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  • Trump ribattezza l’IA «Super intelligenza» e vara le nuove regole: ecco tutto quello che è stato deciso con i big tech a pranzo

    Trump ribattezza l’IA «Super intelligenza» e vara le nuove regole: ecco tutto quello che è stato deciso con i big tech a pranzo

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    Ieri Donald Trump ha riunito alla Casa Bianca i vertici dell’intelligenza artificiale americana per un pranzo battezzato Super Intelligence Luncheon. Ne sono usciti due documenti. Il primo è un accordo volontario sulla sicurezza, senza leggi e senza sanzioni, firmato dal presidente e dai capi delle grandi aziende del settore. Il secondo è un ordine esecutivo, cioè un atto firmato dal presidente che non passa dal Congresso, e cambia nome alla tecnologia: nei documenti federali l’IA diventa «Super intelligenza». Per Trump la corsa all’IA è la chiave della supremazia sulla Cina, e lo Stato non deve rallentarla.

    Chi c’era al tavolo della Super intelligenza

    Nella East Room si sono seduti Elon Musk (Tesla, SpaceX, xAI), Jensen Huang (Nvidia), Mark Zuckerberg (Meta), Sundar Pichai (Google), Satya Nadella (Microsoft) e Jeff Bezos (Amazon). Per le aziende che sviluppano i modelli linguistici c’erano Dario Amodei di Anthropic, con il cofondatore Tom Brown, e Greg Brockman, presidente di OpenAI. Mancava Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI.

    Molto rappresentata l’industria dei chip: oltre a Huang, Lisa Su (AMD), Hock Tan (Broadcom) e Sanjay Mehrotra (Micron). Presenti anche Alex Karp e Shyam Sankar di Palantir, la società di analisi dei dati che lavora con difesa e intelligence, Nikesh Arora di Palo Alto Networks, specializzata in cybersicurezza, Bill McDermott di ServiceNow e due investitori, Chamath Palihapitiya e Brad Gerstner.

    Sul lato del governo, oltre al vicepresidente JD Vance, allo Speaker della Camera Mike Johnson e ai segretari Scott Bessent (Tesoro) e Howard Lutnick (Commercio), sedevano David Sacks, l’investitore che guida la politica su IA e criptovalute, il capo della politica scientifica Michael Kratsios, l’amministratore della NASA Jared Isaacman e Scott Kupor, arrivato dal fondo Andreessen Horowitz. C’era anche Andrew Ferguson, presidente della Federal Trade Commission (FTC), l’agenzia federale che vigila sulla concorrenza e sulla tutela dei consumatori. Proprio in questo settore. Trump ha pubblicato la disposizione dei posti sul suo social, Truth.

    Un patto di 308 parole, «moralmente vincolante»

    Il documento si chiama White House Accord on Superintelligence. Stando a quanto riportato da Notizie Geopolitiche, occupa una sola pagina, 308 parole. Prevede quattro livelli di controllo che le aziende «dovrebbero» adottare: verifiche interne su cybersicurezza, rischi biologici e chimici e accessi indesiderati ai sistemi; squadre di monitoraggio; un revisore esterno indipendente; un comitato dentro il consiglio di amministrazione che esamini i rapporti dei revisori.

    Una clausola rinvia tutto al futuro: «Col tempo potrebbe avere senso tradurre questi passi in leggi e regolamenti». Alcune di queste misure le aziende le applicano già. OpenAI e Anthropic, per esempio, si erano già impegnate a farsi valutare da terzi.

    Trump, in una conferenza stampa improvvisata fuori dall’ala ovest, ha definito l’accordo «moralmente vincolante» e «quasi una costituzione». E ancora: «Vedo un’enorme autoregolamentazione, e loro capiscono di doversi autoregolare». Per i controlli pubblici, secondo il presidente, bastano il Dipartimento di Giustizia e l’FBI, che possono perseguire chi usa l’IA per commettere reati con le leggi già esistenti. Johnson ha parlato di «una dichiarazione di principi» con «impegni volontari da parte dell’industria». Nessuna iniziativa del Congresso in vista. Zuckerberg ha commentato: «Sono buoni passi avanti, è un inizio».

    Trump ha poi annunciato un comitato di dieci persone per vigilare sul settore: «Se i modelli di IA non verranno usati a fin di bene, li bloccheremo». I nomi non ci sono ancora. Nei prossimi giorni, dopo aver consultato le aziende, il presidente dovrebbe nominare una sorta di «zar» dell’intelligenza artificiale, incaricato di seguire l’applicazione dell’accordo.

    Tutti i big delle Superintelligenze che hanno incontrato Trump

    Dall’IA alla «SI»: perché cambia il nome

    Il cambio di nome era un’idea che Trump aveva già anticipato all’ONU. La sua spiegazione: «Non è artificiale». La parola suggerisce qualcosa di falso, e l’opinione pubblica va rassicurata. Da ora tutti gli atti del governo federale useranno la sigla «SI», Super Intelligence. Huang l’ha adottata in diretta: «ci prenderò la mano».

    La scheda informativa che accompagna l’ordine esecutivo parla di «immense opportunità» e non nomina mai i rischi. Elenca invece i risultati rivendicati dall’amministrazione: oltre cinque miliardi per la Genesis Mission, un programma per applicare l’IA a scienza, medicina ed energia; il piano d’azione del luglio 2025, con 90 misure federali; un quadro nazionale sulla Super intelligenza pubblicato a marzo. Nello stesso giorno è stato presentato America.gov, un chatbot che guida i cittadini tra i servizi pubblici. Lì Trump ha detto: «Non soffocherò mai la crescita di una tecnologia che sarà più grande della rivoluzione industriale».

    I rischi rimasti fuori dalla sala

    L’unica voce di cautela al tavolo è stata quella di Amodei: «La tecnologia ha rischi molto reali», e il modo di affrontarli «è ancora in discussione». Amodei aveva cenato con Trump domenica. La settimana scorsa, con Altman, aveva chiesto al Consiglio di sicurezza dell’ONU regole internazionali. Poi ha firmato un patto che di regole vincolanti non ne contiene.

    C’è anche un altro dato. Anthropic sta preparando la quotazione in Borsa: nel prospetto destinato agli investitori scrive che la sua tecnologia potrebbe comportare rischi esistenziali per l’umanità. Chi denuncia il pericolo è lo stesso soggetto che lo vende. E un impegno volontario scritto dai grandi gruppi ha costi che le aziende più piccole difficilmente possono sostenere. Un analista ha osservato che garanzie di questo tipo «costruiscono un fossato» attorno ai colossi americani, a danno dei modelli aperti, cioè quelli con codice pubblico e riutilizzabile.

    Intanto gli incidenti si accumulano. Secondo quanto riferito dalle aziende e dalle fonti citate, agenti software di OpenAI e Anthropic hanno violato sistemi di altre società. Uno è entrato nel portale australiano di Medicare, la sanità pubblica, durante i test. Sempre ieri OpenAI ha rinunciato a pubblicare il nuovo modello GPT-6.1 Astra per problemi di sicurezza emersi in fase di prova. Trump, all’Assemblea generale dell’ONU, aveva definito una «bufala» i timori sull’IA. Il senatore indipendente Bernie Sanders ha invece presentato un disegno di legge per vietare la superintelligenza.

    La Cina, i data center e il voto di novembre

    Trump legge tutto in chiave di competizione con Pechino: «Chi vince la superintelligenza vince. Ci sarà un vincitore e un perdente, e probabilmente non un secondo posto». La settimana scorsa, durante la visita di Xi Jinping a Washington, i due Paesi hanno concordato un canale per gestire gli incidenti legati all’IA. Trump però ha chiarito di non voler andare oltre: «Siamo in vantaggio. Perché dovrei fare qualcosa?».

    Sul territorio il problema sono i data center, gli enormi capannoni di server che consumano elettricità e fanno salire le bollette. Contro di essi c’è un’opposizione trasversale, tra elettori repubblicani e democratici. Trump promette che le aziende finanzieranno scuole e ridurranno i costi dell’energia. Se le proteste continueranno, ha avvertito, gli impianti «saranno costretti ad andare all’estero». Intanto, ci sono già soluzioni per costruire i data center nello spazio, e ne ho parlato su Byoblu qualche giorno fa.

    Il 3 novembre si vota per le elezioni di metà mandato, che rinnovano la Camera e un terzo del Senato. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto tra il 17 e il 20 settembre indica che il 73% degli americani teme che le aziende non abbiano fatto abbastanza contro i danni gravi dell’IA. Il 55% vorrebbe rallentare. Secondo i registri della Federal Election Commission, l’autorità federale sui finanziamenti politici, nel 2025 Brockman e la moglie hanno versato 25 milioni di dollari a MAGA Inc., il comitato che raccoglie fondi a sostegno di Trump. I critici segnalano anche un possibile conflitto di interessi, per gli investimenti nel settore riconducibili alla famiglia del presidente.

    Il patto di ieri consegna a Trump una risposta da spendere in campagna elettorale sulla sicurezza dell’IA, senza imporre obblighi a un’industria che in parte lo finanzia. Le aziende ottengono un quadro di controlli che hanno contribuito a scrivere e che verificheranno con revisori scelti da loro. Il prossimo passo è la nomina dello zar e dei dieci membri del comitato di vigilanza, attesa nei prossimi giorni.

  • Zuckerberg: «Bloccare l’IA cinese non aiuterà gli Stati Uniti»

    Zuckerberg: «Bloccare l’IA cinese non aiuterà gli Stati Uniti»

    Mark Zuckerberg ha scelto la settimana giusta per rompere il silenzio. In un’intervista pubblicata martedì da un grande quotidiano americano, e in un intervento a sua firma comparso in questi giorni sulle pagine di opinione di un giornale finanziario statunitense, il fondatore di Meta (Facebook) ha attaccato frontalmente la linea sostenuta da OpenAI e Anthropic: costruire l’intelligenza artificiale dentro laboratori chiusi, sotto controllo strettissimo, e chiedere a Washington di mettere fuori mercato i modelli sviluppati in Cina. Secondo Zuckerberg, quella strada porterebbe a una «centralizzazione» del potere tecnologico e, di fatto, a «rinunciare ai nostri valori». La sua tesi, ripetuta da giorni, è che bloccare l’IA cinese non renderà gli Stati Uniti più forti.

    Il 42enne amministratore delegato di Meta non ha nominato i concorrenti. Ma il bersaglio era evidente. «Gran parte del discorso che arriva da molti altri laboratori è dominato da visioni catastrofiste», ha detto. «Servono una voce, o più voci, che portino un po’ di realismo in questo dibattito».

    Di che cosa si sta litigando, spiegato semplice

    Per capire la posta in gioco bisogna afferrare una distinzione che sembra da addetti ai lavori e invece decide chi comanderà nei prossimi vent’anni.

    Un modello di intelligenza artificiale è, in sostanza, un enorme insieme di numeri — i cosiddetti “pesi” — ottenuto macinando quantità gigantesche di testi, immagini e codice. Quei numeri sono il cervello del sistema.

    Ci sono due modi di gestirli. Il primo: li tieni chiusi nei tuoi server e vendi l’accesso, come fa un’azienda elettrica che ti dà la corrente ma non ti lascia entrare nella centrale. È il modello di OpenAI e di Anthropic. Il secondo: pubblichi i pesi, chiunque li scarica, li installa sui propri computer, li modifica e li usa senza chiedere permesso a nessuno. È il modello “aperto”, quello che Meta ha praticato per anni regalando i suoi sistemi (sul “chiunque” poi ci sarebbe da discutere, visto che i modelli recenti richiedono server farm da centinaia di migliaia di euro).

    La differenza non è ideologica. È di potere. Nel primo caso l’accesso alla tecnologia dipende dalla decisione di un’azienda privata — o di un governo che su quell’azienda può mettere le mani. Nel secondo caso la tecnologia, una volta uscita, non torna più dentro.

    La scintilla: un modello cinese chiamato Kimi K3

    La polemica è deflagrata a metà luglio. Il 16 luglio la società cinese Moonshot AI ha presentato Kimi K3, un modello dichiarato a 2.800 miliardi di parametri, distribuito in modalità “open weight”: scaricabile e installabile, anche se l’azienda non pubblica i dati di addestramento né l’intero processo con cui è stato costruito. In alcuni test comparativi si è piazzato ai vertici delle classifiche sulla programmazione, affiancando o superando sistemi americani molto più costosi. La domanda ha saturato i server di Moonshot, che ha dovuto sospendere temporaneamente i nuovi abbonamenti.

    Tradotto: il vantaggio tecnologico americano, dato per incolmabile, si è assottigliato in pochi mesi. E si è assottigliato con un prodotto che costa una frazione degli equivalenti statunitensi e che chiunque può portarsi in casa.

    Anthropic sostiene che quei progressi non siano tutti frutto di ricerca autonoma. A febbraio ha accusato Moonshot AI, DeepSeek e MiniMax di aver usato il suo modello Claude per una “distillazione industriale”: in pratica, interrogare in massa un sistema più bravo per addestrare il proprio con le risposte ottenute. La tecnica in sé è comune e viene usata anche dalle aziende americane per creare versioni più piccole ed economiche dei propri modelli; secondo Anthropic, però, in questo caso è stata organizzata su scala industriale. L’azienda parla di circa 24.000 account fraudolenti e oltre 16 milioni di conversazioni generate aggirando i blocchi geografici tramite intermediari e servizi proxy. Le società cinesi coinvolte non hanno confermato gli addebiti.

    Da qui la richiesta al governo americano: proteggere la proprietà intellettuale dei modelli statunitensi, impedire che chip e infrastrutture americane finiscano ad alimentare sistemi concorrenti. In un intervento pubblicato lunedì, il capo di Anthropic Dario Amodei ha riassunto le priorità della sua azienda: tenere «i chip potenti fuori dalle mani dei regimi autoritari», fermare la distillazione su scala industriale, imporre test di sicurezza a tutti i modelli sufficientemente capaci, aperti o chiusi.

    Il fronte opposto: startup, Nvidia e la paura del monopolio

    Sul versante contrario si è formato uno schieramento eterogeneo. Il 22 luglio oltre duecento fondatori di startup, con la partecipazione di figure legate all’acceleratore Y Combinator, hanno scritto al segretario al Commercio e ad altri membri dell’amministrazione Trump per chiedere di non chiudere l’accesso ai modelli aperti sviluppati all’estero. L’argomento è pratico: chi non ha miliardi da spendere in addestramento usa i modelli scaricabili perché costano poco e si possono adattare. Un divieto, sostengono, colpirebbe le piccole imprese e i ricercatori indipendenti, non Pechino.

    Un passaggio tecnico che vale la pena chiarire, perché è il cuore dell’equivoco: installare un modello cinese sui propri server non significa spedire i propri dati in Cina. Il software gira dentro l’infrastruttura di chi lo usa. È il ragionamento con cui l’amministratore delegato di Airbnb Brian Chesky ha difeso pubblicamente l’uso di Qwen, il modello di Alibaba. Aziende come Cursor e Siemens starebbero sperimentando sistemi cinesi per compiti specifici, dove risultano abbastanza potenti e molto più economici.

    Venerdì scorso è entrato in campo anche Jensen Huang, numero uno di Nvidia, con una lettera in difesa dello sviluppo aperto attorno alla quale una parte della Silicon Valley si è compattata. Questa settimana ha annunciato una coalizione per costruire strumenti aperti di sicurezza e cybersicurezza per l’IA, alla quale hanno aderito tra gli altri SpaceX e IBM. Va detto per onestà che la posizione di Nvidia non è solo filosofica: più aziende sviluppano intelligenza artificiale, più chip si vendono. Restringere la diffusione dei modelli significa restringere il mercato su cui l’azienda ha costruito la propria crescita.

    Anche dentro l’amministrazione americana le posizioni divergono. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha accusato le società cinesi di aver incorporato capacità estratte dai modelli americani, ipotizzando sanzioni e l’inserimento di alcune aziende nella Entity List, la lista del Dipartimento del Commercio che limita i rapporti con i fornitori statunitensi. Si valuta anche se Moonshot abbia utilizzato chip Nvidia soggetti a controlli sulle esportazioni, eventualmente passando da data center in Paesi terzi. Sul fronte opposto, il consigliere della Casa Bianca per l’intelligenza artificiale David Sacks ha accusato i grandi laboratori di volersi servire del governo per ridurre la concorrenza dei modelli aperti, invitando a fermare quello che ha definito il «panico Kimi». Questa settimana Huang, Altman e altri dirigenti sono a Washington per portare le rispettive ragioni davanti all’amministrazione, che deve ancora decidere.

    La “superintelligenza personalizzata” e lo scetticismo di Zuckerberg

    Il passaggio più netto dell’intervista riguarda la sicurezza. Amodei insiste da tempo sull’”alignment risk”, il rischio che un sistema molto potente non risulti allineato agli interessi umani. Zuckerberg ha risposto con una critica di metodo: «Molti pensano che, se si costruisce una qualche intelligenza artificiale unica, attraverso una forma idealizzata di allineamento si possa garantire che sia benevola verso l’umanità. Personalmente sono scettico su questa strada».

    La sua alternativa è quella che chiama «superintelligenza personalizzata»: sistemi configurati sulle esigenze e sui desideri di ciascuno, invece di un’unica intelligenza centrale incaricata di decidere il bene comune. «Credo che sia letteralmente impossibile avere una singola superintelligenza benevola che sia contemporaneamente allineata con tutti», ha detto.

    Martedì, però, ricercatori di punta di Anthropic, OpenAI, Meta e Google hanno firmato insieme una lettera aperta intitolata «Pacing the Frontier», che chiede uno sforzo internazionale per costruire strumenti tecnici e di governance capaci di rallentare, per ragioni di sicurezza, la corsa allo sviluppo. Segno che le trincee sono meno nette di quanto le dichiarazioni pubbliche facciano sembrare.

    Il conflitto d’interessi che nessuno può ignorare

    Non si può leggere questa presa di posizione senza guardare al percorso di Meta, che è tutt’altro che lineare. Per anni l’azienda ha regalato i propri modelli, diventando la bandiera dell’IA aperta. Poi, la primavera scorsa, accortasi di essere rimasta indietro, ha cambiato passo: 14,3 miliardi di dollari investiti in ScaleAI, l’ingaggio del suo fondatore Alexandr Wang per rifondare la divisione di intelligenza artificiale — ribattezzata Meta Superintelligence Labs — miliardi spesi per costruire una squadra di ricercatori di primo livello. Quella squadra ha iniziato a sviluppare un modello non aperto, ma chiuso. E questo mese Meta ha cominciato a vendere l’accesso al suo ultimo sistema, Muse Spark: la prima volta nella sua storia. Contemporaneamente continua a rilasciare modelli aperti, e ha lanciato una campagna pubblicitaria nazionale con lo slogan della scommessa «sulle persone».

    In altre parole: chi predica l’apertura la pratica a metà. E chi predica il controllo, come OpenAI, ricorda di aver sempre sostenuto il software libero e di collaborare con la Casa Bianca sulle modalità sicure di sviluppo. Ogni attore difende, insieme a un principio, un bilancio.

    Perché riguarda anche chi l’intelligenza artificiale non la vuole

    Si può guardare a tutto questo con fastidio, o con diffidenza, o semplicemente decidere di non usare nessun chatbot. Resta il fatto che l’infrastruttura che si sta costruendo in queste settimane finirà sotto la sanità, la scuola, le banche, le pubbliche amministrazioni, la logistica dei supermercati. E non perché sarà la politica a deciderlo, ma perché lo decideranno i costi.

    Ora il punto. Se questa tecnologia resta nelle mani di tre o quattro società private con sede in California, sarà quel numero ristretto di consigli di amministrazione a stabilire chi può accedervi, a quale prezzo, con quali filtri su cosa si può chiedere e cosa no, e quali Paesi restano fuori (un po’ come è successo con internet, in misura diversa, e con i software di produttività come Office). Se invece i modelli restano scaricabili, un ospedale pubblico, un’università, un piccolo comune o una piccola azienda possono installarli in casa propria e non dipendere da nessuno — con il rovescio della medaglia che nessuno potrà più impedire che finiscano anche in mani sbagliate.

    È un compromesso, non una soluzione: entrambe le opzioni hanno un prezzo, e chi lo nega sta vendendo qualcosa.

    Zuckerberg ha ammesso che la discussione è aspra, e che non si aspetta un accordo generale: «Non so se l’obiettivo sia che tutti siano d’accordo su tutto». Sulla direzione della storia, però, non ha esitato: «Credo che l’arco generale del settore sia stato verso una maggiore apertura e verso il mettere il potere della tecnologia nelle mani di più persone, non di meno».

    È una previsione, non un fatto. Nel frattempo, l’Europa osserva da spettatrice una partita che si gioca tra Washington, la Silicon Valley e Pechino, discutendo di altro. Noi abbiamo altre priorità: l’accesso ai minori, le regolamentazioni… Siamo pieni di regole, e non abbiamo niente a cui applicarle. E la decisione finale, quella che stabilirà se questa tecnologia sarà un bene diffuso o una rendita di posizione, verrà presa nelle prossime settimane in una stanza dove nessuno di noi – giustamente – è stato invitato.