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  • Elezioni comunali 2026: centrodestra tiene Venezia e conquista Reggio Calabria

    Elezioni comunali 2026: centrodestra tiene Venezia e conquista Reggio Calabria

    Si è chiusa domenica 25 maggio la tornata elettorale amministrativa 2026, che ha coinvolto oltre 6,5 milioni di italiani chiamati al voto in circa 894 comuni delle regioni a statuto ordinario e in alcune a statuto speciale. Tra i comuni al voto figuravano 18 capoluoghi, tra cui Venezia, Reggio Calabria, Salerno, Prato, Pistoia, Mantova e Crotone. Lo spoglio, iniziato alle ore 15 alla chiusura dei seggi, ha restituito un quadro politicamente articolato, senza vittori o sconfitti netti, con i ballottaggi del 7 e 8 giugno destinati a chiarire ulteriormente gli equilibri.

    L’affluenza: un calo diffuso

    Il dato che accomuna tutto il territorio nazionale è il calo della partecipazione al voto. L’affluenza definitiva si è attestata al 60,1% secondo i dati del ministero dell’Interno, quasi cinque punti in meno rispetto alla tornata precedente. In Emilia-Romagna il calo è stato ancora più marcato: il dato definitivo si è fermato al 54,36%, oltre dieci punti in meno rispetto alle precedenti amministrative, risultando inferiore alla media nazionale.

    Il centrodestra: Venezia confermata, Reggio Calabria conquistata

    La vittoria più simbolica per il centrodestra è quella di Venezia, dove Simone Venturini si è aggiudicato il mandato già al primo turno con oltre il 53% dei voti, lasciando il candidato del centrosinistra Andrea Martella al 37,5% circa. Secondo l’istituto Youtrend, il risultato era da considerarsi acquisito già nella serata di domenica.

    A Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro, vicecapogruppo alla Camera di Forza Italia, si è avvicinato a una netta vittoria con proiezioni che lo davano intorno al 69% dei consensi, staccando largamente il candidato del centrosinistra Domenico Battaglia. A Macerata il sindaco uscente Sandro Parcaroli ha confermato la guida della città con circa il 52% dei voti contro il 42,6% dello sfidante di centrosinistra Gianluca Tittarelli, che ha riconosciuto la sconfitta. Confermato anche Vincenzo Voce a Crotone, con oltre il 60% dei consensi.

    La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato i risultati sui social con un post scriptum diventato subito virale: «E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani».

    Il centrosinistra: Prato, Pistoia e i trionfi in Emilia-Romagna

    Dall’altra parte, il centrosinistra registra risultati significativi in Toscana. A Prato, Matteo Biffoni ha conquistato il terzo mandato consecutivo da sindaco con oltre il 55% dei voti. A Pistoia, Giovanni Capecchi ha riportato il comune nel campo progressista dopo due mandati di centrodestra, ringraziando la sua sfidante interna alle primarie Stefania Nesi, indicata come prossima vicesindaco.

    In Emilia-Romagna il centrosinistra domina le principali piazze al voto. A Imola, Marco Panieri è stato riconfermato sindaco con un risultato di oltre il 72% dei voti, definito dallo stesso primo cittadino «storico». A Faenza, Massimo Isola ha bissato il mandato con oltre il 62% dei consensi. A Cervia, Mirko Boschetti ha vinto con il 52,66%, in un comune dove si era votato anticipatamente per le dimissioni del sindaco uscente. Luigi Tosiani, segretario del Pd emiliano-romagnolo, ha parlato di «risultati straordinari» per i principali comuni al voto. Restano da decidere al ballottaggio le sfide di Comacchio, dove è in testa il candidato di centrodestra Samuele Bellotti con il 45,8%, e di Vignola, dove Angelo Pasini del centrodestra guida con il 47,89% sulla sindaca uscente Emilia Muratori.

    A Mantova, l’ex assessore di centrosinistra Andrea Murari ha superato abbondantemente la soglia del 50% contro lo sfidante di centrodestra Raffaele Zancuoghi. A Salerno, Vincenzo De Luca è stato eletto sindaco con il 58% dei voti secondo le proiezioni Opinio-Rai.

    Le reazioni politiche

    La segretaria del Pd Elly Schlein ha parlato di un quadro complessivo «che conferma che quando siamo uniti come campo progressista siamo competitivi», esprimendo rammarico per la sconfitta a Venezia. Il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani ha sottolineato la «buona affermazione» del centrodestra, con particolare riferimento alla vittoria a Reggio Calabria. Il leader della Lega Matteo Salvini ha parlato di conferma e conquista di sindaci «in tutta Italia».

    L’analista politico Lorenzo Pregliasco di Youtrend ha sottolineato come il voto sia stato improntato alla «continuità», con Pistoia passata al centrosinistra e Reggio Calabria al centrodestra in un sostanziale pareggio, escludendo qualsiasi «effetto referendum» sulle dinamiche locali.

    I ballottaggi decideranno il quadro definitivo

    Il 7 e 8 giugno si tornerà alle urne in tutti i comuni in cui nessun candidato ha raggiunto il 50%+1 dei voti. Tra i capoluoghi, ad Arezzo si sfideranno Marcello Comanducci del centrodestra (oltre il 40%) e Vincenzo Ceccarelli del centrosinistra (oltre il 30%), mentre a Chieti il risultato era ancora incerto al momento della pubblicazione delle ultime notizie disponibili. I ballottaggi rappresenteranno l’ultima verifica prima delle elezioni politiche nazionali attese nel 2027.

  • Reggio Emilia, 22enne di origini marocchine fermato: pianificava attacco col coltello per l’Isis

    Reggio Emilia, 22enne di origini marocchine fermato: pianificava attacco col coltello per l’Isis

    Gli agenti della Squadra Volanti e della Digos lo hanno rintracciato nei pressi di via Roma, non lontano dalla centralissima via Emilia. Una volta portato in questura, sono emersi ulteriori elementi a suo carico: il giovane avrebbe intrattenuto contatti, attraverso una piattaforma di messaggistica, con un presunto sostenitore del Daesh che gli avrebbe offerto addestramento e finanziamenti per compiere un attentato, in Italia o all’estero. Il 22enne avrebbe accettato, ribadendo più volte la propria adesione ai valori dello Stato Islamico. Si trova ora nella casa circondariale di Reggio Emilia.

    Un profilo già noto alle autorità

    L’elemento che rende il caso ancora più significativo — e che alimenta le polemiche sul sistema di gestione dei soggetti a rischio — è che il giovane non era affatto uno sconosciuto per le autorità italiane. La Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione lo monitorava dal 2024, anno in cui era stato arrestato in Germania per reati commessi in quel paese e per aver manifestato apertamente simpatie jihadiste. Nonostante ciò, il soggetto si trovava liberamente sul territorio italiano, in grado di pianificare un attentato.

    L’operazione è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Reggio Emilia — guidata dal procuratore capo Calogero Gaetano Paci — e dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Bologna, diretta da Paolo Guido, con il supporto operativo delle Digos di Reggio Emilia e Bologna.

    Il nodo politico: accoglienza senza integrazione reale

    Il caso riporta al centro del dibattito pubblico la questione della politica migratoria e del modello di accoglienza adottato negli ultimi anni in Italia. Soggetti come il 22enne fermato a Reggio Emilia incarnano, secondo molti critici, il fallimento di un sistema che ha permesso l’ingresso e la permanenza nel paese di centinaia di migliaia di persone senza predisporre adeguati percorsi di integrazione, senza garantire accesso al lavoro, senza verificare la coerenza culturale con i valori fondanti della società italiana, e — soprattutto — senza strutturare un efficace sistema di monitoraggio e controllo.

    L’accusa mossa da più parti a quella che viene definita “politica di finta accoglienza” — la stessa che portò esponenti della sinistra istituzionale a parlare di immigrati come di “risorse” tout court — è che dietro la retorica dell’inclusione si nasconda in realtà una gestione superficiale e irresponsabile di flussi migratori di massa. Il caso di Reggio Emilia, con un uomo già schedato come pericoloso e lasciato libero di muoversi, sembra offrire un argomento concreto a questa critica.

    Prossimi sviluppi

    L’indagine è tuttora in corso. Gli inquirenti stanno approfondendo la rete di contatti del giovane, con particolare attenzione al sostenitore del Daesh con cui avrebbe comunicato online. Non è escluso che emergano ulteriori elementi nelle prossime ore. Il 22enne resta in carcere in attesa delle successive fasi processuali.

  • Milan, rivoluzione totale: via Allegri, Furlani, Tare e Moncada

    Milan, rivoluzione totale: via Allegri, Furlani, Tare e Moncada

    Una sconfitta contro il Cagliari nell’ultima giornata di campionato, la porta della Champions League che si chiude per il secondo anno consecutivo, e la proprietà americana che non lascia spazio a interpretazioni: il 25 maggio 2026 il Milan ha comunicato ufficialmente la fine del rapporto con l’allenatore Massimiliano Allegri, con l’amministratore delegato Giorgio Furlani, con il direttore sportivo Igli Tare e con il direttore tecnico Geoffrey Moncada. Tutti sollevati dall’incarico con effetto immediato.

    La decisione è stata resa nota attraverso un comunicato di RedBird Capital Partners, la società di Gerry Cardinale che controlla il club rossonero. Il testo non usa giri di parole: «Il mandato definito dalla proprietà per il Club era chiaro: tornare in Champions League e costruire le basi per vincere e rimanere con continuità ai vertici della Serie A». Un mandato che, secondo RedBird, non è stato rispettato. «Il finale di stagione è stato ben al di sotto del livello mostrato fino a quel momento», si legge ancora nella nota, «e la deludente sconfitta di ieri sera ha trasformato questa stagione in un fallimento inequivocabile».

    Il contesto sportivo

    Il Milan aveva trascorso larga parte della stagione nelle prime due posizioni della classifica di Serie A, con la concreta possibilità di contendere lo scudetto. Il crollo nelle ultime settimane ha però fatto scivolare il club fuori dalla zona Champions, rendendo la mancata qualificazione europea ancora più difficile da giustificare agli occhi della proprietà. Allegri era stato ingaggiato soltanto la scorsa estate, dopo la stagione opaca che aveva già portato a un primo ridimensionamento nell’organigramma societario.

    Il ruolo di Ibrahimovic e le prossime mosse

    Stando a quanto riportato da più fonti, Gerry Cardinale avrebbe deciso di affidare la ricostruzione dell’area sportiva a Zlatan Ibrahimovic, già presente nel consiglio di amministrazione del club e figura di riferimento della proprietà americana. Ibrahimovic assumerebbe una responsabilità ancora più ampia nella definizione del nuovo organigramma tecnico, dalla scelta del direttore sportivo all’indicazione del profilo del prossimo allenatore.

    Su quest’ultimo fronte, secondo fonti vicine al club citate da Il Giornale, la proprietà starebbe orientandosi verso un tecnico giovane e dal gioco propositivo, distante dal profilo gestionale rappresentato da Allegri. La pista che porta ad Antonio Conte sarebbe da escludere, mentre il nome del nuovo allenatore dovrebbe essere definito entro pochi giorni per consentire una programmazione rapida del mercato estivo.

    Il comunicato ufficiale annuncia che ulteriori nomine verranno comunicate «non appena definite, con l’obiettivo di avere una struttura pronta in vista della prossima stagione».

    La rosa: chi resta e chi potrebbe partire

    Secondo quanto riportato da Il Giornale, alcune valutazioni riguarderebbero anche i giocatori. Rafael Leao sarebbe considerato cedibile, mentre Luka Modric — il cui contratto scade il 30 giugno — attende ancora di conoscere il proprio futuro. Tra i giocatori indicati come possibili conferme figurerebbero Strahinja Pavlovic, Alexis Saelemaekers e Christian Pulisic, quest’ultimo da recuperare dopo una stagione complicata sul piano fisico.

    Non farà parte della nuova fase Adriano Galliani, nonostante le voci circolate nei giorni scorsi su un suo possibile rientro in società. Il presidente onorario Paolo Scaroni resterà invece concentrato sulla questione dello stadio.

    Un club che si trova a ricostruire

    Il Milan si appresta dunque ad affrontare la prossima stagione in Europa League anziché in Champions, con un organico da ridisegnare e una catena di comando tutta da definire. La rapidità con cui RedBird ha deciso di procedere suggerisce l’intenzione di non ripetere le incertezze dell’estate precedente. Quanto la ricostruzione sarà efficace dipenderà dalle scelte che verranno annunciate nelle prossime settimane.

  • Russia minaccia nuovi raid su Kiev e ordina ai diplomatici di andarsene

    Russia minaccia nuovi raid su Kiev e ordina ai diplomatici di andarsene

    Il Ministero degli Esteri russo ha emesso nella giornata di domenica 25 maggio 2026 un avvertimento formale rivolto ai cittadini stranieri presenti a Kiev, incluso il personale diplomatico delle ambasciate: lasciare la capitale ucraina «il prima possibile». La comunicazione, di per sé inusuale nella sua esplicitezza, anticipa la prosecuzione dei bombardamenti sulla città e sulle infrastrutture militari e amministrative ucraine.

    Secondo quanto dichiarato dalla diplomazia russa, i raid continueranno a colpire «i centri decisionali e i posti di comando» di Kiev, nonché le strutture legate alla produzione e all’impiego dei droni, con un riferimento diretto al coinvolgimento di «esperti NATO» nella catena logistica e operativa ucraina.

    La scintilla: il dormitorio di Starobelsk

    Mosca ha indicato come causa scatenante dell’attuale escalation un attacco di droni ucraini avvenuto nella notte tra giovedì 22 e venerdì 23 maggio nella regione di Lugansk, territorio sotto controllo russo. Il presidente Vladimir Putin ha accusato le forze di Kiev di aver deliberatamente colpito un dormitorio nella città di Starobelsk, dove erano ospitati ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Secondo le cifre fornite dal Cremlino, l’attacco avrebbe causato 21 morti e circa 40 feriti.

    Il Cremlino ha definito l’episodio «un’ulteriore prova della natura nazista e terroristica del regime di Kiev», mentre la diplomazia russa ha parlato della «goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza». La versione ucraina è però diametralmente opposta: lo Stato maggiore di Kiev sostiene di aver colpito un centro di comando di un’unità militare russa, non una struttura civile.

    Missili ipersonici Oreshnik nella notte tra sabato e domenica

    Nella notte tra sabato 23 e domenica 24 maggio, le forze armate russe hanno condotto un bombardamento massiccio sull’Ucraina, impiegando anche missili balistici ipersonici Oreshnik, sistemi in grado di trasportare testate nucleari e notoriamente difficili da intercettare per i sistemi di difesa aerea. L’utilizzo di questa tipologia di armamento segna un ulteriore innalzamento della soglia dello scontro e desta preoccupazione in ambito internazionale.

    Nello stesso arco di tempo, lo Stato maggiore ucraino ha rivendicato un’azione nella regione di Kherson, dove avrebbe inflitto una perdita significativa ai servizi di sicurezza russi, sebbene i dettagli restino al momento parziali.

    Un conflitto che si avvita su sé stesso

    L’escalation delle ultime ore si inserisce in un quadro di crescente tensione che vede le due parti sempre più distanti da qualsiasi prospettiva negoziale. Dal punto di vista di Mosca, l’offensiva è presentata come una risposta proporzionata ad atti deliberati contro la popolazione civile. Dal canto suo, Kiev ribatte di operare esclusivamente contro obiettivi militari legittimi e denuncia i bombardamenti russi come crimini di guerra.

    L’Europa osserva con crescente apprensione, intrappolata tra la logica del sostegno militare a Kiev e il rischio concreto di un’escalation che nessuno sembra in grado di arrestare. Nel frattempo, l’avvertimento ai diplomatici stranieri — se accolto — potrebbe tradursi in un ulteriore isolamento della capitale ucraina e in un segnale politico di portata rilevante per i prossimi giorni.

  • Francia bandisce Ben Gvir, Tajani: «Israele capisca che esiste un limite»

    Francia bandisce Ben Gvir, Tajani: «Israele capisca che esiste un limite»

    La decisione di Parigi è arrivata all’indomani delle polemiche suscitate dalle immagini circolate online, che documenterebbero umiliazioni e trattamenti degradanti inflitti ai partecipanti alla spedizione umanitaria. L’episodio ha innescato reazioni durissime in diversi paesi europei, acuendo le tensioni diplomatiche già elevate con Tel Aviv.

    Tajani: «C’è un limite che Israele deve riconoscere»

    Anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha preso posizione, affermando che «Israele si renda conto che c’è un limite». Le parole del capo della Farnesina segnano un irrigidimento significativo da parte del governo italiano, tradizionalmente più cauto nelle critiche allo Stato ebraico rispetto ad altri partner europei. La vicenda si inserisce in un contesto di crescente pressione internazionale su Gerusalemme, con l’Unione Europea che nei mesi scorsi ha più volte espresso preoccupazione per le condizioni della popolazione civile a Gaza.

    Un nuovo capitolo della crisi umanitaria a Gaza

    La Flotilla bloccata da Israele faceva parte di un tentativo di rompere il blocco navale che le autorità israeliane mantengono sulle acque al largo di Gaza. L’operazione è fallita prima di raggiungere la destinazione, e i partecipanti sono stati fermati e in seguito rimpatriati. Stando a quanto riportato dalle fonti, il video delle presunte umiliazioni — la cui piena autenticità e contesto restano da accertare in modo indipendente — avrebbe spinto Ben Gvir a esporsi pubblicamente, inasprendo le reazioni internazionali.

    Dal punto di vista della responsabilità politica, la vicenda mette in luce il ruolo di Ben Gvir all’interno del governo Netanyahu: ministro dell’ala più radicale della coalizione di destra, la sua condotta è stata criticata anche da alcune voci interne all’esecutivo israeliano. Ben Gvir avrebbe agito al di fuori delle direttive governative, secondo quanto trapelato da fonti vicine alla coalizione.

    Catastrofe umanitaria, responsabilità politiche e pressione internazionale

    L’episodio della Flotilla si innesta in una crisi umanitaria che a Gaza ha già prodotto un numero di vittime civili difficilmente quantificabile con certezza, ma che organizzazioni internazionali come l’ONU e Medici Senza Frontiere definiscono di proporzioni catastrofiche. Il blocco navale e terrestre imposto dal governo Netanyahu alla Striscia è da mesi al centro di dibattiti giuridici e politici a livello globale, con crescenti richieste di apertura di corridoi umanitari stabili.

    La decisione francese di vietare l’ingresso a Ben Gvir potrebbe rappresentare un precedente significativo nei rapporti tra l’Europa e l’attuale governo israeliano. Nei prossimi giorni sono attese prese di posizione di altri governi europei, mentre gli organizzatori della Flotilla, secondo quanto riferito, starebbero già pianificando una nuova spedizione.

    È possibile che nei giorni successivi al 23 maggio si siano verificati ulteriori sviluppi diplomatici non ancora riflessi nelle fonti disponibili.

  • Ebola, due cooperanti febbricitanti al Sacco: ma il virus non si trasmette per via aerea

    Ebola, due cooperanti febbricitanti al Sacco: ma il virus non si trasmette per via aerea

    Due cooperanti rientrati dall’Uganda — un uomo di trent’anni e una donna di 33, residenti nel Comasco tra Lurate Caccivio e Bulgarogrosso — sono stati ricoverati nella mattinata di lunedì 25 maggio presso l’ospedale Sacco di Milano dopo essere atterrati all’alba a Malpensa su un volo proveniente da Addis Abeba. Entrambi presentano febbre alta, vomito, nausea e brividi. I familiari del gruppo — in tutto undici persone suddivise in due nuclei — sono stati posti sotto sorveglianza sanitaria. Tra loro anche una bambina di un anno che risulta affetta da malaria.

    Il Ministero della Salute ha comunicato ufficialmente l’attivazione dei protocolli previsti per i casi sospetti di malattia da virus Ebola, specificando che i due pazienti sono sottoposti agli accertamenti diagnostici del caso in una struttura di massimo biocontenimento. I risultati dei test erano attesi tra il tardo pomeriggio e la serata di oggi. L’assessore lombardo alla Sanità Guido Bertolaso ha convocato una conferenza stampa per il pomeriggio.

    La domanda che i media evitano: come si trasmette davvero l’Ebola?

    Eppure, prima di alimentare l’allarme, vale la pena ricordare un dato scientifico fondamentale che spesso scompare nei titoli: il virus Ebola non si trasmette per via aerea, né attraverso il contatto occasionale con persone infette. Il contagio avviene esclusivamente tramite il contatto diretto con i fluidi corporei — sangue, sudore, saliva, vomito, urine — di una persona che presenta già i sintomi della malattia. Non basta trovarsi sullo stesso aereo, nello stesso ufficio o sedere allo stesso tavolo.

    Questo significa che il rischio per i passeggeri del volo Addis Abeba-Malpensa, per i familiari non a stretto contatto con i due cooperanti, e più in generale per la popolazione italiana è, nelle parole dello stesso Ministero della Salute, «molto basso». Un giudizio che non è un auspicio ottimistico, ma la diretta conseguenza delle caratteristiche biologiche del virus.

    Nel coperchio dell’allarmismo mediatico si dimentica spesso di spiegare che l’Ebola ha una modalità di trasmissione molto meno efficiente di quella di altri agenti patogeni respiratori come l’influenza o il Covid-19. Le epidemie africane si propagano principalmente negli ambienti sanitari privi di dispositivi di protezione adeguati, durante la preparazione dei cadaveri per i riti funebri, o nei contesti familiari dove si assiste un malato in fase sintomatica.

    Il vero problema: povertà, guerra e sistemi sanitari fragili

    Gli esperti concordano sul fatto che l’attuale focolaio — causato dal ceppo Bundibugyo, diverso da quello Zaire responsabile della grande epidemia 2014-2016 — si stia diffondendo nell’est della Repubblica Democratica del Congo e in Uganda non perché il virus sia diventato più contagioso, ma per ragioni strutturali ben note.

    Vittorio Colizzi, professore di Patologia generale e Immunologia, spiega che «l’estrema povertà, la guerra, il cibarsi di animali infetti sono i tasselli che compongono il puzzle di questa epidemia». L’Ebola è una zoonosi: il serbatoio naturale sono i pipistrelli della foresta equatoriale. Quando le popolazioni, spinte dalla fame, consumano carne di selvaggina — comprese scimmie — senza un’adeguata cottura, il virus può fare il salto di specie.

    Nelle province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu, epicentro dell’epidemia, operano decine di gruppi armati. Secondo i dati al 23 maggio, i casi sospetti nella RDC hanno superato quota 900, con 101 casi confermati in laboratorio e 119 decessi sospetti. In Uganda il totale dei casi confermati è salito a sette, tra cui operatori sanitari di una struttura privata nella capitale Kampala.

    Giovanni Putoto di Medici con l’Africa Cuamm sottolinea un ulteriore elemento critico: per il ceppo Bundibugyo «non esistono vaccini pienamente efficaci come quelli sviluppati per il ceppo Zaire». E la mobilità forzata di milioni di sfollati complica ulteriormente il tracciamento dei contatti.

    Il sistema italiano risponde, ma i toni non vanno amplificati

    Il Ministero della Salute ha confermato che il 24 maggio il Dipartimento della Prevenzione ha partecipato alla riunione dell’Health Security Committee della Commissione europea e ha convocato un tavolo di coordinamento nazionale con la partecipazione di Istituto Superiore di Sanità, Spallanzani, Sacco, San Matteo di Pavia e rappresentanti di più ministeri. Il sistema è operativo e i protocolli attivati.

    La domanda che resta sospesa, però, è un’altra: se la modalità di trasmissione dell’Ebola è così circoscritta e il rischio per l’Italia è definito «molto basso» dalle stesse autorità sanitarie, a chi giova un’informazione che privilegia il pathos dell’allarme rispetto alla precisione scientifica? La risposta corretta all’Ebola non è il panico: è il rigore dei protocolli, già in atto.

  • Russia bombarda Kiev con 90 missili e 600 droni: usato l’Oreshnik per la terza volta

    Russia bombarda Kiev con 90 missili e 600 droni: usato l’Oreshnik per la terza volta

    Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 maggio 2026, le forze armate russe hanno lanciato uno degli attacchi più intensi dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022: circa 90 missili e 600 droni hanno colpito Kiev e altre aree del Paese, causando almeno quattro morti e quasi cento feriti, secondo i dati forniti dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Le esplosioni hanno scosso la capitale a partire dall’una di notte, con ulteriori ondate tra le tre e le cinque del mattino.

    Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ha riferito di danni registrati in ogni quartiere della città. Tra gli edifici colpiti figura anche la sede del governo ucraino, con finestre distrutte ma senza feriti tra il personale, come comunicato dalla prima ministra Yulia Svyrydenko. Danni strutturali sono stati segnalati anche al Museo Nazionale d’Arte, uno dei più antichi del Paese, anche se la collezione di dipinti risulterebbe integra secondo quanto reso noto dal ministero della Cultura ucraino.

    L’Oreshnik impiegato per la terza volta

    Tra le armi utilizzate nell’attacco, il ministero della Difesa russo ha confermato l’impiego del missile balistico Oreshnik — terzo utilizzo documentato nel corso del conflitto — insieme a Iskander, Kinzhal e Zircon. Secondo Mosca, i raid hanno colpito strutture di comando militare, basi aeree e altre infrastrutture di natura militare.

    L’Oreshnik è un missile balistico a medio raggio, con una gittata compresa tra i 3.000 e i 5.500 chilometri. Viaggia a una velocità di circa Mach 10, pari a 2,5-3 chilometri al secondo, e sarebbe dotato di testate multiple a traiettoria indipendente, caratteristica che renderebbe particolarmente complessa la sua intercettazione. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato in precedenti occasioni che i moderni sistemi di difesa aerea non sarebbero in grado di abbatterlo. Marcin Andrzej Piotrowski, analista dell’Istituto Polacco per gli Affari Internazionali, ha tuttavia precisato che le testate dell’Oreshnik non effettuano manovre a velocità ipersonica, elemento che differenzierebbe il sistema dai missili ipersonici propriamente detti e che in teoria non escluderebbe del tutto la possibilità di intercettazione.

    Il missile, lanciato per la prima volta contro la città ucraina di Dnipro nel novembre 2024, deriva tecnicamente dal programma RS-26 Rubezh, a sua volta sviluppato dall’RS-24 Yars, secondo il Pentagono. Può essere armato sia con testate convenzionali sia nucleari. Il comandante delle Forze missilistiche strategiche russe, Sergei Karakayev, ha affermato che il sistema è in grado di raggiungere obiettivi in tutta Europa. A dicembre, il presidente bielorusso Alexander Lukashenko aveva annunciato lo schieramento del missile anche in Bielorussia, Paese confinante con il fianco orientale della NATO.

    Il contesto: la rappresaglia per l’attacco a Starobilsk

    Il bombardamento su Kiev segue di qualche giorno l’attacco ucraino al Collegio Pedagogico di Starobilsk, nella regione di Lugansk controllata dalla Russia, avvenuto nella notte tra giovedì e venerdì. Mosca ha denunciato 21 morti e 42 feriti, accusando Kiev di aver deliberatamente colpito una struttura civile con sedici droni in tre ondate successive. Putin aveva pubblicamente promesso una ritorsione, incaricando il ministero della Difesa di elaborare proposte di rappresaglia.

    Kiev ha respinto la ricostruzione russa, affermando che l’obiettivo era un quartier generale dell’unità speciale “Rubicon”, formazione d’élite specializzata nell’impiego di droni. Le versioni delle due parti rimangono contrastanti e non è stato possibile verificare in modo indipendente le circostanze dell’attacco.

    Il conflitto dura dall’invasione russa del febbraio 2022 e ha attraversato fasi alterne di combattimenti sul campo, negoziati abortiti e progressiva escalation armata. La guerra si combatte prevalentemente nell’est e nel sud dell’Ucraina, ma i raid missilistici russi e le operazioni con droni ucraini in profondità nel territorio russo hanno allargato il perimetro geografico delle ostilità.

    Le reazioni internazionali

    L’attacco ha suscitato reazioni di condanna da parte dei principali leader occidentali. La presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha espresso «ferma condanna» per il raid, sottolineando «il progressivo innalzamento del livello degli armamenti utilizzati» e ribadendo l’impegno italiano a lavorare per «una pace giusta e duratura» insieme ai partner europei e internazionali.

    Il presidente francese Emmanuel Macron ha condannato l’attacco e l’uso dell’Oreshnik, che a suo giudizio segnerebbe «il punto morto della guerra di aggressione della Russia». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito l’impiego del missile balistico russo una «sconsiderata escalation». Kaja Kallas, alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, ha parlato di «atti terroristici aberranti» diretti a colpire il maggior numero possibile di civili. Per la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper, l’intensificazione degli attacchi moscerebbe la debolezza di Mosca.

    Kiev ha intanto chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Sul fronte diplomatico, la situazione resta tesa: Zelensky ha contestato in una lettera ai vertici dell’UE la proposta tedesca di uno status di membro associato per l’Ucraina al posto della piena adesione, mentre restano aperte questioni legate all’entità dei futuri negoziati di pace.

  • Sub italiani morti alle Maldive: salme a Malpensa, lunedì le autopsie

    Sub italiani morti alle Maldive: salme a Malpensa, lunedì le autopsie

    La procura della Repubblica di Roma ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di omicidio colposo, per ora a carico di ignoti. Le indagini operative sono delegate alla procura di Busto Arsizio, nella persona del sostituto procuratore Nadia Alessandra Calcaterra. Lunedì 25 maggio, in un’udienza fissata per le 12.30, il magistrato ha conferito gli incarichi peritali a Luca Tajana, dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Pavia, alla tossicologa forense Cristiana Stramesi e all’anestesista e specialista di medicina subacquea Luciano Ditri, considerato uno dei massimi esperti italiani in medicina iperbarica. Le autopsie riguarderanno tutti e cinque i corpi, a partire da quello di Benedetti. Le famiglie delle vittime possono nominare propri consulenti di parte: la famiglia Gualtieri ha indicato la dottoressa Carola Vanoli, medico legale dell’Asl del Verbano Cusio Ossola.

    La grotta e le ipotesi sulla dinamica della tragedia

    Nel frattempo, le testimonianze degli speleosub finlandesi che hanno condotto le operazioni di recupero contribuiscono a delineare, almeno in parte, le possibili circostanze dell’incidente. I tre sommozzatori — Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist — facevano parte di un team attivato dall’organizzazione Dan Europe, specializzata in assicurazioni per attività subacquee.

    Paakkarinen, capo della spedizione, ha raccontato che i quattro corpi erano raggruppati nella zona più remota della cavità, un anfratto del secondo ambiente della grotta Thinwana Kandu (nota anche come “Grotta degli squali”), a oltre 60 metri di profondità. “Siamo stati molto sollevati quando li abbiamo trovati, perché nella prima immersione non riuscivamo a individuarli e stavamo cominciando a pensare che non fossero più lì”, ha dichiarato il sub finlandese all’ANSA.

    Secondo il racconto degli esperti, la grotta — lunga circa 200 metri e situata nell’atollo di Vaavu — è classificabile come molto impegnativa, non per la lunghezza ma per la profondità e le caratteristiche interne. Nelle sezioni più interne la visibilità può azzerarsi rapidamente a causa dei sedimenti corallini sollevati dai movimenti dei subacquei. Le immagini pubblicate da Dan Europe sui propri canali social mostrano con chiarezza il contrasto tra l’ingresso della caverna, dove filtra ancora luce naturale, e le sezioni più profonde, immerse nell’oscurità.

    Gli esperti finlandesi non hanno formulato conclusioni definitive sulle cause della morte, ma hanno indicato alcuni elementi di riflessione. La collega Westerlund ha osservato che “in questi casi spesso conta l’errore umano”. Paakkarinen ha riferito a un quotidiano nazionale che durante le quattro immersioni effettuate non ha rilevato correnti anomale in grado di trascinare i sub all’interno della grotta, ridimensionando un’ipotesi circolata nei primi giorni. Ha anche precisato che l’attrezzatura con cui sono stati trovati i corpi degli italiani “non era ottimale” per quel tipo di immersione e che mancava il cosiddetto “filo d’Arianna”, la corda guida tipica della speleosub. Le bombole rinvenute, da 12 litri, sarebbero adatte a immersioni ricreative ma non a esplorazioni di cavità profonde e complesse.

    L’ipotesi ritenuta più probabile da chi ha esplorato la grotta è che i quattro subacquei si siano smarriti nel tentativo di risalire dalla seconda alla prima camera, esaurendo progressivamente l’aria a disposizione.

    Le indagini in Italia e le testimonianze acquisite

    Parallalamente alle operazioni di rimpatrio, le indagini procedono anche sul fronte investigativo italiano. Stefano Vanin, entomologo forense e docente dell’Università di Genova, che si trovava a bordo della barca d’appoggio Duke of York al momento dell’immersione, è stato sentito come testimone dalla polizia a Genova. Avrebbe consegnato agli investigatori i materiali in suo possesso, compresi i dispositivi elettronici appartenenti alle vittime. Tutto il materiale è stato trasmesso alla procura di Roma. Dovrebbero essere sentiti anche altri due docenti del dipartimento Distav dell’ateneo genovese, non presenti alle Maldive, che potrebbero fornire elementi sul funzionamento delle cosiddette “crociere scientifiche” e sulle relative autorizzazioni.

    Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone e padre di Giorgia, ha rilasciato alcune dichiarazioni ai media nei giorni successivi alla tragedia. Tra l’altro ha segnalato che l’università avrebbe rimosso con rapidità il profilo della docente dal proprio sito, una circostanza che ha definito incomprensibile. Ha anche ricordato che nel curriculum della moglie figuravano brevetti relativi alla speleosub.

    Gli inquirenti hanno sequestrato le telecamere GoPro recuperate all’interno della grotta dalle autorità maldiviane: le riprese potrebbero fornire informazioni sugli ultimi minuti prima della tragedia.

    Al momento della redazione di questo articolo le autopsie erano programmate per lunedì 25 maggio. Non si escludono ulteriori sviluppi nelle indagini nelle settimane successive.


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  • Milan, stagione da incubo: tifosi furiosi e Allegri verso l’addio

    Milan, stagione da incubo: tifosi furiosi e Allegri verso l’addio

    Un’annata che sembrava poter consegnare il Milan alla Champions League si è trasformata in un disastro sportivo di proporzioni significative. La sconfitta casalinga contro il Cagliari all’ultima giornata ha sancito l’esclusione dalla massima competizione europea per club, al termine di un girone di ritorno vissuto ai margini della decenza agonistica.

    I numeri parlano da soli e sono impietosi: nelle ultime otto giornate di campionato i rossoneri hanno raccolto cinque sconfitte, un pareggio e soltanto due vittorie, con appena quattro punti conquistati nelle ultime sei gare. Un rendimento da zona retrocessione, che ha vanificato il buon avvio di stagione e alimentato la rabbia di una tifoseria già esasperata.

    I fischi di San Siro: contestati tutti, dalla società ai giocatori

    La contestazione esplosa a San Siro al triplice fischio finale di Milan-Cagliari ha avuto bersagli multipli. Secondo quanto riportato dalla Gazzetta dello Sport, Zlatan Ibrahimovic è stato scortato fino al parcheggio tra gli insulti dei tifosi. Il proprietario Gerry Cardinale ha lasciato lo stadio in silenzio, senza rilasciare dichiarazioni. L’amministratore delegato Giorgio Furlani e Massimo Calvelli sono invece rimasti all’interno di San Siro anche oltre il termine della partita. Nessun giocatore si è fermato a parlare con la stampa.

    La rabbia dei sostenitori milanisti non si è limitata alla dirigenza: anche la squadra è finita nel mirino. Il caso più emblematico riguarda Rafael Leão, sempre più lontano da San Siro emotivamente e fisicamente, già assente nella gara contro il Genoa per squalifica e contestato da settimane. Secondo l’analisi del giornalista Enzo Bucchioni su Tuttomercatoweb, «il feeling si è rotto da un pezzo» tra l’attaccante portoghese e l’ambiente rossonero.

    Allegri nel mirino: il calcio «banale e statico» che non funziona più

    Massimiliano Allegri, al termine della gara con il Cagliari, ha parlato a Dazn ammettendo le proprie responsabilità senza tuttavia rassegnare le dimissioni: «Abbiamo difeso molto male di squadra. Ho sbagliato in queste sei sconfitte. Bisognerà essere molto lucidi per fare una valutazione». Parole di un tecnico consapevole di essere in bilico, ma che non sembra intenzionato ad anticipare la decisione della società.

    La critica più articolata al suo operato viene dal mondo del giornalismo sportivo. Bucchioni ha paragonato l’attuale Milan «all’ultima Juventus di Max, partita bene e poi finita in ginocchio», aggiungendo che «questa volta è ancora peggio». La tesi è che il sistema di gioco di Allegri — difesa bassa, lancio lungo, scarso pressing — funzioni soltanto in presenza di fuoriclasse assoluti in grado di risolvere le situazioni da soli. La crescita di Luka Modrić nella prima parte di stagione avrebbe mascherato le lacune strutturali del progetto tecnico; il calo del centrocampista croato, unito a quello di Adrien Rabiot e Christian Pulisic, avrebbe riportato a galla un calcio «banale e statico» che la Serie A moderna punisce inesorabilmente.

    La posizione contraddittoria della società

    La situazione contrattuale di Allegri complica qualsiasi decisione. Secondo quanto riportato dall’esperto di mercato Matteo Moretto e ripreso da SpaziMilan, il tecnico livornese ha firmato un accordo triennale circa un anno fa, con due stagioni ancora da onorare. Il peso economico di un eventuale esonero o di una risoluzione consensuale rappresenta un freno concreto per RedBird.

    Ironicamente, se Allegri avesse centrato la qualificazione in Champions League — obiettivo mancato per una differenza reti o per il pareggio con il Cagliari — la società avrebbe avuto ancora meno argomenti formali per rescindere il contratto. Ora, con la Champions sfumata, l’esonero appare invece come la strada più probabile, sebbene onerosa.

    In casa Milan si ragiona già sui possibili successori: stando alle indiscrezioni riportate da più testate, il nome di Vincenzo Italiano è quello che circola con maggiore insistenza negli ambienti rossoneri, già considerato la scorsa estate.

    Un progetto da ricostruire

    Al di là delle scelte sulla panchina, i problemi strutturali del Milan sembrano andare ben oltre la figura dell’allenatore. La mancanza di un centravanti di ruolo, le difficoltà di comunicazione interna tra le varie figure dirigenziali e l’assenza di un’identità di gioco riconoscibile sono nodi che la proprietà RedBird dovrà sciogliere nell’imminente sessione di mercato estiva. La prossima stagione, senza i proventi della Champions, si preannuncia finanziariamente complessa e sportivamente delicatissima.


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  • Auto europee cedono il volante a Pechino: Stellantis apre le fabbriche a Dongfeng

    Auto europee cedono il volante a Pechino: Stellantis apre le fabbriche a Dongfeng

    Il 20 maggio 2026, da Amsterdam e Wuhan in contemporanea, Stellantis e Dongfeng Motor hanno annunciato la firma di un memorandum d’intesa per costituire una nuova joint venture europea. Il gruppo guidato da Antonio Filosa deterrà il 51% della nuova società, Dongfeng il restante 49%. L’obiettivo: vendere, distribuire, produrre e sviluppare veicoli a nuova energia (NEV) del costruttore cinese in Europa. Il marchio di punta sarà Voyah, la divisione elettrica premium di Dongfeng, praticamente sconosciuta al grande pubblico europeo.

    La produzione fisica avverrebbe nello stabilimento Stellantis di Rennes, in Francia, scelta tutt’altro che casuale: l’impianto ha urgente bisogno di nuovi ordini di lavoro. L’accordo è per ora un memorandum non vincolante, subordinato alla firma dei contratti definitivi e alle necessarie approvazioni regolamentari.

    Solo cinque giorni prima, il 15 maggio, Stellantis aveva già annunciato il rafforzamento della storica joint venture DPCA in Cina, con la produzione dal 2027 a Wuhan di nuovi modelli Peugeot e Jeep elettrificati destinati sia al mercato cinese che all’export globale. Due mosse in rapida successione che disegnano una strategia precisa: Stellantis si lega sempre più strettamente a Pechino, su entrambi i fronti.

    Un’industria europea svuotata

    Per capire perché questo sta accadendo, basta guardare i numeri. Secondo un report di S&P Global Ratings pubblicato il 19 maggio 2026, le fabbriche automobilistiche europee hanno una capacità installata di 28 milioni di veicoli l’anno, ma ne producono soltanto 17. Il tasso medio di utilizzo è inferiore al 60%, soglia ben al di sotto della redditività minima fissata tradizionalmente intorno al 70%.

    L’Italia tocca un tasso di utilizzo del 34,2%. Lo stabilimento di Cassino ha assemblato appena 2.916 auto nel primo trimestre 2026, operando cinque o sei giorni al mese, con un calo del 37,4% rispetto all’anno precedente secondo i dati Fim-Cisl. Mirafiori è andata anche peggio. In Francia gli impianti girano al 49,9%. Il caso più estremo è il Regno Unito, dove S&P certifica un tasso di utilizzo del 9,2%, con la produzione automotive britannica crollata nel 2025 al livello più basso dal 1952.

    È in questo scenario di vuoto produttivo che si inserisce l’avanzata cinese. Stella Li, vicepresidente di BYD, ha dichiarato senza mezzi termini a Bloomberg, a margine del convegno Future of the Car del Financial Times a Londra: «Stiamo cercando qualsiasi stabilimento disponibile in Europa, perché vogliamo sfruttare questa capacità produttiva inutilizzata». L’Italia, ha aggiunto, «è nella rosa dei Paesi di interesse».

    Il radicamento del Dragone: da Barcellona a Graz

    L’accordo Stellantis-Dongfeng non è un caso isolato: è l’ultimo capitolo di una penetrazione sistematica. A Barcellona, nella stessa fabbrica della Zona Franca dove Nissan aveva chiuso i battenti nel 2021 lasciando senza lavoro oltre 2.500 persone, oggi Chery Automobile assembla SUV attraverso una joint venture con il marchio storico spagnolo Ebro. Chery porta la tecnologia e le piattaforme; Ebro porta il nome e la credibilità politica locale. L’obiettivo è arrivare a 150.000 vetture l’anno entro il 2029.

    Ad aprile 2026, sempre nell’area metropolitana di Barcellona, Chery ha inaugurato il proprio centro operativo europeo, prima base regionale del gruppo fuori dalla Cina.

    A Graz, nello stabilimento di Magna Steyr che un tempo produceva Jaguar e BMW, Xpeng e GAC hanno già avviato la produzione. A Valencia, secondo quanto riportato dalla stampa spagnola e confermato da fonti di settore, Geely sarebbe in trattativa avanzata per acquisire parte dell’impianto Ford di Almussafes, dove potrebbe produrre il SUV Galaxy E2.

    Anche Volkswagen non è immune alla deriva. Come riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, il colosso di Wolfsburg — fino a qualche anno fa leader di mercato in Cina — ha elaborato una nuova strategia: sviluppare veicoli con tecnologie cinesi, perché quelli tedeschi sarebbero «troppo costosi, troppo arretrati, troppo tedeschi». L’amministratore delegato Oliver Blume ha dichiarato al tabloid Bild che «il capitalismo di stato cinese è un esempio per la Germania», lodando la capacità di Pechino di «programmare e fissare obiettivi chiari».

    Bruxelles: dazi tardivi e dipendenze già consolidate

    La risposta istituzionale europea appare lenta e contraddittoria rispetto all’entità della sfida. Secondo Internazionale, nel primo trimestre 2026 le importazioni di auto dalla Cina sono aumentate del 77%. Il deficit commerciale con Pechino ammonta a circa un miliardo di euro al giorno. Le esportazioni europee verso la Cina calano, quelle cinesi verso l’Europa crescono senza sosta.

    Il commissario al commercio Maroš Šefčovič prevede una serie di «dazi punitivi» sulla chimica e la meccanica cinesi, con una bozza attesa entro fine maggio. Il 19 maggio il Parlamento europeo ha inasprito i limiti sulle importazioni di acciaio, quasi dimezzando le quote esenti da dazi a 18,3 milioni di tonnellate annue. Ma nel frattempo la dipendenza strutturale si consolida: l’UE non produce più in autonomia nemmeno il paracetamolo, e il settore chimico ha ridotto del 7% la propria capacità produttiva negli ultimi tre anni.

    S&P Global stima che entro il 2028 il 25% delle auto cinesi vendute in Europa sarà prodotto localmente, quota destinata a salire al 32% nel 2030. Bank of America, che ha tagliato i giudizi su Stellantis e Renault, avverte che questa stima potrebbe rivelarsi addirittura prudente.

    Il paradosso del «Made in Europe»

    C’è un’ironia amara in tutto questo. I costruttori cinesi si radicalizzano in Europa non per generosità verso i lavoratori del continente, ma per aggirare i dazi europei sui veicoli elettrici importati dalla Cina. Produrre in Europa significa diventare «europei» agli occhi della normativa sul contenuto locale. È una strategia di penetrazione commerciale e politica, non di solidarietà industriale.

    Lo stabilimento di Rennes che assemblerà auto Dongfeng, la fabbrica di Barcellona che sforna SUV Chery con badge spagnolo, l’impianto di Graz che accoglie Xpeng: tutto questo risponde al bollino «Made in Europe». Ma chi ne detiene la tecnologia, le piattaforme, il software, le batterie? La risposta è sempre la stessa.

    Come ha detto Mario Draghi il 14 maggio in un discorso ad Aquisgrana: «Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta reagendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all’interno di un sistema che non è mai stato progettato per sfide di questa portata».

    Il rischio concreto, segnalato da più osservatori, è che i grandi costruttori europei finiscano per diventare assemblatori di tecnologie altrui: marchi storici svuotati della propria catena del valore, mentre il cuore industriale — batterie, software, architetture elettriche — rimane saldamente a est. Un tramonto industriale amministrato da chi, invece di costruire un’alternativa competitiva, ha preferito aprire le porte.


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