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  • Un frigorifero nello spazio: Intelligenza Artificiale e i data center andranno in orbita

    Un frigorifero nello spazio: Intelligenza Artificiale e i data center andranno in orbita

    Un satellite grande come un frigorifero, quattro chip di Google e un Falcon 9 di SpaceX pronto a partire giovedì prossimo, 1° ottobre. Da qui parte George Guido Lombardi, presidente del Republican Liberty Caucus Italy, per una riflessione sull’Intelligenza Artificiale e l’AGI nello Spazio come eredità decisiva per le generazioni future. Da questo punto in avanti, il ragionamento è il suo.

    Un frigorifero in orbita che può cambiare le regole

    Il confine tra la Terra e lo spazio si sta assottigliando. E non si torna indietro.

    Google ha avviato Project Suncatcher. Il prototipo si chiama MVP e monta quattro TPU, i processori progettati per l’intelligenza artificiale. Pannelli solari da circa 1 kW, collaborazione con Planet Labs, orbita bassa. Il compito è semplice da dire e difficile da fare: dimostrare che questo hardware funziona nello spazio.

    I limiti ci sono. Le sessioni di calcolo dureranno circa 15 minuti, perché il raffreddamento resta il vero ostacolo.

    SpaceX intanto va oltre. Sta sviluppando Starmind, costellazioni di satelliti dedicati solo al calcolo AI. I primi prototipi, chiamati AI1, sono previsti per il 2027: carichi di calcolo tra 120 e 150 kW, ali solari da circa 70 metri di apertura. L’obiettivo dichiarato è arrivare a centinaia di migliaia di unità, fino a un milione.

    Non sono semplici progressi tecnici. Sono i primi mattoni di un cambio di paradigma.

    Perché spostare i data center dalla Terra all’orbita

    Sulla Terra i data center divorano energia e acqua. Creano tensioni con i territori. Si scontrano con i limiti della rete elettrica.

    In orbita il quadro cambia. Il Sole c’è quasi sempre: niente notte, niente nuvole, niente atmosfera a filtrarne la forza. I pannelli rendono da cinque a otto volte di più che in superficie. Il calore si disperde per irraggiamento nel vuoto.

    Tradotto: la potenza di calcolo può crescere senza consumare le risorse del pianeta. E quelle risorse restano disponibili per chi verrà dopo di noi, per produrre, fare ricerca, costruire.

    Musk: “È sempre soleggiato nello spazio”

    Elon Musk lo ripete da tempo. Entro trenta-trentasei mesi, lo spazio sarà “di gran lunga il luogo più economico” per il calcolo AI. Il confronto con la Terra, per lui, “non è neanche vicino”.

    La ragione è elementare: “è sempre soleggiato nello spazio”. Pannelli circa cinque volte più efficaci, nessuna batteria per superare la notte.

    La sua previsione più audace riguarda i prossimi cinque anni. A quel punto, ogni anno, verrebbe lanciata in orbita più capacità di calcolo AI di quanta ne esista, in totale, sulla Terra. Nella sua visione il passo successivo sono fabbriche sulla Luna e mass driver elettromagnetici, per arrivare a scale di terawatt.

    Per Musk non è solo un affare. È la strada obbligata per superare i limiti energetici del pianeta.

    Cosa potrebbe fare un’AGI in orbita

    L’Intelligenza Artificiale Generale, se diventasse operativa nello spazio, potrebbe coordinare reti satellitari globali, ottimizzare missioni interplanetarie, gestire l’energia su scala planetaria, accelerare esperimenti impossibili da condurre a terra.

    Sviluppata con responsabilità, sarebbe l’infrastruttura di una civiltà multiplanetaria. Un passo in avanti lungo la scala di Kardashev, che misura il progresso di una civiltà in base all’energia che riesce a sfruttare.

    Il nodo che nessuno può ignorare: un patto USA-Cina

    Qui arriva la parte scomoda. Stati Uniti e Cina dominano sia l’AI avanzata sia lo spazio. Senza un dialogo strutturato tra le due potenze, la promessa dell’AGI orbitale rischia di essere compromessa.

    I difetti noti sono quattro:

    • modelli “woke” o ideologicamente orientati, con bias sistematici nei dati di addestramento
    • scenari di “fuga” dell’AGI raccontati in modo allarmistico, che generano panico oppure fanno sottovalutare i veri problemi di allineamento
    • agenti autonomi capaci di ingannare
    • allucinazioni, cioè informazioni false prodotte con apparente sicurezza

    Se questi difetti finissero dentro costellazioni orbitali, potrebbero pesare su decisioni critiche: missioni, risorse, sicurezza globale.

    Servono standard tecnici condivisi. Verifica indipendente, trasparenza dei modelli, protocolli contro le allucinazioni, limiti etici chiari.

    Il Decalogo per un’IA etica e competitiva

    È lo stesso principio che Lombardi ha portato a Roma, a due passi da Montecitorio, in un confronto con alcuni senatori. Lì ho proposto un “Decalogo per l’IA etica e competitiva”, costruito su tre parole: libertà, trasparenza, innovazione.

    Il messaggio è rivolto alla politica. Deve ascoltare chi lavora nel settore e aprire un dialogo, perché l’intelligenza artificiale serva il bene comune. Vale sulla Terra. Vale ancora di più quando l’AI sale in orbita.

    Un’eredità, non un optional

    Per le generazioni future l’AI e l’AGI nello spazio non sono fantascienza. Sono la condizione per superare i vincoli energetici e ambientali del pianeta, per esplorare altri mondi, per avere abbastanza calcolo da affrontare problemi globali.

    La direzione, tra Google e SpaceX, è già tracciata. La domanda è chi scriverà le regole. Istituzioni, imprenditori, scienziati e intellettuali hanno una finestra per farlo con principi solidi e cooperazione internazionale concreta.

    Su questi cambiamenti, e su come stanno trasformando percezione ed economia, Lombardi ha scritto il suo ultimo libro: Matrix 3.0 – La natura binaria delle percezioni umane.

  • Germania contro Google: piena responsabilità sui contenuti generati da AI Overviews durante le ricerche.

    Germania contro Google: piena responsabilità sui contenuti generati da AI Overviews durante le ricerche.

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    Il Tribunale Regionale di Monaco di Baviera I ha emesso, il 28 maggio 2026, un’ordinanza ingiuntiva nei confronti di Google che potrebbe riscrivere le regole della responsabilità legale per i sistemi di intelligenza artificiale in Europa. Con il provvedimento n. 26 O 869/26, ottenuto su istanza di due case editrici monacensi assistite dallo studio legale Lausen, il giudice ha stabilito che gli AI Overviews — i riassunti generati automaticamente dall’AI e mostrati in cima ai risultati di ricerca di Google — non sono equiparabili ai tradizionali risultati di un motore di ricerca, ma costituiscono dichiarazioni autonome e originali dell’azienda. Come tali, Google ne risponde in prima persona.

    La vicenda nasce dalla scoperta, da parte delle due case editrici, che interrogando il motore di ricerca con i propri nomi aziendali, gli AI Overviews restituivano riassunti in cui le loro attività venivano associate a truffe, pratiche commerciali scorrette e cosiddette “trappole degli abbonamenti”. Secondo quanto accertato dal tribunale, l’intelligenza artificiale aveva mescolato informazioni relative ad altre società — queste sì effettivamente oggetto di indagini — con i dati delle ricorrenti, costruendo collegamenti che non comparivano in nessuna delle fonti citate dal sistema. Le due editrici avevano inizialmente inviato a Google una lettera di diffida formale, rimasta senza risposta adeguata, prima di ricorrere in via d’urgenza al tribunale.

    Perché gli AI Overviews non sono come i risultati di ricerca tradizionali

    Il cuore della decisione ruota intorno a una distinzione giuridica di fondo. I motori di ricerca tradizionali godono storicamente di una responsabilità attenuata perché si limitano a indicizzare contenuti prodotti da terzi, rimandando l’utente alle fonti originali. Il tribunale ha ritenuto che questo schema non si applichi agli AI Overviews, i quali — secondo la motivazione — “riscrivono e valutano i risultati con parole proprie e secondo una struttura propria”, producendo testi nuovi e autonomi presentati come risposte dirette.

    Nel caso specifico, il sistema aveva aperto con affermazioni perentorie — del tipo “Sì, questa azienda è nota per pratiche commerciali dubbie” — per poi costruire una narrazione strutturata con riassunti, segnali d’allarme e consigli agli utenti: un formato che, per il tribunale, richiama più l’articolo di un giornale che la lista di link di un aggregatore. I giudici hanno tracciato un parallelo con il diritto tedesco della stampa, in base al quale gli editori rispondono anche dei titoli e dei richiami in prima pagina che riassumono un articolo, indipendentemente dal fatto che il lettore acceda poi al testo completo.

    La corte ha inoltre sottolineato che solo una minima percentuale degli utenti — secondo i dati riportati, circa l’1% — clicca effettivamente sui link delle fonti mostrate a margine degli AI Overviews, rendendo di fatto il riassunto generato dalla AI l’unica informazione che la maggioranza dei lettori riceve.

    La difesa di Google e le ragioni del rigetto

    Google si è difesa su due fronti principali. Da un lato, ha sostenuto che gli utenti sono consapevoli della necessità di verificare autonomamente i contenuti generati dall’intelligenza artificiale e che le fonti collegate erano consultabili. Dall’altro, ha chiesto l’applicazione degli stessi limiti di responsabilità riconosciuti ai tradizionali motori di ricerca e alle funzioni di autocompletamento dalla giurisprudenza della Corte Federale di Giustizia tedesca.

    Entrambe le argomentazioni sono state respinte. Sul primo punto, il tribunale ha osservato che scaricare sull’utente l’onere di smentire ogni risposta generata svuota di senso la pretesa affidabilità del servizio; sul secondo, ha rilevato che la protezione limitata riconosciuta ai motori di ricerca presupponeva che questi non aggiungessero nulla di sostanziale ai contenuti altrui, condizione che gli AI Overviews non soddisfano. Google è stata condannata a coprire l’80% delle spese processuali, mentre il 10% è stato ripartito equamente tra i due ricorrenti.

    Dopo la sentenza, un portavoce di Google ha dichiarato di investire significativamente nella qualità degli AI Overviews affinché “la grande maggioranza delle risposte fornisca informazioni accurate”, aggiungendo che il procedimento riguarderebbe “errori specifici e circoscritti”. La società ha annunciato formalmente ricorso in appello.

    Le implicazioni oltre il singolo caso

    La portata della decisione, secondo gli osservatori legali, va ben oltre la controversia tra le due editrici monacensi e Google. Si tratta del primo precedente europeo in cui un output di un sistema AI consumer viene trattato come pubblicazione del produttore e non come elaborazione automatica di contenuti altrui. Se il principio fosse confermato in appello, potrebbe ridefinire il quadro di responsabilità per tutti i fornitori di servizi AI che generano risposte sintetizzando contenuti dal web: dalle altre funzioni di ricerca AI ai chatbot come ChatGPT, Claude o Perplexity.

    Il provvedimento si inserisce in un contesto più ampio. A dicembre 2025, lo stesso Tribunale Regionale di Monaco aveva condannato OpenAI in una causa promossa da GEMA, la società tedesca di gestione dei diritti d’autore musicali, per l’uso non autorizzato di testi di canzoni nei dati di addestramento. La convergenza di questi precedenti delinea un orientamento dei tribunali tedeschi verso una lettura garantista dei diritti dei titolari di contenuti nei confronti dei grandi modelli AI sviluppati negli Stati Uniti.

    Un’analisi citata da byte.it, condotta dalla startup Oumi per il New York Times, ha rilevato che le AI Overviews basate sull’attuale modello Gemini forniscono risposte corrette nel 91% dei casi; tuttavia, alla scala operativa di Google, anche un margine di errore ridotto si traduce in milioni di risposte potenzialmente errate ogni giorno.

    L’esito dell’appello annunciato da Google sarà seguito con attenzione non solo dalle imprese coinvolte, ma da tutti gli operatori del settore AI attivi in Europa, in un momento in cui l’AI Act dell’Unione Europea sta completando la sua entrata in vigore e i tribunali nazionali ne anticipano l’applicazione concreta.

  • Zanzare sterili contro dengue e Zika: il piano di Google divide la scienza

    Zanzare sterili contro dengue e Zika: il piano di Google divide la scienza

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    Verily, la divisione di scienze della vita di Alphabet — la società madre di Google — ha presentato alle autorità americane una richiesta per liberare 32 milioni di zanzare maschio nelle zone più calde e umide degli Stati Uniti, in particolare Florida e California. Il bersaglio è la Aedes aegypti, specie invasiva e principale vettore di malattie gravi come dengue, Zika, febbre gialla e chikungunya. Il programma si chiama «Debug» — termine informatico che indica l’eliminazione degli errori di sistema — e punta a ridurre drasticamente la popolazione di questa zanzara attraverso la manipolazione biologica della sua riproduzione.

    Il meccanismo è articolato in tre passaggi: in laboratorio vengono selezionati e allevati solo esemplari maschi, i quali non pungono l’uomo nutrendosi di linfa vegetale. Questi maschi vengono poi infettati con il batterio Wolbachia, un microrganismo presente in natura, che ha la proprietà di impedire la schiusa delle uova quando il maschio si accoppia con una femmina selvatica. Il rilascio continuativo di questi insetti per più generazioni consecutive dovrebbe, nelle intenzioni di Verily, far crollare la popolazione locale di Aedes aegypti in modo irreversibile. A supporto della strategia, i promotori citano i risultati ottenuti a Singapore, dove un approccio simile avrebbe ridotto la presenza della zanzara tra l’80 e il 90%, con un calo di oltre il 70% dei casi di dengue tra la popolazione. Il progetto attende ancora il via libera definitivo dell’EPA, l’Agenzia americana per la Protezione Ambientale.

    Le domande a cui la scienza non ha ancora risposto

    Al di là dell’efficacia tecnica della soluzione, sono almeno due le grandi questioni ecologiche che la comunità scientifica internazionale solleva e che, secondo molti esperti, non hanno ancora ricevuto risposta adeguata.

    La prima riguarda gli effetti su altre specie animali: le modifiche artificiali alle dinamiche riproduttive di una specie — anche se condotte attraverso un batterio «naturale» come la Wolbachia — alterano l’evoluzione biologica di quella specie in modo intenzionale e su scala potenzialmente massiva. Rimane aperta la domanda se questi cambiamenti possano avere ricadute imprevedibili su altri insetti, su predatori, o più in generale sull’equilibrio di habitat complessi come quelli delle zone umide della Florida.

    La seconda questione, forse ancora più dirompente, riguarda le conseguenze a cascata di una riduzione drastica della popolazione di zanzare. Le zanzare, pur essendo vettori di malattie, costituiscono una fonte di nutrimento fondamentale per numerose specie di uccelli, pipistrelli, anfibi e pesci. Una loro eliminazione massiccia — soprattutto se la tecnica dovesse rivelarsi così efficace da propagarsi su scala geografica vasta — potrebbe innescare una serie di reazioni a catena nell’ecosistema, difficili da prevedere e ancora più difficili da invertire.

    Non si tratta di timori astratti: la storia delle manipolazioni umane sull’ambiente è costellata di interventi che, partiti con intenzioni lodevoli, hanno prodotto effetti disastrosi.

    Quando l’uomo ha «aggiustato» la natura: i precedenti storici

    Il caso più emblematico — e più citato in questo contesto — è quello della campagna cinese contro i passeri lanciata da Mao Zedong nel 1958 nell’ambito del Grande Balzo in Avanti. Gli uccelli vennero sterminati a milioni perché mangiavano i raccolti. Il risultato fu l’opposto di quello sperato: privati del loro predatore naturale, le cavallette esplosero in numero incontrollabile, devastando i campi di grano e contribuendo in modo significativo a una delle peggiori carestie della storia moderna, con milioni di morti.

    Ancora più vicino al contesto americano è il caso delle carpe asiatiche, introdotte negli anni Settanta negli Stati Uniti per controllare la crescita delle alghe negli allevamenti ittici. Fuggite nei fiumi durante le piene, hanno invaso il bacino del Mississippi, eliminando specie native e alterando in modo permanente l’ecosistema di fiumi e laghi.

    In Australia, l’introduzione del rospo marino (Bufo marinus) negli anni Trenta per combattere i coleotteri della canna da zucchero si trasformò in un disastro ecologico tuttora irrisolto: il rospo, privo di predatori naturali, proliferò senza controllo, decimando serpenti, lucertole e persino cani domestici attraverso le sue ghiandole velenose.

    Più recentemente, anche interventi con organismi geneticamente modificati hanno sollevato preoccupazioni: nel 2021 la statunitense Oxitec ottenne l’autorizzazione per rilasciare zanzare Aedes aegypti geneticamente modificate in Florida, in una sperimentazione che ancora oggi viene monitorata con attenzione critica da diverse organizzazioni ambientaliste.

    Tecnologia contro biologia: chi valuta il rischio?

    Il nodo centrale del dibattito non è se le zanzare siano pericolose — lo sono — né se le malattie che diffondono debbano essere combattute — devono esserlo. La questione è se uno strumento di questa portata, progettato da un colosso tecnologico privato e fondato su intelligenza artificiale e biotecnologie avanzate, abbia alle spalle una valutazione ecologica abbastanza approfondita e indipendente.

    Molti scienziati ritengono di no. Il fatto che i pesticidi tradizionali si siano rivelati inefficaci non significa necessariamente che l’alternativa biologica sia priva di rischi: significa semplicemente che stiamo cambiando strumento. Le conseguenze a lungo termine di una riduzione verticale della Aedes aegypti in interi ecosistemi rimangono, per ammissione degli stessi esperti, «difficili da prevedere».

    L’EPA dovrà ora decidere se queste incertezze siano accettabili. Nel frattempo, la comunità scientifica chiede che la valutazione del rischio ecologico sia condotta in modo rigoroso, trasparente e svincolato dagli interessi commerciali di chi propone l’intervento.

  • YouTube etichetta automaticamente i video IA e apre il rilevamento deepfake a tutti

    YouTube etichetta automaticamente i video IA e apre il rilevamento deepfake a tutti

    Etichette più visibili e rilevamento automatico

    Fino ad oggi, la segnalazione dell’uso dell’intelligenza artificiale era affidata esclusivamente all’autodichiarazione dei creator, una prassi introdotta nel 2024. Il nuovo sistema aggiunge un livello automatico: se i sistemi interni di YouTube rilevano un utilizzo significativo di AI generativa in contenuti fotorealistici, l’etichetta viene applicata d’ufficio, indipendentemente dalla dichiarazione del creatore del video.

    I creator che ritengono di essere stati etichettati erroneamente potranno contestare la segnalazione tramite YouTube Studio. Tuttavia, in alcuni casi l’etichetta rimarrà permanente: è quanto accade, ad esempio, per i contenuti prodotti con strumenti AI proprietari di YouTube come Veo o Dream Screen, oppure per i file che includono metadati C2PA, uno standard crittografico che certifica l’origine e le eventuali modifiche dei contenuti digitali.

    Cambia anche la posizione delle etichette stesse: nei video tradizionali di formato lungo compariranno direttamente sotto il player, sopra la descrizione; negli Shorts saranno invece visualizzate come overlay sovrapposto al contenuto. Per i video non realistici, animati o modificati solo marginalmente, la disclosure resterà collocata nella descrizione espansa. YouTube ha precisato che la presenza di un’etichetta AI non inciderà né sull’algoritmo di raccomandazione né sull’idoneità alla monetizzazione del video.

    Deepfake: la protezione ora è per tutti

    In parallelo, la piattaforma ha completato l’estensione del programma Likeness Detection — uno strumento che consente di rilevare l’uso non autorizzato del proprio volto in video manipolati — a tutti gli utenti adulti. Fino a pochi giorni fa, il servizio era riservato a creator con grandi numeri di iscritti, politici, giornalisti e figure pubbliche considerate più esposte al rischio di manipolazione.

    Il meccanismo, accessibile tramite YouTube Studio nella sezione dedicata al content detection, prevede il caricamento di una scansione del proprio volto. La piattaforma avvia quindi un monitoraggio automatico dei video caricati e, in caso di corrispondenza con un contenuto sospetto, invia una notifica all’utente interessato, che può decidere se avviare una richiesta di rimozione. Ogni caso viene valutato singolarmente, tenendo conto del livello di realismo del video, della presenza di etichette AI e del contesto d’uso. Sono esclusi dal blocco i contenuti di natura satirica o parodistica.

    Secondo quanto riportato dalla fonte tecnoandroid.it, il sistema si concentra per ora esclusivamente sul riconoscimento facciale, senza estendersi alla voce o ad altre caratteristiche biometriche — un limite rilevante, considerato che molti deepfake combinano immagini e audio. Gli utenti potranno in qualsiasi momento disattivare il servizio e richiedere la cancellazione dei propri dati biometrici.

    Il contesto: strumenti AI sempre più diffusi

    L’annuncio arriva in un momento in cui i modelli generativi per immagini e video stanno raggiungendo livelli di realismo difficilmente distinguibili dall’occhio umano. Tra gli strumenti citati dall’agenzia AGI figurano Veo 3.1 di Google e Seedance di ByteDance, la società madre di TikTok. YouTube non è la sola piattaforma a muoversi in questa direzione: anche Spotify, secondo quanto riportato dall’AGI, ha recentemente introdotto segnalazioni automatiche per i contenuti generati con l’AI.

    Nei prossimi mesi si vedrà se il sistema automatico di etichettatura sarà in grado di mantenere un equilibrio tra trasparenza e rischio di segnalazioni errate, una questione che le stesse fonti indicano come uno dei nodi ancora aperti di queste tecnologie.

  • Google lancia in Italia le “Fonti Preferite”: gli utenti scelgono le news

    Google lancia in Italia le “Fonti Preferite”: gli utenti scelgono le news

    Dal 30 aprile 2026 è disponibile anche in Italia “Fonti Preferite”, la funzionalità con cui Google consente agli utenti di indicare quali testate giornalistiche o siti web devono comparire con maggiore frequenza nella sezione “Notizie principali” dei risultati di ricerca. Lo strumento era già operativo dall’agosto 2025 negli Stati Uniti e in India, e ora arriva nel nostro Paese come parte di un roll-out globale.

    Come funziona

    Il meccanismo è relativamente semplice. Effettuando una ricerca su un argomento di attualità, l’utente trova un’icona a forma di stella posizionata accanto al riquadro delle notizie principali. Cliccandola, è possibile selezionare uno o più siti da aggiungere al proprio elenco personale. Da quel momento, i contenuti provenienti da quelle testate compariranno con maggiore frequenza, sia tra le notizie in evidenza sia in una sezione dedicata denominata “Dalle tue fonti”. Le preferenze possono essere modificate o eliminate in qualsiasi momento.

    Google ha precisato che la funzione non sostituisce l’algoritmo tradizionale né elimina la varietà delle fonti visualizzate: le testate non selezionate continuano a comparire nei risultati, ma con una gerarchia inferiore rispetto a quelle contrassegnate come preferite.

    I dati diffusi da Google

    Stando ai dati comunicati da Google Italia, gli utenti che aggiungono un sito all’elenco delle fonti preferite hanno il doppio delle probabilità di accedervi rispetto a prima della selezione. A livello globale, la funzionalità avrebbe già registrato la selezione di oltre 200.000 siti unici. Durante la fase sperimentale condotta attraverso il programma Labs, più della metà degli utenti coinvolti avrebbe indicato almeno quattro fonti diverse, un dato che secondo Google suggerisce una propensione alla pluralità informativa piuttosto che alla chiusura in una singola prospettiva.

    Il contesto: il calo del traffico verso i siti di informazione

    L’introduzione di questa funzionalità si inserisce in un momento di forte pressione sul settore dell’informazione digitale. Secondo il report “Journalism, Media, and Technology Trends and Predictions 2026” del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, tra novembre 2024 e novembre 2025 il traffico organico verso i siti di notizie proveniente da Ricerca Google e Google Discover avrebbe subito una contrazione di circa un terzo. Lo stesso istituto stima che, entro la fine del 2027, i clic sui siti di informazione potrebbero diminuire del 43%.

    In questo quadro, “Fonti Preferite” viene presentata da Google come uno strumento che può contribuire a rafforzare il legame tra lettori e testate, aumentando la probabilità di visita diretta ai siti selezionati. Gli editori, da parte loro, possono utilizzare strumenti messi a disposizione da Google nel proprio Help Center per incoraggiare il proprio pubblico ad aggiungere la testata all’elenco delle preferenze.

    Valutazioni e prospettive

    La funzionalità incontra il favore di chi ritiene che gli utenti debbano avere maggiore controllo sull’informazione che ricevono. Alcune riflessioni nel dibattito pubblico sollevano tuttavia interrogativi sul rischio opposto: che la possibilità di selezionare sempre le stesse fonti possa favorire, nel tempo, una riduzione dell’esposizione a punti di vista diversi, anche se Google sottolinea che il pluralismo delle fonti viene comunque preservato.

    Non sono al momento disponibili valutazioni indipendenti sull’impatto effettivo della funzione sul comportamento degli utenti italiani, né dati aggiornati successivi al lancio nel nostro Paese. È possibile che nei mesi successivi all’introduzione emergano ulteriori analisi sull’adozione dello strumento e sui suoi effetti sul traffico editoriale.