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  • Zelensky sfida Trump sul diesel: ripartono gli attacchi alle raffinerie

    Zelensky sfida Trump sul diesel: ripartono gli attacchi alle raffinerie

    Volodymyr Zelensky ha annunciato la fine della moratoria sugli attacchi alle raffinerie russe, sfidando apertamente Donald Trump. La Casa Bianca aveva chiesto a Kiev di fermarsi per consentire a Mosca di esportare più diesel sui mercati mondiali, compresi gli Stati Uniti. «Il blocco è finito. Abbiamo chiuso», ha dichiarato il presidente ucraino in un’intervista rilasciata a Londra al Financial Times e pubblicata oggi. Nella notte, secondo il governatore della regione di Ryazan, Pavel Malkov, un attacco di droni ha provocato un incendio in una raffineria della compagnia statale Rosneft, a sud-est di Mosca. Un funzionario ucraino ha rivendicato il raid come ritorsione per i bombardamenti russi sulla rete energetica ucraina.

    Zelensky contro Trump, la tregua energetica durata tre giorni

    La pausa era cominciata domenica scorsa, quando Trump ha dichiarato in modo unilaterale un cessate il fuoco energetico. Lo stesso fine settimana il presidente americano aveva chiesto che Zelensky lasciasse l’incarico. Kiev ha sospeso i raid per tre giorni, mentre la Russia continuava a colpire centrali e sottostazioni ucraine.

    Nella notte tra martedì e mercoledì Mosca ha lanciato decine di missili balistici contro le infrastrutture energetiche: a Kiev 600.000 persone sono rimaste senza elettricità. Secondo Zelensky, nell’ultima settimana gli attacchi russi hanno ucciso più di cento civili. Questa notte, ha riferito la compagnia energetica statale Naftogaz, è stato colpito anche un impianto di produzione di gas a est della capitale, che ha dovuto interrompere le attività.

    Intelligence e Starshield, la leva americana su Kiev

    L’Ucraina aveva accettato la richiesta di Washington anche per timore di perdere le informazioni di intelligence con cui allerta la popolazione prima degli attacchi aerei. Zelensky sostiene che questo timore si sia concretizzato comunque: in settimana Kiev non avrebbe ricevuto alcun preavviso sui lanci di missili balistici.

    Il presidente ucraino riferisce che ufficiali americani avrebbero detto ai loro omologhi: «Se non vi fermate, bloccheremo l’intelligence». In seguito l’interruzione sarebbe stata presentata come un guasto tecnico. Zelensky respinge questa versione: «Non era un problema tecnico, era una scelta». Il presidente Trump e altri funzionari statunitensi negano di aver ridotto la condivisione di informazioni e di aver minacciato di farlo.

    Ieri, inoltre, le forze ucraine hanno perso parte dell’accesso a Starshield, la versione militare di Starlink pagata dal Pentagono e decisiva per le comunicazioni al fronte. Il servizio sarebbe stato limitato per i dispositivi in movimento oltre le 100 miglia orarie, circa 160 chilometri orari, con effetti anche sugli attacchi a media distanza contro obiettivi militari russi. Elon Musk ha precisato che Starshield è «di proprietà e sotto il controllo del governo degli Stati Uniti» e che i limiti di velocità o di utilizzo sono decisi dalle forze armate americane e, in ultima istanza, dal presidente. Oggi l’ufficio di Zelensky ha comunicato che il servizio è stato ripristinato. Il ministero della Difesa ucraino stava ancora verificando la piena connettività dei dispositivi in movimento.

    Musk è intervenuto anche sul piano politico. Su X ha scritto: «Questo massacro continuerà. È ora che Zelensky se ne vada». Zelensky ha liquidato le richieste di dimissioni come «retorica» che, a suo giudizio, rafforza soltanto Vladimir Putin.

    Il diesel russo, Trump e le elezioni di midterm

    La settimana scorsa Trump ha annunciato un accordo con Putin per importare diesel russo negli Stati Uniti nei prossimi mesi. Il Tesoro americano ha poi revocato le sanzioni sull’export di gasolio di Mosca introdotte nel 2022 per ridurre le risorse destinate alla guerra. I volumi restano incerti: alcune ricostruzioni parlano di milioni di tonnellate, altre di centinaia di migliaia. L’obiettivo dichiarato di Washington è contenere i prezzi dei carburanti, che minacciano le prospettive dei repubblicani alle elezioni di metà mandato di novembre.

    Secondo alcune ricostruzioni, durante un vertice a Miami tra negoziatori statunitensi, ucraini ed europei gli Stati Uniti avrebbero proposto anche di scongelare una parte degli asset sovrani russi bloccati in Europa. I fondi sarebbero confluiti in un veicolo finanziario sotto supervisione americana, per rilanciare i negoziati. I Paesi europei avrebbero respinto la proposta.

    Zelensky ha commentato l’intesa sul diesel: «Gli affari tra Stati Uniti e Russia sono interessanti. La domanda sarà quando arriverà il prossimo. Sicuramente sarà il gas». Ha poi attribuito a Trump un’attrazione per i leader che restano al potere per decenni, definendo Putin «il vero male». «Come può Trump essergli amico? Penso sia un errore», ha aggiunto. Kiev sarebbe disposta a sospendere di nuovo gli attacchi solo in cambio di altri intercettori Patriot di fabbricazione americana, che Zelensky considera il «minimo».

    Europa divisa sui raid alle raffinerie russe

    I leader europei riuniti oggi a Bruxelles hanno in larga parte sostenuto la decisione ucraina. Il primo ministro estone Kristen Michal ha auspicato che le raffinerie russe vengano «ridotte in pezzi» il prima possibile, perché con l’energia Mosca finanzia la guerra. Il premier olandese Rob Jetten ha definito l’accordo sul diesel «ridicolo»: a suo dire non inciderà sui prezzi mondiali e servirà soltanto a riempire le casse di Putin. Ha votato fuori dal coro il primo ministro bulgaro Rumen Radev: «Non sostengo attacchi contro nessuna raffineria».

    Zelensky, che ieri a Londra ha incontrato re Carlo e il primo ministro britannico Andy Burnham, interverrà domani davanti ai capi di Stato e di governo dell’Unione. Chiederà sanzioni più incisive contro Mosca e un’erogazione più rapida dei fondi europei.

  • Trump minaccia l’Ucraina: “non toccate le raffinerie russe o non vi mando più armi”.

    Trump minaccia l’Ucraina: “non toccate le raffinerie russe o non vi mando più armi”.

    Il diesel di Putin vale più delle armi a Kiev. Almeno per la Casa Bianca. L’amministrazione Trump sta minacciando di bloccare il PURL, il meccanismo con cui l’Ucraina riceve armi americane, e di tagliare la condivisione di intelligence. La condizione è una sola: Kiev deve smettere di colpire con i droni le raffinerie russe. Il movente sta nei prezzi alla pompa. Venerdì Trump ha chiuso con Putin un accordo per riportare il gasolio russo sui mercati mondiali, in vista delle elezioni di midterm.

    «Stanno chiamando Kiev… stanno chiamando tutti», ha confidato un funzionario europeo contattato da un esponente della Difesa americana. Tra i destinatari delle pressioni ci sarebbe anche Pavlo Palisa, consigliere militare di Zelensky ed ex comandante della 93ª brigata meccanizzata.

    Le armi a Kiev le pagano gli europei

    Il dettaglio più istruttivo riguarda proprio il PURL, la Prioritised Ukraine Requirements List. È un’iniziativa gestita dalla NATO: gli alleati di Kiev comprano armi prodotte negli Stati Uniti e le girano all’Ucraina. Washington non mette un dollaro nel fondo.

    In pratica Trump minaccia di chiudere un negozio in cui lui vende e gli europei pagano. E per ottenere ciò che vuole non chiama soltanto Kiev. Chiama anche chi firma gli assegni, perché faccia pressione al posto suo.

    L’accordo sul diesel tra Trump e Putin

    Tutto parte venerdì, con una telefonata di novanta minuti tra la Casa Bianca e il Cremlino. Trump ha annunciato che Putin si è impegnato a immettere «immediatamente» sul mercato oltre 300 mila tonnellate di diesel, più altre 500 mila a novembre. Le forniture successive dipenderanno, parole sue, dalle «condizioni delle raffinerie» russe.

    Il Tesoro americano ha subito emesso una licenza generale dell’OFAC. Il documento autorizza la vendita e l’importazione negli Stati Uniti di diesel di origine russa fino ad aprile 2027. Mosca ha risposto allentando in parte il proprio divieto di esportazione e liberando 500 mila tonnellate di carburante, come ha comunicato il vicepremier Aleksandr Novak.

    Trump ha rivendicato il colpo su Truth: «Tra il nostro CONTROLLO TOTALE dello Stretto di Hormuz e questo grande annuncio sull’energia russa, i prezzi del diesel per gli americani e per il mondo SCENDERANNO, A LIVELLI RECORD, E IN FRETTA!».

    Gli analisti sono molto più freddi. In tutto si parla di circa 6 milioni di barili, pari a un giorno e mezzo di consumo americano. Dan Pickering, di Pickering Energy Partners, stima un aumento dell’offerta del 5-6% da qui a fine anno. Secondo lui Trump ha parlato di tonnellate e non di barili perché i numeri sembrano più grossi: «È più politica che una svolta». Venerdì, a fine giornata, i future sul diesel avevano comunque perso circa il 4%.

    Perché Washington vuole fermare i droni ucraini

    Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno funzionato. All’inizio di luglio hanno provocato una crisi dei carburanti in Russia, che ha vietato l’export di diesel. Dal mercato globale sono spariti circa 800 mila barili al giorno, proprio mentre la guerra americana contro l’Iran teneva già in tensione le forniture.

    Per Kiev colpire le raffinerie significa tagliare i proventi che finanziano la macchina bellica russa. Per Trump significa gasolio più caro a poche settimane dal voto. Secondo un funzionario americano, la Casa Bianca avrebbe chiesto all’Ucraina almeno sei volte di fermarsi, senza risultato. «Zelensky sta leggendo male la situazione», ha detto la stessa fonte. «Gli attacchi alle raffinerie fanno male alla Russia, ma fanno male anche agli Stati Uniti».

    Zelensky si era detto pronto a sospendere i raid se Mosca avesse smesso di bombardare le centrali ucraine. Washington però voleva uno stop unilaterale. Trump non considera equivalenti le raffinerie russe e la rete elettrica ucraina.

    Venerdì a Miami, durante otto ore di colloqui, gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner hanno anticipato alla delegazione ucraina la telefonata con Putin. Hanno annunciato anche la revoca delle sanzioni sul diesel. Un funzionario ucraino sostiene che in quella sede sia già stato minacciato lo stop all’intelligence. La parte americana ha smentito. Ora quella minaccia riemerge, e si allarga alle armi.

    Ieri Trump ha alzato ancora il tiro: «Suggerisco che si trovino un nuovo leader che sappia fare un accordo». Ha chiesto poi elezioni in Ucraina, dove la legge le vieta in tempo di guerra. Zelensky ha bollato l’intesa come «una decisione debole di partner forti» e come un «investimento in una guerra che va fermata, non prolungata».

    Il «cessate il fuoco energetico» annunciato su Truth

    Oggi è arrivato il colpo di teatro. «Con effetto immediato, c’è un CESSATE IL FUOCO ENERGETICO nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno accettato. Non violatelo!», ha scritto Trump. L’annuncio ha spiazzato gli stessi europei che la sua amministrazione stava pressando al telefono.

    Zelensky lo ha definito «una buona notizia per tutti», purché «diventi realtà». Ha aggiunto che per tutto il giorno i cieli ucraini sono stati «infestati» dagli Shahed russi e che stasera è stata colpita una centrale a Kharkiv. «A tutte le nostre proposte di de-escalation Putin ha dato una sola risposta: niet». Al momento non è chiaro se Mosca abbia davvero accettato. La Casa Bianca non dice nemmeno se appoggerà la proposta ucraina di una tregua totale di 60 giorni per andare al voto.

    Intanto i civili continuano a pagare. Giovedì un attacco russo contro una fermata dell’autobus nell’est del Paese ha ucciso più di 30 persone. Nella regione di Zaporizhzhia i morti sono stati 23, tra cui quattro bambini. Kiev è a corto di missili per la difesa aerea.

    Il contesto: una guerra combattuta anche sul prezzo del gasolio

    La guerra in Ucraina dura dal febbraio 2022. Da tempo l’energia è diventata un fronte a sé: Mosca colpisce la rete elettrica ucraina, Kiev colpisce raffinerie e depositi russi.

    Al Cremlino nessuno ha fretta. Il consigliere Jurij Ušakov ha spiegato che Putin non si è impegnato a riprendere i negoziati. Secondo Ušakov, i raid ucraini su Mosca durante le elezioni parlamentari russe hanno reso impossibile una ripresa immediata. Putin si è detto «fiducioso» che l’accordo avrà «un impatto positivo sull’intera economia globale».

    In America c’è chi vede la mossa come un regalo al Cremlino. Gregory Brew, di Eurasia Group, sospetta che Putin si aspetti in cambio la fine degli attacchi alle raffinerie. Richard Nephew, ex responsabile delle sanzioni al Dipartimento di Stato, parla di un danno «molto significativo» all’intero regime sanzionatorio. Un ex alto funzionario ha commentato la coincidenza con i colloqui di Miami: «Putin è tante cose, ma non è stupido». Mike Pence parla di «tradimento» e scrive che l’America non dovrebbe lanciare «un salvagente alla macchina da guerra di Putin».

    Nella telefonata con Putin, Trump non ha nemmeno nominato la morte, ancora senza spiegazione, di una ricercatrice di un laboratorio russo sulla peste. Sulla versione ufficiale di Mosca la comunità internazionale nutre ancora tanti dubbi. Ma possono aspettare.

    L’Europa paga, Trump incassa

    Il quadro è di un realismo brutale. Trump non media: governa le leve. Toglie le sanzioni quando gli conviene e le lascia agli altri quando non gli costano nulla. Usa le armi pagate dagli europei come strumento di ricatto verso Kiev. Usa le capitali europee come centralino.

    Da venerdì, in un certo senso, le raffinerie russe sono un po’ anche di Trump. Chi le colpisce, colpisce il suo prezzo del diesel e la sua campagna elettorale.

    Poi c’è l’Europa. Dal febbraio 2023 ha chiuso le porte ai prodotti petroliferi russi. Paga l’energia più cara, finanzia le forniture militari e applica sanzioni che Washington sospende con una licenza firmata in poche ore. A Mosca non è al tavolo. Da Kiev riceve solo richieste. Da Washington solo ordini. In pratica, non contiamo niente e facciamo politiche tafazziane. Per conto di chi, si chiedono tutti?

    Il conto dell’inflazione energetica lo pagano famiglie e imprese europee, che si impoveriscono senza che Bruxelles conti qualcosa. Gli americani avranno forse un pieno un po’ più leggero prima del voto. Gli europei avranno, come sempre, il privilegio di pagare.

    Chi decide è chi ha le leve. L’Europa ha soltanto il portafoglio. E non è nemmeno suo: è il nostro.

  • TRUMP: la UE liberi immediatamente le sue scorte di Gasolio!

    TRUMP: la UE liberi immediatamente le sue scorte di Gasolio!

    Il G7 apre le scorte di emergenza per fermare il caro carburanti. Oggi, al termine di un vertice d’emergenza in videoconferenza convocato da Emmanuel Macron, il presidente francese ha annunciato l’ok dei leader a liberare riserve strategiche fino a 100 milioni di barili entro quattro mesi. Il G7, il gruppo delle sette grandi economie industrializzate (Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Francia, Italia e Regno Unito), parla di «misure decisive». Il bersaglio è soprattutto il gasolio, i cui prezzi sono esplosi con la guerra con l’Iran. Donald Trump rivendica il risultato: secondo il presidente americano, l’Europa ha accettato di immettere sul mercato una quantità ingente delle proprie scorte di gasolio.

    La minaccia di Washington sull’export di diesel

    Il via libera arriva dopo giorni di pressione americana. Secondo fonti citate dall’agenzia Reuters, gli Stati Uniti avevano chiesto a Germania e Francia, i due Paesi europei con le riserve più ampie, di rilasciare parte del gasolio accantonato. In caso di rifiuto, Washington avrebbe potuto vietare le proprie esportazioni di diesel. Una seconda fonte parla di una richiesta rivolta all’intera Unione: 120 milioni di barili in sei mesi. Ieri la Commissione europea e i governi di Germania, Francia, Italia, Irlanda e Regno Unito ne hanno discusso.

    Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha alzato il tono su X. I partner europei, ha scritto, «dovrebbero accelerare l’adempimento degli impegni già assunti e rendere immediatamente disponibili ulteriori forniture per far fronte alle attuali interruzioni. Agricoltori, autotrasportatori e imprese Usa non devono farsi carico del peso di una carenza globale di diesel». Trump, in Texas per la campagna elettorale, ha confermato la linea: «Potremmo farlo. Hanno delle scorte di gasolio».

    La risposta di Bruxelles è stata immediata. Una portavoce della Commissione ha dichiarato che l’esecutivo Ue «respinge categoricamente qualsiasi divieto sul gasolio. Un divieto non sarebbe vantaggioso per nessuno. Minerebbe la nostra fiducia negli Stati Uniti come partner affidabile». Poi l’apertura: l’Unione è «pronta ad agire collettivamente nel quadro dell’Agenzia internazionale per l’energia», l’organismo che coordina i Paesi consumatori di petrolio durante le crisi di approvvigionamento. Prima del vertice, Macron ha sentito Trump al telefono. Secondo l’Eliseo, il presidente francese ha chiesto ai partner di «agire in modo concertato, senza restrizioni alle esportazioni».

    Perché l’Europa dipende dal gasolio americano

    La leva di Washington ha una base concreta. Gran parte delle raffinerie europee è progettata per produrre benzina, e il diesel viene in buona parte importato, soprattutto dagli Stati Uniti. Le altre fonti sono chiuse o quasi. Il gasolio russo è escluso dalle sanzioni, e Mosca ha comunque prorogato fino a fine ottobre il proprio divieto di esportare diesel dopo gli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie. Le forniture del Golfo Persico sono frenate dalla guerra. La Cina, altro grande raffinatore, ha sospeso l’export di carburanti per tutto ottobre per accumulare scorte.

    Anche il Regno Unito è sotto pressione: il prezzo medio del diesel ha superato per la prima volta le 2 sterline al litro.

    Il calendario elettorale della Casa Bianca

    Negli Stati Uniti il gasolio ha toccato livelli record, comunque molto inferiori a quelli italiani. A novembre si vota per le elezioni di metà mandato, che rinnovano il Congresso. Il diesel muove i camion delle merci e le macchine agricole: quando sale, salgono i prezzi al consumo. E ottobre e novembre sono i mesi dei raccolti.

    Bessent sostiene che gli Usa abbiano già fatto la propria parte rilasciando a marzo 172 milioni di barili dalla loro riserva. La guerra che ha innescato la crisi è però stata avviata proprio da Washington. Nemmeno l’amministrazione è compatta sul blocco dell’export: il segretario all’Energia Chris Wright si è detto scettico, e altri membri temono danni all’industria petrolifera nazionale. Un tetto alle esportazioni appariva l’ipotesi più realistica di uno stop totale.

    Cosa ha ottenuto davvero l’Europa

    Il confronto tra richiesta e accordo dice qualcosa. Washington chiedeva 120 milioni di barili in sei mesi, il G7 ne libera fino a 100 in quattro. Il totale è più basso, il ritmo è più rapido: circa 25 milioni di barili al mese contro 20. Gli Stati Uniti ottengono il rilascio nel pieno della stagione agricola, a ridosso del voto. Le fonti disponibili non chiariscono quanto della quota spetti ai Paesi europei, né se Trump abbia rinunciato formalmente alla minaccia sull’export.

    C’è poi il nodo della funzione delle riserve. Gli Stati Ue detengono circa 109 milioni di tonnellate di scorte di emergenza tra greggio e carburanti. Esistono per garantire la sicurezza energetica nel caso in cui la crisi diventi fisica, con pompe a secco e camion fermi. Cento milioni di barili di gasolio equivalgono all’incirca a 13-14 milioni di tonnellate. Se il peso ricadesse tutto sull’Europa, sarebbe poco più di un decimo del cuscinetto, speso per calmare i prezzi in una fase in cui Russia e Cina hanno già ridotto l’offerta.

    Trump conferma il profilo di un presidente pragmatico, disposto a usare la dipendenza energetica degli alleati come strumento di pressione. Macron ha convocato il vertice e ne ha annunciato l’esito. Nella sostanza, l’accordo risponde a una richiesta partita da Washington.

    In Italia lo sconto alla pompa è a macchia di leopardo

    Sul fronte interno, ieri Tamoil si è aggiunta a Eni, Ip e Q8 annunciando misure per contenere i prezzi alla pompa fino al 31 ottobre. Mercoledì sera Palazzo Chigi aveva fatto sapere di aver aperto un dialogo con il governo libico per favorire l’adesione del marchio, che fa capo al gruppo Oilinvest. Secondo il Codacons, sulla carta gli impianti con prezzi calmierati salgono a circa 11.500 su oltre 21mila: circa 3.900 Eni, 3.500 Ip, 2.700 Q8 e oltre 1.450 Tamoil.

    Nei fatti, i numeri sono più bassi. Ha aderito circa il 90% dei distributori Eni, ma solo 300 Ip e circa uno su tre Q8. Su Tamoil non ci sono ancora dati. Molti gestori usano il marchio in concessione e decidono i prezzi in autonomia. Il governo ha scelto la strada dell’appello alle compagnie: lo sconto resta volontario, temporaneo e applicato a discrezione dei singoli impianti.

    I listini medi comunque scendono. Tra domenica scorsa e ieri la benzina è passata da 2,159 a 2,084 euro al litro, il diesel da 2,377 a 2,285 euro. Restano sensibilmente sopra i livelli di febbraio, prima della guerra con l’Iran, nonostante i tagli alle accise. Il sito e l’app Osservaprezzi del ministero delle Imprese permettono di confrontare i prezzi dei distributori vicini.

    Il 31 ottobre scadono sia gli sconti delle compagnie in Italia sia il divieto russo di esportare diesel.

  • Trump ribattezza l’IA «Super intelligenza» e vara le nuove regole: ecco tutto quello che è stato deciso con i big tech a pranzo

    Trump ribattezza l’IA «Super intelligenza» e vara le nuove regole: ecco tutto quello che è stato deciso con i big tech a pranzo

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    Ieri Donald Trump ha riunito alla Casa Bianca i vertici dell’intelligenza artificiale americana per un pranzo battezzato Super Intelligence Luncheon. Ne sono usciti due documenti. Il primo è un accordo volontario sulla sicurezza, senza leggi e senza sanzioni, firmato dal presidente e dai capi delle grandi aziende del settore. Il secondo è un ordine esecutivo, cioè un atto firmato dal presidente che non passa dal Congresso, e cambia nome alla tecnologia: nei documenti federali l’IA diventa «Super intelligenza». Per Trump la corsa all’IA è la chiave della supremazia sulla Cina, e lo Stato non deve rallentarla.

    Chi c’era al tavolo della Super intelligenza

    Nella East Room si sono seduti Elon Musk (Tesla, SpaceX, xAI), Jensen Huang (Nvidia), Mark Zuckerberg (Meta), Sundar Pichai (Google), Satya Nadella (Microsoft) e Jeff Bezos (Amazon). Per le aziende che sviluppano i modelli linguistici c’erano Dario Amodei di Anthropic, con il cofondatore Tom Brown, e Greg Brockman, presidente di OpenAI. Mancava Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI.

    Molto rappresentata l’industria dei chip: oltre a Huang, Lisa Su (AMD), Hock Tan (Broadcom) e Sanjay Mehrotra (Micron). Presenti anche Alex Karp e Shyam Sankar di Palantir, la società di analisi dei dati che lavora con difesa e intelligence, Nikesh Arora di Palo Alto Networks, specializzata in cybersicurezza, Bill McDermott di ServiceNow e due investitori, Chamath Palihapitiya e Brad Gerstner.

    Sul lato del governo, oltre al vicepresidente JD Vance, allo Speaker della Camera Mike Johnson e ai segretari Scott Bessent (Tesoro) e Howard Lutnick (Commercio), sedevano David Sacks, l’investitore che guida la politica su IA e criptovalute, il capo della politica scientifica Michael Kratsios, l’amministratore della NASA Jared Isaacman e Scott Kupor, arrivato dal fondo Andreessen Horowitz. C’era anche Andrew Ferguson, presidente della Federal Trade Commission (FTC), l’agenzia federale che vigila sulla concorrenza e sulla tutela dei consumatori. Proprio in questo settore. Trump ha pubblicato la disposizione dei posti sul suo social, Truth.

    Un patto di 308 parole, «moralmente vincolante»

    Il documento si chiama White House Accord on Superintelligence. Stando a quanto riportato da Notizie Geopolitiche, occupa una sola pagina, 308 parole. Prevede quattro livelli di controllo che le aziende «dovrebbero» adottare: verifiche interne su cybersicurezza, rischi biologici e chimici e accessi indesiderati ai sistemi; squadre di monitoraggio; un revisore esterno indipendente; un comitato dentro il consiglio di amministrazione che esamini i rapporti dei revisori.

    Una clausola rinvia tutto al futuro: «Col tempo potrebbe avere senso tradurre questi passi in leggi e regolamenti». Alcune di queste misure le aziende le applicano già. OpenAI e Anthropic, per esempio, si erano già impegnate a farsi valutare da terzi.

    Trump, in una conferenza stampa improvvisata fuori dall’ala ovest, ha definito l’accordo «moralmente vincolante» e «quasi una costituzione». E ancora: «Vedo un’enorme autoregolamentazione, e loro capiscono di doversi autoregolare». Per i controlli pubblici, secondo il presidente, bastano il Dipartimento di Giustizia e l’FBI, che possono perseguire chi usa l’IA per commettere reati con le leggi già esistenti. Johnson ha parlato di «una dichiarazione di principi» con «impegni volontari da parte dell’industria». Nessuna iniziativa del Congresso in vista. Zuckerberg ha commentato: «Sono buoni passi avanti, è un inizio».

    Trump ha poi annunciato un comitato di dieci persone per vigilare sul settore: «Se i modelli di IA non verranno usati a fin di bene, li bloccheremo». I nomi non ci sono ancora. Nei prossimi giorni, dopo aver consultato le aziende, il presidente dovrebbe nominare una sorta di «zar» dell’intelligenza artificiale, incaricato di seguire l’applicazione dell’accordo.

    Tutti i big delle Superintelligenze che hanno incontrato Trump

    Dall’IA alla «SI»: perché cambia il nome

    Il cambio di nome era un’idea che Trump aveva già anticipato all’ONU. La sua spiegazione: «Non è artificiale». La parola suggerisce qualcosa di falso, e l’opinione pubblica va rassicurata. Da ora tutti gli atti del governo federale useranno la sigla «SI», Super Intelligence. Huang l’ha adottata in diretta: «ci prenderò la mano».

    La scheda informativa che accompagna l’ordine esecutivo parla di «immense opportunità» e non nomina mai i rischi. Elenca invece i risultati rivendicati dall’amministrazione: oltre cinque miliardi per la Genesis Mission, un programma per applicare l’IA a scienza, medicina ed energia; il piano d’azione del luglio 2025, con 90 misure federali; un quadro nazionale sulla Super intelligenza pubblicato a marzo. Nello stesso giorno è stato presentato America.gov, un chatbot che guida i cittadini tra i servizi pubblici. Lì Trump ha detto: «Non soffocherò mai la crescita di una tecnologia che sarà più grande della rivoluzione industriale».

    I rischi rimasti fuori dalla sala

    L’unica voce di cautela al tavolo è stata quella di Amodei: «La tecnologia ha rischi molto reali», e il modo di affrontarli «è ancora in discussione». Amodei aveva cenato con Trump domenica. La settimana scorsa, con Altman, aveva chiesto al Consiglio di sicurezza dell’ONU regole internazionali. Poi ha firmato un patto che di regole vincolanti non ne contiene.

    C’è anche un altro dato. Anthropic sta preparando la quotazione in Borsa: nel prospetto destinato agli investitori scrive che la sua tecnologia potrebbe comportare rischi esistenziali per l’umanità. Chi denuncia il pericolo è lo stesso soggetto che lo vende. E un impegno volontario scritto dai grandi gruppi ha costi che le aziende più piccole difficilmente possono sostenere. Un analista ha osservato che garanzie di questo tipo «costruiscono un fossato» attorno ai colossi americani, a danno dei modelli aperti, cioè quelli con codice pubblico e riutilizzabile.

    Intanto gli incidenti si accumulano. Secondo quanto riferito dalle aziende e dalle fonti citate, agenti software di OpenAI e Anthropic hanno violato sistemi di altre società. Uno è entrato nel portale australiano di Medicare, la sanità pubblica, durante i test. Sempre ieri OpenAI ha rinunciato a pubblicare il nuovo modello GPT-6.1 Astra per problemi di sicurezza emersi in fase di prova. Trump, all’Assemblea generale dell’ONU, aveva definito una «bufala» i timori sull’IA. Il senatore indipendente Bernie Sanders ha invece presentato un disegno di legge per vietare la superintelligenza.

    La Cina, i data center e il voto di novembre

    Trump legge tutto in chiave di competizione con Pechino: «Chi vince la superintelligenza vince. Ci sarà un vincitore e un perdente, e probabilmente non un secondo posto». La settimana scorsa, durante la visita di Xi Jinping a Washington, i due Paesi hanno concordato un canale per gestire gli incidenti legati all’IA. Trump però ha chiarito di non voler andare oltre: «Siamo in vantaggio. Perché dovrei fare qualcosa?».

    Sul territorio il problema sono i data center, gli enormi capannoni di server che consumano elettricità e fanno salire le bollette. Contro di essi c’è un’opposizione trasversale, tra elettori repubblicani e democratici. Trump promette che le aziende finanzieranno scuole e ridurranno i costi dell’energia. Se le proteste continueranno, ha avvertito, gli impianti «saranno costretti ad andare all’estero». Intanto, ci sono già soluzioni per costruire i data center nello spazio, e ne ho parlato su Byoblu qualche giorno fa.

    Il 3 novembre si vota per le elezioni di metà mandato, che rinnovano la Camera e un terzo del Senato. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto tra il 17 e il 20 settembre indica che il 73% degli americani teme che le aziende non abbiano fatto abbastanza contro i danni gravi dell’IA. Il 55% vorrebbe rallentare. Secondo i registri della Federal Election Commission, l’autorità federale sui finanziamenti politici, nel 2025 Brockman e la moglie hanno versato 25 milioni di dollari a MAGA Inc., il comitato che raccoglie fondi a sostegno di Trump. I critici segnalano anche un possibile conflitto di interessi, per gli investimenti nel settore riconducibili alla famiglia del presidente.

    Il patto di ieri consegna a Trump una risposta da spendere in campagna elettorale sulla sicurezza dell’IA, senza imporre obblighi a un’industria che in parte lo finanzia. Le aziende ottengono un quadro di controlli che hanno contribuito a scrivere e che verificheranno con revisori scelti da loro. Il prossimo passo è la nomina dello zar e dei dieci membri del comitato di vigilanza, attesa nei prossimi giorni.