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  • Lavrov: gli Usa attaccano la Russia aiutando l’Ucraina. E Meloni da Berlino: “Rafforziamo la difesa comune”  (che ci costerà 15 miliardi).

    Lavrov: gli Usa attaccano la Russia aiutando l’Ucraina. E Meloni da Berlino: “Rafforziamo la difesa comune” (che ci costerà 15 miliardi).

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    Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov è tornato ancora una volta al centro della ribalta. Solo qualche giorno fa aveva dichiarato che l’Unione Europea si sta preparando alla guerra entro il 2030, e che uno scontro nucleare sarebbe catastrofico. Questa volta ha accusato gli Stati Uniti di essere direttamente coinvolti negli attacchi ucraini contro il territorio russo. Intervenendo oggi a un forum, e citato dall’agenzia Tass, Lavrov ha dichiarato: «Senza l’aiuto diretto americano nella guida e nell’ottenimento di dati per l’individuazione di obiettivi, è impossibile fare ciò che l’Ucraina sta facendo ora, lanciando attacchi terroristici sul territorio russo». Una dichiarazione netta, che secondo Mosca fotografa non un semplice sostegno militare, ma una partecipazione operativa di Washington al conflitto.

    Il contesto: accuse di lunga data, ora più esplicite

    Le parole pronunciate martedì non sono isolate. Già nella giornata del 23 giugno, parlando agli ambasciatori stranieri riuniti a Mosca, Lavrov aveva innalzato il livello dello scontro diplomatico con Occidente e Stati Uniti, accusando l’Unione europea di aver «apertamente adottato i metodi terroristici del regime di Zelensky» e Washington di aver abbandonato ogni pretesa di mediazione imparziale per abbracciare invece «una strada di intensificazione della pressione sanzionatoria sulla Russia». In quella sede, Lavrov aveva anche ribadito la disponibilità di Mosca a difendere la Bielorussia «con l’intera gamma di misure previste dal trattato» in caso di aggressione esterna.

    Le dichiarazioni del capo della diplomazia russa trovano una sponda nell’analisi di Nicolai Lilin, figura nota al pubblico italiano. In [un video ripreso da Byoblu \[3.0\]](/missili-britannici-voronezh-nato-specialisti-ucraina/), Lilin aveva sostenuto che i missili da crociera britannici Storm Shadow caduti sulla città di Voronezh non fossero stati lanciati da operatori ucraini, bensì da specialisti militari della NATO operanti direttamente dal suolo ucraino. La tesi di fondo, secondo Lilin, è che l’Ucraina non disponga autonomamente della capacità tecnica per utilizzare i sistemi missilistici occidentali più sofisticati, i quali richiedono operatori qualificati forniti dai Paesi produttori.

    Le due letture convergono

    Se le posizioni di Lavrov si collocano sul piano diplomatico-istituzionale, quelle di Lilin appartengono all’analisi geopolitica indipendente. Eppure entrambe convergono su un punto centrale: la partecipazione diretta di attori occidentali — americani e britannici — nell’esecuzione materiale delle operazioni militari contro la Russia, al di là della semplice fornitura di armamenti.

    Lilin, nel suo video, aveva richiamato l’attenzione sull’attacco a Voronezh — che avrebbe coinvolto dieci missili Storm Shadow — e sugli stati di allerta missilistica scattati in regioni interne della Russia ben lontane dalla linea del fronte, come il Tatarstan, Saratov e Penza. Secondo la sua lettura, questi episodi testimonierebbero la volontà britannica di «colpire la Russia in profondità», linea che Londra avrebbe già fatto propria in sede G7.

    La risposta occidentale e il fronte diplomatico

    Dal versante opposto, il premier britannico Keir Starmer, a margine del vertice dei leader del formato E5 a Berlino, ha rivendicato il sostegno a Kiev come un risultato di cui essere «orgoglioso», annunciando nuovi investimenti nella difesa e una NATO «più europea». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ribadito che «il sostegno europeo non cede», mentre la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha confermato l’impegno di Roma sulle infrastrutture critiche e la resilienza energetica ucraina. E proprio oggi a margine del vertice del formato E5, che riunisce Italia, Germania, Francia, Regno Unito e Polonia, a Berlino, ha dichiarato: “L’Europa deve assumersi le proprie responsabilità in materia di difesa e sicurezza, rafforzando la componente europea dell’Alleanza atlantica in complementarietà con gli Stati Uniti. L’incontro ci ha offerto l’opportunità di approfondire gli strumenti che abbiamo a disposizione per rafforzare la capacità comune di rispondere alle complesse sfide che la storia ci sta mettendo di fronte”. Un chiaro riferimento (a intenditor poche parole) all’urgenza con cui la Commissione Europea ha chiesto all’Italia di attivare i 15 miliardi del progetto SAFE (di cui ho parlato qui), che creeranno nuovo debito pubblico e proietteranno l’Italia in una economia di guerra.

    La distanza tra le due narrative — quella russa, che descrive una guerra per procura ormai apertamente gestita da Washington e Londra, e quella occidentale, che inquadra il sostegno a Kiev come difesa della libertà e della democrazia — appare oggi più ampia che mai. I prossimi giorni, con la Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina in corso a Danzica fino al 26 giugno, forniranno ulteriori indicazioni sulla direzione che le capitali occidentali intendono imprimere al conflitto. Anche se la direzione appare ovvia, e Lavrov la delinea in fondo in maniera più che evidente.

  • Gianni Alemanno esce dal carcere: «Sono innocente». E lancia il sovranismo sociale insieme a Vannacci.

    Gianni Alemanno esce dal carcere: «Sono innocente». E lancia il sovranismo sociale insieme a Vannacci.

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    Gianni Alemanno ha lasciato il carcere di Rebibbia questa mattina, dopo 1 anno, 5 mesi e 24 giorni di detenzione. L’ex sindaco di Roma, 68 anni, era entrato nel penitenziario romano il 31 dicembre 2024 per scontare la condanna per traffico di influenze illecite nell’ambito dell’inchiesta «Mondo di Mezzo». Ad attenderlo fuori dal portone di via Raffaele Majetti c’erano il suo avvocato Edoardo Albertario, familiari, amici e un centinaio di sostenitori che lo hanno accolto con cori ritmati: «Gianni, Gianni» e «Uno di noi».

    «Non dovevo stare qua»

    Il primo pensiero di Alemanno, davanti alle telecamere, è andato alla propria vicenda giudiziaria. «Esco dal carcere da innocente», ha dichiarato con nettezza. «Ho fatto un anno e mezzo di carcere e non dovevo stare qua. Rifarei tutto perché sono innocente rispetto ai fatti che mi sono stati contestati». L’ex sindaco sostiene che il reato per cui è stato condannato sia stato di fatto abolito dalla cosiddetta legge Nordio del 2024. Va tuttavia segnalato che la Corte d’Appello di Roma e successivamente la Cassazione, già nel febbraio 2025, hanno respinto questa tesi difensiva, ritenendo sussistente una continuità normativa tra l’abuso d’ufficio abrogato e il reato di peculato per distrazione introdotto contestualmente, con il risultato che la condanna è rimasta in piedi.

    Alemanno, che ha raccontato in un lungo messaggio affidato ai social le settimane precedenti all’uscita, non nega le difficoltà di questo periodo. «Ho trovato un universo carcerario più degradato rispetto a quanto ricordassi», ha scritto, descrivendo celle progettate per quattro persone che ne ospitano sei, percorsi di reinserimento ridotti a privilegio per pochi e una burocrazia penitenziaria che definisce «lenta e oppressiva». «In carcere la Repubblica italiana perde la faccia», ha detto all’uscita. Nell’intervista rilasciata a L’Aria che Tira su La7, ha rivolto il primo pensiero ai detenuti che rimangono nelle strutture, promettendo di incontrare il ministro della Giustizia Carlo Nordio per portare all’attenzione delle istituzioni l’emergenza del sovraffollamento, che stima intorno al 140 per cento.

    L’attacco al governo Meloni e il messaggio a Vannacci

    Nella sua prima dichiarazione pubblica Alemanno non ha risparmiato critiche al governo guidato da Giorgia Meloni. «Sul sovraffollamento il governo Meloni non ha fatto nulla», ha affermato con decisione, aggiungendo poi un messaggio diretto alla presidente del Consiglio: «Se vuole parlare può chiamare Vannacci. Sa dove trovarci». Un passaggio che sintetizza la traiettoria politica che l’ex sindaco ha scelto per il futuro. Nel corso dell’uscita dal carcere ha ribadito la propria intenzione di fare politica accanto al generale Roberto Vannacci e al suo movimento Futuro Nazionale, sottolineando però che «non siamo d’accordo su tutto».

    Alemanno ha parlato di un percorso genuino, frutto di una riflessione maturata anche durante i mesi di detenzione. «Quando si diffondeva la voce della mia adesione a Vannacci, ho ricevuto solidarietà dai detenuti, dalle guardie, dalle infermiere. Questo mi dice che qualcosa sta accadendo intorno a Futuro Nazionale: il popolo parla», ha spiegato. Sul piano programmatico ha rilanciato l’idea di un «sovranismo sociale», con proposte concrete come quella di un sistema di «immigrazione rotazionale» basato su lavoro temporaneo e ritorno nei Paesi d’origine.

    Il pranzo con duecento militanti

    Subito dopo aver lasciato il penitenziario, Alemanno si è recato al ristorante «Il Mozzico», sulla via Tiburtina, a pochi passi da Rebibbia, per un pranzo organizzato da amici e sostenitori. Ad accoglierlo circa duecento persone tra militanti, simpatizzanti e dirigenti politici, compresi esponenti di Futuro Nazionale e volti storici della destra romana. Presente anche la showgirl Sylvie Lubamba, che ha scherzato: «Festeggiamo l’onomastico del nostro leader». Durante il pranzo, Alemanno ha rimesso al collo la catenina con la croce celtica, gesto che non è passato inosservato. A infilargli la catena è stato Massimo Arlechino, presidente di Indipendenza. «Grazie a chi ha retto botta, discusso e dialogato. Ora con Vannacci abbiamo una strada: quella del cambiamento», ha detto rivolgendosi ai presenti, con tono visibilmente emozionato. Quanto agli assenti, ha commentato con una nota di amarezza: «Mi dispiace non aver visto tanti amici di Fratelli d’Italia».

    La nuova alleanza e gli scenari futuri

    L’incontro tra Alemanno e Vannacci era atteso. Già prima dell’uscita dal carcere, il generale aveva dichiarato: «Noi non lasciamo indietro nessuno». L’annuncio della confluenza di Indipendenza in Futuro Nazionale era stato anticipato nei giorni precedenti, ma Alemanno tiene a precisare che si tratta di un’alleanza fondata su convergenze reali e non su opportunismi tattici. «Dobbiamo delineare un progetto di sovranismo sociale», ha detto, indicando nel «cambiamento» la parola d’ordine del nuovo percorso politico. All’indirizzo di Meloni ha lanciato anche un appello diretto: «Bisogna cambiare tutto, in Italia non c’è nulla da conservare. Chiami Vannacci e costruiamo qualcosa insieme».

    I prossimi passi, secondo quanto dichiarato, prevedono l’incontro con il ministro Nordio sulla questione carceraria e la definizione di una piattaforma programmatica comune con Futuro Nazionale in vista delle prossime scadenze elettorali.

  • Salvini vuole militarizzare le stazioni: «Troppa gentaglia, controllo metro per metro»

    Salvini vuole militarizzare le stazioni: «Troppa gentaglia, controllo metro per metro»

    Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, è attivamente al lavoro per intensificare la presenza di forze dell’ordine e personale in divisa nelle principali stazioni ferroviarie italiane. «C’è ancora troppa gentaglia in giro, serve un controllo metro per metro», ha dichiarato il leader della Lega, fissando l’obiettivo con parole nette e senza giri di parole.

    Secondo quanto comunicato nella giornata del 24 giugno 2026, il piano prevede di portare l’organico di FS Security dalle attuali 1.348 unità a 1.700, con un sensibile incremento del numero di donne e uomini in uniforme negli scali ferroviari. La spinta arriva all’indomani di una riunione con i vertici di Ferrovie dello Stato, dalla quale sono emersi dati incoraggianti ma, nell’ottica del ministro, ancora insufficienti.

    I numeri del 2026: miglioramenti reali, ma non abbastanza

    I risultati ottenuti finora sono tutt’altro che trascurabili. Stando ai dati resi noti, nel 2026 rispetto al 2025 si è registrato un calo del 47% nelle aggressioni al personale FS e del 46% nei furti nelle stazioni. Cifre che testimoniano l’efficacia delle misure già adottate, ma che per Salvini rappresentano soltanto un punto di partenza. L’obiettivo dichiarato è “liberare” le principali stazioni italiane dal degrado e dalla criminalità.

    Questa visione non è nuova per il ministro. Già nel gennaio 2026, intervistato su Retequattro, Salvini aveva auspicato la “militarizzazione delle stazioni” con uomini «su tutti i treni», in risposta alle cronache di aggressioni quotidiane negli hub ferroviari. Il caso di Roma Termini era diventato, in quel periodo, il simbolo di un problema diffuso: secondo un report di FS Security pubblicato a luglio 2025, in ambito ferroviario si verificava mediamente più di un’aggressione al giorno.

    Il protocollo Viminale-FS e le sette stazioni pilota

    La strategia di sicurezza ferroviaria si inserisce in un quadro istituzionale già avviato. Il Ministero dell’Interno e Ferrovie dello Stato hanno firmato un protocollo — alla presenza sia di Salvini che del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi — per rafforzare la sicurezza negli scali e nelle aree circostanti. L’accordo è stato sottoscritto dall’amministratore delegato di FS Italiane, Stefano Antonio Donnarumma, e dal capo di gabinetto del Viminale, Maria Teresa Sempreviva.

    Sette le stazioni individuate come prioritarie: Milano Centrale, Torino Porta Nuova, Venezia Santa Lucia, Firenze Santa Maria Novella, Roma Termini, Napoli Centrale e Napoli Piazza Garibaldi. In questi scali si prevede un aumento della presenza delle forze di polizia, maggiori controlli a bordo dei treni, il rafforzamento della Polizia Ferroviaria e l’impiego di contingenti militari dell’Operazione Strade Sicure. È previsto inoltre il potenziamento dei tornelli e delle barriere fisiche per limitare l’accesso alle banchine ai soli passeggeri muniti di biglietto, insieme all’ampliamento dei sistemi di videosorveglianza.

    «Il Viminale si impegna a rafforzare la presenza delle forze di polizia nelle aree interne e limitrofe delle stazioni», ha dichiarato Piantedosi, descrivendo l’iniziativa come «una azione concreta per offrire una più efficace risposta in zone dove la percezione di insicurezza è diffusa».

    Il nodo Strade Sicure e la sicurezza nei quartieri

    Il progetto di Salvini si aggancia direttamente all’Operazione Strade Sicure, attiva dal 2008 e attualmente impegnata con circa 6.635 militari in 58 città italiane, a presidio di circa 1.000 siti sensibili. La Lega ha storicamente difeso e anzi chiesto di potenziare l’operazione, anche in contrasto con la posizione di Fratelli d’Italia che preferisce aumentare il personale di polizia senza ricorrere alle forze armate.

    Ma la questione, secondo molti osservatori, va ben oltre le stazioni. Il degrado e la microcriminalità non si fermano agli ingressi degli scali: quartieri periferici, parchi, trasporto pubblico locale e aree urbane di molte città italiane soffrono di problemi analoghi. La domanda che in molti si pongono è se le risorse destinate alla sicurezza — umane ed economiche — siano adeguatamente distribuite su tutto il territorio nazionale, e non concentrate soltanto in alcuni nodi strategici.

    In questo contesto, emerge con forza il tema delle priorità: mentre il dibattito politico si confronta con le spese per gli armamenti destinati a conflitti esteri, una parte crescente dell’opinione pubblica chiede che la sicurezza dei cittadini italiani venga messa al primo posto, qui, nelle città dove vivono ogni giorno.

    Nei prossimi mesi staremo a vedere se il piano di Salvini si tradurrà in misure concrete e se le risorse necessarie troveranno copertura nell’ambito dei provvedimenti legislativi in discussione, oppure se si tratta di propaganda in vista delle elezioni politiche del 2027.

  • Iran, Rutte, segretario Nato: «500 aerei Usa decollati da basi italiane per Epic Fury». Ma il Governo nega.

    Iran, Rutte, segretario Nato: «500 aerei Usa decollati da basi italiane per Epic Fury». Ma il Governo nega.

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    Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato in un’intervista a Fox News che circa 500 aerei statunitensi sarebbero decollati da basi militari americane presenti sul territorio italiano per supportare l’operazione denominata «Epic Fury», il nome con cui è nota la campagna militare statunitense contro l’Iran. Le dichiarazioni sono state rese pubbliche oggi, in concomitanza con un incontro previsto tra lo stesso Rutte e il presidente Donald Trump alla Casa Bianca.

    «Comprendo perfettamente la delusione — ha affermato Rutte — ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Si tratta di un numero enorme». Il segretario ha poi allargato il quadro all’intero continente: «Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo».

    Tra gli esempi portati da Rutte figura anche la Romania: secondo il segretario, la capitale Bucarest avrebbe dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto veniva utilizzato come deposito per aerocisterne.

    La risposta del ministero della Difesa italiano

    Le dichiarazioni di Rutte hanno immediatamente suscitato la reazione ufficiale del governo italiano. Il ministero della Difesa ha respinto la ricostruzione del segretario Nato, definendola «totalmente fallace». In una nota, il dicastero ha precisato che «l’Italia autorizza esclusivamente i voli previsti dai trattati, che escludono totalmente le attività cinetiche», vale a dire operazioni offensive dirette.

    Il ministero ha aggiunto che «le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione», e ha sottolineato che si sarebbe atteso «un approfondimento alla fonte» prima che Rutte rendesse pubbliche quelle cifre. La nota governativa distingue quindi tra voli di natura tecnica e logistica — autorizzati — e missioni a carattere offensivo, che sarebbero invece state negate.

    Sullo sfondo vi è il caso del diniego all’utilizzo della base di Sigonella, in Sicilia, per il transito di velivoli americani diretti in Iran, episodio su cui il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva già preso posizione pubblica. L’episodio non sarebbe tuttavia paragonabile alla crisi del 1985 legata all’aereo con a bordo i dirottatori dell’Achille Lauro.

    Il contesto: tensioni tra Roma e Washington, vertice Nato in vista

    Le dichiarazioni di Rutte giungono in un momento di frizione nei rapporti tra l’Italia e l’amministrazione Trump. Nelle settimane precedenti, il presidente americano aveva rivolto critiche esplicite alla premier Giorgia Meloni proprio sul tema del supporto alle operazioni in Iran, contestando in più occasioni il mancato uso delle basi italiane per determinate missioni.

    L’incontro tra Rutte e Trump del 24 giugno si inserisce in un quadro diplomatico più ampio: l’obiettivo dichiarato è allentare le tensioni legate alla guerra con l’Iran e scongiurare le minacce statunitensi di ridurre la presenza militare in Europa, in vista del vertice dei leader della Nato previsto per luglio ad Ankara. Dopo il colloquio con Trump, Rutte ha partecipato in videoconferenza, da Washington, a una riunione del formato E5.

    Rutte ha anche difeso l’operato del presidente americano all’interno dell’Alleanza atlantica: «Trump ha rafforzato l’intera alleanza, rendendo gli Stati Uniti più sicuri e spingendo gli alleati a investire maggiormente nella propria difesa», ha dichiarato il segretario generale.

    Le reazioni politiche interne

    In Italia, le parole di Rutte hanno immediatamente riacceso il dibattito parlamentare. Le opposizioni hanno chiesto alla presidente del Consiglio chiarimenti ufficiali su quanto accade nelle basi militari americane presenti nel Paese e sul perimetro delle autorizzazioni concesse. Il governo, per ora, ha risposto attraverso la nota del ministero della Difesa, senza ulteriori dichiarazioni pubbliche da parte di Palazzo Chigi.

    Nel frattempo, il Senato degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per lo stop alla guerra con l’Iran, definita da Trump «insignificante». Il Pentagono starebbe inoltre preparando una richiesta da 80 miliardi di dollari per coprire i costi del conflitto, dato che resta da verificare.

  • “L’ISS ha sanzionato i ricercatori che si occupavano di effetti avversi”. Rivelazione shock del dirigente ISS Maurizio Federico in Commissione Covid

    “L’ISS ha sanzionato i ricercatori che si occupavano di effetti avversi”. Rivelazione shock del dirigente ISS Maurizio Federico in Commissione Covid

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    Nella seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid, il dottor Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto Superiore di Sanità e responsabile del Centro Nazionale per la Salute Globale, ha reso una testimonianza che solleva interrogativi gravi sull’operato dell’ISS durante la campagna vaccinale. Al centro dell’audizione — svoltasi a Palazzo San Macuto — una rivelazione che, nelle parole dello stesso Federico, è «tutto documentabile»: alcuni suoi colleghi dell’istituto furono sottoposti a ispezione e procedimento disciplinare interno per aver pubblicato una revisione scientifica sugli effetti avversi dei vaccini anti-Covid a mRNA.

    «I miei colleghi hanno dovuto subire un’ispezione, un’ammonizione, un’indagine interna all’ISS per aver pubblicato questo lavoro», ha dichiarato Federico davanti ai commissari. «Nella lettera c’era scritto a chiare lettere che uno dei motivi importanti era il messaggio che si veicolava attraverso questo studio.» Non una questione di metodo scientifico, dunque, non un problema di correttezza metodologica: il contenuto del messaggio era ritenuto politicamente inopportuno.

    Dati scientifici ignorati, proposte cestinate

    La ricerca in questione — una review sistematica pubblicata nel 2023 da una collega di Federico — analizzava in modo organico i dati già disponibili in letteratura sulle miocarditi e pericarditi associate ai vaccini mRNA, senza esprimere opinioni personali ma limitandosi a riportare quanto emerso dagli studi internazionali. Un anno dopo, nel 2024, gli stessi risultati sarebbero stati confermati da un’analisi pubblicata dai ricercatori di Moderna stessa, che — pur con i limiti di una sorveglianza esclusivamente passiva e di una finestra temporale di soli 21 giorni — riportava decine di migliaia di segnalazioni e riconosceva il nesso con miocarditi e pericarditi come «dato di fatto» statisticamente significativo.

    Nel frattempo, Federico aveva tentato per almeno tre volte di avviare un programma nazionale di ricerca sugli effetti avversi, inviando le relative proposte al Ministero. Risultato: «Tutta roba che è finita nel cestino. Non ho avuto neanche la dignità di un “le faremo sapere”.» Una risposta — o meglio, la sua totale assenza — che il ricercatore definisce incomprensibile sul piano scientifico e difficilmente giustificabile su quello istituzionale.

    Il vulnus della sorveglianza attiva

    Uno dei nodi più critici emersi nell’audizione riguarda la sorveglianza farmacologica. Federico ha affermato senza mezzi termini che la mancata adozione di una sorveglianza attiva in Italia rappresenta «un vulnus gravissimo» che «non si è mai riuscito a spiegare». Le segnalazioni raccolte passivamente calarono progressivamente man mano che la vaccinazione si estendeva alla popolazione generale — esattamente il contrario di quanto ci si sarebbe dovuto aspettare — semplicemente perché i cittadini comuni non conoscevano i canali di segnalazione e non avevano un riferimento medico che li accompagnasse nel processo.

    «Avremmo dovuto installare una vigilanza attiva dal day one», ha detto Federico. «Tutti i mezzi erano a nostra disposizione. Le spiegazioni forse bisogna andarle a cercare in altri campi che non siano quello scientifico

    La finestra dei 14 giorni: un limite senza senso biologico

    Un altro elemento sollevato nell’audizione, anche attraverso le domande del senatore Lucio Malan, riguarda il criterio temporale adottato da EMA e AIFA per il riconoscimento degli effetti avversi: la cosiddetta «finestra dei 14 giorni». Federico è stato esplicito: «Questi 14 giorni non hanno un senso biologico.» La letteratura scientifica dimostra che l’RNA vaccinale persiste nei linfonodi e in altri tessuti ben oltre 30 giorni dalla somministrazione — come documentato da studi pubblicati su Cell, una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo. I meccanismi di autoimmunità, ha spiegato il ricercatore, si sviluppano su scale temporali ben più lunghe. «Se vogliamo raccontare barzellette», ha detto con tono diretto, «diciamo che l’autoimmunità si sviluppa in 14 giorni.»

    Il problema non è solo scientifico: quella finestra temporale ha determinato, secondo quanto emerso nell’audizione, l’impossibilità pratica per molti danneggiati di accedere ai ristori previsti dallo Stato, rendendo quasi insuperabile l’ostacolo probatorio e il riconoscimento del nesso causale.

    Effetti sul sistema immunitario e rischio oncologico: la ricerca che manca

    Federico ha illustrato ai commissari una serie di evidenze pubblicate su riviste internazionali di primo piano che indicano come la proteina spike possa avere effetti tossici diretti sulle cellule del miocardio, indurre fenomeni di autoimmunità — inclusa una forma che colpisce le fibre nervose — e interferire con la risposta immunitaria antitumorale. Su quest’ultimo punto il ricercatore ha tenuto a essere preciso: «Crescita delle cellule tumorali non significa mai e poi mai che chi si vaccina è destinato a sviluppare un tumore.» Ma ha aggiunto che l’insieme delle evidenze — almeno quattro o cinque studi internazionali pubblicati e non smentiti da ricerche successive — avrebbe dovuto innescare programmi di ricerca obbligatori da parte delle istituzioni sanitarie. Questo non è avvenuto.

    I danneggiati: abbandonati dallo Stato, in mano agli «stregoni»

    Federico ha concluso la sua testimonianza con un paragone che suona come un atto d’accusa istituzionale. I pazienti affetti da malattie rare — definite come patologie che colpiscono non più di una persona su 2.000 — dispongono in Italia di percorsi diagnostici dedicati, registri nazionali, esenzioni e reti di centri specializzati. Chi ha sviluppato effetti avversi da vaccino, invece, si trova solo: «Hanno dato fiducia allo Stato e si sono trovati abbandonati. Andando in giro per ospedali e per medici nessuno sapeva o voleva dir loro niente.» Queste persone, ha aggiunto, finiscono spesso preda di «stregoni» e operatori improvvisati che promettono guarigioni impossibili, «doppianamente traditi: prima dallo Stato che non li riconosce, poi da chi li truffa con la complicità dell’assenza istituzionale».

    La Commissione, per bocca del presidente Lisei e del senatore Malan, ha annunciato l’intenzione di approfondire quanto dichiarato da Federico, richiedendo la documentazione relativa ai procedimenti interni avviati contro i ricercatori dell’ISS. Il confronto tra la funzione pubblica di vigilanza sanitaria che l’ISS è chiamato a svolgere e il comportamento descritto dal suo stesso dirigente di ricerca è una contraddizione che la Commissione non può lasciare senza risposta.

  • Un mese di tempo all’Italia per indebitarsi per 15 miliardi in armamenti.

    Un mese di tempo all’Italia per indebitarsi per 15 miliardi in armamenti.

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    L’Unione europea ha lanciato un avvertimento esplicito all’Italia: il Governo ha ancora un mese di tempo per sciogliere le riserve sui fondi del programma europeo Safe destinati alla difesa. Superata questa finestra, i quasi 15 miliardi di euro prenotati da Roma nell’agosto 2025 verranno redistribuiti tra gli altri Paesi partecipanti, visto l’elevato interesse registrato. La notizia è trapelata sulla base delle dichiarazioni di un’alta fonte europea vicina al dossier.

    Il meccanismo è legato alla tabella di marcia della Commissione europea, impegnata in questi giorni a finalizzare i contratti esecutivi con le altre capitali e a definire i termini della partecipazione dell’Ungheria. Quando questo processo sarà completato, la fonte ha precisato, «a breve servirà chiarezza» da parte di Roma. Fonti istituzionali confermano tuttavia che non esistono scadenze formalmente inderogabili: la pressione è politica e operativa, non giuridicamente vincolante — almeno per ora.

    Uno schema che assomiglia a un ricatto finanziario

    Il messaggio di Bruxelles suona in modo inequivocabile: o vi indebitate per la difesa, o perdete i fondi che abbiamo messo da parte per voi. Un’impostazione che riflette la spinta politica della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen verso il riarmo del continente, in linea con le pressioni degli Stati Uniti — e in particolare dell’amministrazione Trump — che chiedono agli alleati NATO investimenti militari fino al 5% del PIL.

    Il programma Safe (Security Action for Europe) è uno strumento da 150 miliardi di euro complessivi, finanziato attraverso emissioni di debito da parte della stessa Commissione sui mercati internazionali, e poi girato agli Stati membri sotto forma di prestiti agevolati a lungo termine. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’industria europea della difesa, incentivare appalti congiunti tra Paesi e ridurre la dipendenza da armamenti extra-europei. In totale, 18 Paesi hanno già richiesto i fondi con programmi approvati dall’esecutivo Ue e autorizzati dal Consiglio. Nove di essi hanno già firmato tranche esecutive. La Polonia è stata la prima a ricevere un pagamento effettivo: 6,6 miliardi di euro lo scorso 29 maggio.

    L’Italia aveva ottenuto il via libera alla fine di gennaio 2026, nella seconda tranche di finanziamenti, insieme a Estonia, Finlandia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia. Ma dall’autorizzazione di principio non si è mai passati alla firma dei contratti esecutivi. Roma sarebbe intenzionata, stando a indiscrezioni, a utilizzare solo tra i 5 e i 6 miliardi — lo stretto necessario a coprire i progetti per i quali esistono già contratti firmati — rinunciando di fatto alla quota restante.

    Il governo diviso: Crosetto spinge, Giorgetti frena

    All’interno dell’esecutivo, la partita è apertamente giocata tra due ministri. Guido Crosetto, titolare della Difesa, non ha mai nascosto di voler procedere con gli investimenti. Intervenendo ieri all’evento «Il giorno della Verità» a Roma, ha però rimesso la palla nel campo del Ministero dell’Economia: «Giancarlo sa perfettamente le cose che io vorrei e io so perfettamente le cose che lui può fare. Sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha».

    Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, ha risposto dallo stesso palco con un ragionamento squisitamente finanziario: «Per finanziare la difesa posso usare le tasse degli italiani, il debito pubblico tramite BTP oppure i fondi Safe. Devo valutare se questi 15 miliardi di Safe costano più o meno rispetto a un BTP». Stando ai numeri da lui citati, il BTP decennale si colloca intorno al 3,6%, mentre il Safe a 40 anni sarebbe intorno al 3,4%: «La mia valutazione, come qualsiasi consulente finanziario, direi: prendi i Safe». Ha aggiunto che la decisione complessiva sull’incremento della spesa per la difesa — reso possibile anche dalla clausola di flessibilità del Patto di stabilità — arriverà «fra qualche settimana, al massimo entro settembre».

    Il punto cruciale che Giorgetti non dice esplicitamente, ma che emerge chiaramente dal contesto, è che qualunque strumento si scelga — Safe o BTP — si tratta comunque di nuovo debito pubblico. L’Italia, già gravata da uno dei rapporti debito/PIL più alti d’Europa, si trova a dover scegliere tra diverse forme di indebitamento per rispettare impegni militari decisi in larga parte fuori dai propri confini.

    Il nodo politico: chi decide davvero?

    La pressione europea arriva in un momento in cui il governo italiano fatica a trovare una sintesi interna. Crosetto ha ricordato simbolicamente quanto sia costato a Giorgetti uscire dalla procedura d’infrazione europea, lasciando intendere che ogni nuova voce di debito è una variabile delicata per chi gestisce i conti pubblici. Eppure la stessa Unione europea che ha imposto all’Italia rigore di bilancio è oggi quella che sollecita Roma ad accendere un prestito miliardario per comprare armamenti.

    La contraddizione è evidente: da un lato Bruxelles premia il rispetto dei parametri di Maastricht, dall’altro spinge affinché gli stessi parametri vengano allentati — tramite la clausola di flessibilità — per finanziare la corsa al riarmo. Il tutto sotto la pressione di un’agenda geopolitica che ha il suo epicentro a Washington prima ancora che a Bruxelles.

  • Alibaba fa causa al Pentagono: inserita nella blacklist militare.

    Alibaba fa causa al Pentagono: inserita nella blacklist militare.

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    Il colosso cinese dell’e-commerce Alibaba ha depositato ieri una denuncia presso un tribunale federale di San Jose, in California, contro il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il motivo: essere stata inserita, il 9 giugno scorso, nella cosiddetta “1260H list“, la lista del Pentagono delle aziende ritenute collegate all’apparato militare cinese. Insieme ad Alibaba figurano altri colossi come il motore di ricerca Baidu, il produttore di auto elettriche BYD, il fabbricante di robot Unitree e decine di altre imprese attive nell’intelligenza artificiale, nella biotech e nell’energia solare.

    Nel ricorso, Alibaba sostiene che la designazione “non ha alcun fondamento né nei fatti né nel diritto”. L’azienda si descrive come un’impresa governata da un consiglio di amministrazione indipendente, senza alcun affiliato militare, i cui prodotti e servizi riguardano il commercio al dettaglio, la logistica e l’informatica per le imprese — non armamenti, difesa o intelligence. La società contesta anche la violazione del giusto processo costituzionale e della libertà di espressione.

    Cos’è Alibaba — e perché dovreste saperlo

    Per chi non la conosce: Alibaba è, in estrema sintesi, l’Amazon cinese, moltiplicato per dieci. Fondata nel 1999 da Jack Ma, è uno dei gruppi tecnologici più grandi del pianeta: gestisce piattaforme di vendita online, servizi cloud, pagamenti digitali, logistica e molto altro. Ogni anno muove volumi di merci che superano quelli di Amazon e eBay messi insieme. È quotata sia a Hong Kong che a New York.

    Il fatto che un’azienda del genere — nata per vendere vestiti e gadget a prezzi stracciati — finisca su una lista del Pentagono accanto a costruttori di caccia militari dice tutto sull’escalation della guerra commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina.

    La lista e le sue crepe

    Il Pentagono ha giustificato l’inserimento di Alibaba con due sole frasi: l’azienda sarebbe “indirettamente affiliata” all’ente statale che gestisce gli asset pubblici cinesi e “affiliata” al Ministero dell’Industria e dell’Informatica (MIIT). Non viene citato alcun contratto militare, nessun cliente nella difesa, nessuna condotta specifica.

    Un’analisi pubblicata da Foreign Policy firmata da Charles Sun e Christopher Nye mette a nudo la fragilità logica della lista: il MIIT regola l’intero settore tecnologico cinese, quindi per questa logica praticamente qualsiasi azienda tech cinese sarebbe «affiliata» al ministero. Bloomberg ha osservato che il Pentagono potrebbe giustificare teoricamente l’inserimento di quasi qualsiasi impresa cinese con una presenza negli Stati Uniti. La lista è passata da 134 a 188 aziende nel giro di pochi mesi.

    C’è anche una storia curiosa: a febbraio 2026 il Pentagono aveva pubblicato una versione quasi identica della lista, salvo ritirarla nel giro di minuti senza spiegazioni. La motivazione, emersa in seguito, sarebbe stata politica: era in corso la visita di Trump a Pechino e i produttori americani di chip temevano svantaggi competitivi se i rivali cinesi del settore memoria fossero stati esclusi dalla lista. La versione di giugno li ha reintrodotti.

    La dottrina della “fusione militare-civile” — e il paradosso

    Il cuore del problema è un concetto chiamato “military-civil fusion“: in Cina, per legge e per sistema di incentivi statali, le aziende private possono essere mobilitate a fini militari senza che sia necessario un ordine esplicito. Premi industriali come il titolo “Little Giant” (assegnato a oltre 14.000 imprese) portano sussidi e vantaggi fiscali, ma anche una potenziale sovrapposizione con le esigenze della difesa.

    Il Congresso americano ha recepito questo concetto in una norma nel dicembre 2024. Il problema, come nota Foreign Policy, è che l’ha poi trasformato in una lista nome-per-nome, uno strumento inadatto a fotografare un sistema diffuso e capillare. Il risultato è una rete talmente larga da rischiare di catturare tutto — e quindi di perdere di significato.

    La guerra silenziosa: dall’e-commerce all’intelligenza artificiale

    Questo episodio non va letto da solo. Si inserisce in una strategia americana molto più ampia di protezione degli interessi nazionali, che attraversa tutti i settori strategici. Poche settimane prima che Alibaba finisse sulla blacklist del Pentagono, due strumenti di intelligenza artificiale sviluppati da aziende americane — Mythos e Fable — sono stati resi inaccessibili agli utenti al di fuori degli Stati Uniti, senza preavviso. Nel dibattito specialistico si parla da tempo di “kill switch”: la capacità, incorporata nelle piattaforme tecnologiche e nei sistemi AI americani, di essere disattivati selettivamente per utenti o paesi stranieri.

    Non si tratta di coincidenze. Si tratta di una dottrina coerente: gli Stati Uniti considerano la tecnologia — cloud, AI, semiconduttori, robotica, e-commerce — parte integrante della loro sicurezza nazionale e del loro predominio geopolitico. I meccanismi cambiano (liste nere, restrizioni all’export, kill switch, dazi), ma la direzione è unica: tenere il controllo.

    E l’Italia? Ah sì, la tassa sui piccoli pacchi

    Di fronte a una tale mobilitazione di strumenti — legali, commerciali, tecnologici, regolatori — vale la pena chiedersi come risponda l’Europa, e in particolare l’Italia, a questa partita.

    La risposta, purtroppo, è nota: con la tassa sui piccoli pacchi provenienti dalla Cina, introdotta a livello europeo per proteggere i rivenditori locali dalla concorrenza di piattaforme come Temu e Shein. Una misura che colpisce soprattutto i consumatori italiani a basso reddito, che su quelle piattaforme compravano prodotti a prezzi accessibili, e che non tocca in alcun modo la partita strategica su AI, semiconduttori, cloud e dati.

    Gli Stati Uniti costruiscono muri tecnologici, blindano le loro piattaforme, usano la leva militare per escludere i concorrenti dai mercati globali. L’Italia — e l’Europa — rispondono tassando le buste da imballaggio. La sproporzione dice tutto sullo stato dell’arte della sovranità digitale e industriale del nostro paese.

    I prossimi sviluppi

    Il divieto per il Pentagono di contrattare con le aziende in lista scatta il 30 giugno 2026. Dal giugno 2027 si estenderà anche agli appalti indiretti, attraverso fornitori terzi. Alibaba non è sola nella contestazione legale: Baidu, BYD e altri hanno annunciato ricorsi o valutano azioni simili. In passato, Xiaomi è riuscita a farsi rimuovere dalla lista nel maggio 2021 attraverso un ricorso giudiziario.

    Nell’immediato, i mercati hanno reagito con relativa calma: i titoli di Alibaba e Baidu hanno perso meno dell’1% a Hong Kong al momento dell’annuncio ufficiale. Il vero banco di prova sarà il processo legale di Alibaba — e la visita di Xi Jinping a Washington, attesa per settembre 2026, che potrebbe cambiare le carte in tavola.


    Fonti:

  • Germania paralizzata: traffico ferroviario sospeso per crollo del sistema radio. Ripreso dopo ore, in tarda serata.

    Germania paralizzata: traffico ferroviario sospeso per crollo del sistema radio. Ripreso dopo ore, in tarda serata.

    Nella serata di martedì, la Germania si è ritrovata senza treni. Un guasto tecnico di vasta portata al sistema di comunicazione radio ferroviaria ha costretto Deutsche Bahn a sospendere l’intera circolazione su scala nazionale, bloccando sia i convogli a lunga percorrenza che quelli regionali e urbani. Lo ha confermato alla Dpa un portavoce dell’azienda ferroviaria tedesca, che ha parlato di un’interruzione che coinvolge i canali di comunicazione interni al gruppo.

    Al momento del guasto, i treni già in viaggio sono stati fermati nei punti ritenuti più sicuri o indirizzati verso la stazione più vicina per consentire ai passeggeri di scendere. Sul sito di Deutsche Bahn è comparso l’avviso che i servizi ferroviari erano «fortemente limitati o addirittura completamente sospesi», con effetti particolarmente gravi in Baviera.

    Il GSM-R fuori uso: cos’è il sistema che ha paralizzato tutto

    Al centro del problema c’è il GSM-R, acronimo di Global System for Mobile Communications – Railway, lo standard di telefonia mobile digitale basato sulla tecnologia 2G sviluppato specificamente per le comunicazioni ferroviarie europee. In Germania, questa rete radio dedicata copre decine di migliaia di chilometri di binari e garantisce lo scambio continuo di dati sul traffico e le comunicazioni vocali criptate tra macchinisti e centri di controllo a terra. Senza di esso, i treni non possono circolare in sicurezza.

    L’amministratrice delegata di Deutsche Bahn, Evelyn Palla — manager italiana originaria di Bolzano, chiamata a guidare le ferrovie tedesche pochi mesi fa — ha dichiarato alla Bild: «Stiamo cercando di far arrivare i treni nelle stazioni affinché i passeggeri possano scendere. Poi dobbiamo risolvere il problema che ancora non conosciamo». Una frase che fotografa con precisione la confusione delle prime ore: guasto accertato nella sua portata, causa ancora ignota.

    Caos su tutto il territorio: anche le compagnie private coinvolte

    Il collasso non ha riguardato soltanto Deutsche Bahn. Anche le compagnie ferroviarie private hanno subito le conseguenze. Metronom, tra le maggiori operatrici private del Paese, ha comunicato ai propri utenti che tutti i treni in viaggio erano stati fermati o diretti alla prima stazione disponibile, avvertendo di attendersi «lunghi ritardi e cancellazioni su tutte le linee». Il portavoce di Metropol, Simon Martens — che gestisce linee regionali tra Amburgo, Brema e Hannover trasportando ogni giorno oltre 120.000 passeggeri — è stato ancora più esplicito: «Riteniamo che non circolerà nulla stanotte». La compagnia ha consigliato ai propri clienti di non salire su alcun treno e di cercare mezzi di trasporto alternativi. A notte fonda, il traffico è stato ripristinato.

    Un altro segnale del declino tedesco

    Episodi come questo non avvengono nel vuoto. Come ho già raccontato nell’articolo “I tedeschi non ridono più“, la Germania sta attraversando una fase di progressivo logoramento sistemico che va ben oltre la singola emergenza ferroviaria. Il PIL ha registrato cali consecutivi nel 2023 (-0,3%) e nel 2024 (stimato -0,5%), l’industria automobilistica ha perso il 4,8% di produzione, i permessi edilizi sono crollati del 16,8% e i crediti deteriorati delle banche tedesche hanno registrato l’incremento assoluto più alto di tutta l’Unione Europea tra il primo trimestre 2023 e il terzo trimestre 2024.

    Sullo sfondo ferroviario, dopo decenni di sottoinvestimenti, che hanno portato a un calo della puntualità dei treni, la Germania sta cercando di modernizzare rapidamente la sua rete ferroviaria obsoleta attraverso ingenti investimenti pubblici. Una modernizzazione, però, che evidentemente non ha ancora raggiunto i suoi obiettivi: la rete resta agganciata a un’infrastruttura radio degli anni Novanta, il GSM-R appunto, rimasta in funzione proprio mentre si pianifica il passaggio ai sistemi di nuova generazione.

    La paralisi ferroviaria del 23 giugno si inserisce così in un quadro più ampio di fragilità strutturale: quella di un Paese che per decenni ha vissuto di rendita sulla solidità del proprio modello industriale e infrastrutturale, e che oggi si scopre vulnerabile su più fronti contemporaneamente — bancario, industriale, energetico e ora anche nei trasporti. I tecnici di Deutsche Bahn stanno lavorando per ripristinare il servizio, ma le domande più profonde sulla tenuta del sistema-Germania richiedono risposte che vanno ben oltre un guasto tecnico.

  • Euro digitale: la commissione approva, il M5S esulta: partirà nel 2029.

    Euro digitale: la commissione approva, il M5S esulta: partirà nel 2029.

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    La commissione per gli Affari economici e monetari (Econ) del Parlamento europeo ha approvato oggi il mandato negoziale sul regolamento per l’euro digitale. Il voto, avvenuto nella sala dedicata ad Alcide De Gasperi, ha visto 43 eurodeputati favorevoli, 14 contrari e un astenuto. Il testo diventerà con ogni probabilità la base per i negoziati in trilogo — tra Parlamento, Consiglio e Commissione — che prenderanno il via il 13 luglio sotto la presidenza irlandese del Consiglio Ue. Se nessun gruppo politico raccoglierà le firme di almeno 72 deputati per richiedere il voto in plenaria, l’iter salterà il passaggio in Aula previsto per luglio: ma il gruppo dei Patrioti ha già annunciato l’intenzione di opporsi alla procedura accelerata, rendendo probabile il voto plenario, anche se di carattere sostanzialmente formale.

    Il percorso istituzionale prevede ora la sperimentazione con utenti reali a partire dal 2027, seguita da un periodo di adozione graduale di almeno 24 mesi, per arrivare al lancio ufficiale dell’euro digitale nel 2029 — sempre che i negoziati si concludano entro fine 2026, come auspicato dalla Banca centrale europea.

    Cosa prevede il testo approvato

    L’euro digitale non è una criptovaluta né una nuova moneta: è un equivalente elettronico del contante emesso dalla BCE, dotato di corso legale e utilizzabile sia online sia offline. Il mandato approvato dalla commissione Econ chiarisce che banconote e monete continueranno a circolare: l’euro digitale dovrà affiancarle, non sostituirle Ne ho parlato approfonditamente qui: “Arriva l’euro digitale: cos’è, come funziona e i rischi per i cittadini”.

    Tra le specifiche tecniche, il wallet digitale potrà essere caricato da conto corrente o in contanti, e funzionerà anche senza connessione internet, avvicinando un dispositivo o una card a un terminale. I pagamenti di base saranno gratuiti per i cittadini, e le commissioni a carico degli esercenti non potranno essere superiori a quelle attualmente applicate dai circuiti Visa, Mastercard o PayPal — la cosiddetta clausola «no worse-off». E già qui mi si consenta di aprire un inciso: abbiamo parlato di commissioni? Con le normali banconote non ci sono commissioni. Perché mai l’euro digitale dovrebbe svalutarsi ad ogni passaggio di mano? A favore di chi? Delle banche? Ma andiamo avanti: le microimprese con meno di 50 dipendenti e meno di dieci milioni di fatturato potranno essere esentate dall’obbligo di accettarlo, ma solo se non accettano già altri metodi di pagamento digitale.

    La BCE ha accolto con favore il voto, sottolineando che il pacchetto «tutelerà il contante in euro come mezzo di pagamento legale e darà forma all’euro digitale».

    La motivazione ufficiale: sovranità europea contro la dipendenza dai circuiti americani

    I sostenitori del progetto insistono sulla necessità geopolitica dell’operazione. Oltre due terzi dei pagamenti con carta nell’eurozona transitano oggi attraverso circuiti extraeuropei. Tredici dei venti Paesi dell’eurozona non dispongono di alcun sistema di pagamento domestico. In uno scenario di tensione politica o commerciale, l’interruzione di Visa o Mastercard renderebbe impossibili milioni di transazioni quotidiane (ho parlato proprio oggi del “Kill Switch”).

    «L’euro digitale previene rischi senza svantaggiare nessuno», ha dichiarato Giovanni Crosetto (Fratelli d’Italia, Ecr), vice coordinatore del gruppo in Econ. «È una risposta al predominio di soggetti statunitensi nei pagamenti e, in prospettiva, all’avanzata delle stablecoin che aumenterebbero ulteriormente la presenza del dollaro negli scambi europei».

    Pasquale Tridico (M5S), unico relatore italiano del regolamento, ha definito il voto «una grande vittoria per cittadini e piccoli esercenti», aggiungendo che l’euro digitale «affianca il contante, non lo sostituisce, come qualcuno senza aver letto il regolamento continua a sostenere». Già, ma a differenza del contante, ad ogni passaggio di tasca vale sempre meno e le banche si arricchiscono sempre di più.

    Le domande che il mandato non chiude

    Il voto della commissione Econ non dissolve i nodi critici che accompagnano questo progetto fin dalla sua comparsa nell’agenda europea. La questione centrale non riguarda tanto le intenzioni dichiarate quanto l’architettura strutturale del sistema che si sta costruendo.

    Il contante ha una caratteristica che raramente viene messa a fuoco nei comunicati istituzionali: è anonimo, fisico e incondizionato. Una banconota non richiede l’approvazione di un algoritmo, non si spegne con un blackout, non viene bloccata da una decisione amministrativa. L’euro digitale, per quanto dotato di garanzie di privacy rafforzate rispetto alla proposta originaria della Commissione, continuerà a esistere solo in forma elettronica e a dipendere da infrastrutture tecnologiche, intermediari abilitati, banche, app certificate.

    Questi punti di controllo oggi non esistono con il contante. Il fatto che il mandato approvato rafforzi le tutele sulla privacy è una risposta parziale, non una risposta definitiva. Le leggi cambiano, i governi cambiano, le maggioranze parlamentari cambiano. Una norma di garanzia approvata nel 2026 può essere modificata nel 2031.

    Il rischio della programmabilità e i precedenti recenti

    Uno dei punti più discussi dagli esperti critici riguarda la cosiddetta programmabilità della moneta digitale: la possibilità tecnica, insita in qualsiasi valuta elettronica, di imporre condizioni all’uso del denaro — scadenze, limitazioni per categorie di spesa, blocchi automatici. I promotori dell’euro digitale assicurano che nulla di simile è contemplato nel progetto europeo. Ma la possibilità tecnica esiste, indipendentemente da quanto prevede il regolamento attuale.

    Non è necessario ricorrere a scenari ipotetici per capire dove può condurre il controllo sulle infrastrutture di pagamento. Nel 2022, durante le proteste dei camionisti canadesi contro le misure anti-Covid, il governo di Justin Trudeau congelò i conti correnti di centinaia di manifestanti senza mandato giudiziario, avvalendosi della legge sulle emergenze. Mastercard e Visa sospesero i servizi verso GiveSendGo, la piattaforma di raccolta fondi usata dai protestanti. Nel 2021, PayPal aveva bloccato i conti di attivisti britannici critici di alcune politiche pubbliche.

    In tutti questi casi ad agire furono soggetti privati. L’euro digitale è uno strumento pubblico, gestito da una banca centrale. Ma il punto non riguarda solo le intenzioni dell’emittente: riguarda l’infrastruttura. Un sistema in cui ogni transazione passa attraverso intermediari certificati, wallet digitali e connessioni verificate è strutturalmente diverso da uno in cui il denaro cambia di mano fisicamente, senza lasciare traccia e senza richiedere il consenso di alcun intermediario.

    Stephen Bartulica, relatore ombra per il gruppo ECR, ha usato toni più cauti rispetto ai colleghi entusiasti: «Il contante deve rimanere una vera opzione. Dovremo monitorare con molta attenzione lo sviluppo pratico di questo progetto». Una posizione di prudenza che, alla luce dei precedenti, appare tutt’altro che infondata.

    Prossimi passi: trilogo da luglio, lancio atteso nel 2029

    Il dossier approderà in plenaria a luglio, probabilmente per un voto formale di conferma. Dopodiché si apriranno i negoziati in trilogo — Parlamento, Consiglio e Commissione — con l’obiettivo dichiarato di chiudere il regolamento entro la fine del 2026. La BCE avvierà poi i test pilota nel 2027, seguiti da un periodo di adozione graduale, per arrivare al lancio ufficiale intorno al 2029.

    La direzione è tracciata. Le garanzie, per ora, sono scritte sulla carta. Come verranno applicate — e quanto a lungo resteranno invariate — è una domanda che i cittadini europei hanno tutto il diritto di continuare a porre.

  • In Commissione Covid è guerra aperta. Il Pd: “interrogatori nei commissariati”. La Russa “nessuna irregolarità”.

    In Commissione Covid è guerra aperta. Il Pd: “interrogatori nei commissariati”. La Russa “nessuna irregolarità”.

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    La Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid attraversa una fase di forte tensione politica. Il presidente del Senato Ignazio La Russa è intervenuto oggi per ribadire che non risultano irregolarità nei lavori della Commissione e che il presidente Marco Lisei ha dato rassicurazioni sul coinvolgimento delle forze di opposizione. I parlamentari di Fratelli d’Italia, dal canto loro, accusano le sinistre di fare ostruzionismo.

    Chiaramente dalla parte opposta si schiera il Partito Democratico. Francesco Boccia ha sostenuto che le parole di La Russa finirebbero per confermare le critiche già avanzate dall’opposizione sulla gestione delle deleghe e sull’organizzazione dei lavori. Una lettura che la maggioranza respinge con forza.

    Il punto di rottura: l’8 giugno 2026

    Tutto è precipitato la mattina dell’8 giugno scorso, quando i gruppi parlamentari di PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva hanno abbandonato in modo congiunto i lavori della Commissione, firmando una nota comune in cui denunciavano il superamento di quella che hanno definito «una linea rossa».

    Il motivo scatenante, stando a quanto riportato da diverse fonti, sarebbe stata la notizia che alcuni cittadini — verosimilmente coinvolti in attività o dichiarazioni oggetto di esame da parte della Commissione — sarebbero stati convocati e interrogati in commissariato. Per le opposizioni si tratterebbe di un uso distorto dello strumento parlamentare, trasformato da sede di accertamento della verità in strumento di pressione su privati. Per la maggioranza, invece, si tratta di procedure del tutto legittime.

    Il nodo riguarda in particolare la formula comparsa nella convocazione ufficiale della Commissione, dove alcuni soggetti risultavano «già ascoltati in sede di attività delegata». Secondo le opposizioni, dietro quella dicitura vi sarebbero stati veri e propri interrogatori svolti fuori dalla sede parlamentare, in un commissariato di polizia, da consulenti delegati dal presidente Lisei. La contestazione non riguarda quindi soltanto il merito delle testimonianze, ma il metodo: chi ha disposto quelle audizioni, con quale mandato, con quali garanzie per le persone ascoltate e con quale grado di conoscenza da parte dei commissari. La maggioranza sostiene invece che si tratti di un’attività istruttoria legittima, rientrante nei poteri della Commissione d’inchiesta.

    La denuncia politica riguarda dunque il fatto che una Commissione parlamentare chiamata ad accertare responsabilità pubbliche rischia di apparire, agli occhi di chi la contesta, come uno strumento di pressione, se cittadini privati vengono ascoltati in sedi di polizia prima del confronto pubblico in Commissione.

    Boccia avrebbe descritto la Commissione come «un plotone di esecuzione», secondo quanto riportato da Repubblica e La Stampa. Questo la dice lunga sul livello di scontro raggiunto.

    Curioso che il Partito Democratico non denunciasse “strumenti di pressione” sui cittadini che legittimamente sceglievano di non sottoporsi a trattamenti sanitari che consideravano inefficaci e rischiosi, e che per questo venivano sottoposti a continui tamponi, restavano fuori dai ristoranti, perdevano il lavoro e venivano dispersi con getti di acqua gelata. Quelle erano carezze, caro Boccia?

    Lisei non si dimette: «Non ho violato nulla»

    Il presidente della Commissione, Marco Lisei di Fratelli d’Italia, ha respinto ogni critica e ha escluso qualsiasi ipotesi di dimissioni. Secondo Lisei, le deleghe conferite per lo svolgimento delle audizioni sarebbero perfettamente legittime e nulla di quanto avvenuto violerebbe i limiti dell’organismo parlamentare. La sua posizione è che la Commissione deve poter lavorare e che le opposizioni stiano semplicemente evitando un confronto scomodo.

    Perché questa Commissione è importante

    Al di là dello scontro politico del momento, vale la pena ricordare perché la Commissione Covid esiste e cosa dovrebbe fare.

    L’organismo nasce per fare luce su una delle stagioni più controverse della storia recente del Paese: quella in cui milioni di italiani si sono visti limitare libertà fondamentali, lavoratori sono stati sospesi senza stipendio per non aver aderito all’obbligo vaccinale, famiglie sono state escluse da locali pubblici, manifestanti dispersi con idranti. Misure straordinarie che hanno prodotto ricorsi e, in alcuni casi, pronunce giudiziarie, ma per le quali non è ancora emersa una seria assunzione di responsabilità politica.

    È un punto che merita attenzione: molte delle forze che oggi si ritirano dai lavori sono le stesse che in quegli anni sostennero o votarono quelle misure. Questo alimenta legittimamente la domanda su quanto sia genuino l’interesse a fare piena chiarezza.

    Un tema cruciale che la Commissione dovrebbe affrontare riguarda anche i possibili conflitti di interesse tra soggetti che orientarono le scelte sanitarie e organismi con legami — diretti o indiretti — con l’industria farmaceutica. Su questo punto, per ora, non sono emerse risposte definitive.

    Non è chiaro se il ritiro delle opposizioni sia definitivo o se possa rientrare in tempi brevi. La Commissione potrebbe proseguire i lavori con la sola maggioranza, ma una configurazione del genere ne indebolirebbe il peso politico e la credibilità complessiva.