorno al 25,5%.

    Ma il punto cruciale, spesso trascurato nel dibattito pubblico, riguarda le modalità di trasmissione. L’ECDC è categorico: il virus Ebola si trasmette esclusivamente per contatto diretto con il sangue o con altri fluidi corporei di persone o animali infetti. Non si diffonde per via aerea. Non si trasmette attraverso colpi di tosse o starnuti. I soggetti più esposti sono gli operatori sanitari a contatto diretto con i pazienti e chi vive nelle aree geograficamente colpite.

    In un paese come l’Italia, con un sistema sanitario equipaggiato per la gestione dei patogeni ad alto rischio, protocolli di isolamento consolidati e nessuna esposizione comunitaria al focolaio congolese, le probabilità di una trasmissione locale restano estremamente remote.

    L’epidemia nel suo epicentro: la RDC

    L’epidemia è stata dichiarata ufficialmente il 15 maggio 2026 nella provincia dell’Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo. Secondo i dati aggiornati al 24 giugno, sono stati confermati 1.118 casi di laboratorio e 291 decessi nelle zone colpite. Le infezioni sono state rilevate in 34 delle 104 zone sanitarie delle tre province interessate. Il virus si è esteso anche all’Uganda, con 20 casi confermati e 2 decessi.

    Uno studio pubblicato su The Lancet Infectious Diseases da esperti OMS avverte che il Sudan del Sud potrebbe essere il prossimo paese a rischio, stimando una probabilità di quasi il 70% che almeno un caso raggiunga il paese entro dodici settimane. Gli autori, tuttavia, precisano che queste proiezioni «vanno interpretate non come previsioni puntuali, bensì come strumenti per orientare la preparazione dei sistemi sanitari».

    Un dato aggravante: lo stesso studio indica che un ritardo di circa sei settimane tra il primo caso stimato e la dichiarazione ufficiale dell’epidemia avrebbe permesso al virus di diffondersi inosservato nelle comunità di una regione già fragile.

    Nessun vaccino autorizzato: un dettaglio che conta

    C’è un elemento che merita attenzione, anche in chiave di corretta informazione pubblica. Per il ceppo Bundibugyo non esiste ad oggi un vaccino autorizzato né una terapia specifica. La gestione dell’epidemia si basa interamente su misure classiche di sanità pubblica: isolamento, tracciamento dei contatti, diagnosi precoce.

    Questo dato è rilevante per un motivo preciso: nelle fasi iniziali di alcune emergenze sanitarie del recente passato, la disponibilità di un vaccino in sviluppo ha talvolta alimentato narrazioni parallele — la corsa alle autorizzazioni, le pressioni sui governi, le campagne di massa — che hanno finito per amplificare la percezione del rischio ben oltre la sua entità reale. Nel caso dell’Ebola Bundibugyo, almeno per ora, quel meccanismo non ha la stessa premessa di partenza.

    L’ECDC ha già pubblicato una checklist pratica per le autorità nazionali degli Stati membri e ha inviato esperti della sua Task Force sanitaria in Uganda e nella RDC per valutare l’efficacia dei controlli sul campo.

    Vigilanza sì, panico no

    Il messaggio delle autorità sanitarie europee è uniforme: il sistema regge, il caso francese è sotto controllo, e casi importati di questo tipo — soprattutto tra operatori umanitari e sanitari — sono attesi in ogni grande epidemia africana. Non sono una sorpresa e non costituiscono, di per sé, un’emergenza europea.

    La domanda che vale la pena tenere aperta, nelle settimane che verranno, riguarda però il comportamento dell’informazione. Come verrà raccontata questa vicenda? Con la sobrietà che i dati epidemiologici impongono, o con i toni di una minaccia imminente che i numeri non giustificano? Monitorare il modo in cui i media tratteranno l’evoluzione dell’epidemia è, a questo punto, parte integrante di un’informazione responsabile.

  • Basi USA in Italia: cosa dicono gli accordi segreti? Tutto quello che sappiamo.

    Basi USA in Italia: cosa dicono gli accordi segreti? Tutto quello che sappiamo.

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    Le tensioni tra Roma e Washington sull’utilizzo delle basi militari italiane — emerse con forza a marzo 2026 con il caso Sigonella, quando il governo italiano negò l’atterraggio a bombardieri americani diretti in Medio Oriente — hanno riportato all’attenzione un tema che i grandi giornali raramente approfondiscono: chi decide cosa possono fare i militari statunitensi sul territorio italiano, in base a quali accordi, e con quale grado di trasparenza? Le risposte, come emerge dalle dichiarazioni del generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica dal 2004 al 2006, sono più complesse — e più preoccupanti — di quanto la narrativa ufficiale lasci intendere.

    Gli accordi: cosa c’è scritto (e cosa resta segreto)

    Il quadro normativo che regola la presenza militare americana in Italia poggia su più livelli. Il riferimento fondamentale è il NATO SOFA (Status of Forces Agreement), firmato nel 1951 e ratificata dall’Italia nel 1955: è un accordo quadro dell’Alleanza che stabilisce le regole giuridiche di base per il personale militare di un Paese NATO sul territorio di un alleato. Da esso derivano regolamenti specifici, aggiornati base per base.

    Ma il SOFA non basta a capire cosa può fare l’esercito americano in autonomia in Italia. Per questo esistono due accordi bilaterali firmati nel 1954: l’Air Technical Agreement e il Bilateral Infrastructure Agreement, quest’ultimo aggiornato nel 1995. Qui sta il nodo cruciale: entrambi gli accordi sono coperti da segreto di Stato. Il contenuto preciso non è accessibile al pubblico, né ai parlamentari in via ordinaria. Una legge del 1984 prevederebbe la pubblicazione di tutti gli accordi internazionali, ma questi documenti ne sono esplicitamente esclusi in virtù del segreto.

    Si sa, per via indiretta e grazie a dichiarazioni di esperti e militari, che gli accordi fissano i limiti delle attività operative, logistiche e di addestramento delle forze USA, e stabiliscono un numero massimo di soldati nelle basi — attualmente stimato intorno a 13.000 unità sul territorio nazionale.

    Il principio cardine: dentro e fuori la NATO

    Il generale Tricarico ha spiegato con chiarezza il principio che dovrebbe governare ogni attività americana nelle basi italiane: «Tutto ciò che ha una copertura NATO non ha bisogno di autorizzazioni particolari. Ma quello che sta fuori da questo perimetro invece sì». In altri termini, le operazioni inserite nel quadro dell’Alleanza Atlantica possono procedere senza il via libera del governo italiano; qualsiasi altra attività richiede invece un’autorizzazione esplicita, che sale lungo la catena gerarchica fino all’esecutivo e, nei casi più delicati, fino al Parlamento.

    L’applicazione concreta di questo principio, tuttavia, è tutt’altro che automatica. Le basi italiane e quelle NATO spesso coesistono fisicamente negli stessi siti — è il caso di Aviano in provincia di Pordenone e di Sigonella in Sicilia — con catene di comando separate ma strutture condivise. Questa sovrapposizione rende difficile, nella pratica quotidiana, distinguere con certezza le attività americane da quelle NATO.

    La «disinvoltura» americana: i casi storici

    Nessun accordo vale quanto la sua applicazione reale. E qui il generale Tricarico è esplicito: gli Stati Uniti hanno una «sorta di spregiudicatezza, di disinvoltura» nel modo di operare, che rende necessaria «un’indagine precisa e puntuale ogni volta che si verifica qualcosa di strano».

    I casi storici documentati sono emblematici:

    1985, Sigonella: la Delta Force americana atterrò nella base siciliana di notte, senza preavviso, per prelevare i dirottatori dell’Achille Lauro. Il presidente del Consiglio Craxi fu costretto a intervenire a posteriori* per affermare la sovranità italiana, con una crisi diplomatica aperta con Washington.

    * 1998, funivia del Cermis: quattro marines decollati dalla base di Aviano comunicarono all’Aeronautica italiana un piano di volo NATO che non corrispondeva a quello effettivamente seguito. Il velivolo tranciò i cavi della funivia, causando la morte di 20 persone. Secondo Tricarico, quell’aereo «andò in volo contravvenendo a sei norme contemporaneamente, una delle quali riguardava la sovranità italiana su Aviano».

    * 2003, Abu Omar: un cittadino egiziano residente in Italia, Hassan Mustafa Osama Nasr, fu rapito dalla CIA a Milano e trasportato ad Aviano prima di essere rimandato in Egitto, dove subì torture. Tricarico parla di un’autorizzazione «estorta» dagli americani al governo italiano dell’epoca, «forse con elementi dei servizi segreti italiani oltre che di quelli USA». La vicenda portò a condanne definitive in Italia per agenti CIA.

    * 2003, Iraq: il governo Berlusconi autorizzò la partenza di una brigata aviotrasportata americana da Aviano per partecipare alla guerra in Iraq, con un ponte aereo di velivoli da trasporto C-17. In quel caso si procedette formalmente, ma con condizioni che tentavano di aggirare i vincoli costituzionali dell’articolo 11.

    Il caso Sigonella 2026 e le dichiarazioni di Rutte

    Il dibattito è tornato d’attualità nel corso del 2026. A fine marzo, il governo italiano — nelle persone del ministro della Difesa Guido Crosetto e del capo di Stato maggiore Luciano Portolano — ha negato l’atterraggio a Sigonella a bombardieri americani diretti in Medio Oriente nel contesto dell’offensiva USA-Israele contro l’Iran. Il piano di volo, stando alle ricostruzioni, era stato comunicato a operazione già in corso, senza la richiesta preventiva di autorizzazione prevista dagli accordi.

    Il caso ha assunto una dimensione politica ulteriore quando il segretario generale della NATO Mark Rutte, in un’intervista a Fox News, ha citato «500 aerei partiti dalle basi italiane» per la guerra in Medio Oriente. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la premier Meloni ha interpretato la dichiarazione come un «tranello», potenzialmente orchestrato per mettere pressione all’Italia. Il ministero della Difesa ha rettificato: i voli autorizzati dall’Italia sarebbero stati circa 200, tutti classificati come «non cinetici», ovvero di natura tecnica e logistica, non offensiva. La Nato ha successivamente corretto la cifra.

    Cosa vuole dire Tricarico con «tagliando»

    Di fronte a questo scenario, il generale Tricarico propone una revisione strutturale degli accordi vigenti. «Sarebbe ora di fare un bel tagliando a tutto il sistema legato a questi accordi sulle basi», ha dichiarato. La proposta si articola su due livelli:

    Il primo è operativo: verificare sistematicamente tutti i piani di volo, comprese le autorizzazioni generiche. Una pratica «antipatica» e «ossessiva» — ammette Tricarico — che «gli americani difficilmente potrebbero tollerare», ma che in questo momento storico sarebbe necessaria.

    Il secondo è diplomatico e normativo: gli accordi quadro risalgono ai primi anni Cinquanta, quelli tecnico-operativi agli anni Novanta. Da allora il mondo è cambiato radicalmente. Il progressivo disimpegno americano dall’Europa, la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, e il progetto ancora in fase embrionale di una difesa comune europea rendono urgente un aggiornamento. Tricarico suggerisce anche un confronto tra i Paesi europei che ospitano basi americane — citando il caso giapponese di Okinawa come esempio di tensioni analoghe — per costruire una posizione comune prima che le decisioni vengano prese unilateralmente da Washington.

    Il problema della trasparenza

    Rimane irrisolto un nodo di fondo che nessuna dichiarazione ufficiale affronta direttamente: la segretezza degli accordi bilaterali del 1954. In un sistema democratico, il fatto che i trattati che regolano la presenza di 13.000 militari stranieri sul territorio nazionale — e le condizioni alle quali possono condurre operazioni militari anche in zone di guerra — siano sottratti al controllo parlamentare ordinario e all’accesso pubblico, rappresenta una criticità strutturale. Come ha osservato il generale Tricarico già a gennaio 2026 sulle colonne de Il Riformista, il comandante italiano di ciascuna base dovrebbe avere «piena visibilità sulle attività statunitensi e sul loro scopo»: ma «i dubbi che questo accada sono più che fondati».

    La questione non riguarda solo i rapporti con Washington. Riguarda la capacità dell’Italia di esercitare concretamente la propria sovranità sul proprio territorio.

  • Olanda: prima eutanasia per un minore di 12 anni. Dove finiscono le emozioni e dove cominciano i fatti.

    Olanda: prima eutanasia per un minore di 12 anni. Dove finiscono le emozioni e dove cominciano i fatti.

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    Nei Paesi Bassi è stato applicato per la prima volta il protocollo di eutanasia su un bambino di età inferiore ai 12 anni. Il caso risale alla fine del 2025 ed è emerso pubblicamente lunedì 23 giugno 2026, quando la ministra della Salute olandese Sophie Hermans ha presentato al Parlamento una relazione di 22 pagine su aborti tardivi e morte infantile assistita. Del bambino non è stata resa nota l’età precisa, il sesso, la malattia né la struttura ospedaliera in cui era ricoverato, per ragioni di privacy.

    Si tratta del primo caso documentato dall’entrata in vigore, nel febbraio 2024, della normativa che ha esteso ai bambini tra 1 e 12 anni la possibilità di accedere alla morte medicalmente assistita, in presenza di condizioni molto specifiche e verificabili.

    Cosa prevede la legge olandese: criteri rigorosi, non discrezionali

    La normativa olandese non lascia spazio all’arbitrio. Per poter applicare l’eutanasia a un minore di 12 anni, la legge richiede il contemporaneo verificarsi di più condizioni precise e cumulative:

    * Il bambino deve essere affetto da una malattia terminale, senza prospettive di miglioramento;

    * Le sue sofferenze devono essere insopportabili e non alleviabili con le cure palliative disponibili;

    * I genitori devono prestare il proprio consenso, dopo essere stati pienamente informati;

    * Il medico curante deve consultare un medico indipendente;

    * Il medico deve seguire una lista di controllo in sei punti prima di procedere;

    * Ogni caso deve essere segnalato obbligatoriamente a una commissione speciale di revisione, che esamina la cartella clinica e può interpellare la magistratura.

    In questo caso specifico, la commissione ha già trasmesso il proprio parere alla Procura della Repubblica, che dovrà stabilire se il medico ha operato nel rispetto della legge. Un medico che pratica eutanasia illegalmente rischia fino a 12 anni di carcere.

    Tra le patologie che possono rientrare nel campo di applicazione figurano gravi malformazioni congenite, malattie metaboliche e danni severi agli organi vitali. Quando il governo olandese ha adottato la riforma, aveva stimato che avrebbe riguardato un numero ristrettissimo di bambini: circa 5-10 l’anno.

    Un Paese che conosce questa strada da decenni

    I Paesi Bassi non sono arrivati a questo punto improvvisamente. Nel 2002 sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Nel 2014 hanno esteso la possibilità ai minori sopra i 12 anni capaci di intendere e volere, nonché ai neonati sotto l’anno di vita con consenso genitoriale. Nel 2005, il medico Eduard Verhagen aveva già pubblicato sul New England Journal of Medicine il cosiddetto Protocollo di Groningen, linee guida per la fine della vita nei bambini in condizioni di sofferenza estrema senza prospettive, documentando 22 casi segnalati tra il 1997 e il 2004.

    Secondo i dati ufficiali dei comitati di revisione, nel 2025 in Olanda sono stati registrati 10.341 decessi per eutanasia o suicidio assistito, il 3,8% in più rispetto all’anno precedente. L’85% dei casi riguardava pazienti con cancro o malattie polmonari, e tre quarti delle persone coinvolte avevano più di 70 anni. Un solo adolescente tra i 12 e i 18 anni è morto per eutanasia nello stesso anno.

    La domanda che merita risposta: chi siamo noi per condannare un bambino a soffrire?

    Di fronte a una notizia come questa, la reazione immediata è spesso l’orrore. Ma prima di esprimere giudizi, vale la pena fermarsi e chiedersi: quanto può essere grande la sofferenza di un bambino malato terminale? Quanto deve diventare insopportabile un dolore perché sia lecito chiedere che finisca?

    Nessuno di noi, nella propria vita, ha probabilmente mai conosciuto una sofferenza tale da non riuscire ad apprezzare il semplice fatto di essere vivo. Eppure esistono bambini — e lo documentano le cartelle cliniche, non le ideologie — per i quali ogni giorno è una condanna senza via d’uscita, senza prospettiva di guarigione, senza possibilità che il dolore diminuisca. Per questi bambini, e solo per loro, la legge olandese apre una porta.

    Condannare quella porta senza mai essersi trovati dall’altra parte significa scegliere il culto del dolore sopra la dignità della persona. Significa imporre la propria soglia di tolleranza alla sofferenza altrui. E non c’è nulla di più egoista.

    La legge olandese non è una scorciatoia. È il tentativo — imperfetto come tutti i tentativi umani — di rispondere a una realtà estrema con strumenti razionali, trasparenti e controllati. I genitori che hanno acconsentito, i medici che si sono assunti la responsabilità, la commissione che ora esamina il caso: tutti sono parte di un sistema che non lascia nessuno solo con quella decisione.

    Il dibattito politico in Italia

    La notizia ha immediatamente prodotto reazioni nel dibattito italiano sul suicidio assistito, attualmente in discussione in Parlamento. Associazioni come Pro Vita e Famiglia hanno espresso contrarietà, invocando il rischio di una «deriva». Si tratta di posizioni legittime nel pluralismo democratico, ma che — per essere oneste — dovrebbero confrontarsi con la realtà clinica di quei 5-10 bambini l’anno cui la legge si rivolge, non con scenari ipotetici.

    Il confronto razionale su questi temi è possibile e necessario. Ma solo se si parte dai fatti, non dalla paura.

  • Lockheed: 35 miliardi per produrre sistemi di difesa THAAD. Li pagheremo noi? Chi sta guadagnando dalla corsa agli armamenti

    Lockheed: 35 miliardi per produrre sistemi di difesa THAAD. Li pagheremo noi? Chi sta guadagnando dalla corsa agli armamenti

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    Il 25 giugno 2026 il Pentagono ha assegnato a Lockheed Martin un contratto settennale del valore superiore a 35 miliardi di dollari per aumentare drasticamente la produzione del sistema missilistico THAAD — acronimo di Terminal High Altitude Area Defense. L’accordo, gestito dalla U.S. Missile Defense Agency, porterà la cadenza produttiva annuale degli intercettori da 96 a 400 unità: un aumento di quattro volte rispetto ai livelli attuali. I fondi inizialmente impegnati per l’anno fiscale 2026 ammontano a oltre 842 milioni di dollari.

    Cos’è il THAAD e perché conta così tanto

    Il THAAD è un sistema di difesa missilistica progettato per abbattere missili balistici a corto e medio raggio nella fase terminale della loro traiettoria, cioè nella fase finale prima dell’impatto. A differenza dei sistemi Patriot, che operano a quote più basse, il THAAD intercetta le minacce ad altitudini molto elevate — fino a 150 chilometri — riducendo il rischio di danni da detriti. È considerato uno degli scudi antimissile più sofisticati al mondo e la sua presenza su un teatro operativo modifica radicalmente gli equilibri difensivi. Non a caso, il suo dispiegamento in Corea del Sud nel 2017 provocò tensioni diplomatiche significative con Pechino.

    Il contratto firmato mercoledì rientra nella cosiddetta Acquisition Transformation Strategy del Pentagono, una riforma del comparto industriale della difesa statunitense pensata per accelerare le forniture riducendone i costi unitari. Lockheed ha già avviato la costruzione di due nuovi impianti produttivi: uno a Troy, in Alabama, e uno a Camden, in Arkansas, con un investimento complessivo di 9 miliardi di dollari in infrastrutture entro il 2030.

    La ragione dichiarata dell’accelerazione è la riduzione delle scorte militari americane dopo il conflitto con l’Iran e altri impegni bellici recenti. Secondo un rapporto del Center for Strategic International Studies pubblicato a maggio 2026, riportare le riserve di munizioni ai livelli pre-guerra richiederà almeno tre anni, aprendo quella che gli analisti definiscono una “finestra di vulnerabilità” in caso di escalation nel Pacifico occidentale.

    Il conto che paga l’Europa — e l’Italia

    Mentre Washington firma assegni da decine di miliardi alle sue industrie belliche, il copione si ripete puntualmente anche in Europa. Sotto la pressione della NATO e delle istituzioni comunitarie, i Paesi membri stanno aumentando le spese militari a ritmi che non si vedevano dalla Guerra Fredda. L’Italia non fa eccezione: il governo ha chiesto e ottenuto dalla Commissione europea il via libera per contrarre fino a 15 miliardi di euro di nuovo debito pubblico da destinare alla difesa, sfruttando la clausola di flessibilità del Patto di Stabilità recentemente riformato.

    La logica è lineare: le minacce crescono, le scorte si svuotano, i bilanci nazionali si allargano — e i contratti finiscono nelle mani di un numero ristretto di grandi appaltatori. Lockheed Martin, in questo schema, non produce solo THAAD: nella prima metà del 2026 ha già concluso accordi separati con il Pentagono per aumentare la produzione dei missili PAC-3 MSE e dei Precision Strike Missiles (PrSM). Un portafoglio ordini che, sommato, vale decine di miliardi.

    Chi guadagna sempre: l’industria delle armi

    La domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico è: a chi conviene strutturalmente questo ciclo? Ogni conflitto svuota le scorte, ogni svuotamento giustifica nuovi contratti pluriennali, ogni contratto pluriennale consolida i bilanci dei grandi produttori di armamenti. Lockheed Martin, Raytheon, Leonardo, Rheinmetall — i nomi cambiano a seconda della latitudine, ma la dinamica è la stessa.

    In Europa, la narrazione della “minaccia russa” ha fornito la cornice politica per far accettare all’opinione pubblica aumenti di spesa militare che in altri contesti sarebbero stati impraticabili. Governi che faticano a finanziare sanità, istruzione e infrastrutture trovano improvvisamente margini di bilancio — o nuovo debito — quando si tratta di acquistare sistemi d’arma.

    E non è che poi questi 35 miliardi destinati allo sviluppo di THAAD, saranno pagati in quota parte proprio dai 15 miliardi che siamo nei fatti in procinto di spendere, guarda caso in armamenti di difesa?

  • Emma, l’AI italiana che fa ridere (e preoccupa). Tra Fable ed Emma, tutto l’incolmabile vuoto che ci separa da Stati Uniti e Cina.

    Emma, l’AI italiana che fa ridere (e preoccupa). Tra Fable ed Emma, tutto l’incolmabile vuoto che ci separa da Stati Uniti e Cina.

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    Oggi, un modello di intelligenza artificiale italiano di nome Emma è finito al centro di una valanga di commenti sarcastici sui social network. Il motivo è semplice: alle domande degli utenti, il sistema restituisce risposte palesemente errate e in alcuni casi grottesche. Sergio Mattarella viene descritto come imprenditore e fondatore della Repubblica italiana, Anna Frank come attrice porno, Donald Trump come primo presidente degli Stati Uniti apertamente gay. Il risultato è stato un flusso di post ironici su X, con commenti come «raramente ho riso così tanto» o «sicuramente è basata sul cervello di qualche sottosegretario».

    Cos’è Emma e chi la sviluppa

    Emma è un Large Language Model (LLM) di tipo decoder-only, ancora in fase sperimentale, sviluppato da Egomnia S.p.A., società quotata alla Borsa di Milano dal 2024 e fondata da Matteo Achilli. Secondo quanto si legge sul sito ufficiale dell’azienda, il modello è open source e progettato specificamente per la lingua italiana, con l’obiettivo dichiarato di «garantire sovranità tecnologica» e offrire «un’alternativa trasparente, personalizzabile e indipendente per aziende, istituzioni e sviluppatori».

    Egomnia ha pubblicato anche un Manifesto — intitolato «LLM italiano per la sovranità tecnologica» — in cui sostiene che «per troppo tempo i modelli linguistici che plasmano informazione, lavoro e conoscenza sono stati sviluppati altrove, secondo logiche, valori e priorità non sempre allineati con il contesto italiano ed europeo». La missione dichiarata è quella di «rilanciare un ecosistema italiano dell’intelligenza artificiale, capace di essere autonomo, competitivo e coerente con le esigenze del Paese».

    Il divario tra ambizioni e risultati

    Il problema, per ora, è che le prestazioni del modello sembrano distanti dalle ambizioni del progetto. La qualità delle risposte e la velocità di elaborazione di Emma sarebbero lontane non solo dai principali concorrenti internazionali, ma persino da sistemi ben più datati e meno sofisticati. La situazione, al di là dei meme, solleva interrogativi seri sulla reale maturità del prodotto.

    Il lancio di Emma arriva in un momento in cui il tema della dipendenza tecnologica dell’Europa — e dell’Italia in particolare — dagli Stati Uniti è più che mai attuale. Il 12 giugno 2026, una direttiva del Dipartimento del Commercio americano ha reso inaccessibili per gli utenti non statunitensi due modelli di Anthropic, Fable e Mythos, senza alcun preavviso. Un episodio che, secondo Michele Colajanni, docente all’Università di Bologna e tra i massimi esperti italiani di sicurezza informatica, ha dimostrato l’esistenza concreta di un «kill switch» tecnologico nelle mani di soggetti esterni: «Siamo una nazione a sovranità limitata, anzi limitatissima, dal punto di vista digitale e tecnologico», ha dichiarato l’esperto, stimando in almeno vent’anni il tempo necessario per colmare il divario con gli Stati Uniti.

    Un contesto più ampio

    In questo scenario, il tentativo di Egomnia si inserisce in un dibattito europeo crescente sulla necessità di costruire infrastrutture digitali autonome. La Commissione europea ha adottato il 3 giugno 2026 il Cloud and AI Development Act, che disciplina la sovranità sulle infrastrutture su cui girano i modelli AI. L’Italia, intanto, mostra risultati contraddittori: il Polo Strategico Nazionale, presentato come soluzione di cloud sovrano per la pubblica amministrazione, si fonda su tecnologie di Google e Oracle.

    Se Emma, nei suoi errori clamorosi, ha offerto al Web italiano una mattinata di ilarità involontaria, la domanda che resta aperta è più seria: costruire un’intelligenza artificiale italiana è una sfida tecnologica alla portata del tessuto industriale e accademico del Paese, o un obiettivo che richiede investimenti e tempi ben diversi da quelli finora messi in campo? La risposta, per ora, non arriva né da Emma né dal dibattito politico.

  • Terremoto in Venezuela: l’impressionante fuga dalle scale dell’inquilino di un grattacielo

    Terremoto in Venezuela: l’impressionante fuga dalle scale dell’inquilino di un grattacielo

    Una delle tante video-testimonianze che circolano in rete è quella di un cittadino, presumibilmente residente in un grattacielo, che si rende conto della necessità di evacuare l’edificio ma, trovandosi all’ultimo piano, deve percorrere tutte le scale fino al pianterreno. A mano a mano che scende, l’impressionante sequenza di danni che incontra rendono la fuga sempre più incerta, fino al fortunoso esito favorevole. Si tratta di una situazione in cui tutti coloro che abitano in un edificio molto alto temono di venirsi a trovare, in caso di terremoto, e di un’ansia che presumibilmente attraversa molti, come spettro di un futuro da incubo.

    In questo video, per il residente è andata bene, ma quanti finiscono per restare intrappolati oppure per andare incontro a un destino fatale?

    Il contesto, di seguito.

    Il doppio terremoto e le prime valutazioni ufficiali

    Due violente scosse hanno colpito il Venezuela a soli 39 secondi di distanza: la prima di magnitudo 7,2, la seconda di magnitudo 7,5, con epicentro nella regione dello stato di Yaracuy, nel nordovest del paese, a circa 200 chilometri da Caracas. L’evento è stato identificato dal Centro Nazionale di Allerta Tsunami degli Stati Uniti come un cosiddetto «doppio sismico» (doublet), un fenomeno in cui due terremoti di grande intensità si verificano quasi simultaneamente nella stessa area. Il sisma da 7,5 è stato classificato come evento principale.

    A distanza di ore dal sisma, il ministro dell’Interno, della Giustizia e della Pace venezuelano Diosdado Cabello ha fornito le prime valutazioni ufficiali sull’entità dei danni, descrivendo una situazione preoccupante: edifici e abitazioni gravemente compromessi in diverse zone del paese. Le operazioni di ispezione, soccorso e valutazione dei rischi sono ancora in corso e un bilancio definitivo di vittime e feriti non è ancora disponibile.

    Secondo quanto riferito da CNN en Español, i video diffusi sui social network mostrano il crollo di interi edifici almeno a Caracas, Guatire e Catia La Mar. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale.

    Lo stato de La Guaira tra le zone più colpite

    Tra le aree più duramente colpite figura lo stato de La Guaira, a circa 20 chilometri dalla capitale, dove decine di edifici sarebbero crollati. Le testimonianze raccolte da El Mundo dipingono scenari drammatici: residenti intrappolati sotto le macerie, strade spaccate da crepe profonde, autoveicoli inghiottiti dalle fessure dell’asfalto.

    La scossa è stata avvertita anche oltre i confini nazionali, raggiungendo città colombiane come Bogotà e Bucaramanga. Il Sistema di Allerta Tsunami degli Stati Uniti aveva nel frattempo emesso un avviso per Porto Rico e le Isole Vergini americane, poi rientrato.

    Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha reso noto che l’unità di crisi della Farnesina è operativa dalla notte dell’evento, sottolineando la presenza in Venezuela di una comunità italiana stimata in circa 120.000 persone. I cittadini registrati sull’applicazione Viaggiare Sicuri risulterebbero al momento incolumi, ma l’aeroporto non è operativo.

    Perché il Venezuela è ad alto rischio sismico

    L’intensità dell’evento non sorprende chi conosce la conformazione geologica del Venezuela. Il paese si trova al confine tra la Placca dei Caraibi e la Placca Sudamericana: due grandi blocchi della crosta terrestre la cui interazione genera un’attività sismica costante lungo il nord del paese, dalla frontiera con la Colombia fino al litorale centrale.

    Secondo i dati della Fondazione Venezuelana di Ricerche Sismologiche (Funvisis), circa l’80% della popolazione venezuelana risiede in zone classificate ad alta pericolosità sismica — un dato che rende la gestione del rischio una priorità strutturale.

    Il sistema di faglie attive che attraversa il paese è tra i più complessi del continente sudamericano. La faglia di Boconó, lunga circa 500 chilometri, percorre le Ande venezuelane dal Táchira fino alla costa caraibica ed è considerata il principale limite superficiale tra le due placche. A essa si affiancano la faglia di San Sebastián, parallela alla costa settentrionale, e la faglia de El Pilar, nel versante orientale tra gli stati Sucre e Monagas.

    Il peso della storia sismica venezuelana

    La memoria collettiva del paese porta i segni di terremoti devastanti. Il 26 marzo 1812 un sisma di magnitudine stimata intorno a 7,7 rase al suolo Caracas, La Guaira e Mérida, causando tra i 15.000 e i 20.000 morti secondo ricostruzioni storiche citate da Reuters. Nel 1967, un terremoto di magnitudo 6,7 colpì Caracas provocando oltre 236 vittime e più di 2.000 feriti. Nel 1997, il sisma di Cariaco (magnitudo 7,0) causò 73 morti. L’ultimo evento paragonabile per intensità si era registrato nel 2018, con una scossa di magnitudo 7,3 al largo dello stato di Sucre.

    Il sisma del 24 giugno 2026 si inserisce in questa lunga sequenza e, stando alle prime valutazioni, potrebbe rivelarsi tra i più significativi degli ultimi decenni. Le operazioni di soccorso proseguono, mentre il bilancio dei danni e delle vittime è ancora in fase di definizione.

  • Rashkin: «Trump vuole stare dalla parte del vincitore, e ora preme su Mosca»

    Rashkin: «Trump vuole stare dalla parte del vincitore, e ora preme su Mosca»

    Poco fa, durante una diretta YouTube condotta dalla giornalista Irina Uslova sul canale Uslovatox, il politico e attivista civico americano Yuri Rashkin ha commentato i più recenti sviluppi del conflitto in Ucraina e il mutato atteggiamento dell’amministrazione Trump nei confronti di Mosca.

    «Trump vuole essere con il vincitore»

    Nel video, Rashkin sostiene che Trump starebbe rivedendo la propria posizione sul conflitto a seguito dei progressi militari ucraini. Secondo Rashkin, citando quanto riportato dal Financial Times, il presidente americano sarebbe rimasto «colpito dai successi dell’Ucraina» dopo il vertice del G7 e sarebbe ora orientato ad aumentare la pressione su Mosca e a rafforzare il sostegno a Kiev.

    «Trump vuole stare dalla parte del vincitore», afferma Rashkin nel video, «e la Russia non potrà più convincerlo a cambiare campo». Il politico americano interpreta questo cambiamento non come una scelta ideologica, ma come il riflesso di un calcolo pragmatico: Trump, secondo lui, agirebbe principalmente mosso da interessi economici e dalla volontà di essere associato a chi prevale.

    Il «fantasma di Anchorage» secondo Mosca

    Rashkin fa anche riferimento alle dichiarazioni del vice ministro degli Esteri russo Sergej Ryabkov e del ministro Sergej Lavrov, i quali avrebbero sostenuto che lo «spirito di Anchorage» — il clima di apertura al dialogo che avrebbe caratterizzato i primi contatti tra le due amministrazioni — non esiste più, e che Trump non sarebbe un mediatore imparziale. Secondo Rashkin, questa narrativa moscovita avrebbe scarsa presa su un presidente come Trump, descritto nel video come «un camaleonte della sopravvivenza» che cambia posizione rapidamente al mutare delle circostanze.

    «La Russia ha scelto la persona sbagliata su cui fare pressione morale», sostiene Rashkin, «Trump non risponde alla coscienza né all’accusa di non rispettare i contratti».

    La salute di Trump e i segnali di indebolimento

    Nel corso della conversazione, Uslova solleva alcuni episodi pubblici che avrebbero alimentato dubbi sulle condizioni fisiche e cognitive del presidente americano — tra cui presunte passeggiate disorientate e comportamenti eccentrici durante eventi ufficiali. Rashkin accoglie il tema con ironia, affermando che «l’analisi politica su Trump dovrebbe forse essere affidata più agli psichiatri che agli analisti», e aggiunge che la notizia della somministrazione di un nuovo farmaco per il controllo del peso al presidente, riportata da fonti non verificate nel corso della trasmissione, meriterebbe attenzione. «Non seguite le sue parole, seguite le sue pillole e il suo peso», dice Rashkin.

    Iran, Ucraina e la strategia del Senato

    Il video tocca anche altri dossier internazionali. Rashkin commenta la questione iraniana — in particolare le trattative sullo Stretto di Hormuz e il disaccordo tra le narrazioni americana e iraniana — definendo l’approccio di Trump una «fabbrica di fake news istituzionalizzata». Quanto al fronte interno americano, Rashkin saluta positivamente il voto bipartisan del Senato per limitare i poteri di guerra di Trump nei confronti dell’Iran, pur riconoscendone la natura prevalentemente simbolica. Coglie l’occasione per invitare i senatori repubblicani a sostenere anche il disegno di legge sugli aiuti all’Ucraina, già approvato dalla Camera, che attende i 60 voti necessari al Senato per l’approvazione definitiva.

    Prospettive

    Secondo Rashkin, il posizionamento finale di Trump dipenderà dall’esito sul campo: «Quando l’Ucraina vincerà, Trump arriverà nel suo limousine e dirà che era tutto merito suo». Il politico americano si dichiara convinto che una vittoria ucraina garantirebbe un sostegno americano «pieno e incondizionato» da parte dell’attuale amministrazione, indipendentemente dall’attuale ambiguità strategica di Washington.


    Fonti:

  • La Francia abborda un’altra petroliera, ma al largo delle coste della Sicilia. Non sarebbero acque strategicamente nostre?

    La Francia abborda un’altra petroliera, ma al largo delle coste della Sicilia. Non sarebbero acque strategicamente nostre?

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    Martedì scorso la marina francese ha abbordato la petroliera Deliver mentre transitava al largo delle coste della Sicilia, sospettata di far parte della cosiddetta flotta ombra russa, il sistema di navi utilizzato da Mosca per aggirare le sanzioni internazionali sulle esportazioni di petrolio. Ad annunciarlo è stato lo stesso presidente Emmanuel Macron su X, specificando che l’imbarcazione stava «violando il diritto del mare».

    L’operazione segna l’ennesimo intervento diretto della Marina militare francese contro navi legate al sistema dei traffici energetici russi: si tratta almeno del terzo sequestro di questo tipo da quando la Francia ha intensificato le proprie operazioni nel Mediterraneo e nell’Atlantico.

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    Un pattern che solleva interrogativi: guerra alle sanzioni o preparativi di guerra?

    In pochi mesi la marina francese ha fermato la petroliera Grinch — battente falsa bandiera delle isole Comore, con equipaggio indiano, proveniente da Murmansk — nel gennaio 2026; poi la Deyna, intercettata a marzo nella parte occidentale del Mediterraneo sempre partita da Murmansk; poi ancora la Tagor nell’Atlantico, oltre 700 chilometri al largo della Bretagna; e ora la Deliver nei pressi della Sicilia. A queste si aggiungono, secondo Today.it, le operazioni britanniche che hanno visto la Royal Navy supportare gli abbordaggi francesi.

    Mettere in fila questi episodi fa emergere un quadro che va oltre la semplice applicazione delle sanzioni. La Francia sta proiettando la propria forza navale sistematicamente nel Mediterraneo — acque a ridosso delle coste italiane — e nell’Atlantico. Il Regno Unito contribuisce con intelligence e supporto operativo, fino ad arrivare, in altri contesti, a sequestri di petroliere in diverse aree del globo. Eppure, i governi europei continuano a respingere con forza qualsiasi accostamento tra queste operazioni e un’escalation militare verso la Russia.

    Quando una marina militare conduce abbordaggi ripetuti in alto mare su navi di uno Stato terzo, in che misura si tratta ancora di «applicazione delle sanzioni» e in che misura si entra nel territorio di azioni che si possono definire atti ostili?

    La risposta di Mosca: «Pirateria internazionale»

    Il Cremlino non ha usato mezzi termini. In occasione del fermo della Tagor, il portavoce Dmitri Peskov ha definito le operazioni francesi «illegali» e ha parlato apertamente di «pirateria internazionale». L’ambasciata russa a Parigi aveva già protestato a gennaio per il mancato preavviso diplomatico sul sequestro della Grinch. Secondo Mosca, queste azioni non sarebbero compatibili con il diritto internazionale, nonostante le ripetute assicurazioni di Parigi sul rispetto della Convenzione Onu sul diritto del mare.

    Macron ha dichiarato, in più occasioni, che le operazioni vengono condotte «nel rigoroso rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare». La base giuridica invocata riguarda le navi prive di nazionalità valida o che battono false bandiere: in questi casi, il diritto internazionale consente l’abbordaggio da parte di qualsiasi Stato. È una norma che esiste e che viene applicata.

    Tuttavia, i critici osservano che la stessa Convenzione Onu prevede procedure precise e garanzie per gli equipaggi e per i Paesi di appartenenza delle navi. Nel caso della Grinch, la Russia ha denunciato di non essere stata nemmeno notificata. Nel caso della Tagor, il comandante russo a bordo ha rifiutato di eseguire gli ordini, rendendo necessario l’abbordaggio forzato: la magistratura di Brest ha aperto un’indagine anche per «rifiuto di obbedire alle autorità marittime».

    La coerenza nell’applicazione del diritto internazionale è un pilastro. Applicarlo selettivamente, o senza le comunicazioni diplomatiche dovute, significa usare il diritto come strumento di pressione piuttosto che come quadro normativo condiviso.

    Il Mediterraneo come scacchiere: e l’Italia?

    Degno di nota è il fatto che l’ultima operazione sia avvenuta al largo delle coste della Sicilia. Si tratta di acque in prossimità della zona economica esclusiva italiana, in un mare che Roma considera storicamente di proprio interesse strategico. Nessuna fonte consultata riporta alcuna comunicazione ufficiale francese alle autorità italiane prima o durante l’abbordaggio della Deliver.

    L’intensificarsi delle operazioni navali francesi nel Mediterraneo centrale — a ridosso delle coste italiane, in un tratto di mare attraversato ogni giorno da traffici commerciali, migranti e navi militari di decine di paesi — merita attenzione, perché l’escalation operativa che ne emerge è un fatto politico e militare che richiede trasparenza e confronto democratico, non solo comunicati presidenziali su X.

    Guardate il contesto: siamo appena stati accusati dall’Iran di essere collusi con gli Sati Uniti e di avere partecipato come paese belligerante agli attacchi dell’operazione Epic Fury. Qui il post di poche ore fa.

    Precedenti e prospettive

    Ovviamente Zelensky ha elogiato pubblicamente ogni singola operazione, chiedendo addirittura la confisca e la vendita del petrolio trasportato dalle navi sequestrate. L’Unione europea ha già inserito nelle proprie liste nere quasi 600 imbarcazioni sospettate di far parte della flotta ombra. Gli Stati Uniti, nei mesi scorsi, hanno sequestrato petroliere legate a questo sistema nell’Atlantico e nei Caraibi.

    Lo schema è chiaro: la pressione sulla flotta ombra si sta trasformando da misura prevalentemente amministrativa a operazione militare ricorrente, coordinata tra più Paesi della Nato. I governi europei lo presentano come applicazione delle sanzioni. Altri lo leggono come una delle tante spie di un’escalation che avanza, per piccoli passi, verso forme di conflitto sempre meno indirette.

    Lavrov ha esplicitamente dichiarato che l’Unione Europea si sta armando e si sta preparando al conflitto con la Russia entro il 2030.

  • Arriva la bomba: l’Iran ora ci accusa di essere complici nella guerra di Trump.

    Arriva la bomba: l’Iran ora ci accusa di essere complici nella guerra di Trump.

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    L’Iran ha formalmente accusato la Nato — e per nome l’Italia — di complicità nella guerra condotta dagli Stati Uniti contro la Repubblica Islamica, dopo che il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, ha reso pubblicamente noto che circa cinquecento velivoli militari americani sono decollati da basi USA situate nel territorio italiano nell’ambito dell’operazione Epic Fury. Le dichiarazioni, rilasciate da Rutte in un’intervista a Fox News, hanno scatenato una reazione diplomatica immediata da parte di Teheran e messo in imbarazzo il governo italiano, costretto a una precipitosa presa di distanza.

    Era prevedibile, e ve l’avevo anticipato. Sono cose che capitano, quando un paese è costellato di basi alleate – con centinaia di testate nucleari – e gli alleati ne fanno un uso disinvolto. È così che un territorio apparentemente neutrale può diventare un obiettivo sensibile. Non solo dal punto di vista di un conflitto ufficiale, ma anche dal punto di vista delle azioni di terrorismo.

    Cosa ha detto Rutte — e perché è importante

    Il segretario generale della Nato, intervenendo per difendere il contributo degli alleati europei di fronte alle critiche del presidente americano Donald Trump, ha affermato che «Paese dopo Paese, alleato dopo alleato, hanno messo a disposizione le proprie basi per Epic Fury». Ha poi specificato: «Cinquecento aerei statunitensi sono decollati da basi americane in Italia per supportare l’operazione» (qui su Byoblu). Ha aggiunto che anche la Romania ha ridotto i propri voli commerciali per liberare spazio aeroportuale alle infrastrutture di rifornimento in volo statunitensi durante il conflitto.

    Le parole di Rutte erano intese a rispondere ai rimproveri di Trump verso gli alleati europei — tra cui l’Italia — accusati di non aver sostenuto abbastanza la campagna militare. Un tentativo di riequilibrare il racconto che, però, ha prodotto un effetto collaterale di portata potenzialmente enorme: ha confermato, per bocca del vertice Nato, il coinvolgimento diretto di basi straniere sul suolo italiano in operazioni di guerra contro l’Iran.

    Vi sembra poco?

    La reazione di Teheran: «Violazione del diritto internazionale»

    Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, non ha usato mezzi termini. Scrivendo su X, ha definito le dichiarazioni di Rutte «un’ammissione chiara e inequivocabile della complicità attiva della Nato in una guerra di aggressione illegale contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni Unite», qualificandola come «una flagrante violazione delle norme imperative del diritto internazionale e dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite».

    Ecco le parole usate da Baghaei (traduzione a cura di X)

    Questa è una chiara e dannosa ammissione della complicità attiva della NATO in una guerra d’aggressione illegale contro uno Stato sovrano membro delle Nazioni Unite — una palese violazione delle norme imperative del diritto internazionale e dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. L’Organizzazione e i suoi singoli Stati membri che hanno partecipato a tale processo decisionale devono essere ritenuti responsabili di tutte le conseguenze. L’Italia e la Romania sono state esplicitamente nominate dal Segretario Generale della NATO per aver partecipato all’aggressione contro l’Iran. Esse, insieme a ogni altro paese europeo che ha assistito l’aggressione americano-israeliana contro l’Iran, devono spiegare al proprio popolo e al mondo intero perché hanno scelto di colludere in questo sfacciato atto di aggressione e nella commissione di atrocità di massa contro i popoli iraniani in #Minab, #Lamerd, Tehran, Isfahan, Sanandaj, Hamadan, Tabriz, Shiraz, Bandar\_Abbas, ecc…

    Baghaei ha esplicitamente nominato l’Italia e la Romania, dunque, chiedendo che entrambi i Paesi «spieghino ai propri cittadini e al mondo perché hanno scelto di colludere in questo atto di aggressione» e nelle «atrocità di massa» contro le popolazioni civili iraniane colpite, citate per città: Minab, Lamerd, Teheran, Isfahan, Sanandaj, Hamadan, Tabriz, Shiraz, Bandar Abbas. Teheran ha poi avvertito che la Nato e i singoli Stati membri coinvolti «devono essere ritenuti responsabili di tutte le conseguenze».

    La risposta italiana: «Solo voli tecnici e logistici»

    Il ministero della Difesa italiano ha risposto con una nota ufficiale, affermando che Rutte avrebbe trasmesso «un messaggio completamente fuorviante, confondendo la tipologia dei voli autorizzati». Secondo Roma, le autorizzazioni concesse agli Stati Uniti riguardavano esclusivamente voli «tecnici e logistici», non operazioni cinetiche o di attacco contro l’Iran.

    La Nato ha poi cercato di precisare ulteriormente la posizione: secondo un funzionario dell’Alleanza, il segretario generale «ha sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di basi militari e sorvoli», e che le sue parole non si riferivano a «voli cinetici o impiegati in operazioni di attacco contro l’Iran».

    Il nodo politico: chi decide cosa fanno le basi USA in Italia?

    La vicenda riapre con forza una questione che in Italia torna ciclicamente senza mai trovare risposta definitiva: in che misura il governo italiano controlla davvero ciò che accade nelle basi militari statunitensi dislocate sul territorio nazionale?

    Gli accordi bilaterali vigenti tra Roma e Washington — mai resi integralmente pubblici nei loro dettagli operativi — attribuiscono agli Stati Uniti ampia autonomia gestionale su quelle strutture. Se le dichiarazioni di Rutte corrispondono al vero, l’Italia ha di fatto partecipato — anche solo logisticamente — a una campagna militare su larga scala contro un Paese terzo, senza che il Parlamento fosse chiamato ad autorizzarlo esplicitamente e, almeno nella narrazione ufficiale italiana, senza esserne pienamente consapevole nei termini.

    Ciò che Teheran ha ora messo sul tavolo è la questione della responsabilità internazionale: se basi straniere su suolo italiano vengono usate per operazioni di guerra, l’Italia diventa, agli occhi del Paese colpito, un belligerante — con tutto ciò che questo comporta in termini di rischio per la sicurezza nazionale e per i cittadini. Non è un argomento nuovo nella dottrina strategica: chi ospita infrastrutture militari impegnate in un conflitto è storicamente considerato un obiettivo legittimo dalla parte avversa.

    Il contesto: la guerra USA-Iran e l’operazione Epic Fury

    L’operazione Epic Fury rappresenta il nome in codice dell’intervento militare statunitense contro l’Iran, condotto in affiancamento a Israele. La campagna ha colpito numerose città iraniane, secondo Teheran causando vittime civili. Gli Stati Uniti e Israele sostengono che l’obiettivo primario fosse il programma nucleare iraniano: Trump ha dichiarato ieri di aver firmato «un accordo» per cui «l’Iran non avrà mai l’arma nucleare» e che «il Medio Oriente è ora più sicuro».

    Teheran, nel frattempo, ha alzato ulteriormente la tensione: i Guardiani della Rivoluzione hanno avvertito che qualsiasi transito non autorizzato nello Stretto di Hormuz sarà considerato «inaccettabile e pericoloso» e subirà «misure appropriate», mentre l’Iran starebbe valutando l’introduzione di tariffe di transito sulle navi commerciali — una mossa che gli USA contestano rivendicando lo status internazionale dello stretto.

    Cosa succede adesso

    L’Italia viene ora accusata da Teheran di complicità in una guerra, costretta a smentire — almeno parzialmente — il proprio segretario generale Nato, e impossibilitata a produrre documenti che chiariscano una volta per tutte i termini degli accordi sulle basi USA. Nelle prossime ore si attende una risposta formale del governo alle richieste di chiarimento avanzate dall’Iran. Il Parlamento, al momento, non risulta convocato in seduta straordinaria per discutere la questione.


    Fonti:

  • Terremoto in Venezuela: la scossa ripresa dal mare dai pescatori

    Terremoto in Venezuela: la scossa ripresa dal mare dai pescatori

    Un violento terremoto ha colpito il Venezuela nella notte tra il 24 e il 25 giugno 2026, con due potenti scosse verificatesi a soli 39 secondi di distanza: la prima di magnitudo 7.2, la seconda di magnitudo 7.5. L’evento, avvertito alle 18.24 ora locale (le 00.24 in Italia), è considerato il sisma più potente che abbia interessato il Paese in oltre un secolo. Tra i documenti che stanno circolando in rete, spicca il video girato da un pescatore in mare aperto, che testimonia come le scosse siano state percepite anche al largo, con le acque sempre più agitate attorno all’imbarcazione.

    Il video dal mare e le aree colpite

    Le immagini riprese dal pescatore mostrano chiaramente l’agitazione del mare nelle zone interessate dal terremoto, offrendo una prospettiva insolita e diretta sulla portata dell’evento sismico. L’epicentro si trova nella regione costiera centro-settentrionale del Venezuela, con lo stato de La Guaira — situato a circa 20 chilometri da Caracas — tra le aree più duramente colpite.

    Edifici crollati a Caracas, si scava tra le macerie

    Nella capitale Caracas i soccorritori lavorano senza sosta per estrarre le persone rimaste intrappolate sotto le macerie. Secondo quanto riportato dalle fonti disponibili, sarebbero numerosi gli edifici crollati o gravemente danneggiati. Le operazioni di ricerca e soccorso sono in corso, ma il bilancio definitivo delle vittime e dei feriti non è ancora disponibile al momento della pubblicazione.

    Tajani: unità di crisi attiva, rischio per gli italiani in Venezuela

    Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha dichiarato a RaiNews24 che l’unità di crisi della Farnesina è operativa dalla notte del sisma. «Speriamo che non ci siano italiani coinvolti», ha affermato il vicepremier, aggiungendo tuttavia che, data la consistente comunità italiana nel Paese — stimata in circa 120.000 persone, incluse quelle con doppio passaporto — «potrebbe esserci qualcuno che sia rimasto intrappolato», anche perché «ci sono decine e decine e decine di palazzi crollati».

    Tajani ha precisato che i cittadini italiani registrati tramite l’applicazione Viaggiare Sicuri sono stati contattati e risultano al momento incolumi. Alcune famiglie italiane sono state accolte presso l’ambasciata a Caracas. Tuttavia, il ministro ha segnalato che l’aeroporto non è operativo, rendendo impossibile il rientro in Italia per chi lo desiderasse.

    Il titolare della Farnesina ha riferito di aver preso contatti con la presidente ad interim venezuelana Delcy Rodriguez e con il ministro degli Esteri del Paese sudamericano, per esprimere la solidarietà dell’Italia e per illustrare le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea attraverso il suo sistema di protezione civile.

    Le autorità venezuelane e i soccorritori internazionali sono al lavoro per fare un bilancio completo dei danni. La comunità italiana in Venezuela resta sotto osservazione da parte della Farnesina, che ha assicurato il massimo sostegno anche alle famiglie in Italia con parenti nella zona colpita. Ulteriori aggiornamenti sono attesi nelle prossime ore.